SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO”
Fellini il mago,
secondo
Ettore Scola


      
Presentata all’ultima Mostra di Venezia la pellicola è un assai personale e appassionato omaggio-ricordo che il regista romano fa dell’amico e maestro, incontrato negli anni ’40 nella redazione del giornale satirico Marc’Aurelio. Come un sogno lungo un film, dove lampeggiano echi e citazioni da “8 e ½”, “Giulietta degli spiriti”, “La dolce vita”, “Amarcord”, “Le notti di Cabiria”, “Roma”, “La città delle donne”. In un rincorrersi di spezzoni di fiction e frammenti documentari e la voce onirica e insinuante del regista riminese che dichiara: ‘L’artista è un trasgressore... ho bisogno di un nemico per difendere ciò in cui credo!’
      



      

di Iolanda La Carrubba

 

 

Sedia da regista, spalle al pubblico, fronte mare in croma-Key, lui Federico (Maurizio De Santis), incontra il primo ciak. Entra danzante una delle giovani ragazze di 8 e 1/2 ancora bella, leggiadra, ma potrebbe anche essere la giovane chiusa nella stanza fatta di edera in Giulietta degli spiriti... chi sei? Perché stai danzando nell’occhio di bue? Esce di scena ed entra il mago, il prestigiatore, ancora 8 e 1/2? Ancora un ricordo? Le domande continuano a invadere la psiche mentre nel circo stile RAI, che richiama, in modo bizzarro ed inaspettato, “La corrida” dell’amato Corrado, arriva l’unico bambino che non si capisce da dove venga se da Amarcord o nuovamente, ancora una volta dal finale di 8 e 1/2, proprio dalla stessa scena che sostituì quella del vagone ristorante in treno.

Si espande il fumo, poco prima imprigionato nelle bolle di sapone, crescendo della musica e flash-back, si entra nella fiction. Giovane Federico, dietro di lui il treno a vapore. Federico cammina, longilineo e ciondolante, attraversa ancora fumo e la sua stessa ombra, e va in questa città del 1939 ricostruita da Scola negli studios, nel Teatro 5, l’unica vera casa di Fellini.

Incontriamo il narratore (Vittorio Viviani), con borsalino grigio, impermeabile beige e una borsa in pelle marrone, per la precisione terra di siena bruciato. Lui riconduce la fiction alla storia che fu realmente, aiuta il pubblico ad accomodarsi in questa benevola anomalia cinmatografica dove Scola non stupisce, ma ipnotizza, riuscendo a raggiungere apici di estrema emotività (la sua?).

Documento e documentario, foto di Federico ragazzo bello dai sogni nitidi, in voice off bussano alla porta che si apre alla redazione del Marc’Aurelio. Improvvisamente è il bianco e nero, tutto è calibrato in questa stanza/studios mentre nella fucina del Marc’Aurelio, si discute delle vignette che fanno o non fanno ridere il caporedattore. Qui in questo momento tutto sceneggiato all’italiana, si attende che il film riprenda a scorrere, correre, ripercorrere in dissolvenza incrociata dal bianco e nero al colore caldo, vivo di quei primi anni ’40 .





Entriamo in un centro benessere dove la fila scorre, mentre la macchina da presa inquadra prima a tutto campo e poi zoom, sulla bella cassiera e Federico sudaticcio, nevrastenico, troppo teatralizzato, chiede timido “barba con allume di rocca”.

Salto, stacco, nuovamente bianco e nero, Ettore bimbo che legge il Marc’Aurelio al nonno cieco (Giovanni Candelari), il canarino della radiorai ricorda il bollettino di guerra e nuovamente primo piano sulle vignette che fanno sorridere. Ecco la divisa più temuta del mondo di quegli anni grigi, entrare nella redazione, ispezionati uno ad uno si presentano, congedandosi con questo ultimo e stitico saluto fascista.

Le camice nere sfilano a tutto schermo, pellicola originale da Amarcord. E lui il vero Federico, ora regista affermato, che dirige e non ricorda come funziona la politica, ed improvvisamente le allegre soubrettes nel Teatro 5 diretto da Scola, esibendo delle gambe anni ’40. Ettore firma un momento di grande cinema, dedicando una carrellata a quei pochi e fedeli posti con sedili in legno, dove il narratore ci fa vedere Federico giovane amatore, leggere, vivere, osservare, il suo spettacolo, le sue battute interpretate da un comico napoletano, fischiato, ricoperto di verdure marce e con gatto morto lanciato sul palc(osceno).

Otto anni dopo dall’accaduto, Scola ragazzo (Giacomo Lazotti) ancora al secondo liceo, bussa alle porte del Marc’Aurelio che finalmente riprende vita dopo cinque lunghi anni di silenzi. Il direttore (proprio come fece con Fellini) ride con cipiglio severe alle vignette di Ettore e poi, compiaciuto, lo affida al capo redattore. Anche il narratore entra nella redazione, mentre conduce nella vera storia e lì si dibatte su come sia giusto giocare con le parole – perché se tieni Lola al posto di Scola allora devi tenere charleston e non sostituirlo con Tormenton, è una regola.

Inquadratura dall’alto verso il basso, arriva Federico, in voice off alle spalle del gruppo degli amici di sempre qualcuno della redazione dice “Chi non more se rivede”. Lui con la sua bellissima macchina insonne amica e confidente e la macchina da presa di oggi, diretta da Scola, inquadra il ricordo di se stesso, timido che si affaccia alla finestra e con cenno educato sorride a Fellini, lui ricambia.

Ancora Teatro 5, un flash fantastico, onirico freddo incandescente che set dopo set, attraversato con passo calmo dal narratore, racconta e ricorda quel tempo, tanto lontano da oggi ma tanto vivo nella mente.

Il bar ospita gli amici di Federico che, prima di rimettersi in macchina per un’altra notte all’insegna dei sogni, sorseggiano un aperitivo. Il bar chiude, si spegne l’insegna e si spegne il croma-key (segreto svelato da Ettore al suo pubblico).

Le “luccele romane” brillano nella macchina e nella mente di Federico che dedicherà loro alcuni minuti in diverse pellicole ed un intero film Le notti di Cabiria. Ancora in macchina e la sagoma del regista indossa la vera voce di Fellini e da questo momento intenso di colore, torniamo alla vita di tutti i giorni, alla vita di tutti.





Un fotogramma di Che strano chiamarsi Federico (2013)


Albertone in un intervista di allora ci dice:

– Federico c’ha ’na capoccia così –

Giulietta, affascinante ed affascinata rivela:

– Federico non dice bugie, è la sua fantasia, la vita la vede così –

E proprio così, dai documenti dell’epoca a quelli di oggi, negli studios incontrano di notte un madonnaro (Sergio Rubini), interpretazione poetica degli Scola. Partono in macchina, attraversando il caotico traffico di motociclette, spezzone tratto da Roma di Fellini.

“Da ragazzo non sapevo cosa volevo fare... avevo le idee confuse” confessa la vera voce di Federico, mentre il dettaglio di quadri famosi da Michelangelo a Klimt inquadra le mani, unico cruccio del madonnaro.

Autoritratto di Scola, oggi, anziano e malinconico, prova a coinvolgere Fellini nel suo film, lo vuole come protagonista, lo vuole nel ruolo di Federico, ma lui no, non vuole, ricorda con dispiacere l’esperienza davanti la macchina da presa. Infatti ora Anna Magnani, pastorella, lo riconosce nei panni di San Giuseppe, questo Fellini vagabondo-biondo che se ne va.

Set de La dolce vita: Federico sorride al vigile che dovrebbe dargli i permessi per girare a Fontana di Trevi, ed il vigile entusiasta lo venera affermando che per lui è un onore trovarsi davanti al grande Rossellini, Mastroianni interviene e gli propone di andare a mangiare un boccone.

– L’artista è un trasgressore... ho bisogno di un nemico per difendere ciò in cui credo! – dichiara questa voce tanto amata quanto è onirica. Un bicchiere di vino in riva al mare, e poi ancora spezzoni originali, per trovare Il Casanova ne La città delle donne... applausi, Oscar, i personaggi, le vignette, il traffico, il narratore tra i taxi nel Teatro 5 e il vento ‘felliniesque’, eco ed oniricità per questo film che trasporta il teatro nel cinema, il documentario nel cuore e nella mente del pubblico che salutano il maestro nel giorno del suo funerale.

Grazie Ettore, grazie Paola, grazie Silvia...

Scappa Federico il giorno del suo funerale, immaginato così dall’amico Ettore, scappa e corre studios dopo studios, scenografia, dopo scenografia nel piccolo mondo incantato di Cinecittà, scappa per far ritorno in quel circo di vita e morte che tutto è e tutto può.

 

 

 

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Che strano chiamarsi Federico

 

Lingua originale italiano. Paese di produzione Italia. Anno 2013. Durata 93 minuti Colore colore Audio sonoro

Genere biografico. Regia Ettore Scola, Produttore Palomar Distribuzione (Italia) BIM, Istituto Luce, Fotografia Luciano Tovoli, Scenografia Luciano Ricceri, Costumi Massimo Cantini Parrini ,Trucco Francesco Freda.

 

Interpreti e personaggi

Sergio Rubini: madonnaro

Vittorio Viviani: narratore

Tommaso Lazotti: Fellini (giovane)

Giacomo Lazotti: Scola (giovane)

Emiliano De Martino: Maccari

Fabio Morici: Mosca

Andrea Salerno: Steno

Sergio Pierattini: De Bellis

Giovanni Candelari: nonno cieco

Carlo De Ruggieri: De Torres

Pietro Scola Di Mambro: Attalo

Andrea Mautone: Metz

Ernesto D’Argenio: Barbara

Giulio Forges Davanzati: Scarpelli

Michele Rosiello: Age

Alberto Clemente: Enrico De Seta

 

Premi

Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker

 




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