SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “COME PIETRA PAZIENTE”
Nella quotidianità
della guerra
il riscatto
di una donna


      
Atiq Rahimi, scrittore-regista afgano che vive e lavora in Francia, ha ricavato da un suo romanzo, vincitore del Premio Goncourt nel 2008, un intenso film, sapientemente sceneggiato da Jean-Claude Carrière e interpretato dalla brava e bellissima Golshifteh Farahani. La pellicola delinea un percorso di progressiva emancipazione di una moglie che in una casa di Kabul, in mezzo ai bombardamenti, veglia il corpo in coma del marito, rendendolo il depositario dei suoi più intimi pensieri e segreti.
      



      

di Manuel Tornato Frutos





Goldshifteh Farahani, protagonista di Come pietra paziente (2012)


Dopo l’opera prima Terre et cendres – tratto da un suo romanzo e presentato nel 2004 al Festival di Cannes, con un’ottima accoglienza di critica e pubblico in Francia – lo scrittore/regista Atiq Rahimi, nel suo secondo lavoro Come pietra paziente, filma le parole disperate di una giovane donna afgana, impaurita ed abbandonata, lasciata sola con il corpo esanime di suo marito in coma, e le due bambine, in una stanza sudicia della sua casa fatiscente, fuori dalla quale, in una Kabul messa in ginocchio dalla guerra civile, si alternano incessantemente bombardamenti e attentati.

Per sfuggire all’impazzimento, non c’è altra via di uscita che rifugiarsi nei ricordi della giovane, rievocati e narrati attraverso un sapiente uso dei flashback, estrapolati da un racconto audiovisivo atemporale (stesse location, stessi personaggi, stesso ritmo, stessa fotografia) di una condizione umana, rassegnata ad un destino segnato dalla sopraffazione.

Ma, con il passare del tempo, il corpo vegetale dell’uomo – ex eroe di guerra, ridotto in fin di vita per un proiettile conficcato nel collo – diventa, incoscientemente, depositario dei ricordi e segreti della moglie, trasformandosi, secondo la tradizione popolare afgana, nella sua “pietra paziente” (la Syngué Sabour del titolo dell’opera), alla quale sussurrare tutte le proprie confidenze, prima che vada in frantumi.

Di fatto, la liberazione dall’oppressione maschile nasce dal corpo (apparentemente) senza vita del marito, che permette alla donna di intraprendere il suo personale processo liberatorio, approfittando dell’immobilità fisica del suo uomo, per confessargli tutti gli abusi e le violenze subite dalla sua famiglia e dall’intera società, ma soprattutto dei terribili segreti, covati a lungo, e taciuti fino a quel momento.

Proprio attraverso la parola, la protagonista riesce a maturare la sua consapevolezza femminile seppure anche il tradimento fisico con un giovane soldato sconosciuto, e la frequentazione con una zia prostituta già emancipata, la spingano verso il cambiamento e la resistenza alla repressione religioso-culturale della società afgana – approfittando di questa occasione di riscatto personale, per rinascere dalle ceneri della “guerra quotidiana” che gli tocca vivere non solo tra le mura della sua casa, ma anche fuori, tra le macerie di una città distrutta dalla violenza.

Lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière riesce con maestria a trasporre in immagini il romanzo Pietra di pazienza (Einaudi) dello stesso Atiq Rahimi, vincitore del Goncourt nel 2008, avvalendosi del potenziale cinematografico dell’autore afgano, che nella sua opera seconda si rivela un cinefilo sopraffino, citando Dreyer, Rossellini e Bergman, ed attingendo a piene mani dal neorealismo italiano.

Come pietra paziente parte lentamente per poi crescere gradualmente insieme al processo di maturazione della donna – un’intensissima e sorprendente Golshifteh Farahani – sulla quale si catalizza l’attenzione di Rahimi, la cui macchina da presa non smette mai di starle addosso, trasmettendo alternativamente quei sentimenti di rabbia e dolcezza, paura e disincanto, ricorrenti nella vita di chi convive in conflitto con la famiglia e la società circostanti, cercando, comunque e malgrado tutto, un dialogo con chi non l’ha mai ascoltata.

In realtà, si denota nel discorso filmico del regista afgano che non parla solamente del suo paese e della sua cultura d’origine una netta presa di posizione “rivoluzionaria” contro quella società dell’uomo e quella religione ingiusta ed oppressiva, che ciclicamente, di generazione in generazione, si perpetua e si abbatte sulle sue donne, non volendo però essere un manifesto politico, bensì un denuncia metaforica sul rapporto tra uomo e donna in generale, perché in verità «Gli uomini che non sanno fare l’amore, fanno la guerra».





Un'altra scena di Come pietra paziente, diretto da Atiq Rahimi


 

SCHEDA TECNICA

 

Titolo originale: Syngué Sabour (Come pietra paziente)

Regia: Atiq Rahimi

Interpreti: Golshifteh Farahani, Hamidreza Javdan, Massi Mrowat, Hassina Burgan

Distribuzione: Parthénos

Durata: 103’

Produzione: Francia, Germania, Afghanistan, Inghilterra - 2012

 

 

Link: https://www.youtube.com/watch?v=RFf7EXcncgM




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