PRIMO PIANO
SULLO STATO DELLE COSE POLITICHE - 2
Nella crisi italiana ‘morire di (quale) democrazia’


      
In recessione profonda e ciclica, il nostro paese appare un laboratorio della deriva democratica occidentale. La rielezione di Napolitano come Presidente della Repubblica puntella una sistema rappresentativo sull’orlo del disfacimento finale. Ma nella terra della vox populi confusa, l’opposizione fomentata dal MoVimento 5stelle si vale della Rete come strumento apparentemente democratico perché frontalmente accessibile, in verità piramidale e binario. E il vate Grillo raggruma le istanze colleriche e contrastanti di una vasta collettività che non trova rispecchiamento politico ormai da vent’anni. Condensando gli umori monopolizza la linea d’azione in un linguaggio demagogico che si sposta da destra a sinistra mantenendosi apartitico, tra blog mitizzati e comizi volanti.
      



      


di Sarah Panatta

 

 

Culla dell’illuminazione classica, della colonizzazione preventiva e del quorum dei Grandi Elettori. Laboratorio politico occupato, patria del compromesso, terra del contrario silenziato. Italia da duello finale che delega responsabilità e idee, che rappezza voragini croniche in temporanee rivoluzioni-recessioni, che “muore” (ma non si scopre) per un sì o per un no. Dopo il flashmob sui sanpietrini smussati da troppe folle ambigue. Sospeso il gioco dell’ingovernabilità per pochi giorni. Appena sgomberati gli scatoloni dal Colle vacante. Ecce homo, il sacrificale Giorgio/Anchise ha ri-attraversato le fiamme della piazza ebbra di un “cambiamento” defraudato perché senza coordinate, quindi irraggiungibile, senza spoglie, certo spoglio. Anchise ripescato tra i guerrieri azzoppati, quotato in extremis nella borsa dello scontento tricolore, costretto, 738 volte demandato a riprendere in spalla Enea. Il figlio svogliato-volubile, che ha perso le braccia durante la fuga, suo schema esistenziale e prassi di indugio. E a trascinarlo per un altro guado. Per individuare la segnaletica dei prossimi mesi e imboccargli l’ennesimo pasto indigesto. Fra le “intese” ghignanti e le opposizioni annunciate. Aspettando il prossimo giro(tondo) del gioco. Nella landa-labirinto senza coscienza e senza memoria che sogna il risveglio, ma si limita a gustarlo nelle mutevoli lusinghe della Sibilla/Doctor O’blivion di turno.

VaffaBlog. VaffaLogo(s). VaffaLiberAzione? VaffaIrruzione. VaffaTsunami. VaffaDiserzione? Vaffa vicolo cieco? Il Vaffa vettore caricato da impulso post democratico traccia messianico la tragedia dell’Italia che non può votarsi e che sconfessa quotidianamente la propria Costituzione. Dell’Italia unta da “quanti” Signori, battezzata tardi da coltissime pesanti tavole democratiche. Che soffre di deficit d’attenzione e che stenta a combattere se non ricattata. Che si arrabbia e si arruffa per poi adagiarsi nel proprio fac simile. Il Paese in cui un non-partito killer non-guidato dal proprio non-guru (tutt’altro che improvviso star man, anzi anch’egli minuzioso auto-riciclaggio indignato) occupa il 25% di un Parlamento di partiti resistenti o terminali. In cui la repulsione condivisa del “vecchio” diventa grill-etto della “nuova” ma tuttora invisibile, se non sgretolata democrazia e il MiPiace social si crede o si finge o si meraviglia motore digitato di scrittura non-costituente. Il Paese in cui un maxi raduno di 5stelle intorno ad un palco rialzato è ammirato in esteri lidi quale frattura vitale causata da un’epocale protesta, anche se, osservato da vicino, pare un mesto inconsapevole epicedio per un mondo che muore lentamente. L’Italia dello spettacolo che continua ma non inizia, perché gli attori si contraggono negli anfratti fetali della quinte. Il Paese sempre in prova.





Giorgio Napolitano, rieletto Presidente della Repubblica


La mission impossible dell’elezione del presidente della Repubblica sta traducendo per balbettii il paradosso di un grottesco, purgatoriale sistema di rappresentazione. Mutilo, immoto, abortito anche in questa tornata, già prima delle urne, da una legge elettorale stigmatizzata come “porcata” dai suoi stessi artefici. Nelle ultime ore, sudate di “edizioni straordinarie” e di slogan accalcati sotto Montecitorio (ascoltando le labili parole di Giorgio/Anchise, mentre scriviamo differendo da una notizia flash all’altra la compilazione dell’analisi epigrammatica di una res publica-farsa), l’incompiutezza del pensiero politico e civico italiano si celebra isterica. Il nostro Tempo è la stasi fibrillata. Adesso sul desk mediatico, spazzata via per qualche momento la scacchiera degli indovinelli grilliani e dei fraintendimenti grillini, va in onda il funerale degli schieramenti “tradizionali”. La replica in streaming dell’ennesimo tracollo del centro-sinistra, suicida recidivo, quell’attualmente denominato (a breve derubricato) PD, franato addosso al Bersani espiatorio, tradito da covata renziana e da metastasi organiche di un modulo debolmente poroso, quindi inservibile. Sotto le macerie del Re delle Bambole spettinate-senza-testa, i ritornelli del vittimismo “pentastellato”, che raccontano un MoVimento ipervotato e ribollente ma bloccato dal conservatorismo di partiti stantii e mafiosi, non hanno smesso. Armonizzati in cori sempre autoreferenziali. Che inglobano la logica dell’estorto do ut des macinato tanto da vecchia quanto da novissima (anti)politica. Dateci Rodotà e collaboreremo ad un governo. Il verbo dell’aut aut.

Il verbo dell’aut aut riproduce il flusso di volontà della massa? O di un gruppo di potere abborracciato in gran fretta, che (ancora) non si conosce ma ostenta di riconoscersi in quella massa in parte esclusa da un concistoro “aperto” solo al web (in un paese dove il digital divide è una lacuna tecnologica e culturale dolorante)? I 5stelle chiedono ascolto, ma non-concedono un dialogo stentato. Come gli altri – invitati a far fagotto nei leit motiv della campagna elettorale –, controllano oggi una zolla, munita di steccato, forzandosi antagonisti ma adattandosi all’attesa e alla difesa. Approdati all’arena delle Camere dalla rena policroma della Rete, strumento apparentemente democratico perché frontalmente accessibile. In verità piramidale e binario. Quindi ventre matrigno se non sterile per assemblee polifoniche, partecipate, totalmente di-massa. Anche il MoVimento ha il suo feudo, il blog grilliano, con una propria etichetta muraria, cinta da un “sito” (“dominio”). Un MoVimento che voglia rieditare la democrazia a partire dalla Rete non dovrebbe prima discuterne la natura e le funzioni, con desiderio poietico autodeterminante? La Rete promised land, risorsa open ma al contempo codificata delle libertà nuove (da Wikileaks ai 5stelle), di fatto spartita, appaltata e ri-affittata a/da major internazionali ingrassate dai click.

Se la Rete non vive osmotica con la rete fisica dei territori, dove scavare radici di diffusione e di autoalimentazione. Se il MoVimento conserva nell’etimologia lo spirito adesivo e insieme respingente, elitario e annichilente del Vaffa succitato. Se non si gestisce comunitariamente ma si mantiene quale appendice o estensione materiale del leader non-candidato che si fa tuttavia ricevere dalle cariche istituzionali in vece dei “suoi” eletti. La democrazia sperata non si presta alla pratica. E il MoVimento sembra danno collaterale italiano, conseguenza più che allarme, precipitato di una democrazia agli sgoccioli (1).

Come conviene il collettivo “senza nome” Wu Ming, che pure analizza Italia e italioti scempi e proposte in un altro polo di riflessione on-line, molto frequentato, il blog “Giap”, Grillo raggruma le istanze colleriche e contrastanti di un paese che non trova rispecchiamento politico ormai da vent’anni. Condensando gli umori monopolizza la linea d’azione in un linguaggio ideologico che si sposta da destra a sinistra mantenendosi apartitico, tra blog mitizzati e comizi volanti. Esponendo la prima fondamentale contraddizione: professione e propensione alla democrazia diretta e insieme culto del leader. Che incarna-riceve su di sé, in unica maschera arlecchina ma perentoria, intenzionalmente non catalogabile (perché definirsi aprirebbe forse questioni di identificazione collettiva e di crisi interna al movimento stesso). Sul corpo-urlo-urto, strumento di penetrazione mediatica ancora verticale. Sulla figura pontificante tutte le voci inespresse di chi è travolto dalla corrente, che brama epidermicamente una libertà sconosciuta, che poco sa e si lascia informare per poi gettarsi in piazza. Non è la piazza acefala, nuovo rivoluzionario corpo decisionale, ad appoggiarsi al vate. È il vate-Grillo a prendere la piazza. Permangono base e podio. Non un unico humus interdipendente e solidale. Alla base langue la profonda diseguaglianza mai trasformata in forza di rigenerazione costituente.





Divoratori di MacLuhan gabbati dal proprio credo i capi mediatici del presente non hanno imparato ad obliarsi nella massa-flusso autonoma. Addobbati da profeti, incappucciano tutti, giovani e non, disoccupati, pensionati, ex comunisti, neo fascisti, ex-, neo-, non-…. I 5stelle sono i senza nome, i senza futuro che vivono nel vaffa del qui ed ora, intercettati da Grillo. Che attacca multinazionali e speculatori finanziari crackkisti, ma anche sindacati e immigrati, l’euro e le Banche, il curatore fallimentare Monti e la schiavitù del debito nazionale. Si cambia campo? No, si evacua dagli altri campi e ci si butta, a mare, acque carnivore dove la lotta uno a uno (M5S-PDL, M5S-PD ecc) divora gli scopi della supposta depurazione di cervelli e di caste. Il grillo canta sul nostro “tramonto”, ma non sfuma terrori e proclami in nuove albe, pacificate nella conflittualità ossigenata delle idee libere.

Grillo e M5S sono dunque mera Fase? O gemme proteiformi e in divenire semplicemente “dentro” la Fase? Grillo si infiltra nella palude con lenti pulite e un retro-proiettore a mente. Vive lo Stivale di magagna in magagna in oltre trent’anni di tour, di caricature, di denunce. Salta tra le frane e le reti spezzate traslate nella virtualità perennemente in-potenza. Ma tra gli insetti, serve qui un aracnide, che fili e riorganizzi le trame. La virale nebulosa democrazia del web (non ancora “nel” web) vive della fasulla orizzontalità delle democrazie complesse che tiranneggiano il mondo. In primis l’italico Parlamento, green zone in cui si ritualizza un affannoso camuffamento di ruoli.

La sedizione reale è allora forse cavarsi d’inciucio, spostarsi nella fanga batterica extra parlamentare, fra la gente, rifiutare gli scranni, alimentare con paziente millimetrica educazione civile il popolo tutto e prepararlo ad altre possibilità democratiche. Non partiti ma parti del movimento eterogeneo e spicciolo della vita, da basso.

VaffaDemo> democrash…

 

21 aprile 2013

 

 

 

 


1) In proposito v. Morire di democrazia. Tra derive autoritarie e populismo. Di Sergio Romano. Longanesi, Milano 2013, pp. 120, € 10,00. Romano teorizza e spiega il fallimento delle forme attuali della democrazia occidentale. In un’Europa in cui negli ultimi anni i risultati elettorali sovente non sono stati decisivi nella formazione dei governi, dove le coalizioni rappresentano non più una memoria politico-sociale bensì un adattamento economico compromissorio, dove i furori indignati sono catalizzati fugacemente da movimenti che non sanno programmare una propria identità né una reale seppur ardua ricostruzione delle regole e delle strutture democratiche dei singoli paesi.




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