LETTURE
PAOLO MORELLI
      

Racconto del fiume Sangro

 

Quodlibet, Macerata 2013, pp. 210, 14,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

Il libro di Paolo Morelli, Racconto del fiume Sangro, edito da Quodlibet, è certamente una delle esperienze migliori che possiamo trovare nel panorama editoriale di quest'anno.

Parlo di esperienze, ancor prima che di testi, e non lo faccio a caso: l’autore ha scelto infatti di seguire fisicamente, per alcuni giorni, il corso di un fiume abruzzese, il Sangro, appunto, che nasce nel Parco Nazionale e arriva a sfociare nell’Adriatico.

L’intento è chiaro: lasciarsi cullare e trasportare dall’acqua dolce e dalla corrente, ragionando sulla vita, sulla scrittura, sul tempo, cammninando lungo gli argini, in perfetta solitudine, per nove giorni.

Scrive Morelli:

 

Un apprendimento goccia a goccia, rituale, con relativa indipendenza dal comprendonio che è quasi sostituito dal ripetere. Un metodo che ci arriva tardi alle cose, anzi si potrebbe dire con un po’ di presunzione che sono le cose a un certo punto ad arrivare già assimilate, come quando a una festa si dice vieni già mangiato. Appena arrivano le hai già digerite come un cannibale.

 

Il metodo, dunque. Prima di arrivare a metà del racconto, che sembra appunto una passeggiata, che poi, in effetti, in qualche modo lo è proprio, una passeggiata, quella dell’autore e quella del lettore, ciascuno procede privatamente, eppure così meravigliosamente insieme, ben prima della metà del racconto, dicevamo, Morelli svela quella che lui stesso definisce: la scoperta dell’America.

La ripetizione quotidiana, l’insondabile ritualità dei piccoli gesti, la riappropriazione finalmente debita di tutto ciò che chiamiamo, per semplificare, natura, e che, prima di farsi acqua, terra, vegetazione, montagna, è, sostanzialmente, l’inclinazione umana.

La predisposizione all’ascolto, la propensione alle sfide, la curiosità, quand’è tenace, l’esigenza del dire, il salvifico bisogno di silenzio, la valorizzazione del tempo, intimo: ecco tutto ciò che rende l’uomo veramente libero.

Una libertà di pensiero e di parola, perciò, che Morelli sviscera con un linguaggio semplice e complesso insieme, che attinge e si fa forte di vari registri, senza mai eccedere in pretese mistiche o filosofeggianti, senza indugiare nemmeno un attimo nella banalità diaristica, facili derive, queste, per un simile esperimento narrativo.

 

È un abnorme strofinìo di lingua che non se ne può più. Come momento di crisi però è anche una grande occasione. Consiglio a tutti la contemplazione assidua di un fiume, e mentre lo dico mi contraddico usando le parole. Ascoltare un fiume ti insegna a essere permeabile, l’impressione in certi momenti è che le parole scorrano come l’acqua, non tutte adatte però anzi, questa è l’impressione.

 

Parole come acqua, di questo si compone il racconto di Morelli, che inizia e finisce con un autobus, quanto di più lontano dal concetto di natura atavica, motore che soppianta la camminata, e che pure, con sottile e brillante ironia, scandisce il tempo lungo del suo e del nostro percorso, dei suoi e dei nostri ragionamenti, del suo e del nostro silenzio.




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