INTERVISTE
ALBERTO LECCO
Dall’evento estremo
della Shoà nasce
il bisogno sacro
del racconto


  
Pubblichiamo un colloquio con lo scrittore ebreo (1921-2004), svoltosi un paio di anni prima della sua morte. Il narratore milanese riflette sul rapporto profondo e complicato tra la vicenda dello sterminio nazista degli ebrei e la letteratura, passato anche attraverso varie forme di interdizione del popolo israelita. Si sofferma, inoltre, sulla decadenza del romanzo che è venuto meno come fonte di conoscenza psicologica nell’Occidente, tale presa di coscienza non significa tuttavia immaginarne la scomparsa. Tra le sue principali opere ricordiamo “Un’estate d’amore” (1958), “Prima del concerto” (1961), “Un Don Chisciotte in America” (1979), “I racconti di New York” (1982), “La città grida” (1985), “Ester dei miracoli” (1986), “La vera storia di Baby Moon” (1987), “La casa dei due fanali” (1991).
  



  

di Simonetta Ruggeri

 

 

Lecco, che rapporto esiste, secondo lei, tra la Shoà e la Letteratura? 

 

Vorrei fare una piccola premessa.

Innanzitutto la Shoà, intesa come fatto estremo della condizione umana, non appartiene solo agli ebrei ma rappresenta una condizione più generale di violenza dell’uomo verso altri esseri umani.

Gli ebrei sono un popolo che io definirei con due aggettivi che diventano uno e cioè diverso-uguale. È “diverso” dagli altri popoli sia per la religione che per come ha vissuto in esilio per duemila anni. Per spiegare in cosa è “uguale”, si può parlare di molti casi di poeti e scrittori che definirei ‘paradigmatici’. Heine, ad esempio, è il più grande poeta romantico che sia mai esistito, è ebreo ma è più tedesco di tutti gli altri tedeschi per mentalità e per poetica. È difficile per gli ebrei stessi comprendere e spiegare in cosa sono uguali e in cosa sono diversi dagli altri popoli in senso ideologico, religioso e artistico.

Stiamo parlando di un popolo che ancora non si può riconoscere in uno stato e che non possiede una vera e propria costituzione.

Il dramma della Shoà nel rapportarsi alla letteratura, è il dramma del divieto e dell’interdizione che spesso nasce all’interno della cultura ebraica stessa.

 

A che tipo di interdizione fa riferimento? 

 

La rimozione, almeno per una quindicina di anni, è stata per gli ebrei di natura artistica e non tanto documentaristica, nel senso che si sapeva tutto anche prima del ’45 ma è esistito il divieto di “raccontare”… c’è stato come un blocco creativo. I grandi scrittori ebrei o di cultura ebraica, a mio avviso sono dovuti uscire dalla “sinagoga”, per intenderci, e in qualche modo credo che abbiano dovuto rinnegare l’appartenenza all’ebraismo per potersi esprimere, anche perché la cultura ebraica è profondamente teologica e diffida del fatto artistico; lo stesso Sartre nelle   Riflessioni sulla questione ebraica” attribuisce agli ebrei una profonda sapienza razionale e scientifica.

Ci sono in merito molti misteri non ancora sciolti. Si pensi ad esempio al caso di Primo Levi, per anni rifiutato e che solo in seguito verrà pubblicato da Einaudi (inizialmente viene pubblicato da una piccola casa editrice). Ma mi piacerebbe raccontare brevemente la storia di un eroe come Giorgio Perlasca, che io ho conosciuto. Si tratta di un personaggio su cui si è abbattuto il silenzio per decine di anni; riscoperto in seguito dagli ebrei stessi.

Perlasca, come molti sanno ma forse non tutti, ha combattuto in Spagna con le truppe di Franco, era un fascista. Durante la guerra gli spagnoli, riconoscenti per il suo contributo, gli hanno dato carta bianca nel caso in cui avesse avuto bisogno di permessi o agevolazioni da parte dell’Ambasciata e a tal fine gli hanno rilasciato un documento. Nel 1942-’43 si trovava a Budapest per affari; andò all’Ambasciata facendosi presentare come addetto commerciale, requisì dei palazzi in nome della extraterritorialità e salvò gli ebrei durante una delle più spaventose retate antiebraiche. Ha salvato molte persone tra cui donne che lui chiamava “le mie bambine”. Mi ha raccontato di una bambinetta che un giorno gli si è avvicinata e gli ha detto: “Se salvi me e mia madre io stanotte dormo con te”. Lui l’ha mandata via, poi dopo dieci anni a Budapest l’ha rincontrata con il fidanzato mentre partivano per il Canada dove si sarebbero sposati. Si sono riconosciuti, lei gli si è avvicinata e gli ha detto: “Se vuoi io scappo con te”. Ma lui l’ha allontanata per la seconda volta.

Tutto questo per dire che se un personaggio come Perlasca ha taciuto, sorge il sospetto che all’epoca si respirasse un’aria, anche a guerra finita, per cui era meglio tacere…  





Schindler's List di Steven Spielberg (1993)


Esiste ancora oggi una qualche forma di interdizione? 

 

Bè, direi proprio di sì. La chiamerei piuttosto una forma di “ritegno” o “riserva” da parte del mondo ebraico ad affrontare più in profondità alcune questioni. E comunque non sapremo mai quanti scrittori sono stati veramente liberi di raccontare il reale per quello che è, cioè in termini drammatici. Quando Spielberg voleva girare Schindler’s List ad Auschwitz, è stato osteggiato da molta intellighenzia ebraica ma io, che ho sempre creduto molto in lui, sono intervenuto sul   ‘Corriere della sera’ per difenderlo e considerando che ha realizzato una delle migliori opere sulla Shoà che siano mai esistite, penso di aver fatto bene.

 

Come si pone la Shoà dal punto di vista narrativo? 

 

La Shoà, intesa letteralmente come distruzione, si pone come fatto “estremo”.

I grandi scrittori tragici, dai greci in poi, hanno sempre raccontato il punto “estremo” a cui l’essere umano può arrivare come fantasia e come conoscenza di sé. Ma quello che si vuole raccontare è sempre la storia dell’umanità, la cui traccia sottile è ininterrotta, è comune, è una; basti pensare che se non fossero esistite le tragedie eschilee e sofoclee in cui compare l’incesto allo stadio teoretico, probabilmente non sarebbe esistito neanche Freud. La Shoà contiene pertanto la tensione, la curiosità e la inspiegabilità che fanno di un fatto, un fatto “estremo” della storia degli uomini. 

Ma un fatto “estremo”, sempre nell’ottica di inserire la religione nella dimensione narrativa, è anche quello che ci ha lasciato l’islam con Le mille e una notte. Io da ebreo sono molto grato all’islam per aver elaborato il principio umano di una grande verità. Sharazade può vivere solo se continua a raccontare storie al sultano: niente è più “estremo” del bisogno sacro del racconto che in questo caso salva addirittura dalla morte…

 

Cosa pensa del romanzo oggi? 

 

A mio giudizio, la decadenza dei nostri tempi, in particolare quella dell’Europa, che è un continente che nel passato ha dato molto in tutte le arti, è segnata proprio dal rifiuto del romanzo, della storia intesa come racconto di fatti reali o immaginari che siano. Esiste una caduta di creatività che pone un dilemma molto grande, cioè quello legato all’incapacità di esprimere il senso del sé, di rappresentare noi stessi così come siamo, col naso al posto del naso, gli occhi al posto degli occhi e i sentimenti dove ci stanno. Oggi non esiste il romanzo come fonte di conoscenza psicologica nell’Occidente, anche se qualcuno ritiene che il romanzo sia una realtà superata tout court. Ma come si può fare a meno di qualcosa che nel corso del tempo si è tramandato sempre con le stesse regole? La struttura di una storia e le connessioni logiche che diventano coincidenze sono sempre le stesse. Il racconto fa scaturire un’azione da un’altra azione, costruisce la struttura dialogica dei personaggi con più voci che si scontrano e dunque c’entra anche il teatro… insieme alla morte del romanzo, scomparirebbero troppi generi e forme artistiche ad esso collegate. Prendere coscienza della decadenza del romanzo, non significa immaginarne la scomparsa.

Il romanzo offre la possibilità di interagire con tutti, è un fatto corale ed è sicuramente popolare. L’artista scrive i libri e li firma, ma li fa insieme agli altri.





Alberto Lecco


Quali sono stati i suoi modelli letterari? 

 

Sicuramente tutti i grandi russi dell’800 Cechov, Gogol, Tolstoi e Dostoevskij, ma in particolare Dostoevskij che è stato e che continua ad essere il mio riferimento creativo e a volte nel passato è stato una vera ossessione. Sono sicuro, per quello che lo conosco, che se fosse vissuto fino a una decina d’anni dopo la seconda guerra mondiale, avrebbe scritto della Shoà… E poi il genio, il vero artista, è al di sopra di tutto… Dostoevskij, poi, mi ha fatto amare indirettamente   Shakespeare, Schiller, Cervantes, Dickens… Poi ci sono gli americanizzati o meglio, gli ebrei russi americani di seconda generazione: il premio Nobel Singer che è di origine polacca, ma di cultura russa. Lui stesso ha affermato in più d’un’intervista che i suoi maestri sono stati Gogol, Tolstoi, Cechov, Dostoevskoj. In seconda battuta nominerei Philip Roth, che trovo molto profondo, soprattutto negli ultimi libri. Ma anche Bernard Malamud, Norman Mailer e J. D. Salinger, che è uno dei migliori. Ma vorrei citare anche i neri americani che su di me hanno avuto una grande influenza: Ellison, Wright, Baldwin.  

 

Lei ha scritto una quarantina di libri tra romanzi, racconti e saggi, di cui circa la metà pubblicati. Se dovesse consigliare tre dei suoi libri ad un giovane scrittore o aspirante tale, quali consiglierebbe? 

 

Bè, se ha una cultura internazionalista ed è quindi libero ideologicamente, gli potrei consigliare   I racconti di New York, ma attualmente li troverebbe soltanto in biblioteca. Poi sicuramente La città grida, e La casa dei due fanali che è un romanzo che ho iniziato a scrivere trent’anni fa; è una storia d’amore e di morte tra una giovane ebrea americana e uno scrittore ebreo italiano che va a New York.

E comunque l’aspirante scrittore, se si tratta di un uomo, dovrebbe scrivere innanzitutto un racconto, leggerlo a una ragazza che gli piace e vedere se riesce a sedurla… se la seduce è un promettente scrittore.





A che libro sta lavorando in questo momento? 

 

A La nascita di Dostoevskij, che è un libro molto più ironico e divertente di quanto il titolo non faccia credere. È il risultato di un lungo percorso che ha inizio dal mio desiderio di reazione all’insulto “sporco ebreo”. Qui affronto in chiave tragica ma anche profondamente ironica, uno dei miei temi più ricorrenti che è quello del “sosia”, del doppio, dell’altro da sé, è un tema che mi permette di esprimermi con un andirivieni dialogico che mi diverte molto. Io poi sono il “sosia” di me stesso, essendo figlio di madre ebrea e di padre cattolico, entrambi laici. In questo libro spero di aver conciliato il pensiero tragico, comico, ironico, fantastico, beffardo e sentimentale.

 

Un’ultima domanda. Lei si sente più italiano, ebreo o russo? 

 

Io mi sento innanzitutto un cosmopolita, ma sono romano, newyorkese, pietroburghese e profondamente ebreo.

 

 

(autunno 2002)




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