SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “L’INTREPIDO”
Una perlustrazione nel vuoto dell’alienazione occidentale


      
Presentata alla 70esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, l’ultima pellicola di Gianni Amelio ha per protagonista Antonio Albanese, nel ruolo di uomo da ‘rimpiazzo’ per decine di lavori diversi. Una dichiarata fiaba-metafora sul mercato dell’occupazione/disoccupazione odierna risolta però in una specie di bozzettismo para-chapliniano. Ne deriva un film-non film che languisce nelle premesse e si avvita a cercare un confronto intergenerazionale tanto con un figlio naturale, dal fragile talento, quanto con una ragazza indifesa e nevrastenica che mente e infine muore, emblema dei paria senza destino.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

A scuola di burattini. Impariamo le moltiplic-azioni sommerse, nel sistema metrico schiavistico-decimale (decimato). Prima lezione senza respiratore: la tabellina del lavoro. Eseguite l’apnea di riscaldamento e ripetete a voce bassa “(io) lavoro per”. Il soggetto resti parentesi non detta, cosicché nel tempo svanisca non solo dai gesti, ma sopra tutto, dai pensieri. E che ogni Ego diventi involucro desiderante e individualista, senza possedere (più) o riconoscere o far lappe pretestuose per il proprio Io. Ripetete, ripetiamo dunque, ancora, “lavoro per”.

Per chi lavoro? Perché lavoro? Che cosa lavoro? Che cos’è “lavoro”?

Energia fisica, organismo collettivo, classe in movimento. “Esecuzione” concreta, opera sub(appaltata), merce svalutabile. È il contratto firmato, la firma senza contratto. La forma di produzione retribuita, la forma prodotta senza retribuzione. Il profilo di autorealizzazione/delimitazione comunemente riconosciuto, l’inquadramento sindacale legalizzato, l’olio “nero” dell’ingranaggio comunitario. La formula a progetto di un’esistenza che si presta senza coordinate alla flessibilità del melting-pot tecno-dipendente, assuefatto al mercato (politico) smithiano. La clausola di sostentamento in una carta d’intenti, il vuoto arreso di/ad un tempo meccanico. La manipolazione dolorosa ma salvifica della realtà come giustificazione/nutrimento del singolo, in/per/con la comunità. Il segno sulla pelle, il rantolo nel respiro, la grata di sicurezza, il vincolo depressivo seppur antipanico. La manovra elusiva dal cupio dissolvi dell’umanità schizofrenica, che esplora l’ingegno e aguzza gli egoismi.





Antonio Albanese in L'intrepido (2013) di Gianni Amelio


O la fuga temporanea dal destino prescrivibile a norma (costituente) di civiltà. Antonio Pane è un rimpiazzo, un improvvisatore, una maschera che mimetizza generalità e sensazioni. Antonio scappa, mendicando attesa. Il palloncino scoppiato sotto gli spalti di un comizio affumicato, il pranzo stropicciato addentato rapidamente su un’impalcatura troppo alta, le pagine stracciate di un testo-test a risposta/croce multipla, il massaggio ai piedi del boss di un “ring” esclusivo da cui si spacciano abusi, estorsioni, supplenze illegali. Antonio ogni giorno diversamente è. Il riempitivo momentaneo di esistenze altrui e altrove, il vagabondo mestierante prestigiatore dell’impiego ad ore, il precario volontario che si cimenta con l’imprevisto di una vita mai cominciata o entrata nel coma post trauma di un licenziamento/divorzio dai canoni della dignità borghesemente approvata. Una moglie opportunista del rimpianto, riaccasata con il trafficante in doppio petto di turno. Il figlio ventenne, musicista sublime, carne pregiata da conservatorio, con le dita rapaci e innocenti della borsetta materna, scapigliato inattuale incastrato (per poco) tra pessimismo baudelairiano e maledettismo rock anni ’60.

Tra un concerto mancato e una crisi ansiosa, il figlio rifornisce il padre sbrindellato di calzini e di massime tarlate. Se “la fame è una bruta cosa” Antonio Pane cannibalizza con “appetito” se stesso, in un mondo in cui devi rubare il piatto al tuo prossimo se non vuoi finire a raccattare briciole già masticate. Antonio remissivo si accovaccia tra gli scarti, si sotto-pone agli altri, rinunciando al Sé quasi totalmente nel campo sempre lungo di una Milano facilmente livida. Depistata e deserta, grumo di brume architettoniche, filato ferroso di ponteggi e binari, cantiere purgatoriale per ectoplasmi dell’oggi che è ieri.

Esopo tradito in gita urbana. Appiattito in una lingua che non è esodo dalla messaggistica smart, né esangue dia-logica teatrale, né slogan letterario di una speranza pur sbandierata, da intenti, sorrisi, ammiccamenti frontali in mdp. L’intrepido (1) di Gianni Amelio è una cantica di stanze disadorne. Un soggetto in cerca di scrittura. Un non-film che simula l’attraversamento chapliniano del contesto moderno, tra patologie e mitologhemi – isolamento, corruzione, infiltrazioni criminali, inedia giovanile, lavoro inventato, fumato, sognato –. Amelio concia-balle del millennio, vorrebbe forse perlustrare l’alienazione occidentale nell’habitat sconnesso di un padre senza rotta che vuole disperatamente e ottimisticamente tappare le falle emotive dei suoi simili e aprire gli occhi ai “figli”. Tanto a quello naturale che teme se stesso, quanto alla ragazza indifesa e nevrastenica che mente e muore per iscriversi all’anagrafe (libera?) dei paria senza destino, lontano dalla casta familiare.

Il lavoro è porgere l’altra guancia annientandosi? Parabola cristologica o apologo agrodolce per la società che comprime i giorni in timer fasulli e in contratti deterministici e distruttivi? Amelio ama Albanese (anch’egli obliterato nei panni intercambiabili di Antonio Pane) che ama l’umano. Amelio pedina Albanese che pedina ogni estraneo con curiosità sana e sacra. Ma ogni affondo nel pattume discaricato del presente è una ferita nella nebbia. Presto ricoagulata intorno a nodi invisibili.





Gabriele Rendina e Albanese in un'altra scena del film


Se sviluppato in un contesto iper finzionale (meta-teatro?) e iper straniato, se concentrato in un cortometraggio vissuto da “precariatidi” e dai loro fanta-realistici alter ego, se stilizzato e cesellato nella stasi di un’esposizione/esplosione fotografica, dunque allusiva, embrionale, mediante, interrogativa… Se Amelio avesse mostrato il dubbio, anche comico, il delirio, anche raziocinante, la/le volontà, anche zoppe, del suo protagonista. Ma languisce nelle premesse, colpevole di una storia accennata e dell’omicidio drammaturgico di un carattere simbolico tuttavia etereo, evanescente e televisivo. Antonio Pane/Albanese, si aggira “fra” Noi senza riuscire a comunicarci. In un cinema che vorrebbe esaminare la civiltà vagabondante e coalizzata nella propria omologazione, dismissione, nel disarmo di ruoli sociali.

L’intrepido è emersione univoca, padri-figli confusi, tutti imbarcati su quella stessa fantasia sbilenca che ne Lamerica era denuncia scivolosa ma acutamente sgradevole, mirata, di una ruggine civile interna dell’Italia e dell’Occidente, colonizzatori-impostori invasi, divisi e corrosi non dai nuovi migranti, ma dai vecchi stereotipi, dalle antiche deficienze. Se ne Lamerica i due imprenditori bari occupano in Albania magazzini in disuso per installarvi una produzione fittizia, trasformando in vuoto a rendere un bacino industriale ombra, che come tale deve permanere. Ne l’Intrepido la figurina di Antonio Pane (la smorfia di tenero quanto tenace disinganno di un Antonio Albanese implosivo) si auto-impiega in altra truffa-illusione. Colmando con il sudore indefesso di un’arte manuale reale e trasformista, le lacune di una vita prestata, dimenticata, liminale. Antonio è un’infestazione innocua nella società del bisogno perenne e dell’appagamento fast food, fast and furious, fast. Fata madrina poco scaltra o cieca con i suoi pinocchi viziati. Ottavo nano iperattivo e inconsapevolmente dannoso, che non reclama diritti al capo negriero né al sistema integrato – sottomissione, indifferenza, tangenti, evasione, sensi di colpa, terrore, lassismo – che fonda la res pubblica nel limo cancerogeno, infido e infausto, di una ultra centenaria micro-mafia materiale e mentale (seppellita e rigogliosa, capillare base per una sovrastruttura statale decadente ma a tenuta stagna). Antonio è un “cartello stradale”, un pass-par-tout nel montaggio. Antonio accoglie con serenità ma non affronta, non analizza, non carpisce, un nulla osceno perché dilagante, inascoltato, dominante.

Rimpiazzare, nuovo massificato rituale. In morte del Noi.

 

 

 

 


1) Regia: Gianni Amelio. Con Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli. Soggetto: Gianni Amelio. Sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Lantieri. Musiche: Franco Piersanti. Montaggio: Simona Paggi. Costumi: Cristina Francioni. Scenografia: Giancarlo Basili. Fotografia: Luca Bigazzi. Produzione: Palomar; in collaborazione con Rai Cinema. Distributore: 01 Distribution. Italia 2013. Durata: 104’. In Concorso alla 70esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

 




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