LE VIE DEL RACCONTO
IGNAZIO APOLLONI
 

 

 CARDENIO

 

 

 

Dear Sir. Or sono quindici settimane la Signoria Vostra mi ha incaricato, con la promessa in verità di un grosso gruzzolo, di rintracciare un certo Cavaliere della Mancia il quale si sarebbe aggirato – stando alle dicerie – in un territorio compreso tra i Pirenei e il Golfo di Biscaglia. Impresa non facile, bisogna ammetterlo, ma non impossibile a uno come me aduso (non male l’aduso) a stanare persino le volpi più restie a farsi osservare da vicino.

Il fatto è però che prima un fortunale ha stracciato le vele al brigantino preso da me a noleggio (non ci rida sopra se le dico che una buona parte dell’equipaggio era proprio composta da briganti); appena usciti fuori dalla tempesta ebbe a investirci al largo del Golfo di Biscaglia finimmo in una secca costringendoci ad attendere l’alta marea; prima che la luna facesse la sua parte per liberarci dall’incomodo fummo avvistati da una corvetta piena di pirati. Per concludere sulla prima parte delle nostre disgrazie fummo presi prigionieri, incatenati in sentina, messi ai ceppi e tenuti a pane e acqua. Ovvio come nessuno sapesse la sorte alla quale stavamo andando incontro. Bocche chiuse quelle dei pirati – e comunque se le avessero aperte non sarebbe uscito altro che fetore e tanfo di vino visto che né si lavavano i denti né disdegnavano tracannare boccali di rosso trafugato in una delle loro normali razzie. Peggio ancora comunicavano a gesti accompagnati da smorfie e in qualche caso con dei peti puzzolenti che ad accendere un fiammifero sarebbe scoppiata la santabarbara.

Non saprei dirle quanto tempo passò prima che toccassimo un porto. Naturalmente vi giungemmo stremati, provati dal mal di mare più che illanguiditi per non avere visto un raggio di sole durante il mese e mezzo trascorso a bordo nelle condizioni pietose cui ho sopra accennato. Gli uomini del mio equipaggio poco meno che straccioni (coperti cioè di soli stracci); le mie finanze confiscate; il lasciapassare in nome di Sua Maestà Britannica chiuso in cassaforte (seppi poi che il Barbanera lo vendette all’asta come trofeo delle sue imprese: meglio però chiamarle malefatte); la cartina con segnati tutti i tracciati possibili lungo i quali avrei potuto incontrare quel cavaliere per portare a compimento la mia missione, appallottolata un po’ per dispetto e un po’ perché veniva sistematicamente bagnata dall’acqua salmastra che entrava dagli oblò quando il mare era agitato.

Comunque, per farla breve, il porto era quello di Tangeri, un porto franco. La nostra destinazione temporanea – in attesa del riscatto – il castello del Bey. Non le ci vorrà molto a capire come tra questo signore e il Barbanera ci dovesse essere un accordo tacito, e forse nemmeno troppo tacito: diciamo che dovevano essere in combutta. Non sarei sincero se affermassi di essere stato trattato male. Non posso tuttavia parlare bene di quella sorta di ospitalità se si escludono le serate a base di couscous e danza del ventre cui fui invitato e l’eccessiva quantità di olivette che mi furono servite per pasto. Quanto al mio nocchiero morì durante la prigionia di dissenteria. A tutti gli altri componenti dell’equipaggio fu concessa la grazia a condizione che si convertissero all’Islam e dessero una mano in un’impresa ciclopica: la costruzione della più grande moschea del Maghreb in onere di Alì.

Ora, chi fosse questo Alì non è che fu loro spiegato. Facili dunque le incomprensioni tra quegli uomini di mare – tutto salsedine e brezze mattutine – e i carpentieri locali votati a fare del mausoleo l’ottava meraviglia. Il disegno diceva che lì, a oriente, doveva aprirsi una finestra perché all’ora del tramonto fosse attraversata dal pulviscolo sollevato dal sole con un semplice soffio di aria calda? e i prigionieri a non capire che diavolo significasse. Il pavimento doveva essere coperto di tappeti di Bukhara e nient’altro? e allora perché le mattonelle di maiolica con scene dell’ascesa al paradiso di Alì?

Come che sia non opposero resistenza (e come avrebbero potuto, considerato le scudisciate assaporate durante la navigazione in stato di reclusi perché magari marcavano visita malgrado fossero sani come pesci). La presero però comoda al punto che quando furono anch’essi liberati, della moschea nella quale erano stati impiegati esistevano nient’altro che le fondamenta.

Quanto fu pagato per loro dall’Ammiragliato? non saprei. Mi si disse soltanto che lei, Sir William, nella sua magnanimità ebbe a sborsare tra fiorini e scellini, dobloni e ducati, un bel po’ della sua fortuna. Avrebbe potuto farne a meno, far finta di non sapere, cedere al fato ma debbo ritenere che avrebbe perso la scommessa con la sua compagnia e avrebbe potuto avere inizio la parte discendente della sua parabola. La sua notorietà infatti, benché consolidata, in quel momento era in bilico. Non che gli inglesi ne avessero le scatole piene (mi scusi la volgarità) delle sue tragedie, che più truci di così nessuno mai prima di lei aveva composto; né che le sue commedie, a fronte di quelle di Plauto, non facessero più ridere ma si imponeva qualcosa di più fresco, nuovo, meno svenevole, più distaccato dal recente passato, che facesse autenticamente sognare. Ecco allora il capocomico, il geniale Clark (da cui poi prese il nome un bel paio di scarpe tipo college), suggerirle il nome di Miguel Cervantes e citarle il suo capolavoro che in quel momento sta in testa alle classifiche dei libri più venduti nel continente europeo.

Non fosse mai successo. Detto fatto lei mi manda a chiamare. Da una ricerca fatta attraverso messaggeri sguinzagliati e indirizzati verso tutte le librerie della Gran Bretagna ha saputo che un simile testo non ce l’hanno né in magazzino né sugli scaffali. Si impone pertanto una diversa soluzione. Cosa di meglio dunque che affidarsi a uno come me, dotato di fiuto, pronto a rischiare, sicuramente l’unica possibile mossa che possa andare a segno. Il costo dell’impresa è sostenibile (più o meno come la leggerezza dell’essere). Basterà mettergli a disposizione un legno (tanto per dire) coperto di vele; un equipaggio di pressocché briganti; una scarsella per le spese correnti e un barile – non proprio di polvere da sparo bensì di monete d’oro di corso corrente. Spazierà (spazierò!) da un capo all’altro della Spagna, valicherà sierre e montagne, guaderà fiumi e torrenti, torcerà più di un capello a contadini e villici per estorcere notizie sul dove si annidi quel cavaliere. Una volta scovato il gioco è fatto (les jeux sont faits). Basterà blandirlo, spiegargli come la sua fama avrà da guadagnarci da una rappresentazione che William Shakespeare ha intenzione di dedicare al poema che lo riguarda. Non potrà sottrarsi alla vanità di sapere piegato all’utopia un popolo freddo, cinico, amante fin qui del sangue che ama vedere colare a fiotti, anzi a litri. Sicuramente avrà sentito parlare (lui, un viaggiatore sospeso tra le nuvole da cui è più facile leggere le tragedie che affliggono l’umanità) di un tale Amleto; di un quilibet dal nome esotico noto come il Moro di Venezia; di un re Riccardo III; di un altrettale Macbeth, per citarne solo alcuni. Già dunque al primo contatto il Cavaliere della Mancia cederà il passo e cederà – il suo autore – i diritti per la ristampa in Inghilterra del romanzo, oltre a quello di potere rappresentare liberamente, il W.S., la sua storia romanzesca e romanzata. La quale, se non proprio in forma di pantomima, andrà in scena come si trattasse di qualcosa dell’altro mondo. Perché in verità questo si vociferava che fosse.

Chi è che parlava di quel libro in questi termini, caro il mio Sir? ecchè? vuol fare proprio con me lo gnorri, il classico indiano, il tradizionale finto tonto, pronto a rimanere a bocca aperta se gli si dice tutto il contrario di ciò che egli si aspetta? Ma lo sa quanto ci perde a fare il furbo o a tentare di sfilarsela per la tangente? Ne andrebbe di mezzo – e forse definitivamente – la sua figura statuaria; ne soffrirebbe la sua immagine di uomo di teatro e poeta; finirebbe nella polvere il mito di colui che scegliendo fior da fiore è capace di creare da una novella un personaggio come Giulietta alle prese con una delle sue trecce da gettare al suo spasimante perché la raggiunga e la baci sul balcone dove l’aspetta: epperò pare che la verità sia un’altra rispetto a quella da lei travasata nella tragedia: e cioè che Romeo non ce la fa a salire malgrado i salti per acciuffare la treccia.

Ma per cominciare a ricapitolare, signor baronetto, vogliamo rifletterci un tantino su, rimettere le cose a posto, dire chiaramente quanto lei si senta attratto dalla storia di quel tale cavaliere che sta passando a Londra da una bocca all’altra in questo momento senza che però lei possa attingere al testo in cui se ne narrano le gesta sicché si impone una spedizione (non proprio punitiva) in terra di Spagna con il proposito di trovarne copia ed anche meglio fargli un’intervista? E chi allora meglio di me, così esperto di scavi – e non solo psicologici – tanto da avere dissepolto da uno strato di polvere alto due metri la città di Tebe ed avere collaborato con Schliemann al recupero di Troia?

Eccolo dunque che mi manda a chiamare; inizia con una solfa lunga un paio d’ore sulla necessità di dare alla Gran Bretagna un pezzo di teatro tutt’affatto diverso (non male il tutt’affatto) da quelli finora da lei scritti; meno in linea con le tendenze attuali degli inglesi portate alla vendetta più che al perdono. Se ben ricordo io ebbi ad obiettare (muovere cioè delle obiezioni) non tanto sulla difficoltà dell’impresa (da lei ritenuta appunto di ordinaria amministrazione) quanto sulla utilità del personaggio troppo spagnolo per potere essere adattato al gusto ormai invalso di un pubblico portato ad apprezzare più le scene bieche che non le esilaranti.

Lei però, da autentico commediografo, vede lontano, ha la vista lunga (così almeno dicono gli oftalmologi del tempo: ed infatti mai nessuno a raffigurarla con gli occhiali vuoi nelle tele e vuoi nei ritratti). Si incaponisce persino, vuole continuare a stupire con il portare sulle scene a beneficio di gente puerile e sognatori, infantili ed ingenui – come dire persone non del tutto cresciute com’è di quelli usi andare ad assistere alle recite in cui si rappresentano le lotte tra i paladini di Francia e i Mori – la vicenda terrena di un siffatto eroe da burla, diciamolo pure. Che perciò io vada e ritorni vincitore, come nell’Aida. Me ne renderà grazie se non proprio il mondo intero quantomeno la stirpe anglosassone. C’è persino da credere che il teatro non sarà più soltanto dominato dalla crudeltà bensì e finalmente da storie lunatiche a mitigarne gli eccessi.

Insomma, quel che ci attende (mi disse, e mi convinse) sarà una nuova era fatta di guerre non più guerreggiate, ma di omicidi semplicemente mimati.

Ci volli credere. Mi appassionò la storia di un signore così bislacco da errare per campagne a caccia di farfalle in un’epoca in cui cavaliere sta per uno con in testa una nobile missione (ed ovviamente un elmo talvolta con celata). Mi parve strabiliante questa specie di novello nomade il quale non sapendo dove andrà a cascare assume un somaro con rispettivo padrone perché gli faccia da scudiero; si arma di lancia e ideali cavallereschi; crea la donna cui dedicare tutt’intero il suo coraggio nell’affrontare pericoli e debellare i suoi nemici per poi concludere l’impresa con il consegnarle la palma della vittoria; sbarazzarsi di qualsiasi ostacolo più con l’artificio delle parole usate dal suo autore (il già detto Cervantes) che non con le armi vere e proprie. Difatti il poveretto armi nel vero senso della parola – come dire pistole a tamburo o quantomeno ad avancarica – non ne ha. Ed allora, poffarbacco, che facciamo? ecco il senso delle mie obiezioni.

Pensa lei, vossignoria, di mettergliene in mano una qualsiasi per soddisfare i desideri dei suoi normali spettatori o farà a meno di simile strumento solitamente necessario alla riuscita della tragedia? Non sarà troppo rischioso – le domando – tentare di voltar pagina, rispetto al passato; darsi cioè al pacifismo; alzare la bandiera del vogliamoci bene perché ci troviamo tutti nello stesso calderone (per dirla con Calderon de la Barca)?

Non mi rispose subito, volle del tempo per pensarci. La riflessione comunque non durò a lungo. Nel pentolone messo da tempo a bollire e da cui aveva tratto tutto il possibile per delineare un mondo pieno di odio, di insidie, di lotta per affermare il proprio potere sugli altri: al punto da uccidere, il personaggio principe, il proprio fratello pur di andare a prendere il suo posto nel letto che quello condivide con la moglie (una forma sicuramente anomala di incesto!) non è rimasto nient’altro.  Esaurite anche le storie di bisbetiche domate o sogni di una notte di mezza estate da raccontare nei più minuti particolari. Di qui perciò l’ovvia necessità di esplorare nuovi modi di stare al mondo da offrire a chi, in quanto stufo di ciò che è stato, vuole aprire gli occhi sul presente e guardare se possibile al futuro.

Succede però che mentre lei se ne sta rannicchiato in soffitta e con tanto di coperta addosso perchè intanto si è fatto inverno dalle parti del Tamigi (e tra una bruma e l’altra passeggia nel giardino di Kensington con la speranza di trovarci un folletto che l’aiuti a uscire dall’impasse) io non è che proprio scialacqui chiuso come sono in una delle stanze messemi a disposizione dal Bey. Riscaldamento infatti nessuno, benché non ci sia tutto quel gran bisogno; pasti caldi a base di spaghetti di cui la Corte va matta, ma come sa a noi non è che proprio vadano giù; fontane a bizzeffe che posso soltanto vedere dal mio spioncino e immaginarci dentro chi sa quali naiadi, essendomi vietato aggirarmi là dove l’acqua scorre; donne velate che mi scrutano attraverso le sbarre e mi lanciano sguardi intrisi di miele di nespolo e nulla di più. C’è pure la frustrazione di non essere fin qui riuscito a portare a compimento l’incarico da lei affidatomi e frattanto magari il nostro cavaliere si sarà andato ad infrattare chi sa dove.

Brutta storia ad ogni modo questa mia. Diciamo che si sta mettendo male in quanto non vedo un solo spiraglio all’inevitabile catastrofe. Si sussurra difatti da più parti – ed io che sto sempre con l’orecchio teso ne afferro di tanto in tanto un brandello sfuggito al controllo dei servi – come la mia sorte sia ormai segnata: sarò venduto all’asta; diventerò schiavo di qualcuno il quale se tutto va bene mi acquisterà per una dozzina di pesetas sia pure di oro zecchino; finirò sulle Ande ad allevare lama per farne lana e contemporaneamente carne per sfamare i campesiños addetti a produrre il foraggio per quelle bestie così mansuete. Ovvio tuttavia come io troppo mansueto in quel momento non sono più, vado sovente in escandescenze, litigo spesso con i miei carcerieri.

Finché un bel giorno, fortunosamente, vengo liberato. Ad intercedere presso il Bey una ragazza, una certa Sheherazade. Non ci crederà, caro il mio Sir, ma oltre ad avere restituito il passaporto e tutti gli averi passati in possesso del signore di Tangeri mi fu consegnato un biglietto di viaggio in piena regola. Secondo previsioni il periplo della nave sarebbe dovuto durare quindici giorni. Non ne passano invece che sette ed eccoci di nuovo nel Golfo di Biscaglia. Ciò perché spiegai quanta fretta avessi di rimettermi alle calcagna del cavaliere della Mancia.

Dove sbarcai direttamente vuol subito sapere? Mi spiace ma non saprei dirglielo con precisione. Comunque, in mancanza di carte nautiche (sia io che il comandante del cargo) mi fu sufficiente sentire spirare dalla costa spagnola aria di utopia perché una cosa era certa: ci trovavamo dalle parti della Spagna stante che a perdita d’occhio non c’erano altro se non mulini a vento. Volli ovviamente scendere a terra per fiutare senza por tempo in mezzo il possibile passaggio del mio coniglietto in quella che sembrava una tundra (essendo chiaro come in questi casi ci si senta un cacciatore all’inseguimento di una preda); volevo cioè far prima d’altri a catturarne l’attenzione e strappargli una intervista se non proprio qualche pagina – quelle più essenziali – del romanzo che ne stava facendo un eroe alla rovescia.

Che ridere! quando in Inghilterra si sarebbe saputo che non di carne ma di stoppa era fatto. E che ridere! quando si sarebbe conosciuta la sua visione del mondo, nient’affatto terrena. Come avrebbe fatto il William Shakespeare a dargli consistenza, offrirlo al pubblico dei suoi fans, farne un altro dei suoi mitici personaggi tutti carne e sangue? Non è che quel signore (parlo di lei) sarà diventato matto né più né meno del fantomatico cavaliere del quale si sta facendo un gran parlare da una parte all’altra del pianeta – esclusa naturalmente l’Africa nera?

A questo punto si impone nella narrazione un passo indietro, un flashback. Debbo infatti raccontarle della spedizione alla quale il Bey mi permise di partecipare durante la mia segregazione (altro che prigionia, peggiore ancora di quella sofferta allo Spielberg da Ugo Foscolo). Si favoleggiava da qualche tempo a Tangeri di una cammella sfuggita a un cammelliere perché preda, presumibilmente, dell’amore per un cammello anche lui sfuggito nottetempo alla sorveglianza o perché semplicemente desiderosa di avventurarsi all’interno dell’Africa non ancora esplorata. Ne avevano trovato le tracce sulla sabbia del deserto a Sud del Sahel, poi però il vento le aveva coperte. Un geografo al seguito del cammelliere, ed altresì cartografo, aveva schizzato una mappa con la presumibile direzione della cammella la quale si starebbe recando al lago Vittoria.

Detto fatto il Bey ricordandosi di me – e ben conoscendo le mie quasi qualità divinatorie sebbene con i ceppi alle caviglie in una delle sue segrete – mi manda a chiamare. Io mi genufletto in segno di rispetto. Lui mi domanda se ho cognizioni di utopia. Io gli rispondo che questa è la mia specialità ed ovviamente evito di dirgli in che cosa consista altrimenti altro che in Africa mi manderà. In breve, dopo venticinque giorni di navigazione tra una duna e l’altra, tempeste di sabbia, mimun, parte a piedi e parte a dorso di dromedario raggiungiamo prima un’oasi dove facciamo rifornimento d’acqua (tirata su dal pozzo non proprio simile a quello di S. Patrizio), miele ed arance, per quindi iniziare ad inoltrarci nel folto della foresta. Tutta un’altra cosa, naturalmente, da questo momento in poi: aria fresca, pantani, bertucce, serpenti e gorilla. Niente però tracce della cammella. Allorché dentro una capanna fatta di frasche, muschio, terra impastata e qualche fischio (nel senso che gli uccelli non smettono un istante di chiamarsi chi per avvertire i dispersi del pericolo e chi affinché ci si predisponga ad andare a nanna) non troviamo la chiave di volta. Trattasi di un vecchio, più solitario di un eremita. Dice di chiamarsi Tom. Ha sì visto passare una cammella dagli occhi dolci come zucchero filato. Qualche giorno prima, sempre da lì, è passato anche un cammello: direzione lago Vittoria. Con queste indicazioni in testa non ci fu difficile trovare quella che poi, al nostro ritorno, denominammo via della cammella più o meno come si era fatto con la via della seta. Ciò in quanto non solo ritrovammo le due bestie bensì perché il nostro ritorno fu più spedito stante che lo facemmo comodamente seduti sulle loro gobbe. E così segnando uno dei tracciati più ambiti per viaggi di semplice penetrazione nella giungla, molto diversi dai safari.

Mi chiederà lei, perché questa lunga digressione che a suo giudizio nulla toglie o aggiunge all’impresa da lei commessami. Perché cioè non restare legati al tema e spiegare senza indugi come ho fatto infine a trovare il cavaliere della Mancia (se mai l’abbia quantomeno avvistato). Non posso darle torto, capisco la sua ansia. Ha già anticipato, scritto a lettere cubitali nel programma del Globe (il teatro da lei diretto), come quest’anno si volta pagina: niente più Mercanti di Venezia e celie del genere. Ci si sarebbe stufati, sempre secondo lei, di gente come Shylock; niente più regnanti che cadono sotto la mannaia (e meno male che non le è nota ancora la morte per ghigliottina di Luigi XVI); ci vuole un giro di boa per evitare di continuare a occuparsi di Medea o Filottete. Donde la ragione (non male il donde) per la quale ha investito quel po’ po’ di sterline e scellini per procurarsi una copia del Don Chisciotte ed anche meglio se si riesca a tracciare il profilo – non solo a parole – di colui che gli spagnoli hanno già eletto a hidalgo: e non a caso un membro dell’equipaggio con funzioni di cartografo è stato avvertito che dovesse vedere quel cavaliere dovrà farne lo schizzo.

Non scalpiti però, mio signore; almeno non ancora. Deve avere un altro po’ di pazienza, sentirmi descrivere le altre peripezie cui sono andato incontro una volta sbarcato nel Golfo di Biscaglia, perchè pare che fossi finito proprio là. Chi me lo avrebbe confermato, e in quale lingua, visto che sconoscevo del tutto il castigliano? Guardi, non fo’ per dire ma fu davvero un’impresa riuscire ad intendermi con la gente del posto perché c’era chi parlava in gallego, chi era capace di esprimersi – da basco – solo in euskara. Non diciamo poi quando feci una capatina in Catalogna (dove mi si disse il cavaliere si stava recando per cacciare i Mori dall’Andalusia) stante che lì la lingua ufficiale diventò il catalano. Ci mancava solo questo! mi dissi a un certo punto. Cosa faccio, mi metto a studiare gli idiomi oppure procedo a gesti; o tutt’al più seguendo il mio intuito benché non sia dei migliori, secondo alcuni?

Lei ricorderà che ne avevamo discusso. Mi fornì persino un dizionario e mi diede qualche lezione di recitazione. Che mi servissi dell’uno e delle altre all’occorrenza. Cosa non può fare il teatro, aggiunse! basta assumere la veste del prim’attore (non quella del capocomico, per carità) ed il grosso è fatto, tutti ai suoi ordini le comparse. Così era andata a lei, così sarebbe andata a me.

Memore dunque e facendo tesoro soltanto dei suoi consigli – essendomi stato sottratto il dizionario da quella masnada di pirati che credo volessero servirsene allorquando avessero assaltato un galeone carico d’oro proveniente da Macondo o comunque da quelle parti – mi misi subito a recitare la parte del descobridore: nel senso che dovevo assolutamente scoprire chi si celasse sotto le sembianze di quel cavaliere. Non era altro costui che un mitomane, o diciamo meglio il prodotto della mitopoiesis se non addirittura qualcosa di ancor più sofisticato? E se così fosse non sarebbe stato, il Cervantes, un poeta capace di eguagliare, se non superare, lo stesso William Shakespeare giudicato dagli spagnoli troppo melenso ovvero, secondo altri, troppo elisabettiano: cioè al servizio di Sua Maestà Elisabetta I?

La cosa naturalmente non mi piacque (non mi piacque punto). Punto sul vivo mi venne da dirgliene quattro a quegli screanzati di bifolchi (nient’altro che bifolchi). Ma come si permettevano? Insultare il mio benefattore: non essendoci dubbio che se fossi riuscito a portare in porto l’impresa lei mi avrebbe ricompensato con almeno una Contea? Come osavano questi caproni? Si sentivano forti perché in quel momento erano sotto l’usbergo (non male l’usbergo) di una sorta di matto, oppure erano pronti ad arruolarsi in quella che già con un certo anticipo veniva chiamata Invincibile Armada?

Come che sia non ingaggiai alcuna lotta con loro: troppo impari per me privo com’ero di armi tranne la favella e la tecnica da attore appresa da lei. L’ebbi comunque vinta. Ma aspetti di sapere la conclusione della mia esplorazione in terra di Spagna in quanto ne ho ancora di storie da narrarle.

Per prima cosa ritorniamo al naufragio appena avvistate le coste del Golfo di Biscaglia. Che sia stato a causa di un fortunale non potrei escluderlo ma neanche asseverarlo con certezza. Il fatto è che malgrado il tempo fosse inclemente, i lampi si susseguissero con cadenza cronometrica, la barra del timone non ce la facesse a reggere i marosi e scricchiolava mettendo addosso all’equipaggio una paura da farsela addosso, io dormivo placidamente nella mia cuccetta che dondolava come fosse un’amaca.

Fu solo quando fu lanciato il Si salvi chi può che prontamente scesi dal letto, indossai la vestaglia (mai farsi vedere in pigiama o addirittura in mutande dalla ciurma!), mi infilai il salvagente soffiando attraverso i tubi di gomma perché mi tenessero meglio a galla e mi tuffai. Sarà perché era buio; sarà perché il vascello (come noi lo chiamammo alla partenza per ragioni beneauguranti sebbene non fosse che una semplice galea) presumibilmente si era incagliato in qualche secca improvvisamente affiorata per una scossa tellurica, certo è che sembrava non ci fosse scampo: addio al progetto di portare in patria una copia del Don Chisciotte e magari – sia pure stenografato – il testo dell’intervista al cavaliere errante.

Le cose per fortuna non andarono così, per come si è visto all’inizio; il peggio doveva ancora venire. E difatti venne allorquando con l’alta marea la barca riprese ad oscillare; avemmo il tempo di coprire la falla; rattoppare le vele; bere mezzo litro a testa di cordiale per riprenderci dallo shock. Credo che non abbiamo fatto più di qualche miglio marino tra delfini che ci indicavano la rotta e gabbiani che razzolavano ciò che potevano della roba buttata da noi in mare perché andata a male, ed ecco l’avvistaggio e l’arrembaggio dei pirati. Loro, armati di tutto punto (qualcuno con il kriss tra i denti); noi armati solo di pazienza e di quel poco di coraggio rimastoci a seguito del naufragio. La lotta non fu nemmeno impari, anzi non fu neanche accennata la resistenza. Pochi minuti dopo il trasbordo sulla loro nave da corsa fummo ammanettati, ammutoliti a mezzo di bende che ci tappano la bocca e con i remi in mano per andare più veloci. Quando però quei farabutti ebbero a sapere chi io fossi (il capo della spedizione) e lo scopo del mio trovarmi lì, in acque internazionali (e perciò non tutelati da alcuna convenzione), ebbero per me un occhio di riguardo epperò finimmo comunque tutti quanti a Tangeri.

Ricorderà che in questa amena cittadina non stiedi proprio tanto male se si pensi alle festicciole, cui fui invitato, a base di pollo alla diavola che ovviamente mi facevano salire il sangue alla testa anche perché allietati da donne in costume adamitico le quali non smettono di ancheggiare se prima non si sarà spenta l’eco dell’ultima nota dei tamburi e delle nacchere. Naturalmente come ospite d’onore io siedo accanto al Bey – entrambi su dei cuscini damascati e serviti si può dire a latte e miele vuoi nel senso che è vietato bere alcoolici ma non difettano caraffe di latte di cammella (ecco riaffacciarsi la cammella nel racconto che le sto facendo delle mie disavventure!) vuoi nell’altro. Lei obietterà, magari si dannerà l’anima per sapere quale sia l’altro senso, quello solitamente nascosto ed io di rimando domando a lei se non riesca a capirlo da solo visto che con le sue opere ha dimostrato di saperla piuttosto lunga.

Ma per troncare sul nascere qualsiasi disputa tra di noi ritorniamo al mio soggiorno a Tangeri dove di tanto in tanto – ed in attesa del riscatto che qualcuno dovrà pur pagare al Bey o al Barbanera – godo talvolta di una semilibertà. Cosa me ne faccio, si chiederà lei, se in tasca non ho un soldo, tutto requisito? Già! cosa me ne faccio? Fossi un uomo di teatro come lei potrei sedermi su uno dei gradini delle tante scalinate, attendere di vedere affacciarsi una giovinetta, sentirne la voce cantilenante (tipica del posto), immaginare di vederne il volto (pia illusione!), magari sognare di impalmarla pur di acquistare la cittadinanza del Marocco e in questo modo por fine alla mia detenzione.

Si richiederebbe la mia conversione? e perché no purché non accompagnata da abiura. Si vorrebbe che i miei figli frequentassero una scuola coranica e si esprimessero in arabo? Anche qui perché no: vuol dire che imparerò la lingua di Maometto, mi genufletterò cinque volte al dì (non male il ), farò le abluzioni (tutto di guadagnato considerato la mancanza di doccia nella cella assegnatami come temporanea dimora). Purtroppo però io non ho la sua vena; dalle poche cose fin qui descritte non potrei ricavarci né una commedia né una tragedia né sono troppo certo della disponibilità della giovinetta di cui sopra a togliersi il velo, mostrarmi il volto intero, lasciarmi indovinare cosa ci sta sotto (parlo del corpo, mica solo dello spirito).

E se rimanessi deluso perché non è poi troppo alta o snella? ecco la tragedia se si pensi che io sono un metro e novanta. E se magari ha raggiunto i sessanta (impossibile scoprirne la vera età se mostra solo gli occhi, di fuoco sicuramente; dalle saette che partono che è una bellezza e tutte cariche di tritolo da farmi esplodere il cervello al solo pensiero di leggerne le pagine d’amore che frattanto vi avrà scritto? ma questo non basta).

Come che sia, caro il mio Sir, non se ne fece nulla. Scaduto il tempo libero ritorno sistematicamente indietro per evitarmi la cella di rigore. Ovviamente però non perdo la speranza di ritornare a mettermi sulle peste del cavaliere a lei tanto caro al punto da volergli dedicare uno dei suoi poemi in prosa cui pare abbia già dato il titolo di Storia di Cardenio, vai a sapere il perché. A me ad ogni modo poco importa la ragione per la quale lei e un certo John Fletcher inseguite quella specie di miraggio quasi che nessun inglese sia capace di crearne uno eguale. Il mio compito è quello di rinvenire una copia del romanzo, anche meglio se manoscritta o autenticata dal Cervantes? e io a ciò mi attengo. Vuole pure l’intervista al cavaliere armato solo di lancia e illusioni, una volta che l’avrò scovato? ed io non sposto di una virgola l’incarico. In verità non nego mi piacerebbe scoprire le motivazioni del Sancho (diverse, chiaramente, da ciò che gli mette in testa lo scrittore e suo creatore: quando si dice essere sempre e solo uno il creatore!); il suo essere supino alla volontà dell’errante: lui che al massimo era solito errare da casa sua all’orto dove si reca a dorso di asino – paziente come tutti gli asini. A mio modo di vedere la Storia di Cardenio ne guadagnerebbe, ci sarebbe posto per le risate del popolino venuto a vedere lo spettacolo in cui non potrà non specchiarsi se di stampo contadino. Sostengo infatti che questa razza (unica razza padrona) ha bisogno di prendere coscienza del proprio stato. Chi meglio dunque di un Sancho spagnolo a dire loro chi sono.

Avverto il suo disappunto, a questo punto. Sto tergiversando, lo capisco. Sembra che io voglia muovere appunti alla sua drammaturgia, con riferimento alla Storia di Cardenio, ma Dio ne liberi. A tutt’altro in questo momento sto pensando, prigioniero come sono di pirati e smanie. Vorrei vedere lei al mio posto: ventotto anni molti dei quali passati a pescare squali; vigoria (bello il vigoria) da fare spavento perché son capace di infilarci in quelle bocche dotate di mandibole coperte da triplice ordine di denti aguzzi la testa, e fargli persino Buh! per spaventarli; una sete di donne, altro che fame e perciò ancor più insopportabile tanto che se ne vedo una in un depliant non smetto un attimo di farci sopra cattivi pensieri – ed ecco il perché il Bey mi ha assegnato una cella di tipo monacale senza però il conforto di un’annunciazione o una resurrezione. Cosa faccio allora, l’onanista? come suppongo sia la pratica del cavaliere errante, in cerca sì, però sempre frustrato dalla donna del cuore benché contadinella.

Vedo che a tal proposito lei mi redarguisce. In queste cose non devo entrarci per niente nella narrazione. Mi limiti a portare a compimento la missione e prima possibile perché il Cardenio è già in programmazione. Ed io a mia volta: “Ma, scusi, perché tanta fretta nel dare l’annunzio se né lei né il Fletcher avevate in mano il testo, il romanzo del Cervantes. Che forse vi sentivate totalmente sicuri della riuscita della mia impresa considerato il mio pedigree? E se per caso incappassi in una tempesta (di acqua, mica di fuoco); se a causa di una secca ci dovesse essere un naufragio – e lei non può sapere se i miei marinai sapranno cavarsela e rimettere in sesto la barca; se dovessimo essere intercettati da pirati e condotti schiavi in qualche porto del Mediterraneo come ad esempio Tangeri (una sorta di premonizione) come farà a rappresentare la vita la morte e i miracoli di Don Chisciotte? Dica, risponda, come farà”?

Riesco ad intuire quale sarà la risposta; io però la voglio sentire, e in modo ragionato, convincente.

“Sappia, mio buon amico” questo il preludio “che io e l’amico John, niente a che vedere con l’amico Fritz, siamo così dotati di poteri sovrannaturali, o meglio medianici, da poter parlare persino con i defunti, figuriamoci se non abbiamo quello di parlare con i personaggi immaginari. Lo abbiamo fatto anche con l’hidalgo spagnolo solo che lui prima si è trincerato dietro il silenzio (il silenzio è d’oro, come sa) per poi usare nelle risposte ai nostri quesiti una lingua a noi del tutto sconosciuta. Non voglio dire si sia trattato di un trucco; non voglio nemmeno sospettare sia stato, il suo, l’anticipazione, l’antivedere il mio proposito di affidare a lei l’incarico di andare a intervistarlo ove la nostra conversazione si fosse risolta in un nulla di fatto. Fatto sta che il suo ciambottare non ci fu di alcun aiuto tanto quanto ovviamente il suo silenzio. Lei conosce il detto: Di necessità virtù. Cos’altro avremmo potuto escogitare se non darle l’incarico che infatti le demmo e consegnarle un rotolo di carta bianca oltre a una manciata di monete d’oro da spendere alla bisogna? Con questo denaro lei affittò il veliero – poco più di una barca a vela stando al suo racconto. Diresse la prua verso il Golfo di Biscaglia. Mi sembrò di capire che, non avesse trovato la lepre (o era un coniglio?) nella zona basca tra Guernica e Bilbao, avrebbe proseguito le ricerche scalando i Pirenei.

Non so ancora come siano andate le cose ma si affretti a spiegarsi e soprattutto a mandarmi con un corriere espresso la copia del romanzo e la trascrizione in inglese dell’intervista al cavaliere. Come le ho detto appena sopra la cosa urge, la gente mormora, decoratori e falegnami son pronti a creare le scenografie sempreché capiscano quale debba essere l’ambientazione. La prego perciò quantomeno di cominciare a mandare via telex (servendosi, se del caso, del corrispondente del Times da Tangeri, il noto Walter Harris) qualcosa in grado di far capire a chi verrà ad assistere allo spettacolo che ci troviamo in Spagna, e preferibilmente nella provincia della Mancha (leggi Mancia)”.

Sento che freme. Chiede insistentemente che vengano scoperte le carte, senza indugio, senza infingimenti o per essere più precisi a viso scoperto (per riferirsi abbastanza scopertamente alle donne marocchine che avrei concupito durante il mio soggiorno coatto malgrado coperte e velate da farle sudare). Dai brividi che le scendono lungo la schiena capto però il desiderio di sentirmi andare avanti nella narrazione di aspetti fin qui inenarrati – e non perché siano inenarrabili – della mia avventura in terra maghrebina. Evidentemente starà pensando che a tutto concedere qualche spunto per la sua opera potrei offrirglielo io ove non fossi in grado di recapitarle quanto a me richiesto. L’idea non mi sembra del tutto balzana essendo che (formula arcaica ma ancora passibile di essere usata) in tema di donne incorporee come la Dulcinea del nostro cavaliere qualcosa la sto sperimentando da quando son qui. Né difettano i mulini e i mulinelli in considerazione della posizione geografica in cui i venti la fanno quasi a cazzotti – e ciò spiega la piega degli eventi vissuti da Ulisse nell’attraversamento delle colonne di Ercole. Che poi costui sia stato da queste parti mi sembra una fola ma basta crederci. Mi crederà dunque se accenno a una delle tante scorrerie che mi furono consentite dal Bey in terra d’Africa, alla confluenza del Mediterraneo con l’Oceano Atlantico dove sono capitato mio malgrado.

Un giorno sono seduto al mio desco da ciabattino – mai umiliazione fu così grande nella mia vita da avventuriero – e sto riparandomi le scarpe, le uniche scarpe rimastemi, quelle ai piedi, a causa del naufragio. Con me ci sono solo la clessidra per misurare il tempo che mi ci vuole e una candela tanto consumata da non essere altro che un moccolo. Sento bussare. Mi alzo ed apro, tirando da una parte il chiavistello. Entra un uomo con i baffi spioventi e bandoliera. È il capo dei carcerieri. Mi dice che è scappato un prigioniero. In questi giorni in città ci sarebbe una epidemia di peste (o forse di colera, non ricordo bene). Gli agenti in servizio sono tutti a letto con la febbre alta; quelli della riserva fanno sapere di essere in convalescenza. L’unica cosa perciò che sia in grado di fare è reclutare agenti tra i detenuti purché abbiano tenuto buona condotta. Io sono l’unico: tutti gli altri sono ribaldi o ribelli invisi al Sultano e da loro ricambiato. “Non vorrà accompagnarmi tra le viuzze e rouelles di Tangeri a caccia dell’ex recluso? So dove, e cosa starà facendo essendo stato un habituè dell’English Pub al numero quattro di rue Sorolla. Ho il sospetto che sia gay e quindi cosa di meglio. Poiché io non parlo inglese ho bisogno di uno come lei. È anche possibile che lei gli strappi, prima di averlo arrestato, qualche confidenza sul suo oggetto del desiderio, ovverosia il cavaliere errante. Si munisca di trinchetto perché io la pistola non gliela posso consegnare nemmeno scarica. Come premio – se tutto va bene – avrà una riduzione di pena di qualche mese e niente più riparare scarpe”.

“Qualche mese”? faccio io. “Ma quant’è che volete tenermi qui in queste condizioni subumane – non fosse che ogni tanto, nell’ora d’aria mi portate nel souk ad assistere a contrattazioni esasperanti per quanto sono lunghe, o in alternativa a vedere uno spettacolo di danza del ventre: un’autentica tortura”?

“Senta, signor mio”, mi risponde con deferenza (ritengo perché abbia assoluto bisogno di una spalla per l’ipotesi che riusciamo a mettere le mani addosso al fuggitivo) “qui si fa la patria o si muore, nel senso” mi spiega “che a decidere con assoluta discrezione sarà il Bey di concerto con il Barbanera. In fondo, se lei è tuttora in questo stato pietoso, barba e capelli alla Robinson Crusoe” (ma come faceva ad immaginarselo se il De Foe il libro non l’aveva ancora scritto?) “la colpa è di colui che lei si ostina a dichiarare essere il suo committente – ed altresì benefattore ad impresa conclusa. Lasci perdere perciò le aspettative di rivedere il cielo di Londra al più presto perché manca qualsiasi avvisaglia di riscatto. Si aggreghi a me, mi dia una mano. Vedrà, Allah gliene renderà merito”.

Sa, caro il mio Sir William, cosa me ne venne una volta rientrato in sede col nostro prigioniero ormai rassegnato a finire i suoi giorni in carcere; e attraverso la finestrella vedere e sentire i cantastorie esibirsi nella mechouar, la corte antistante all’edificio, con l’intento di incantare gli spettatori e raccogliere qualche spicciolo di dirham?

Dice di non saperlo ma suppongo che menta. Ed infatti se ben ricordo in un primo tempo fu chiesto dal Barbanera, venuto fin dentro il Tamigi a proporre il baratto, un sacchetto di polvere d’oro proveniente dai saccheggi operati dall’ammiraglio Drake lungo le coste della Bolivia (o forse erano i Caraibi). Successivamente, a seguito della mia partecipazione attiva alla cattura del fuggiasco (si vociferò che la cattura fu resa facile perché questi, all’English Pub né altrove, trovò il suo compagno di un tempo: delusione d’amore dunque fu, si direbbe con uno stilema linguistico da Commedia all’italiana) il compenso richiesto si ridusse della metà. Se mi aveste dato tempo e le circostanze si fossero presentate ancora una volta favorevoli lei e il Fletcher ve la sareste cavata con qualcosa come un pranzo di gala da offrire al Sultano e al suo harem di trecento mogli nonché alla ciurma del Barbanera. Costui però non sarebbe venuto; mai e poi mai avrebbe lasciato la sua ammiraglia. L’avevo fatto una sola volta e l’aveva trovata, al suo ritorno dalle Antille, affondata.

Vede, non è che io nel raccontarle queste cose voglia attribuirmi qualche merito o minimizzare il suo apporto alla mia liberazione – benché voci sono corse secondo le quali il riscatto fu pagato, magari su suo ordine e salvo regolare la questione attraverso la Banca di Inghilterra e l’Ambasciata inglese, dagli orefici ed argentieri della mellah (loro poi dissero che quel riscatto era stato pagato a sangue di papa). È certo comunque che io una mano l’ho data, e si sa che una mano lava l’altra. Se ora perciò la sto facendo penare perché vuole sapere se una volta entrato nel cuore della Spagna sono riuscito a trovare – magari tra i remainders – la copia del Don Chisciotte tanto agognata, non me ne abbia. È ben chiaro che se io sciogliessi subito l’enigma, le spifferassi la verità senza ammantarla di suspense non solo non ci sarebbe sugo ma mi sarei precluso di farle tutte le confidenze con le quali ho riempito fin qui le pagine che precedono. Abbia pertanto la compiacenza di scendere dal pulpito, mettersi a sedere sui banchi dei normali ascoltatori di sermoni, bersi le mie parole come fossero giulebbe.

“Non comprende? Non ha notizia di cosa sia il giulebbe? Sfido io, con quel clima che abbiamo in Inghilterra altro che Pan di Spagna, altro che cacao e cioccolata riusciamo a mettere insieme per una Setteveli (niente a che vedere con quelli destinati a coprire le carni delle donne del Sultano e giù giù fino a tutte le altre, arabe o berbere che siano); altro che sapori afrodisiaci. Bisogna venire qua, restarci per qualche tempo – preferibilmente liberi di muoversi per souk all’interno della kasbah, a sua volta all’interno della Medina. L’odore dello zafferano prevale su quello del cinnamomo; questo sullo zenzero; su tutti questi profumi poi si eleva la parola e il canto del muezzin.

Sapesse, caro il mio Willie (mi perdoni la confidenza), quante sono le volte che ebbi a commuovermi sentendo quella voce cantilenante invitare alla preghiera; e quante le altre in cui ho semplicemente immaginato (essendo la mia cella sprovvista di schermo televisivo seppure sapessi in parte ma solo in parte supplire appunto con la mia immaginazione) gente che si ferma, spegne l’orologio, si china, poggia la fronte sul selciato (dove magari poco prima sarà passato l’asino di Sancho), alza poi la testa per quindi tornare ad assumere la posizione di prima ormai tutto intriso di buoni propositi. Fossi stato con loro avrei pregato il mio vicino di aiutarmi a guadagnare la via del porto. Sono sicuro di quel che dico, l’avrei avuto al mio fianco mentre guadagno una delle porte della città, arabescate come tutte le altre e con delle scritte sufiche in alto, assolutamente indecifrabili. Ci saremmo stretti le mani nel lasciarci quasi fossimo divenuti fratelli. Ovvio comunque che una volta giunto a destinazione con il mio prezioso carico le avrei chiesto un supplemento di ricompensa per il mio amico Mohamed. Dimenticavo però di dirle che durante le giornate in cui non avevo altro da fare passavo il tempo a contare, nella pagine bianche dell’elenco telefonico, quanti ce ne fossero di persone con quel nome ed arrivai a quota sessantottomila. Difficile dunque pervenire al mio probabile salvatore ove fossi stato nella spianata a pregare senza avergli chiesto quale il suo cognome e quale l’indirizzo. Davvero non avrei saputo come ricompensarlo di ciò che in francese assume il senso del beau geste.

Ciance, dice lei, nient’altro che ciance, nevvero? Un modo come fare aumentare la tensione se non addirittura la febbre. Embè! che forse lei, con la viscerale voglia di fare tombola, di occuparsi altresì di un personaggio farneticante, non mi ha fatto venire la febbre e più precisamente quella da cavallo (per restare nel tema del Don Chisciotte)? Senza tema di smentita (perché lo dicono i referti medici, le cartelle cliniche, i dispacci inviati a lei e al Fletcher perché vi sbrighiate a pagare) raggiunse quota quaranta gradi tanto da essere tenuto in quarantena per evitare il contagio con la popolazione reclusa e secondini. Secondo me è pure possibile che mi dessero qualche infuso per farmela alzare (“Si impietosiranno alla fine, i due cialtroni, e manderanno l’oro zecchino”, sentivo che dicevano, attraverso lo spioncino, i capi in visita al carcere). Spesso infatti è solo dopo avere bevuto un tè ai pinoli o alla menta coltivata dai berberi sul Rif che notavo il mercurio salire vertiginosamente, cominciando ovviamente a preoccuparmi al punto che il mercurio talvolta spaccava il vetro del termometro e perciò dovevo in seguito ripulire la cella servendomi di acqua, sapone e stracci.

E lei invece, seppure non in soffitta a meditare su come mettere paura agli anglosassoni portandoli a teatro, che se ne sta in panciolle a passeggiare in giardino quando io è grasso che cola se ho ai piedi un paio di babouche. È vita questa? dica lei; è vita quella che mi è stata riservata dalla sorte in terra marocchina per avere accettato di dare la caccia a un libro e a un cavaliere più che folle d’amore letteralmente impazzito?

Non risponde, eh! Non ha il coraggio di farlo. Oso pensare che si sarà pure pentito di avermi mandato allo sbaraglio con appena un pugno di prodi i quali però si sono comportati da miserabili alla vista dei pirati. Sussurra che non è colpa sua, sono io che li ho scelti come equipaggio del barcobestia, ed è vero; ma io che ne sapevo che il Golfo di Biscaglia era infestato di quel tipo di gente lì. Lei, al contrario di tanti altri, uomo di lettere, solito leggere sulla stampa le previsioni del tempo, esperto nella lettura del barometro, nessun segreto sulla croce dei venti quand’anche non lo sapesse avrebbe potuto informarsi contattando qualche lupo di mare o capitano di pescherecci usi andare in quel golfo perché più pescoso di altri. Le avrebbero risposto: “Lasci perdere, faccia approdare la nave” (ma quale nave!) “da qualche altra parte, un po’ più lontano dai paesi baschi che già di per sé sono portati ad affondare qualsiasi proposito di metterci una pietra sopra le tensioni culturali, linguistiche e razziali tra loro e i castigliani. Sicuramente il capo della sua missione – che lei mi dice essere un giovane di ventotto anni, dallo spirito avventuroso, desideroso di consegnare alla storia il suo nome quale unico intervistatore di quel certo Don Chisciotte dal quale lei vorrebbe ricavare una trama da dare in pasto ai suoi spettatori sotto forma di teatro, cose da pazzi – avrebbe probabilmente maggiore difficoltà a rintracciarlo ma quanti pericoli in meno. Mi ascolti, gli dia delle carte sbagliate, e se proprio non vuole dargliene gli camuffi la bussola. Faccia riferimento a un certo capo e a un faro. Gli suggerisca pure di tenersi sotto costa per far prima ad accostare ove paventasse un imminente pericolo” (non male il paventasse). “Insomma gli indichi una strada un tantino più maestra”.

Cosa fa, invece e di contro, il drammaturgo a corto di ispirazione o notizie di persone fuori dal comune? Mi manda là dove ci sono tempeste e marosi, secche e scogli, e nessuna cosa che avvisi i naviganti come ad esempio un faro. Ecco allora il naufragio e tutto il resto. Questo perché? perché se approdo sano e salvo in terra basca potrò trovare più celermente l’hidalgo (quello che alcuni del posto chiamano pure Principe delle tenebre in quanto è solito stagliarsi di notte contro la luna e ululare come un lupo mannaro: vedete un po’ quanto sono privi di fantasia i bifolchi); se i flutti invece mi risucchiano al fondo e non c’è più verso di ritornare a galla peggio per me ma almeno lui, il Bardo, avrà di che parlare nella prossima tragedia.

“Figlio di un cane, bastardo! altro che Bardo. Sono questi i suoi calcoli, mandare cioè a sicura morte un poveretto illuso che ne esista un altro uguale a lui sebbene più intrigante per quel certo suo filosofare di giustizia e cose del genere nella cui difesa si erge – e intanto pontifica a un terzo poveretto che, remissivo, lo segue a bordo di un somaro? È così che ci si comporta? Non conoscono dunque limiti di sorta le sue ambizioni di diventare il re della tragedia? Ma non ne aveva già scritte abbastanza – e terrorizzato i suoi spettatori tutti paganti: cose da sciocchi se si pensi che stanotte non si dorme? Vero è che questo Don Chisciotte non si presta ad essere personaggio da tragedia – e non a caso il progetto prevede che il pezzo si chiami Storia di Cardenio – ed altrettanto vero quanto in questo momento non ci siano figure esemplari delle quali narrare le gesta ma proprio uno sfasato e per giunta inafferrabile doveva scegliere per il nuovo lavoro da portare al Globe?

Il mondo, il globo appunto, è così grande che altro che un pinco pallino qualsiasi avrebbe trovato, avesse fatto le debite ricerche. Ed invece lei, sig. Willie, sente in strada parlare due persone vestite da cavalieri con gambali e cappello con piuma paragonarsi ad un altrettale cavaliere spagnolo e proporsi di sfidarlo a singolar tenzone. Non fosse passato di là, non avesse ascoltato (l’orecchio sempre attento a cogliere il minimo indizio del fatto nuovo) quei discorsi, diciamolo pure, persi; non le si fosse subito attizzato il fuoco del furore creativo me ne starei magari ad uno dei moli sul Tamigi in attesa di essere assoldato per una qualche battaglia epica (l’ultima delle quali combattuta dalla marina militare di Sua Maestà Britannica nei Dardanelli). Non starei perciò a recriminare la mancata mia liberazione in tempi brevi”.

Fatto comunque questo sfogo provo a passare ad altro fiducioso nella sua comprensione del mio stato d’animo. Pare che lei ne abbia più di una volta offerto un saggio e si citano le fonti. Quali le fonti? si interroga, come non fosse stato proprio lei a scriverle di sana pianta buttandole quindi in pasto ai creduloni a prezzi scontati: qualcuno dice uno scellino, altri mezza corona, solo alcuni una corona intera. Si racconta che i pamphlets andarono a ruba, certi suoi pensieri diventarono motti, più di uno si trasformò in proverbi, si coniarono perfino monete che riproducono la sua effigie con il proposito di rendere tutti più dotti, comprensivi. Fu perciò, quello, un periodo di affratellamento quale mai si era registrato in Gran Bretagna, caratterizzato appunto dal vogliamoci bene, amiamoci nel nome del bene comune e così fu.

Intanto però io languo, in catene come sono durante la notte perché temono che scappi; tenuto a stecchetto; con appena una ciotola piena d’acqua per estinguere la sete di sapere come mai sono andato a cacciarmi in cotale guaio (divertente il cotale). Cosa mi sarei aspettato dunque, oltre a un improbabile atto di clemenza del Bey? che lei finalmente scucisse le ghinee che le chiedono per il mio riscatto e mi lasciasse ritornare se non proprio in Biscaglia quantomeno nella Mancia dove pare il nostro cavaliere si annidi. Vana speranza però la mia finché un giorno – mezzaluna e una stella a fare chiarore secondo ciò che riesco a vedere dallo spioncino – mi butto a capofitto là dove credo ci siano scogli e dopo avere divelto la porta di legno massiccio. Fortunatamente quelli sono sì scogli ma di gommapiuma. In breve, presi il largo; salii su una boa alla quale era attraccato un caicco; disarmai con un colpo di karatè il guardiano che stupidamente se ne stava a poppa quando il pericolo dell’arrembaggio poteva provenire solo da prua; buttai a mare l’incomodo e alzai le vele. Poche ore dopo sono ad Algeçiras ma il resto per ora non glielo racconto, non ci penso proprio. Prima infatti dovrà sorbirsi tutte le altre mie peripezie in terra mahomettana, sia lodato Allah.

Ordunque ricorderà, mio signore, quanto forma oggetto dell’inseguimento e cattura della cammella da latte (ho dimenticato in precedenza di specificare che si trattava di una giovane cammella dalla carne fresca e tenera come quella di una vitellina da latte, si fosse proceduto a macellarla: cosa in effetti né prevista né avvenuta). Ebbene se quella avventura si concluse per il meglio stessa cosa non accadde allorché mi ingaggiarono per cercare in tutti i modi (camuffato o meno che fosse) una sorta di sosia del nostro hidalgo. Costui era in verità più un facinoroso che un cavaliere errante: diciamo meglio che altro non era se non un attaccabrighe il quale risolveva le contese dando di piatto con una spada di latta invece che di punta con la lancia. Va detto infatti che né Toledo aveva mai venduto a quei masnadieri di Tangeri e dintorni – compreso il Bey e Barbanera – le famose spade che in quella città si forgiavano né alcun altro spagnolo aveva loro venduto il brevetto della lancia.

Non troppo difficile dunque l’impresa. Sarebbe bastato intercettarlo solo che costui (dove qui ci sta davvero bene il costui) si era rifugiato nel Rif e godendo dell’ospitalità dei produttori di kif, altro che prenderlo al laccio come si fa con i conigli sarebbe stato possibile. Ad ogni modo, essendo io dotato di arguzia (ciò dicevano le mie credenziali a caratteri cubitali con tanto di timbro e ceralacca, benché in atto nelle mani dei miei carcerieri) preparai il piano, chiesi duemilatrecento soldati in sottordine e ai miei comandi; vettovaglie per un mese; motocarrozzette (in Marocco chiamate sidecar); cornamuse da affidare a un reparto scelto di arabi in tutto somiglianti a scozzesi e quindi via. Sguinzagliati che furono i miei uomini mi misi a dorso di un dromedario vestito di una jallabah pressocché simile a un sudario; in testa un cappello di sughero tipo coloniale invece del turbante o del colbacco. Così conciato diressi l’operazione parte a gesti e parte con urla per costringere i soldati ad ubbidirmi. Tuttora però non so come mai non sia riuscito ad acciuffare il manigoldo malgrado l’abbia più volte inquadrato perfettamente in una delle due lenti del binocolo ed in un caso addirittura nel mirino della carabina.

Quale fu la conclusione? In cosa si trasformarono le ricerche se non in pive nel sacco? Glielo lascio immaginare, anzi glielo dico senza peli sulla lingua. La spedizione, infruttuosa, era costata centododicimila dirham (di quelli antisvalutazione). “È segno che il suo Sir” mi fece il Bey “se vuole indietro il suo prezioso captivo” (usò proprio questo termine latino imparato chi sa dove) “dovrà sborsare un malloppo comprensivo anche del costo dell’impresa andata a male. E speriamo che il nostro hidalgo non continui a fare cose da matti altrimenti il costo del riscatto salirà ancora di più alle stelle”.

Capirà, mio caro Willie, come il mio sconforto dopo queste parole velate di minaccia – terribili comunque – ebbe a raggiungere subito il diapason. Cominciai a vedere sempre più scuro nel mio futuro vuoi perché non ero troppo sicuro che lei avesse tutti quegli sghei e vuoi perché le cronache scrivevano quanto lei fosse spilorcio. Fu tuttavia a questo punto che mi venne la felice idea di rivolgermi direttamente alla regina. Come feci? domanda. Risposta, semplicissimo. Addestrai un uccello selvatico. Gli insegnai i trucchi del mestiere come colombo viaggiatore. Gli legai alla zampa il biglietto con la supplica e gli ingiunsi di tornare prima che scadesse l’ultimatum dei sei mesi di detenzione. So che l’uccello arrivò a destinazione, sia pure trafelato. Mi si disse che la regina volle prima parlare con lei per sapere cosa ci fosse di vero nel messaggio. Alla fine decise di iniziare la trattativa, presumo al ribasso. Intanto però io dentro sono e dentro resto.

Come passo il tempo frattanto? Ci fosse stato lei al mio posto – e fosse stato fornito di carta e penna – ne avrebbe avuto di cose da scrivere: sarebbe bastato prestare orecchio ai sussurri e ai sospiri delle guardie nel vedere passare giù da basso una donna quand’anche e soltanto diretta a casa dove l’aspetta una farina di semola per farne polenta (o in alternativa couscous arricchito di carne di montone). Nell’aria infatti si spande un profumo da svenire – e spesso si sente un tonfo: segno che una guardia nel tentativo di approssimarsi quanto più può agli odori da cucina dove magari sta bollendo carne da brodo mette un piede in fallo e vola giù. È così frequente la cosa che il Bey ha ordinato di sostituire appunto gli scogli con materassi di gommapiuma come già detto a proposito della mia fuga finalmente riuscita. Mi domanderà però lei, meno fantasioso di quanto si possa credere, come avrei fatto a uscire dalla cella se ben fornita di porta in legno massiccio e a doppia mandata. Guardi, potrei dirle una menzogna per risparmiare il mio guardiano: lui, complice della mia evasione. Preferisco invece esporre la nuda e cruda verità (semplicemente perché il poveretto è morto giorni addietro di colera). Eccola allora questa verità.

Una mattina, prima che il gallo canti, Youssuf (questo il suo nome mentre il numero di matricola è 000012, nel senso di uno che si è arruolato dopo i primi undici sudditi del Bey al quale hanno prestato giuramento), morto di freddo lassù nella garitta mi viene a trovare vuoi per avere del tabacco da pipa e vuoi per farsi raccontare qualcosa di incredibile. Io tabacco non ne ho (tutto requisito subito dopo l’arrembaggio, compresa la pipa: unica prova attuale che sono un fumatore i denti di un giallo alla nicotina quasi fossi già un lupo di mare); di storie però ne posso raccontare a josa (termine intraducibile in arabo sicché lo dovetti cambiare nel più prosaico molte). Iniziai con quelle che mi vennero subito in mente, cioè le più trite, e mi disse di conoscerle. Passai alla saga dei Forsyth e cominciò a russare. Anche peggio allorché accennai ai templari. Infine indovinai la mossa da scacco matto.

Ebbene, prima che la gallina faccia coccodè in risposta al richiamo del gallo ci siamo. Il guardiano ascolta l’inizio del Don Chisciotte e si inebria dando evidenti segni di stare per impersonare l’hidalgo spagnolo atteggiandosi a difensore della fede visto che non c’è una Dulcinea a portata di mano. Ripete continuamente Guai ai vinti mentre agita in aria una copia del Corano in formato ridotto: il formato adatto alle guardie del penitenziario perché non gli sformino le tasche. Preso com’è non si avvede che io gli sto sfilando dalla cintura la chiave (e per essere più sicuro gli porto via pure il piede di porco – che a Tangeri chiamano grimaldello). Non fece in tempo Youssuf a uscire dalla mia gabbia che fui fuori anch’io. Fortuna che diede l’anima a Dio di lì a qualche giorno in modo naturale altrimenti sarebbe seguita la rituale impiccagione.

Soddisfatto, Sir William? Le è piaciuto il racconto della mia evasione alla Montecristo? Non le pare suscettibile di essere tramutata in tragedia sia pure a lieto fine: anche se lei non è stato ancora messo al corrente del lieto fine? Dice che no, non si presta una narrazione, che sa di picaresco, a divenire trama di un’opera teatrale (forse perché, sospetto io, non c’è nel mio racconto nessuno che trami nell’ombra). Ben altro ci vuole per tenere desta l’attenzione e la notte piena di incubi. Inoltre non c’è nemmeno morale che tenga, come nel caso di Macbeth, o tormenti insolubili come nell’insonnia di Amleto. Gli spettatori si alzerebbero a metà rappresentazione e forse meno; rumoreggerebbero; chiederebbero indietro il costo del biglietto; forse anche fischierebbero autore e regista. E poi, a chi affidare la parte dell’inviato speciale in terra di Spagna, malauguratamente finito nelle grinfie di Barbanera e successivamente nelle segrete di sua Maestà il Bey di Tangeri, se non a questo sbruffone (immagino si stia parlando di me) che altro non sa fare se non scrivere balle, menare il can per l’aia, dilungarsi a proposito e sproposito, entrare ed uscire dal racconto a suo piacimento senza fin qui riferire se il cavaliere della Mancia l’abbia incontrato e quale sarebbe il resoconto dell’intervista. Nessun altro potrebbe stare nei suoi panni tanto inverosimile appare ciò che narra; troppo lontano dal nostro stare al mondo come inglesi, la sua prigionia, in quanto semmai è sempre toccato a noi fare prigioni; molto più che fantasioso il suo enumerare avventure a caccia di cammelle e poco ci manca che ci parli di caccia alle farfalle. “Mi spiace Thomas ma io – William Shakespeare per volontà della regina – non ci casco. Mi attendo qualcosa di più credibile, più realistico, in sintonia con il nostro gusto e meno con il gusto del favoloso e favolistico Medio Oriente cui non può non essersi ispirato Miguel Cervantes. Che faccia dunque del suo meglio a rendere adatta al nostro teatro la narrazione, mettendoci ove del caso uno Shylock se ne avesse intravisto uno simile nella Mellah di Tangeri. Per essere più sintetici possibile provi a raccontare più fatti e meno bubbole”.

Ed io che al contrario speravo di iniettare nel realismo inglese (tutt’affatto diverso da quello sovietico o da quello magico alla Garçia Marquez) qualcosa di meno truce di ciò che ha caratterizzato il suo teatro elisabettiano. Io che mi ero illuso di renderlo più umano, più a misura d’uomo e non necessariamente pirandelliano quanto a doppia personalità e introspezione psico-pedagogica. Sempre io che pensavo di prendere le redini in mano e condurre il popolo anglosassone a un incontro ravvicinato – non proprio del terzo tipo – con il nostro Don Chisciotte! Cos’è che non ha funzionato, caro il mio sir; e perché mi ha mandato quasi allo sbaraglio in terra di Spagna se lo scopo non era quello al quale ho appena accennato e che mi ha guidato similmente alla stella cometa di evangelica invenzione? Non sarà che con la Storia di Cardenio lei intendesse addomesticare vita e opere del cavaliere iberico per evitare il suo assurgere a mito in contrapposizione a quelli nordici tipo normanno o vichingo ai quali il nostro popolo ha sempre inteso ispirarsi? E non sarà pure questa la ragione della scomparsa del testo, una volta portato sulle scene e fatte le repliche con un numero sempre maggiore di spettatori in quanto lei in quella prima versione ebbe a trattare il Mancego esattamente come lo vedevano gli spagnoli?

Tace. Forse è anche pentito di avere dato corpo a quell’opera. Sospetto che sia stato proprio lei a bruciare testo ed arredi, sceneggiatura e quinte considerato il troppo successo che il lavoro sta avendo. Non posso nemmeno escludere la censura – che da noi inglesi sta per inquisizione. Per essere sincero non ho compulsato la stampa dell’epoca ma alcuni estratti mi sono stati recapitati già quando ero recluso: sempre a mezzo del piccione viaggiatore. Noto però che lei storce il muso. Come sarebbe possibile una notizia del genere se alla Storia di Cardenio non avrebbe neanche messo mano tant’è che per avere notizie di prima mano mi ha spedito in Spagna con il compito di portare in Inghilterra copia del romanzo e fare una lunga e dettagliata intervista al Cavaliere della Mancia?

E no, caro signore, io non ci casco. Lei è sicuramente astuto ma io non lo sono da meno. So bene quanto un letterato sia capace di creare dal nulla – altrimenti che letterato sarebbe; io stesso sono abituato a scrivere storie prima ancora di essere andato a visitare luoghi o conoscere personaggi. La fantasia è ciò che distingue l’uomo della strada dal novelliere, dal paroliere, dal fromboliere: in una parola dal narratore. Benché giovanissimo – ventotto anni – mi sono versato più di una volta in pagine di narratologia. Sono perciò ferrato, tetragono alle influenze, misurato nella scelta dei vocaboli come insegna quell’arte. Fosse per me non avrei scritto in forma logorroica alcune delle sue opere; mi sarei limitato all’essenziale, evitato le ridondanze, troppo pesanti i dialoghi, spesso arzigogolati per mostrare la sua padronanza del mestiere. In quanto, me lo lasci dire, lei non era altro che un mestierante.

“Mestierante a me”? Sento che urla e intanto diventa paonazzo. “Pezzo di maiale, anzi cotica di maiale! Buzzurro, scalcinato, morto di fame, avanzo di galera! È là che resterà fino a quando non avrà tirato le cuoia! Sa, vuol sapere cosa le prometto in cambio delle sue insolenze? una gragnuola di colpi al basso ventre là dove l’inguine si incava per dare spazio ai genitali. Questo, e solo questo, è ciò che la gente come lei merita solo che non sarò io a scagliare la prima pietra – recte cazzotti – perché assolderò chi è capace di andarci con la mano pesante. E dire che il pedigree diceva di lei – forse meglio darti del tu stante che il lei si addice ai gentiluomini, a chi abbia natali meno plebei – avere fiuto, sapere stare al mondo. E invece cosa ci trovo sotto quel corpaccione da spadaccino alla Athos (senza però la spada del moschettiere perché non avrai nemmeno seguito un corso da principiante)? uno screanzato, un pappamolle. Povero me, il Sir per eccellenza, caduto così in basso; alla mercè di un falsario, un vagabondo, una sorta di eretico che meglio sarebbe affidare a chi è capace di strappare la lingua pur di ricevere la confessione del peccato. Non mi si dica perciò di spendere una sola ghinea per la sua liberazione. Piuttosto rinunzio a scrivere la Storia di Cardenio”.

Tutta mia la ricostruzione delle sue escandescenze nel sentirsi dare del mestierante? O verosimilmente la sua ira avrebbe assunto questi toni, diciamolo pure, non troppo pacati e scarsamente appartenenti ai modi di un Sir: per giunta insignito del titolo dopo che attorno alla fronte proprio la regina ebbe a posarle una corona di alloro (essendo ovvio che le perle le tenne tutte per sé)? Non sarà che il mio scopo – troppo scopertamente – vuole farlo discendere dall’empireo esattamente come Miguel Cervantes ha inteso fare con l’emblema del cavaliere medievale trasformandolo nel cavaliere più buffo che mai mente umana sia riuscita a descrivere? E se così fosse, non dovrei pentirmi dell’ardire se si pensi alla posizione privilegiata che nell’Olimpo viene comunemente assegnata al più nobile uomo di teatro dopo Sofocle, Euripide o Aristofane tanto per non andare più a fondo nel tentare di pescare tra coloro dei quali non è rimasto né una strofa né un rigo, e nemmeno il titolo di una loro tragedia: forse colpa dei monaci benedettini (benedetta sia la loro anima, ad ogni modo, per essersi trasformati in copisti scegliendo tuttavia fior da fiore secondo inclinazioni e visioni preferibilmente paradisiache)?

Sto quasi per farlo, spinto dal principio secondo cui un pentimento vale quanto un ravvedimento se non più. Sono sul punto di chiederle venia per avere osato demistificare, fare scendere in terra l’angelo sterminatore (il nobile Sir William Shakespeare) allorché mi ricordo che sono tuttora su una boa, dopo la fuga dal luogo di penitenza e detenzione; non ancora sul barcobestia alla fonda; non ancora alle prese con l’unico uomo dell’equipaggio rimasto a bordo a lasciarsi dondolare dalle onde perché il sonno in questi casi cala sempre meglio. Mi ricordo cioè che né ho preso possesso dell’imbarcazione – a seguito della colluttazione – né ho diretto la prua verso la costa meridionale della Spagna, o meglio il possedimento inglese noto come la rocca di Gibilterra, per essere ancora più chiaro. C’è altresì (non male l’altresì) che lei vorrebbe sfrondata la narrazione degli inutili dettagli e che io entri nel vivo della caccia a Don Chisciotte, del quale in verità in questo momento non so né poco né punto quanto al luogo in cui si troverebbe e a fare cosa. Non abbia però troppa fretta, caro il mio signore. Dovrò pure guadagnarmi la pagnotta. Non escludo neanche che questo racconto vada ad integrare l’opera dello scultore di Salamanca (se il Cervantes è nato a Salamanca). Vuol mettere infatti quanto a lui e al Don Chisciotte gliene verrà se si saprà che il romanzo che canta le gesta del cavaliere errante ebbe una fortunosa replica teatrale ad opera del più grande drammaturgo dopo i già detti tragediografi e commediografi greci? Si metta perciò seduto; inforchi gli occhiali (benché nessuno, nella ritrattistica che lo riguarda, come già detto, gliene abbia mai visto inforcare un paio); aspiri, se vuole, anche un po’ di tabacco da naso ove sia costipato; attenda magari il chiarore della luna per rendere l’atmosfera più soft (bello il soft), più adatta all’impresa di sapere come va a finire. Non avrà da pentirsene, sa. Andrà addirittura in solluchero all’esito perché ho delle sorprese da offrirle.

“Quali”? chiede subito, immantinente, proprio come fanno i bambini quando si parla loro di sorprese.

Ed io: “Aspetti ancora un po’ e vedrà”.

Siamo dunque, come ho detto, io e il barcobestia padroni di noi stessi e della nostra sorte. Dopo tante sofferenze patite come recluso in attesa di riscatto la cosa più ovvia a salirmi alla mente dovrebbe essere puntare la prua sul Tamigi, tornare a casa e scrivere magari le mie memorie – un po’ al naturale e un po’ fantasticate. Sono però uomo d’onore, io; ho dato la mia parola. Caschi il mondo dunque, vivo o morto, quel cavaliere vorrò incontrarlo e strappargli magari qualche confessione quanto a un pregresso autore del quale si fossero perse le tracce; oppure quanto alla contadinella Dulcinea che non può non avere copulato prima di assurgere a vergine in tutto (vergine nel senso di non essere dotata di alcuna malizia). Avrà da vedersela con me se lo scovo (non essendoci dubbi che lo scoverò e intanto mi preparo alla tenzone letteraria fatta di domande insinuanti e risposte nient’affatto innocenti, manco a dirlo, visto il suo modo di arzigogolare, complicarsi e complicare la vita). Dia tempo al tempo, lasci che le sorbe maturino col sole e con la paglia, ne vedrà sicuramente delle belle una volta che ci saremo incontrati.

Forte di questi sacri furori e intendendo rimanere fedele alla parola data alzo dunque le vele, traccio la rotta, metto mano alla barra e velocemente raggiungo il non proprio più vicino porto della Spagna in piena notte. Nessuno che si insospettisca, mi fermi, mi chieda i documenti – dei quali peraltro sono sprovvisto perché sequestratimi dal Barbanera. Per dormire mi rifugio dentro lo scafo di una barca a motore che sa tanto di tanfo da stordirmi. Mi sveglierò verso mezzogiorno, preoccupato, sudato, sporco, anzi lurido di grasso e tracce evidenti di nafta dal tipico alone. Facendo finta di essere uno del posto – ma sarebbe bastato farmi una domanda in spagnolo per farmi cadere in trappola – mi dirigo verso l’ufficio postale. In tasca ho pochi dirham guadagnati con il recupero della cammella. Qui mi basterebbero per appena un bicchiere di latte caldo. Stante che il sole è allo zenit ho però bisogno di altro. Eccomi allora, signor baronetto, mandarle un telex con richiesta di soldi. Lei non se lo fece dire due volte solo che fu piuttosto avaro. Come che sia da Cartagena mi misi in cammino parte a piedi e parte a dorso di asino – allorquando mi capitò di incontrare lungo la strada persona caritatevole – ma quale non fu la mia sorpresa quando ebbi a scoprire che un po’ tutti i viandanti ai quali mi associavo (come accade quando ci si reca in pellegrinaggio a Compostela) avevano sentito parlare del cavaliere errante e anzi qualcuno giurava di averlo visto ora qua ora là.

Il più minuzioso racconto me lo fece certo Sancho Panza, omonimo a suo dire di quello che lui qualificò cavalier servente dell’errante (precisando comunque, per onestà, che altri omonimi avrei conosciuto a bizzeffe durante la mia peregrinazione). Disse di averlo visto combattere strenuamente contro dei briganti dediti all’abigeato dalle parti di San Millán de la Cogolla sulla Sierra de la Demanda, ma il fatto risaliva a un paio di anni prima. Bugia, ovviamente, alla quale non credetti certo pur non considerandola tale apertamente per evitare che colui (non male il colui) si offendesse e mi facesse scendere dall’asino: due anni prima infatti il Cervantes non aveva neanche abbozzato il profilo del suo cavaliere senza macchia e senza paura. Evitai perciò di dirigermi verso la Sierra indicatami e scelsi un’altra destinazione, anch’essa vagamente terreno di scontro tra Don Chisciotte e allevatori di bestiame dai modi nudi e crudi da non risparmiare alle povere bestie turni di lavoro all’aratro massacranti e superalimentazione da dieci litri di latte al giorno per mucca. Il luogo dove sarebbe stato avvistato il Chisciotte? Las ruinas romanas nella Sierra dé Ayllon: là dove ben altra e più contemplativa avrebbe dovuto essere la vita di uomini e bestie.

Qui giunto quale non fu il quadro desolante che ebbi davanti agli occhi fatto sì di capitelli, colonne monche, architravi, metope in pessimo stato di conservazione come se la zona non avesse più visto un solo visitatore da almeno un migliaio di anni; peggio ancora carente di qualsiasi segno di presenza umana riconducibile al celebre cavaliere. Ed infatti né un dado né un chiodo; né una lama spezzata e nemmeno un pezzo di armatura; per non dire del nitrito del suo cavallo che non avrebbe non potuto lasciare traccia sulle rocce benché tutte levigate dal tempo. Non le dico perciò il mio sconforto, l’avvilimento dopo tanti chilometri percorsi invano. Mi rifeci comunque, almeno parzialmente, nella successiva destinazione indicatami a denti stretti da un brigante in una locanda più fetida di un insieme di stalle perché vi mancava del tutto l’acqua corrente.

“Vada a Segovia, intendo la Sierra de Guadarrama. Magari si sentirà frastornato perché forti sono gli echi di una chitarra a sette corde suonata con magistrale abilità da un signore del quale in futuro si parlerà come di un virtuoso – alla stregua di come sarà considerato dai posteri il suo cavaliere di ventura. Non dia retta, si tappi le orecchie per evitare di cadere dabbasso come successe a Orfeo. Stando molto attento a non confondere fischi per fiaschi (disse proprio così lo screanzato) le capiterà di sentire vuoi lo scalpiccio e vuoi il nitrito di Ronzinante: se questo è il nome del suo cavallo. A questo punto non avrà che da attendere. Ciò che cerca disperatamente quasi fosse una donna cui dedicare la vita dopo averle dichiarato il suo amore all’improvviso apparirà simile a un angelo sterminatore perché infatti tra le mani terrà una spada già intrisa di sangue di tutti i suoi nemici, reali o immaginari che fossero”.

Presi per buono il suggerimento. Invertii la barra del destino e andai verso Segovia per poi iniziare l’ascesa verso uno dei picchi della Sierra di Guadarrama. Da lì, coprendomi gli occhi mentre il sole si leva urlo a squarciagola il nome di Chisciotte con il perentorio invito di presentarsi al mio cospetto perché voglio aggiungere gloria a gloria tanto da trasformarla in gloria in excelsis dei. A nome di chi parlo ovviamente non posso affidarlo ai quattro venti (che nel picco ove mi trovo soffiano e come). Gli presenterò comunque le mie credenziali ove richiesto (per fortuna non me le chiese altrimenti avrei dovuto srotolare tutta la storia del mio naufragio, cattura da parte dei pirati di Barbanera, detenzione come ostaggio in Marocco e tutto il resto). In breve? mi si sedette accanto mogio mogio – affranto forse dall’ultima battaglia che aveva combattuto contro un branco di lupi. Appoggiò la testa sul mio grembo e intanto io lo accarezzo. Si dichiarò disposto a sottoscrivere qualsiasi cosa mi passasse per la mente purché altrettanto fantasiosa quanto il racconto scritto su di lui dal Cervantes. Per darmi infine attestato della sua grande stima volle regalarmi non proprio la prima copia bensì addirittura l’incunabolo del Don Chisciotte della Mancia: quello stesso che adesso – attraverso il corriere espresso – le sto recapitando con tanto di imprimatur di mio pugno.

Riceverà anche, mio caro Sir, una serie di domande e risposte, aneddoti, curiosità, stampe, schizzi, bozzetti, prove d’autore che il già detto cavaliere ebbe a regalarmi una volta condottomi – in un clima di assoluta reciproca confidenza – a casa sua. Le faccio ovviamente omaggio di tale materiale sicuro che andrà ad arricchire la Storia di Cardenio. Non dimentichi però di farmi avere il compenso promesso, ed al più presto, perché dire che sono sul lastrico sarebbe un eufemismo. Per essere più precisi non potrò lasciare la locanda di Segovia se prima non avrò saldato il conto.

Grato per avere riposto in me tutta quella fiducia, ed avere investito tutto quel denaro in un’impresa che per chiunque altro sarebbe stata disperata, la prego di gradire i più profondi ossequi da parte del suo devotissimo

Thomas Cook

 




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