LUOGO COMUNE
AUTOSCATTI
Lo scrittore diabetico e i conti da regolare


      
Un elaborato percorso con immagini e parole lungo la deriva dei giorni del dissesto politico italico e richiamando ricordi cinematografici, musicali e letterari che rimbalzano come le palline di un flipper. Ci vorrebbe una tassa sui volumi inviati da sconosciuti che pretendono ponderati giudizi su due piedi. Tra i libri invece da salvare: il “Viaggio in Francia di un francese” di Paul Verlaine, che non piace al critico fortiniano del ‘manifesto’; e poi la mirabile traduzione che Nanni Cagnone ha fatto dei versi del poeta messicano Gabriel Magaña Merlo; “Questioni di scarti” di Giovanni Fontana potentemente informato alla lezione dei classici; e l’impeccabile prosa delle “Nove storie storiche” di Cesare De Marchi, che vive da una vita in Germania.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

20.4.13

 

o il trionfo della margarina

 

 

knock. ovvero il trionfo della medicina

 

 

 

 

 

La lunga linea sempre molto grigia

(random...)

[ab uno disce omnes]

 

 

 

 

 

sarà gatt?

 

 

  >

 

gli ultimi giganti

 

 

 

gli uomini della provvidenza

 

 

cuore napoletano sei sempre tu

 

 

Legenda – C’era una volta un soprano australiano, la chiamavano la Stupenda. In Italia aveva cantato agli esordî, detta la Prestiggeosa, e poi provò a tornare verso l’epilogo. Si riprovò in Violetta. La soirée scontentava, il mugugno si fece aperta riprovazione a un errore del tenore. La rappresentazione fu interrotta. Dopo mezz’ora il treno si voleva rimettere in moto; si alza il sipario e rientra in scena il Riprovato. “Ma è sempre lui!” ruggì la gran sala. La serata finì lì.

 

 

 

La Stupenda

 

 

Stasera lo stanco, colmo, diabetico scrittore che sono,

ha condito la pastasciutta con una linguina di burro.

Margarina, margarina! cosa si farebbe per non morire.

 

 

 

 

 

 

 

Burro era un altro dei nomi di Pirro. Non bastarono Eraclea vinta né Ascoli Satriano espugnata a dargli in mano la vittoria definitiva nella guerra pirrica.

 

Difficilmente il venti aprile diventerà la targa di qualche viale, vana memoria di alti destini illusorii.

 

Mi ricorda la carica dei Seicento: alle onde dei manipoli e al lampo dei cavalli si alternavano le immagini di visi noti, primi piani di deuteragonisti e anche meno che si abbattono a terra, chiudono gli occhi e sono morti. Sarà un bel modo di fare la guerra.

 

 

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Curioso fin da bambino della umana imbecillità (il più grande motore della storia) confesso che negli ultimi dieci giorni provavo qualche uggia nello staccarmi dalla televisione. Non v’era ansia ma curiosità conoscitiva, anche un certo divertimento appena appena imbaldanzito di avere anticipato le mosse.

 

Oddìo, le mosse. Era come quando un giocatore di dama ripiegava in una casella donde non potevi stanarlo e non si poteva, lui, muovere. Detta anche novella dello Stento.

 

Stasera non l’ho accesa né credo tornerò a farlo presto. Se non per qualche film, se uno riesce a serbarsi alle ore notturne non mancano sorprese o conferme di letizia.

 

Un Cassavetes figlio, sere fa: con un isterico Sheen e il calibrato Travolta (e l’icona di Gloria, Gena Rowlands); un magnifico Wan (Death Sentence) la sera dipoi. Il primo è la natura che batte la cultura (la legge formale) uno a tre. Il secondo è chi crede nella legge e, deluso dalla applicazione fattane, decise di imporla da solo. “Sangue! Sangue! San-gueee!!!”

 

 

 

Sì, pel ciel marmoreo giuro...

 

 

Ho scoperto da poco che il finale del secondo atto dell’Otello di Verdi, dal sogno di Jago, falsificante, al giuramento di vendetta di Otello, cui Jago fa mostra di unirsi con accecante dedizione alla causa, è stato preso a modello da Woody Allen, in uno dei suoi ultimi film (Match Point).

 

 

Death Sentence - Sentenza di morte

 

 

Non mi straccio le vesti a vedere che dei numi terreni alto consiglio è che gli utenti della televisione (a dirlo così suona buffo, com’è giusto che suoni) si dividono in diurni e notturni: ai primi la sbobba, condita di sempre meno convinta pubblicità (chi ha il coraggio di dirgli che comunque il teleutente in grado di azionare un bottone appena sente dire: ‘restate in onda, torniamo fra due minuti’, automaticamente si sposta su altro canale); ai notturni la dolce euchessina.

 

 

 

peggio che andar di notte

 

 

Non  sempre, ne convengo, ma più spesso che non si voglia ammettere. Al cinematografo non c’è più modo di andare, per un vecchio che esce disagiatamente nelle ore notturne. Ai bei tempi, dividevo la giornata in quattro parti: la mattina a scuola, il pomeriggio al cinema, la sera alla radio, la notte o la mattina molto molto presto (risento ancora il freddo di quei risvegli nel gelo) lo studio. Matematica non ci entrava mai.

 

Ma i conti li so fare. Stanotte, in un clima offenbachiano, la più corrotta politica festeggia attorno a giorgionapolitano – da dirsi tutto d’un fiato, con goduria, come mariomonti o come pierinolapeste – la sua vittoria di burro.

 

Vi ricordate quella deliziosa (e anche un poco angosciante) storiella di mark/twain (da dirsi come due colpi distinti di tamburello) di quello che ruba del burro in bottega, se lo caccia sotto il cappello, il bottegaio l’ha visto e lo intrattiene in chiacchiere del più e del meno, mentre al ladro la faccia si cosparge di strutto e sudore?

 

Chi, stasera, con un rocambolesco arrivano i nostri (avrà qualcuno suonato il galop finale del guglielmo tell e del cavaliere solitario, lone ranger, all’ingresso del salvatore dei partiti costituiti?), chi stasera celebra la vittoria, prepara pianti a sé e alla sua parte. Chissà se saremo ancora a piede libero quando questa noticina uscirà (dovrebbe riuscire ad uscire), fra dieci giorni.

 

 

 

Deve risultare chiaro che quello che si presenta, invocato, come il liberatore, in realtà è e resta la causa primaria, il progettatore ed il motore immobile (e, per questo, mi va di benedirlo, per paradosso che sia) di questa balaklava da cui la guerra esce comunque rinnovata. La solita faccenda della Storia che fabbrica dei risultati parziali e provoca con essi le frane e gli sfagli di un diverso che nasce quando è maturo per nascere.

 

 

 

 

Io non credo che giorgionapolitano (da pronunciarsi tutto d’un fiato allappando le parti goduriose) ci sarebbe arrivato da solo. La sua fu la carriera di un uomo-sì. Oggi fa il padre nobile e recita anche bene. Ma non obbligatemi a dire che la stagione sui monti da lui impostaci senza consultarsi con nessuno

 

 

 

‘ai nostri monti ritorneremo...’

 

 

(ma proprio con Nessuno? chi decide in compagnia sarà un ladro ed una spia? no! se lo fa pel bene... del paese... di quel paese...) da cui usciremo una volta con tutti i danni possibili sia qualcosa per cui dovremo dire: ‘che fiuto’. Un vero padre nobile mai ci avrebbe messi, con un colpo di mano, su quelle risecchite ginocchia.

 

 

 

La Pietà di Kim Ki-Duk

 

 

Non credo che ne usciremo per la via della politica parlamentare, basata sulla convinzione che un voto non è altro che un assegno in bianco al portatore. Le piazze? Non le temo e non ci spero. Quando le ho viste all’opera, facevano cagare. Meglio i coristi dell’Aida o del Trovatore.

 

 

 

Duce Duce Chi Non Saprà Morir

 

 

“Dunque è proprio finita?”

 

 

 

 

Non vado quasi più in libreria, non posso più andarci con quel mio animo di una volta per cui una breve sosta alle vetrine mi scaraventava dentro, ne uscivo col mio pacco trionfale.

 

 

MaxMaraFirenze

 

 

mia ben amata via Tornabuoni dove una delle più belle librerie di Firenze,

la Seeber, è stata sostituita da un negozio che vende mutande firmate

e ogni volta che ci passo davanti apro la porta e urlo dentro “Vergogna!” (Tiziano Terzani)

 

 

Ma i libri ormai circolano indipendente-mente dalle botteghe.

 

Come gran parte della musica oggi si ascolta smaterializzata (io ne sento la perdita, ma vado per i 74 anni senza alcuna certezza di toccarli e non ho difficoltà a immaginare che altri, che di qui a poco conoscerà solo la musica smaterializzata, non abbia alcun motivo di dolersi per la perdita di ciò che mai ha avuto [ma non era lo stesso alla radio? con la radio? ricordo ancora i segnali, le sigle dei programmi che si alternavano nella notte... la tragedia di quando fra il secondo e il terzo atto dei Puritani si insinuava Oggi al parlamento, dopo il giornaleradio, e l’orologio segnava ormai le una, le due...]), così smaterializzati si leggeranno i libri. Come queste righe che scrivo e che voi, alcuni pochi di voi, forse con giusta fretta scorreranno, escono senza alcuna stoffa cartacea; e questo ci rende più liberi.

 

Ricevo libri tuttavia cartacei da perfetti sconosciuti e da numerati amici. Degli sconosciuti, che non vedo ragione perché non entrino presto nel novero degli amici, prendo in considerazione solo quelli che, mandandomi il loro cogitato ed effato, sappiano almeno chi sono, come la penso. Guerreggio da una vita contro lo scrivere autoconsolatorio e mi arrivano paginette gonfie di boria sodisfatta d’aver estromesso un temino. E insistono, vogliono strapparmi un giudizio. Ma non si giudica l’ingiudicabile. Un giudizio bisogna guadagnarselo. E a volte è meglio stare al danno del silenzio.

 

 

 

 

Non fosse la mia indifferenza al denaro (e indipendenza da esso), quella che mi rese inaccettabile in una città dove vissi, insegnai e (diciamolo) militai (culturalmente, personalmente, che è il contrario dell’‘alta cultura’) oltre trent’anni, e che ama chiamarsi da sé la Città dell’oro (anche della musica di Verdi volevano fare oro, sembrava che tutto stesse nell’averne sempre di più e nel darne in cambio d’omertà, ebbi la soddisfazione di vedere, appena venuto via da quel merdaio, che le prigioni cominciavano ad aprirsi a bancarii corrotti e a politici delinquenti, a sottili curiali e a gran maestri del latte, quelli che, dominando col denaro anche la vita universitaria, a un certo punto nemmeno più si contentarono di lauree honoris causa indecentemente concessegli o di qualche targone in morte celebrantene le virtù ‘civili’, ma vollero avere il diritto di vita e di morte su tutti quelli che nell’università avevan diritto e dovere di stare liberi e denunciare le vere delinquenze e le false illusioni...),

 

 

 

(1)

 

 

 

(2)

 

 

ebbene, come una volta fu proposto di non firmare mezza paginetta per gli uffici stampa dei teatri se la retribuzione non si avvicinava almeno a quella del cantante che nella Bohème strilla ‘i giocattoli di Parpignol...’, io proporrei una tariffa, equa ma non troppo leggera, per chi scrive e spedendoti un libro non richiesto vuole da te un giudizio, possibilmente ampio, circostanziato e su due piedi.

 

 

‘La legge al di là del Rio Bravo’

 

 

Non puoi sbrigartela dicendogli: bravo, perché poi ti ritrovi stampato con tanto di firma sul risvolto di copertina del libro immancabilmente successivo.

 

(1)  A questa altezza del lungoparma ebbi la prima multa (e, prima, asportazione manu militari dell’auto) la mia prima mattina di parma, autunno anno 70. Era una macchina (prestatami perché potessi aiutarmici nel trasloco) che, difatti, sporgeva un poco, col muso, sul marciapiede; pare 10 cm. E se passava di lì una carrozzina? Di lì (imparai dopo) si traguarda all’ultimo (allora) ponte sul parma e spesso ci si vedeva passare una macchina di lusso dei vigili urbani con sù piantato ritto come un zugo un brindellone in divisa. Assomigliava al tenore Corelli. Seppi, da un suo collega, che era un maniaco; a un certo punto sparì. In un bordello? Di fatto sta che Parma fu alla vanguardia nelle sopraffazioni perpetrate dai vigili poco urbani nei confronti di stranieri, extracomunitari, poveracci.

 

(2)  Quanto lo hanno odiato, i parmigiani, bernardo bertolucci. Dovetti battagliare a difesa di Novecento contro chi aveva plaudito pubblicamente al rogo cui la giustizia aveva condannato l’Ultimo tango a Parigi. Ma, vinto l’Oscar, nessuno parlò più se non per dire che lo aveva sempre ammirato, fin dai dì che era stato compagno di scuola di un figlio o di un nepote del toccato da tanta fortuna. Per fortuna ci sono ancora emeroteche storiche. ma bernardo li aveva, proprio alla lettera, fotografati. per esempio attila & regina. potevi trovarli al concerto, con fascisti sempre vecchi in divise sempre nuove.

 

 

 

 

Io non mi sento punto ufficio pubblico. Lo scambio di un libro è fra simili, fra non indifferenti.

 

E dunque, ultimi scambi fra ultimi amici.

 

Tocco appena di quattro libri, che stanno qui freschi vicino al computer.

 

Il più importante a me sembra (non faccio una questione di valore, di qualità o di prestigio autoriale) il Viaggio in Francia di un francese, di Verlaine. Il capolavoro maledetto (vale qui: ‘del quale si è molto e sempre detto male’) del poeta dopo la conversione che lo rese tanto diverso, pare, da quel ch’egli era. La Nota editoriale (quanto invidio questa maniera di dire l’essenziale in mezzo foglio) ci apprende che il libro, composto al principio degli anni 80 dell’Ottocento dal poeta di Sagesse, fu rifiutato dalla Revue du Monde Catholique e, dieci anni dopo, non avendo trovato un editore nel frattempo, da Robert de Montesquiou. Nulla; il povero Verlaine era in bolletta e fu più onesto il suo padron di casa che accettò il manoscritto in cambio degli arretrati fattualmente inesigibili. Nel 1907, cioè undici anni dopo la scomparsa terrena del Maestro, il libro ebbe gli onori della stampa. Un passo ne tradusse don Giuseppe de Luca, “amico di Gentile, Papini e Ungaretti”, nell’Annuario del parroco 1955-1962. Dunque la traduzione della mia compagna di lavoro Luana Salvarani è la prima versione italiana di quello che Verlaine giudicava un proprio capolavoro. Lo era? Chi se ne impipa. Sta di fatto che al poeta Giancarlo Pontiggia detta una lucida, serena e molto bella prefazione. Molte cose non riesco ad amare (chi se ne impipa) in Pontiggia, del quale in anni lontani come la stella Sirio salutai l’esordio con una antologia di neoteroi che chiuse l’interesse della casa editrice Feltrinelli per l’avanguardia della poesia. La Parola innamorata (proposta da due galletti di primo canto, l’altro era Enzo Di Mauro di Paternò) fu anch’esso un libro detto-male, io invece me ne giovai, magari per ignoranza. Certo avrei preferito che ad uscirne con lancio bello fosse un poeta come Gino Scartaghiande anziché un professore un poco azzimatetto come Magrelli. Ma non v’è colpa di Magrelli, che per alcuni antologisti o scolastici può tenere il posto che fu di Montale. Si accomodassero. Non ho alcuna indulgenza nei riguardi del bellettrismo.

 

In fondo fu lo psicodramma che intervenne fra me e l’adorato Attilio Bertolucci. So che mi volle bene e fu tra i pochi (l’altro, Gianandrea Gavazzeni) che mi porsero sostegno e coraggio quando anch’io ero ancora pulcino e avevo la testolina fuori dal guscio e dentro il guscio il culo. Ci sono due giudizî sul poeta della Capanna indiana, uno del critico Citati (‘il miele di A. B.’) l’altro del filologo Contini, questo però non pubblico, almeno per iscripto (‘è un poeta che sa di stallatico’). Un vero naso domossolitano, uno starnuto da carlodomodossola. Mi perdoni il grande Gualberto, onore di queste pagine palladinesche: avrebbe fatto comodo, al Contini, qualche rifarsi alla terra, qualche perfino rivoltarsi in brago. La grammatica è svelta solo nel risecchirsi.

 

Io séguito a pensare, senza miele, che la Camera da letto di Bertolucci sia il capolavoro della poesia italiana dopo il Montale satirico e lo Zanzotto onirico-paesaggista.

 

Ma sapevo che pochi l’avrebbero pensata come me: quando la mattina dopo l’uscita ufficiale del ‘romanzo in versi’ io incontrai Bertolucci ‒ solennemente ed  entusiasticamente presentandolo, avevo fatto ogni sforzo per sottrarlo all’abbraccio mortale del proustismo e della provincia, era come andare da Verdi e dirgli che il suo Sciakspier non era poi granché e a Sant’Agata non c’era che la nebbia ‒ e lui, senza sforzarsi nemmeno con un grazie di pura forma, mi disse come con un suo interno brillìo (sembrava un bel soriano quando si lecca i baffi): ‘l’articolo più bello lo ha scritto Citati’; e Citati ribatteva il suo unico tasto, il miele, già uscitogli dolcissimo tredici anni prima per un libro tanto diverso: io capii che non c’era più nulla da fare. Scorra il lettore la costernante critica che ha fatto, in punta di pennino, un uguale, di un poeta tanto diseguale, nella penosa vecchiezza e dopo la scomparsa di lui.

 

Verlaine si porta, nell’incomodo e franco viaggio, come un Céline, un Beckett od un Testori. Dice le cose che noi non vorremmo sentire e le dice sbraiando, scatarrando. Per me questo è decisivo: è un libro da tenere, perciò, sul comodino. Un critico del Manifesto si è stracciato le vesti: un libro così non si pubblica. Marxisti miei dagli stomaci deboli, sarò io a ricordarvi che anche in letteratura fa comodo, all’occorrenza, un tempestivo ricorso al Maalox? Un tempo, almeno, i padri accompagnavano i figli, la prima volta, al casino. E loro naturalmente fingevan di cadere dalle nuvole.

 

 

 

 

Chi l’ha dura la vince, leggo (sic!) su una rivista discografica abitata da un paradosso: uno o due che vi scrivono in italiano (a partire dal direttore, ch’è un inglese) e tutti gli altri che stentano in un loro gerghetto fra borghigiano e mezzobustista. Vorrei scrivere all’amico inglese e chiedergli: - ma cos’è quella cosa che bisogna per vincere averci dura.

 

O chiederlo a giorgionapolitano mollis necnon triumphans.

 

 

 

Il trionfo della Fede

(Napoli, San Domenico Maggiore)

 

 

Massimo Raffaeli non vuole assolutamente che si sappia dei casini; nemmen per idea; puritani senza rivoluzione, dicono i manifestici chi si converte non sa più scrivere. Dipende, gli direi. A volte trovai vero più il contrario: che chi non sa più scrivere si converte. Se è del côté vitando e si converte al manifesto, magari sosterrebbero che ha imparato a scrivere.

 

Il vero è che per scrivere uno ha da esser se stesso; può sbagliare una per una tutte le proposizioni, basta che sia se stesso. Fra l’idea e la sostanza, non possiamo esitare.

 

Vera o sbagliata, l’idea non muore; è questo il suo difetto. (E così Zaratustra scese dalla Montagna).

 

Raffaeli, che nel suo carniere ha studî e lavori su Betocchi e su Céline, su Jean Genet e Massimo Ferretti, ha titoli – e forza di scrittura – per insegnarlo a noi tutti; ma resta un fortiniano: extra ecclesiam nulla salus. Così papa Cipriano vescovo di Cartagine. Solo ebbe salva la vita chi si chiuse nell’Arca; sempre la stessa storia: - i sommersi e i salvati.

 

E, pensateci, Salus è il nome prediletto di molte cliniche e case farmaceùtiche (così a Firenze, pigiando sull’ù).

 

Due poeti che, nella loro diversità (inimmaginabile il primo, linguisticamente supremo, che si converte alla poesia verbo-visiva o sonora), a me appaiono fra i più aperti, e non solo in Italia, alla lezione dei classici (spero ormai che sia cosa a tutti chiara e ‘da verun negata’ che classicismo nulla ha che fare, se non per usurpazione indebita e villana, con quanto si insegna a scuola, disarmandolo e deturpandolo vitanaturaldurante), - i due poeti sono Nanni Cagnone e Giovanni Fontana, fattisi ora quasi vicini di casa, dacché Nanni si è chiuso in Bomarzo –

 

 

 

 

 

mi inviano due prove ulteriori del loro magistero di umanisti: il libro double-face di Cagnone è la traduzione di versi di un poeta vastamente (e colpevolmente) negletto, il messicano Gabriel Magaña Merlo.

 

 

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Eisenstein, Que viva Mexico!

 

 

Lasciamo perdere el magagna, che fece scoppiettare bollicine istantanee nella mia coppa di spirito di patata. Il libro si intitola

 

intolerante superficie|superficie insofferente

 

ed è magnificamente, superbamente edito dalla Galleria Mazzoli di Modena. Mi azzardo a dire: ogni libro di poesia dovrebbe essere stampato così. Con questi spazî con questi tipi, con queste illustrazioni, con questa legatura. Io non so se sia in vendita o tocchi solo ad alcuni previlegiati, insisto perché ciascuno di voi ne faccia richiesta all’editore-gallerista info@galleriamazzoli.com.

 

immenso

libre de espacio

 

donde

se derrama

                                                             el presentimiento

 

mortal

discordante

 

severo

contra los dioses

 

hasta consumar

el funeral

                                                             del cielo

 

[...]

 

rintoccano nella memoria góngora e dante; e mallarmé, ci chiarisce cagnone nella sua post-fazione, nella quale dovrebbe rispecchiarsi chiunque pretenda scrivere ai margini di Poesia; a partire da me.

 

“Non curiosate banalmente nella loro [delle parole ‘pericolosamente sole’ del magaña] disposizione, il cui padre putativo, per chi ignori la poesia figurata precedente, può essere la partitura di Un coup de dés”.

 

“Tout se passe, par raccourci, en hypothèse: on évite le récit”.

 

 

 

Stephane Mallarmé and Albert Dupont.
Un Coup de Dés Jamais n’Abolira le Hasard

[et] Désir-hasard-dés: poème bloc poème

 

 

A fronte, la traduzione (Cagnone già tradusse superbamente Hopkins ed Eschilo):

 

immenso

privo di spazio

 

ove

si riversa

                                                  il presentimento

 

mortale

discordante

 

severo

con gli dèi

 

fino a ultimare

il funerale

 

                                                             del cielo [...]

 

Cagnone (non mi riesce liberarmi dell’aria avvelenata di questi giorni) è un poco il Rodotà della situazione poetica. Nessuno negherebbe che sia bravo, si ha paura di ammettere che sia anche il più grande.

 

Il migliore poeta possibile, ma solo per chi sia ‘capace d’astrazione’.

 

 

 

 

Capacità d’astrazione è nel poeta visivosonorolineare (e architetto e pittore e amico e collaboratore di musicisti) Gianni Fontana. Il suo libro (e, questa volta, in prosa, ma convien dire: - musicato in prosa), appena giuntomi tre giorni fa, Questioni di scarti, edizioni polìmata www.polìmata.it, è anch’esso un libro ‘fabbricato’ con cure che serbano una traccia d’antico artigianato tipografico. Gli scarti sono a intendere l’eliminazione dei rifiuti. Ebbi uno zio miliardario per avere intuìto dei primi, nel Veneto di mariano rumor, che il futuro era nel liberare le città dal troppo e dal vano. Caro zio! fummo così vicini quando io ero un bambino e lui un giovanotto. una volta, nella casa dei nonni, dormimmo in tre in un letto: lui, io, e un mio gradito compagno di scuola che divenne poi esperto latinista. Unico di quei tre a non farsi mai esperto, ma proprio di nulla, fui io. Così, ne rifiutai l’eredità.

 

Avevo letto nei suoi occhi che, non fosse bastata la sua familiare carità, anche io e tutti quelli come me,  sarebbero dovuti esser soppressi e dare fiato, così, alla città che la nostra presenza minacciava.

 

La volta scorsa toccai di un aspetto di un libro di poesia vicino a noi, perché opera del nostro ospite e difensore Palladini. Palladini e Fontana sono amici e si apprezzano com’è giusto fra chi vale e sa di valere; per il resto, non potrei immaginare due scrittori più diversi. Palladini è una invenzione fremente, jazzistica, all’occorrenza pop, dell’anticlassicismo. Fontana, ci parlasse di scarti o di giardini (magari quelli sepolcrali del Foscolo), giace sopra le sue tessiture di versi e di pensieri, come un cielo immutabile. Così calmo che riesci ad ascoltarne – e gela il sangue – il rintrono segreto.

 

 

 

 

Il soggetto (od oggetto) è abolito, mi viene a mente il grande filosofo illuminista che uscendo dalla Phèdre si sentì chiedere che cosa ne pensasse di quella storia di perversione ed incesto. Incesto? quello cadde dalle nuvole. Non me n’ero mica accorto.

 

Un altro libro, le Nove storie storiche di Cesare De Marchi, lo scrittore italiano che vive da una vita in Germania. Edito dal Saggiatore, è il libro di un narratore che non ha mai rinunciato alla linea narrativa tradizionale. La sua prosa è perfetta, la mente desta. Il lettore non si sente mai tradito.

 

Poscritto – Il 20 aprile si è fatto 21 ed è già pomeriggio inoltrato. Ho riaperto la televisione per meno di cinque minuti. Non escludo che i fatti, domattina, abbiano già cancellato il senso (e il reggimano eventuale) di questa mia parabola. Hanno tolto la pietra d’inciampo, ora la frana si rimuove a valle. Mando il ‘pezzo’ a dedalus, consapevole che può essere bene una foto con autoscatto in piena caduta. Un documento di scarto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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