LE VIE DEL RACCONTO
SERGIO D’AMARO
 

 

RACCONTI AD OGGETTO

 

  1. LATI ILLUMINATI

 

Sono rimasta in questa posizione per un tempo che credetti eterno. Avevo visto succedersi stagione a stagione, sole a luna, vento a pioggia. Mai il più piccolo sobbalzo, il più breve movimento capace di far presentire un cambiamento, un qualunque passaggio di stato. Maledicevo quella non voluta immobilità, che pareva sempre più condannarmi ad un oggetto dimenticato per sempre.

Quanti giorni e quante notti a vegliare su di un inconsistente sentimento di pietà! Era questo un qualcosa che certo non mi mancava, visto che predilige gli angoli più bui dell’animo umano e la più inaspettata delle manifestazioni. Forse mi piaceva giacere in quel cassetto insieme ad un vecchio tronchese e ad alcune graffette in parte arrugginite.

Qualche mano veloce aveva nel tempo aperto il cassetto rovistandovi impunemente con una certa violenza e sottraendo volta a volta una parte del contenuto. Tutto poi era ritornato nell’oscurità più completa, mentre fuori continuava a scorrere una vita scarsamente distinguibile. Rumori, suoni, voci, tonfi, strani richiami di un qualcosa di accaduto. Poi niente, silenzio.

Il tempo non aveva orologi per me. Era un’estesa indifferenza, un chiuso sopore, un’appena avvertita carezza. Solo in lontananza, come ovattato da una barriera di cotone, si indovinava talvolta un rintocco di campane, che forse era l’inizio di un nuovo mattino o la fine di un giorno tra le ombre autunnali della sera. Bastava questo per ripetermi che ero viva, scampata al massacro ordito dall’oblìo.

In realtà molti anni prima ero stata sugli scaffali del negozio di elettrici di Marko Serdovic, in una città che doveva avere un porto. Da questo negozio, infatti, potevo facilmente osservare il passaggio continuo di marittimi che si incrociavano con grandi pacche sulle spalle e con rudi saluti. E il salso del vicino mare accomunava ogni cosa, inducendo anche Serdovic ad umettare le labbra in segno di compiacimento o di rassegnazione.

Da tempo durava quello spettacolo in apparenza giocoso, finché accadde che il disegnatore di carte catastali Adriano Perfectig entrò in negozio. Cercava una torcia elettrica che non fosse molto ingombrante e che tuttavia non fosse avara di luce. Marko gli consigliò la piccola torcia verde che si vedeva sul terzo scaffale e che prese prima di finire la sua esposizione.

Adriano Perfectig abitava nel quartiere detestabile di Viale dell’Unione, proprio alla confluenza tra questo e una stretta via in discesa che guardava direttamente alle vocianti banchine del porto affacciato sul nord dell’Adriatico. La quadrata specializzazione di Perfectig andava d’accordo con l’andamento perpendicolare del suo immediato stradario, ma faceva a pugni con l’assoluta imprevedibilità delle combinazioni tra partenze e arrivi, tra dare e avere del destino capriccioso.

Carte, carte, luoghi e luoghi infiniti da imprigionare in un reticolo finissimo di rappresentazioni grafiche, convinti che lo spazio si possa simboleggiare e se ne possano far risaltare la complessa struttura e i vincoli reciproci degli oggetti in esso contenuti. I contorni tirati ad inchiostro di china, le strade private indicate con la linea tratteggiata, i fiumi spalmati nel colore azzurro, i fabbricati occupati dal color carminio, i ruderi lasciati al colore dei morti.

Spenderci una vita, come stava facendo Adriano Perfectig, aveva avuto fin dall’inizio un che di patologico fervore razionalistico, come a voler ribadire che i percorsi, le linee, gli incroci si possono determinare in base a calcoli puramente matematici. Il caso, il destino, non esistevano per lui, imbrigliati, incolonnati entro rigide scelte fatte dalla mente umana. Parlare a Perfectig di coincidenze casuali, di combinazioni fatali sarebbe suonato come un’indebita intromissione di forze misteriose in un mondo che si può tutto dividere in ascisse e ordinate, con precisione perfettamente geometrica.

Perfectig era metodico, ordinato, preciso, né del resto il suo lavoro gli avrebbe potuto consentire un pur lieve allontanamento da questo parametro. Che noia, l’ordine, la previsione, la chiarezza! La vita, il mondo, vanno davvero in questo senso? Può darsi, proprio come la sveglia che ci fa sobbalzare la mattina o il postino che suona alla nostra porta prima del pranzo.

Adriano Perfectig stava da sedici anni chino sui fogli parametrati delle sue carte catastali, simboli addomesticati delle grandi terre che si stendevano ai piedi di un aspro altopiano. Erano spazi in attesa di farsi, sotto matite e pennini, vivente storia. Francobolli attentamente delineati di percorsi a volte sinuosi nelle loro diverse generazioni proprietarie, nelle loro improvvise deviazioni da un solerte, predisposto disegno. Sempre meno episodicamente gli occhi stanchi, dopo tanti anni, sdoppiavano la precisione  di una linea o falsavano la colorazione giusta da dare alla sezione di mappa catastale. Perfectig si sentiva un orafo, un cesellatore, un ebanista: essere precisi era una virtù che avrebbe voluto ritrovare anche negli altri. Dietro tutte quelle linee pulsava una realtà irregolare, stratificata, imprevedibile: nessuno strumento avrebbe potuto uguagliarne il disordine e la ricchezza delle direzioni.

Perfectig amava passeggiare, nei pomeriggi assolati d’autunno, lungo i moli Sonderbeg e Staderini, sul lato ovest della sua città appoggiata sul mare. Pensava che un giorno si sarebbe allontanato anche lui su uno dei vascelli attraccati, per andare almeno dall’altra parte della sponda che si affacciava all’orizzonte più vicino. Guardava la barra dei timoni, l’aerea leggerezza delle vele, lo slancio atletico degli scafi, senza che il rimorso si impadronisse veramente di lui e lo risarcisse della sua naturale indisposizione ad un vero viaggio. Le sue mappe, le sue particelle territoriali, la sua geografia matematizzata sembravano ricoprire la superficie delle sue esigenze.

Non si pensi, però, che Perfectig fosse alieno dai sentimenti. Anzi viveva, anche nei momenti apparentemente più aderenti alle minute conseguenze del suo lavoro, in una sorta di lunga memoria fatta di alte e basse maree. Il suo passato, nei suoi sfrangiati e ondulati frammenti, così come la vita più recente nei suoi insensati e disseminati episodi, riemergevano assecondando i capricci del caso e sconfessando una natura propensa alla linearità razionale.

A cosa gli servisse una piccola torcia elettrica forse si può tentare di rispondere facendo appello alla gran voglia di Perfectig di illuminare ogni angolo più buio del mondo che frequentava, sintetica immagine di un mondo ben più grande e molto più sfuggente. Fu un magistrale colpo di nevrosi quello che lo indusse a proiettare sull’esterno ciò che invece era cresciuto come una fame sconosciuta dentro la parabola oscillante del suo pensiero.

Fu all’imbrunire di un giorno di pioggia, grigio e nebbioso, che si avvide rientrando nella sua piccola casa servita da un soffitto, che la luce nelle strade tardava ad accendersi. Ed anche le finestre e i balconi sembravano non avere il conforto di una lampada che preparasse alla sera. Strano, pensò Perfectig, avvertendo un brivido più distinto lungo la schiena. Fu allora che gli riuscì logico infilarsi nel negozio di elettrici a cercare una torcia. Scelse quella che il suo proprietario gli aveva indicato e uscì rincuorato fendendo il buio ormai completo della strada.

Chissà da quale istinto guidato, decise con quella torcia in mano di salire in soffitta a cercare il vecchio manuale di topografia catastale regalatogli molti anni prima dal nonno Antonino Lugovizza. Cercare il manuale, trovare riscontri, sventare qualche dubbio. Ma perché in una sera con la corrente elettrica saltata? Perfectig esplorò oggetti accatastati uno sull’altro, angoli non più frequentati da anni, resti di mobili smembrati. Gli parve che quel piccolo fascio luminoso scandagliasse finalmente in profondità, rivelasse molti più segreti, recuperasse più sottili memorie. Ed ecco il vecchio libro del nonno, con la copertina segnata dall’umidità e con alcune pagine ormai inservibili.

Perfectig mise la torcia su un ripiano, spolverò e aperse il libro. Poté leggere e poté avere la conferma d’un lungo apprendistato che gli aveva permesso di contornare le particelle con l’inchiostro di china e di usare i simboli, i segni e i colori nel loro giusto potere di rappresentazione. Piedi ben piantati per terra, quelli di Perfectig. Giacché se la mappa corrisponde alla realtà vuol dire che non ci siamo ingannati, né abbiamo inteso ingannare. Bastò questo per inondare l’animo dell’uomo di una gioia sommessa ma sicura, coronata dalla fine del blackout. L’incanto della scoperta svanì, ma rimase il miracolo della piccola torcia verde capace di rivelare le piccole grandi cose nascoste negli anfratti più intimi.

Perfectig ripose la sua torcia nel cassetto di un mobile abbandonato lì da trent’anni. Lo fece distratto dall’improvviso ritorno della luce e dall’essere ancora sedotto dall’impressione di quella lettura da sottosuolo. Per me fu la condanna a questo lungo tempo di silenzio. Nessuno mi ha più cercato e adesso, dopo viaggi e peripezie, mi trovo prigioniera nel robivecchi di un isolato deposito. Anche il tronchese che m’era accanto è sparito dalla mia compagnia.

 

 




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