LETTERATURE MONDO
DIPARTITE EPOCALI
Marcel Reich-
Ranicki: il papa
della letteratura
come funzionario
del suo tempo

      
È morto a 93 anni il più importante e influente critico letterario della Germania o, come usava dire, ‘di lingua tedesca’, alludendo al suo essere in origine un ebreo polacco sopravvissuto allo sterminio del ghetto di Varsavia. La sua avventurosa vita è diventata persino un film. La sua popolarità derivava anche dall’aver condotto per anni in tv il programma culturale “Il quartetto letterario” e per avere pubblicato in molti volumi il suo personalissimo canone delle opere letterarie tedesche. Nel 2002 fu anche protagonista di una clamorosa polemica mediatica con lo scrittore Martin Walser che in un romanzo lo immaginava critico odiatissimo assassinato da un autore da lui stroncato.
      




   

di Alberto Scarponi

 

 

Nel settembre di questo 2013 è scomparso in Germania il critico letterario Marcel Reich-Ranicki, in Italia  – almeno così mi pare – più o meno sconosciuto, ma nel suo paese indicato addirittura come il Literaturpapst contemporaneo, a dirne l’autorevolezza quasi di un capo religioso nel campo delle lettere.

Sui giornali viene indicato anche con parole in apparenza da repertorio come «il più influente critico letterario di lingua tedesca del presente». Ed è cosa scritta con sottigliezza da chi intende sottrarsi al vuoto dello star system, cui rimanda quell’appellativo pop di papa, e portarsi invece sul più aggiornato concetto (sempre tratto dall’egemonia americana) di influenza. Inoltre, la locuzione aggettivale ‘di lingua tedesca’ allude senza tante storie, immediatamente, al problema Reich-Ranicki. Il quale, ebreo polacco (nome originario Marceli Reich), diceva di essere per metà polacco, per metà tedesco, ma ebreo per intero (e subito negava che fosse come aveva detto).

Ciò nondimeno, non soltanto si è trovato a comandare a bacchetta sui letterati tedeschi per decenni, ma ha voluto funzionare anche da precettore del popolo, se non da pedagogo della nazione.

Ha usato il tono del giudice: «I poeti perlopiù non capiscono di letteratura più di quanto un uccello capisca di ornitologia». «Nelle riviste illustrate e anche in talune stazioni radio e televisive lavorano degli analfabeti. Non è roba che mi riguardi». «Ad aspettare una nuova letteratura tedesca si sta come all’inizio d’un valzer, uno sente hm-ta-ta, hm-ta-ta, e si chiede: oh insomma, quando arriva la melodia?». È stato convinto assertore tuttavia di una teoria, che il critico non sia in nessun modo un giudice, ma, a seconda, o il pubblico ministero o l’avvocato difensore. Perché la letteratura esclude l’indifferenza. Nei casi estremi di testo non vitale, però, non bisogna prendersela con il critico dicendo che sarebbe lui l’assassino. Al massimo è uno che redige il certificato di morte.

Un’ultima citazione. Raccontava che, all’inizio, una volta aveva confidato alla moglie di voler tentare «un esperimento assai pericoloso», scrivere per il pubblico, e scrivere in modo che tutti capiscano quello che il critico pensa. Perché, a suo avviso, ad atteggiarsi incomprensibili non si dimostrava nulla, non era la prova che il pensiero scritto fosse profondo. E l’esperimento certamente gli è riuscito, se la sua popolarità a un certo punto è stata tale che a qualcuno addirittura è venuta l’idea di girare un film su di lui (e a lui di scrivere un libro su di sé) intitolato La mia vita. Un film che alla sua uscita nel 2009 vantò in televisione uno score sorprendente, tanto da reggere la concorrenza oraria con la trasmissione di una partita di calcio della Champions League.

 

Un film non critico

In tale film si narra come nel 1949 l’allora ventinovenne compagno Marcel Ranicki viva a Londra in qualità di console della Repubblica popolare di Polonia, ma ecco che di colpo i servizi segreti polacchi gli ordinano di tornare a Varsavia. Lì viene arrestato e accusato di far parte d’una congiura trockista. Lui ritiene si tratti in realtà di una epurazione stalinista, che tanto per cominciare se la prende con gli intellettuali ebrei. Quindi durante l’interrogatorio intercala, fra le dovute risposte alle previste domande, il racconto della propria vita: nel 1929, a nove anni, dalla piccola città della provincia polacca dov’è nato, la famiglia lo trasferisce a Berlino da uno zio benestante perché viva in un ambiente culturale migliore. Lì l’isolamento da immigrato lo educa a dover essere sempre il migliore. Quando poco dopo, nel 1933, arriva Hitler, Marcel risulta certo ebreo, e però, non essendo cittadino tedesco, gli è permesso comunque burocraticamente di continuare a frequentare il liceo, ma, essendo comunque ebreo, non gli è lecito partecipare alle attività extrascolastiche, per cui nella solitudine legge molto e va a teatro. Per conseguenza decide di diventare un critico. Nel 1938 nondimeno, dopo il diploma liceale, in aprile vede respinta la propria immatricolazione all’università appunto perché di razza ebraica e poi in ottobre si vede rientrare nei termini della proclamata Polenaktion (Azione Polonia), cioè viene cioè espulso (con altri 17.000) dalla Germania: una valigia, un libro e il treno a proprie spese. A Varsavia ritrova la sua famiglia, padre madre sorella e un fratello maggiore, che ora, dentista, mantiene tutti. Dopo qualche mese, tuttavia, la Polonia viene esplicitamente occupata dai tedeschi: arrivano le vessazioni antisemite quotidiane (insulti, angherie, botte) e infine, nel novembre 1940, l’obbligo di sfollare nel ghetto. Dove Marcel Reich trova però lavoro: traduttore ufficiale del Consilio degli Anziani, per i tedeschi Judenrat (Consiglio ebraico).

Un vicino disperato s’impicca. È il padre di una ragazza, Tosia (diminutivo di Teofila), la quale, quando pochi mesi dopo iniziano le varie fasi dello sfollamento dal ghetto, diverrà in fretta e furia, nel corso di una sola giornata, da amica e un po’ fidanzatina, moglie di Marcel Reich, giacché lui, in quanto funzionario dell’amministrazione pubblica del ghetto, deve risiedervi e può farlo con la famiglia. Le rispettive famiglie d’origine degli sposi vengono invece sfollate a Treblinka e lì scompariranno. La coppia Reich da parte sua riesce poi a evadere dal ghetto e sopravvive alla periferia di Varsavia, accolta clandestinamente in casa da una coppia polacca, fino alla liberazione. A quel punto, la vicenda narrata tocca il cuore di chi lo sta inquisendo, per cui Marcel Ranicki viene prosciolto e, pur estromesso dal partito comunista, gli si permette di lavorare come redattore in una casa editrice. Da qui Marcel Reich inizia la sua carriera di critico, specializzato in letteratura tedesca. Tra l’altro ­– continua a raccontare il film – nell’esercizio della sua attività culturale invita a Varsavia lo scrittore Heinrich Böll, di cui rimarrà poi amico. Nel 1958 infine Marcel, contro la volontà della moglie Tosia, approfitta di un invito culturale nella Germania occidentale, a Francoforte sul Meno, per non tornare più in Polonia. Il film termina con la sua figura che arriva davanti all’edificio dove ha sede la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Quotidiano onnicomprensivo di Francoforte) il più autorevole e venduto quotidiano tedesco, di orientamento conservatore. Un mese dopo apparirà il suo primo articolo in tedesco, firmato Marcel Reich-Ranicki.





La locandina del film del 2009 basato sull'autobiografia di Marcel Reich-Ranicki


I casi della vita

‘Favoloso’, è l’aggettivo con cui egli accoglie il film, ma nel senso ironico che il racconto favoleggia di un personaggio, in sostanza di una star, e non della sua persona. Eppure, salvo la scena dell’interrogatorio (melensa giunta tecnico-narrativa d’appendice), lo svolgimento della premessa polacca alla vita poi tedesca di Marcel Reich-Ranicki è stato in sostanza, più o meno, quello. Ma forse, da dentro, la sua forma mentis di critico sente troppo la differenza tra informazione e vita, tra una mediatica story (dove conta solo quel che c’è e quel che viene detto) e un vissuto (dove contano, e moltissimo, anche tutti i possibili e magari anche qualche impossibile). Per esempio, quella favola non spiega che il doppio cognome nasce dall’unione di quello originario, palesemente tedesco e quindi ebraico, con quello polonizzato dalle autorità polacche al tempo di Londra e forse anche prima. È che dunque probabilmente quella duplicità significa per lui una sorta di coerenza profonda del proprio vissuto. Ma il film non arriva al punto. Forse anche per non riaprire nemmeno con un cenno la discussione, insorta scandalisticamente in Germania a metà degli anni Settanta, sul modo di lavorare allora a Londra da parte di Marceli Ranicki con i servizi segreti polacchi, se era  stato il banale rapporto di routine di un funzionario con i vari uffici della sede diplomatica o altro (discussione comunque rimasta aperta, com’è ovvio per ogni discorso che verta su questioni di vita).

Fatto sta che nel 1958 il nuovo pubblicista tedesco ha cominciato a lavorare come critico letterario del supplemento culturale della prestigiosa e governativa FAZ. E però, poiché di testa sua recensisce due libri di due autori (Siegfried Lenz e Wolfgang Koeppen) del, sospetto, Gruppo 47, – il movimento letterario che dal 1947 al 1967 lavora alla «resurrezione culturale», esplicitamente antifascista e democratica (qualunque cosa voglia dire in letteratura), della Germania, movimento molto malvisto dalle autorità sia tedesche che statunitensi a causa del suo orientamento politico genericamente di sinistra ma soprattutto contrario alla ‘guerra fredda’, movimento cui, per la sua amicizia con Heinrich Böll, Günter Grass, Martin Walser, Hingeborg Bachmann e altri ancora, Reich-Ranicki è molto vicino, – viene licenziato.

Nel 1959 però, con la moglie (che parla male il tedesco e nel frattempo ha preferito emigrare, portando con con sé il loro figlio Andrew, a Londra), riesce infine a sistemarsi ad Amburgo, sede dell’altrettanto potente settimanale politico-culturale Die Zeit (Il tempo). Qui tuttavia regna uno spirito di maggiore apertura, e infatti Reich-Ranicki conquista presto il diritto ufficiale di scegliere da sé i libri da recensire. Tuttavia, nei quasi quindici anni in cui vi resta, non è mai invitato alle riunioni di redazione. È un libero recensore e basta. Ma tanto è sufficiente per permettergli di divenire un critico, diciamo, dominante. Finché, cambiati i tempi, nel 1973 viene chiamato a dirigere la redazione culturale proprio della FAZ, con il connesso diritto, infine, di decidere liberamente su chi scrivere. Diritto da lui esercitato senza mezze misure, con esplicita partigianeria, temutissima dagli esclusi. Gli scrittori a suo insindacabile giudizio critico validi devono essere sostenuti e promossi, gli altri no (indipendentemente dai rapporti personali di amicizia o inimicizia).

 

Il critico influente

Reich-Ranicki diviene così a tutto tondo un funzionario del suo tempo. Un tempo che già negli anni Settanta assiste in Europa al fenomeno della decadenza del libro, del lettore che va divenendo una figura sociale antiquata e dell’analfabetismo che si camuffa da valore: detto, a seconda, ‘fare’ o ‘agire’ o ‘presenza’. Nel nuovo contesto culturale egli difende invece la necessità, dunque il valore sociale, della funzione critica, almeno in letteratura.

E tuttavia, la sua esperienza entra in un nodo storico difficile da districare nel giudizio. Poiché accoglie con sovrana certezza di sé le obbligatorie nuove modalità comunicative, Reich-Ranicki, ed è certo questo il nuovo che importa in lui, riesce bensì a trasformare la critica letteraria in una istituzione di massa, e però ­– anche in forza della tecnica retorica da lui usata, quella dei giudizi estremi, facilmente ricevibili e altrettanto facilmente spendibili dal pubblico che li accoglie all’uopo come definizioni ultime ­– gli accade in più di vedere la propria figura farsi ‘mitica’, assumere cioè i connotati correnti della star, per lui pericolosissimi in verità, perché antitetici alla funzione critica che intende impersonare.

Nei necrologi giornalistici al momento della scomparsa, Reich-Ranicki viene rivissuto oggi giustamente come «il leggendario capo letterario della FAZ», ma in realtà egli è già da parecchio soprannominato, dagli addetti, Literaturpapst quando, nel lontano 25 marzo 1988, appare in televisione persino in qualità di conduttore, in una nuova trasmissione del ZDF, il secondo canale della televisione pubblica tedesca.

Il programma s'intitola Das Literarische Quartett (Il quartetto letterario) e – per l’intensità della sue discussioni, per gli illuminanti contrasti che mette in campo, per il conduttore che al termine di ogni puntata saluta ammiccando all’epilogo brechtiano dell’Anima buona del Sezuan: «eccoci delusi e anche molto incerti / chiude il sipario ma a problemi aperti» – regge tredici anni, fino al 2001. Per suo tramite Reich-Ranicki, oltre che agire appunto come «più influente critico letterario di lingua tedesca del presente», diviene dunque anche una star il cui volto, secondo un sondaggio, risulta noto al 98 per cento della popolazione del paese, ormai riunificato.

Una situazione inquietante, a due facce. Per uscirne potremmo dirla acutamente postmoderna e lasciar perdere. Il fatto è che la prima faccia ci spingerebbe a diagnosticare il fenomeno Marcel Reich-Ranicki come un caso conclamato del malanno tipico delle epoche dal soggetto in crisi, il male del narcisismo, e dunque a liquidarlo definendolo, come in effetti è stato definito, un fatto estremo, un unicum, insomma Reich-Ranicki sarebbe stato ‘un mostro di soggettività’. Epperò noi sappiamo che le definizioni sono la morte del pensiero, più esattamente sono lo stato di blocco del suo motore, del processo conoscitivo. Cosicché preferiamo dedicarci all’esame dell’altra faccia, quella che ci indurrebbe piuttosto a interrogare la sua figura come quella di uno sperimentatore, quantunque un po’ avventato. Per esempio, davanti alla sua clamorosa pretesa di fornire un canone letterario (un canone alla fine soggettivo) alla cultura di lingua tedesca, viene da chiedersi se non abbia, poi, fatto buon viso a cattivo gioco e dunque accettato la sfida epocale di una cultura ineluttabilmente globalizzante, ma pure stordita nel nuovo ambiente letterario di moda dal proprio vuoto, dalla propria arbitrarietà.

In letteratura non c’è spazio per sollevare una Relevanzfrage (come in Germania è stato fatto nel campo teologico per affermare, da parte dei responsabili del lavoro pastorale, che la teologia deve pensarsi rilevante nel mondo). Qui keine Frage, nessun dubbio, la letteratura è costitutivamente rilevante per la realtà sociale. Se poi dovrà prendersi le misure sul metro ormai della goethiana Weltliteratur, questo è solo un problema ulteriore. Il fatto è che «la rinuncia a un canone significherebbe ricadere nella barbarie», dichiara Reich-Ranicki. E infatti il canone letterario da lui proposto, diversamente da tutti gli altri precedenti,  si rivolge semplicemente al «lettore», pur com’è naturale nella speranza che ne ricavino una qualche utilità anche insegnanti, bibliotecari, studenti e tutti coloro che «si occupano di letteratura in primo luogo per motivi professionali».

Cosicché sul settimanale Der Spiegel (Lo specchio) il 18 giugno 2001 Reich-Ranicki definisce opus magnum della sua vita la mastodontica serie di volumi che uscirà, come annuncia, sotto il titolo comune di Kanon lesenswerter deutschsprachiger Werke (Canone di opere degne di essere lette in lingua tedesca – in questa mia traduzione interviene una ambiguità semantica che forse merita di essere assunta come problema). Si tratta di una serie di antologie che usciranno negli anni successivi suddivise in cinque parti: romanzi (20 volumi, nel 2002), racconti (11 volumi, nel 2003), drammi (9 volumi, nel 2004), poesie (8 volumi, nel 2005), saggi (6 volumi, nel 2006). I suoi inviti alla lettura appaiono sotto il titolo Der Kanon. Die deutsche Literatur in Buchform mit Schutzkarton (Il canone. La letteratura tedesca in forma di libro in cofanetto).

Non c’è bisogno di dire che la scelta degli autori e dei testi è rigorosamente soggettiva e ha suscitato polemiche varie e anche scontento. Ad ogni modo, quanto per esempio alla poesia – che va dal medievale Das Nibelungenlied (La canzone dei Nibelunghi) ai testi d’oggi, tra gli altri, di Wolf Biermann, Hans Magnus Enzensberger e Thomas Bernhard, in Italia poco noto come poeta – chi scrive queste righe, avendo egli tradotto in italiano tempo fa e pubblicato proprio qui, su Le reti di Dedalus

( http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/dicembre/LETTERATURE_MONDO/1_premio.htm ), il testo di Friedrich Christian Delius Moritat auf Helmut Hortens Angst und Ende (Moritat della paura e morte di Helmut Horten), ora, controllando e scartabellando, registra con sorpresa e piacere grandissimo che questo testo poetico è entrato appunto nel Canone di Marcel Reich-Ranicki.





Marcel Reich-Ranicki (1920-2013)


Il pericolo della vanità

Lukács, alla fine di una esistenza filosoficamente e dolorosamente fondata sulle opere invece che sulla vita in quanto valore in sé, affermò nel 1971 da pensatore critico che il maggior pericolo per l’intellettuale contemporaneo stava nella vanità. Forse non intendeva dire in sostanza nulla di diverso da ciò che a sua volta ha detto Reich-Ranicki, da critico letterario, quando – magari scorrendo il proprio panorama letterario antologico o anche guardando dentro e intorno a se stesso – ha osservato che nel tempo moderno «senza vanità non si dà scrittura. Non fa differenza, che si tratti di un autore o di un critico la vanità non può non entrarci». Infatti, almeno un cenno che il suo spirito smagato abbia avvertito il pericolo, – cogliendo il punto di scarto tra la nuda fama, la presenza vitale tradotta in valore assoluto, addirittura in forma economica (in denaro) e politica (in potere), e invece la propria funzione critica di intellettuale, – lo si può leggere almeno in un episodio divenuto nelle cronache  memorabile perché controcorrente.

Durante la spumeggiante cerimonia del Deutscher Fernsehpreis  (Premio televisivo tedesco), che a sua insaputa nel 2008 gli è stato attribuito in quanto importante volto mediatico, Reich-Ranicki si tiene bensì alla propria vanità, addirittura fino allo scandalo, fino alla spettacolarizzazione spiattellata, ma a sorpresa scandalizza per rifiutare appunto la  vanità come valore. Rifiuta cioè a sorpresa il premio, argomentando apertamente: «Io non appartengo alla serie» di coloro che saranno premiati, il mio ruolo di critico sta su un altro piano, «e trovo anche grave aver dovuto trascorrere molte ore qui».

Tenere a mente tale doppio registro, diciamo funzionale simultaneamente alla banalità del quotidiano e ai molti e sfarzosi orizzonti della cultura professionale, oppure, se si vuole, ricordarsi che in tale complessità psicologica si rispecchia la polivalenza di un’epoca di crisi, di transito storico, tanto più se è un'epoca vissuta come mezzo secolo post (cioè in perenne lavoro di disconoscimento del passato nazista) da un ebreo-polacco di profonda cultura tedesca ma in una Germania snervata, eppure paese energicamente proteso verso una libera mondialità, un libero produrre sé da sé in armonico contatto con l’altro, ecco tutto ciò aiuta, credo, ad accostare meglio, con equilibrio critico, anche il chiassoso e caotico scontro politico-culturale che accadrà tra Marcel Reich-Ranicki e Martin Walser.

Due letterati che, amici fin dai tempi del Gruppo 47, si stimano e difendono, e che però di colpo rompono tra loro, se ne dicono di tutti i colori, si offendono, vanno in tribunale, coinvolgono in pratica tutto il mondo letterario e mediatico tedesco, poi alla fine si acquetano e rappacificano. Tanto rumore per nulla? Magari è proprio così, ma è un nulla che parla, dice di nostri profondi problemi epocali.

 

Letteratura e mondo e vita

La vicenda nasce da un romanzo di Martin Walser, il quale già in passato, in Selbstportrait als Kriminalroman (Autoritratto come romanzo giallo), ha identificato il critico in un poliziotto che indaga sull’autore come su un sospetto criminale. Questa volta però, nel 2002, i ruoli cambiano, l’autore continua a fare l’assassino mentre il critico fa da vittima. Cosicché il romanzo s’intitola Der Tod eines Kritikers (La morte di un critico).

In riassunto: ambiente, il mondo letterario. La sera precedente ha avuto luogo una trasmissione televisiva letteraria nella quale il romanzo Wunsch, Verbrecher zu sein (Desiderio di essere un criminale), l’ultimo uscito dalla fantasia di Hans Lach, è stato malamente stroncato. Durante il successivo party comunque organizzato dall’editore per il lancio del libro, il conduttore della trasmissione, il critico-star televisiva André Ehrl-König, dopo la mezzanotte è misteriosamente scomparso. Ora, lo scrittore Michael Landolf descrive tutto ciò intenzionato a dimostrare che il critico, se poi è morto, non è morto per mano appunto di Hans Lach e ciò sebbene questi, ora in carcere, in un reparto psichiatrico, si vada dichiarando colpevole, immerso in sue grandi fantasie omicide. Per argomentare la propria tesi difensiva Landolf registra nel racconto le sue visite a Lach, svela di avere una storia con la moglie dell’editore e riferisce di suoi colloqui con il commissario della omicidi  Wedekind, ma anche con altri autori i quali a loro volta descrivono Ehrl-König come un gran pagliaccio lussurioso dedito, più che alla critica letteraria, a coltivare il proprio potere a spese degli autori. Infatti, alla fine risulta che, la sera in cui è scomparso, in realtà ha avuto in progetto una sceneggiata così da permettersi di trascorrere una notte di sesso con una giovane scrittrice. Non è affatto morto. Si chiarisce inoltre che Landolf lo scrivente e Lach l’accusato sono la stessa persona. A questo punto la narrazione assume le fattezze di un monologo condotto in modo che l’inizio e la fine si chiudano a cerchio. Il mondo della letteratura non ha rapporto con l'esterno.

Il romanzo in sé, pur dando un’immagine fortemente grottesca del critico-star, senz’altro identificato in Reich-Ranicki, non porterebbe molto oltre le chiacchiere divertite, scambiate nelle redazioni, nei salotti e negli smartphone, tra gli addetti e un po’ di platea. Solo che l’autore Martin Walser ha pensato anche – forse per allegorizzare la situazione attuale della letteratura nel mondo – di costruirci sopra una vera e propria azione postmoderna, oscillante tra fiction e realtà, insomma un reality dove tutto scolora nell’ambiguo.

Per dire: il primo movimento del protagonista del romanzo, Landolf, è di di leggere su un giornale, esattamente la FAZ, appunto la notizia secondo cui «Hans Lach sembra abbia mostrato l’esplicita volontà di aggredire André Ehr-König immediatamente. Poi, mentre due camerieri stavano trascinandolo via, gli avrebbe gridato contro: Il tempo della tolleranza è finito. Ehr-König, badi a sé. Da stanotte ora zero risponderemo colpo su colpo. E tale espressione avrebbe suscitato, più che stupore, addirittura sgomento e repulsione tra gli ospiti, tutti addentro alle faccende letterarie, mediatiche e politiche, per cui in definitiva a tutti era noto che André Ehr-König contava tra i suoi ascendenti anche qualche ebreo, tra l’altro anche qualche vittima dell’Olocausto». A chiarimento bisogna dire qui che l’espressione incriminata fa il verso a Hitler («da domani mattina alle 5,45 risponderemo col fuoco») che alla radio apre la seconda guerra mondiale dichiarando guerra alla Polonia (e indirettamente l’inizio dell’Olocausto).

A riscontro, nella realtà il primo movimento di Martin Walser, autore del romanzo, è di offrirlo, appena pronto, ‘in stampa anticipata’ sulle colonne del giornale (un uso frequente in Germania per gli autori di grido) esattamente alla FAZ. Ed ecco allora il direttore della FAZ, Frank Schirrmacher, realizzare la programmata azione postmoderna rispondendo picche. Per giunta lo fa con una lettera, stampata sul quotidiano stesso, che porta un titolo strepitoso: Lieber Martin Walser, Ihr Buch werden wir nicht drucken… (Caro Martin Walser, il Suo libro noi non lo stamperemo...). E giù a scrivere che si tratta di un «documento di odio», che ha come tema l’«assassinio di un ebreo», non d’un critico, che è una «fantasia omicida», l’esecuzione verbale di Marcel Reich-Ranicki, un sopravvissuto del ghetto di Varsavia, il quale viene aggredito con l’uso, per descriverlo, di tutto il repertorio dei luoghi comuni, degli stereotipi antisemiti, un gesto spiegabile solo come reazione compulsiva di uno scrittore, Martin Walser, esacerbato da anni e anni di sudditanza psicologica e che, alla fine, preso dall’astio vuol fare i conti con il suo strapotente critico.





Martin Walser


È naturalmente una bomba pubblicitaria efficacissima, se si tiene conto che Martin Walser è da decenni una bandiera della FAZ, tanto che nel 1998, quattro anni prima, Schirrmacher stesso ha pronunciato la cosiddetta laudatio al momento di assegnagli il Premio della Pace dei Librai tedeschi di quell’anno, uno dei maggiori in Germania. In effetti, grazie a Frank Schirrmacher (e al nome dei due protagonisti: uno dei più importanti scrittori tedeschi contemporanei e il critico-star del momento) un libro diviene un successo di vendite prima ancora di essere pubblicato. L’editore prepara una prima uscita di 50.000 copie. Un rifiuto dunque che vuole e sa di produrre il contrario di ciò che dice e fa.

Ecco, il reality nella sua potenza reale qui ha modo di esprimere tutte le sue virtualità espressive non solo per il lato della fiction fatta vita, come di norma, ma anche in una fin qui inimmaginabile vita realmente generalizzata a fiction, dove parossisticamente gli eventi sono insieme plausibili ma non veri, oppure veri ma improbabili. La vita diviene scatenamento della verbalità, del pensiero come straniata abilità deduttiva che scopre il supposto, l’invisibile, l’attivo ma indecifrabile, il conseguente ma inesistente, il presunto ma non dimostrato, il dimostrato ma irreperibile, il non-detto ma credibile, l’alluso ma impossibile, il detto ma impensato, insomma la legge nuova della vita come vita nuda, elementare, inutile perché non significante. La vita vera è ora pura teatralità, demenziale.

Così il grottesco comico-satirico di un romanzo dilaga con tutta la forza di verità che riceve dal lettore, dal  suo esterno, dal reale manipolato. Il finto ma realmente, corrosivamente veridico, entra in scena nella realtà culturale e politica manipolata. Talché l’autore del romanzo crede di poter commentare a quel punto con bella soddisfazione: «Adesso è la realtà che tenta di superare la satira». E ciascuno infatti vi recita la propria parte, se stesso trasformato in attore. Persino il critico per eccellenza, travolto dall’euforia della recita, non si trattiene e accusa: «Walser ce l’ha con gli ebrei perché sono sopravvissuti. Questo non è nemmeno antisemitismo, è pura bestialità». Così finisce in tribunale, perché Walser recita anche lui fino in fondo, e Reich-Ranicki deve solennemente ritrattare l’insulto.

 

La critica in pericolo

Ma come mai questo passo falso del critico? E come mai la stranita meraviglia dell’autore pochi giorni dopo il rifiuto del direttore del giornale suo amico?  Walser infatti esclama: «Mai avrei pensato, davvero mai, che il romanzo sarebbe stato respinto in questa maniera, per antisemitismo... Io ho messo in scena una commedia!». Non riesce a capacitarsi: come mai il comico gioco autoironico in tema di gran traffico letterario (in Germania davvero grande e anche davvero potente) ha finito col degenerare subito in un litigioso e velenoso gioco al massacro tra intellettuali? Non sarà che il lavoro durato decenni e decenni per affermare l’intelligenza della qualità artistica nel giudizio sulla cosa letteraria (e di conseguenza il valore del ‘pensiero critico’ come causa prima dell’artisticità, dunque – estrinsecando l’analisi – per affermare nel vissuto la cultura come virtù critica per eccellenza, come apertura all’orizzonte ogni volta concreto), non sarà che tale lavoro da parte del critico massimo Reich-Ranicki abbia infine incontrato la roccia dura con cui davvero misurarsi? Fuori di metafora, ha in effetti incontrato la resistente roccia della società di massa e della sua cultura, come diventa dura quando la si voglia vedere e usare come mera economia.

Nel caso specifico un abile uomo della comunicazione come Frank Schirrmacher, in possesso di un mass medium assai influente, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, assume a proprio strumento il gioco del reality e dunque manipola pubblicitariamente la lettura di un racconto grottesco, dando il là al lettore e cioè scegliendo come chiave interpretativa l’angolazione culturale antisemita. La storia reale di Auschwitz diviene un materiale inerte con cui si può fare pubblicità. Qui non si tratta più di una rivoluzione linguistica, dell’inflazione poniamo del turpiloquio e della sua ragione rivendicativa nella nuova società di massa, che intende dire ciò che nella precedente società d’élite era indicibile, che con il suo gergo di routine intende banalizzare l’orrendo per dirne la relatività storica, qui al contrario nella ricerca dello scalpore pubblicitario (attraverso il gorgo dello scalpore pubblicistico dove chiunque scriva o parli è risucchiato e affoga) il voluto prurito alla fine consolida l’indicibilità, l’oscuramento dell’oggetto concettuale apparentemente inflazionato.

È stato osservato che qui si è seguito lo schema classico della manipolazione: lanciare una tesi forte, che dia il sapore di toccare un tabù, e lasciare che un po’ di intellettuali ci si accaniscano sopra. Tutto svanisce nel nulla. Qui però la mossa pubblicitaria, oltre al voluto successo mercantile, ha dato anche un inatteso frutto strano: la strumentalizzazione a fini di mercato del dibattito culturale è rimasta semanticamente dentro la cerchia stessa della chiacchiera pubblicitaria e del batti e ribatti tra litiganti. Sembra che queste parole al vento si siano consolidate invece a loro volta in merce, siano divenute il materiale di un’altra mercificazione, quella di se stesse come oggetto mediatico. Dice il sociologo francofortese Detlev Claussen: sembra che nell’ultimo decennio del secolo scorso sia nato «un gigantesco artefatto di nome Olocausto», come una sorta di monumento davanti a cui non passa mai nessuno che abbia qualcosa da dire sulla storia reale, sul tentativo di annientare in massa una parte degli europei, il complesso di problemi reali «Auschwitz nell’ultimo decennio del secolo scorso è scomparso dietro il prodotto mediatico “Olocausto”».

Ecco dove nella società contemporanea rischia di franare, estenuata nella comunicazione, la critica e dunque anche l’arte con il suo originario potenziale interpretativo, dunque critico, della realtà. Forse Marcel Reich-Ranicki, così a lungo al centro di un’esperienza storica di scelta come quella dell’Europa contemporanea, ha avvertito tale pericolo, almeno negli ultimi anni della sua vita. In verità non lo sappiamo, anche perché, come diceva con il suo connaturato spirito critico, «da un essere umano non ci si può proprio aspettare che esibisca tutta la verità di se stesso».

 




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