LUOGO COMUNE
STEFANO GALLERANI
Tra letteratura
e realtà neo-donchisciottesca


      
“Albacete” rappresenta l’esordio narrativo del giovane critico romano. I quattordici racconti del libro di fatto propongono una ‘negazione’ del racconto e del personaggio tout-court. Attraverso una disseminazione di voci fra soliloqui, lettere, resoconti, pagine diaristiche, verbali e confessioni, prende corpo un ordito testuale che sembra ambire ad una riscrittura della scrittura e quindi, forse, del senso stesso dei contorni del reale.
      



      

di Desirée Massaroni





Albacete1 è una raccolta di quattordici racconti ambientati nel titolo Alba-cete, in un luogo-non luogo di irradiazione fulgente che, nel riverbero sonoro, pare evocare una quiete luminosa  in cui i soggetti sfumano in un’altra luce, “veramente in una luce nuova”. Fluttuanti in numerati interni in prosa, squarciati da sprazzi poetici, i personaggi galleraniani rassomigliano a figure, a concrezioni fantasmatiche le quali, come nello stilizzato pentagramma in copertina, galleggiano nel flusso narrativo con echeggiamenti deliranti, stillanti l’onirico e la realtà.

 

Mi sembrava di vivere una specie di sogno dove la quotidianità più ovvia si mescolava a questo fatto eccezionale e decisamente atroce.2

 

Le voci narranti e attanti, intrecciate nel fitto ordito di un’unica voce, quella dell’autore, declamano un malessere coagulante nostalgiche reminiscenze, rimpianti, fissazioni psichiche, buie rievocazioni edipiche, incomprensioni e ricomposizioni, a posteriori, di sé, rimandi a-sincronici a situazioni esistenziali, a vagheggiamenti, ad apparizioni fuggevoli che intessono col presente una compenetrazione ossessiva ed estenuante. Gli individui, così scissi, si astraggono ulteriormente negli sdoppiamenti monologanti, nelle inquietanti ri-personificazioni ectoplasmatiche, negli innervati archetipi letterari a cui rinviano nella loro irrisolutezza.

Snodandosi fra soliloqui, lettere, resoconti, pagine diaristiche, verbali, confessioni, la voce gemente, palpitante dianzi alla visione di un amore, si riavvolge così nell’ermetica autoreferenzialità per cui l’incontro con la donna traluce nell’avviluppante soliloquio con se stessi.

 

(…) quel complesso di sensazioni derivava di certo dall’aver avuto a che fare, anche al cospetto del mio primo amore (e così con i successivi), sempre e soltanto con me stesso, di cui non riesco a reputare migliore nessuna delle donne che ho posseduto (…).3

 

Albacete è altresì un luogo della Mancha, è la sconfinata pianura donchisciottesca in cui la voce narrante, peregrinando diafonicamente nell’incessante riflusso cogitante la sfasatura tra la propria mistificante realtà e quella esterna, confluisce surrealisticamente nella rilucente ricongiunzione dell’insania con il  lucido discernimento.

 

Non rammento bene le cose di quel tempo, forse perché vedevo come può vederle la larva nel bozzolo, anche incapace di venire alla luce, attraverso un involucro che ne dà espressione, e un’impressione, deformata e magica, ma mi incanta quella libertà solo intravista, quella maturità solare che avvertivo durante la lenta elaborazione, così come si hanno, ancora attaccati al seno materno, certe immagini del mondo dei grandi (dico materno, ma è al seno e al corpo dell’amante che penso, ora, quel muro di forme vaghe, respiro di sonno scrosciato, paroline insensate e boli intrisi di saliva nelle fauci infantili: lembi di buio, ragnatele parassiti e la sua pelliccia come un cumulo di miele ) 4.





Spencer Tunick, The Ring, installazione, Munich, 2012


Si tratta quindi della narrazione della relazione fra la letteratura e la realtà, e i racconti, privi di struttura, restii alla risoluzione dell’enigma, paiono configurazioni essi stessi di enigmi laddove “la stessa realtà è presente nei singoli individui non essenzialmente ma indifferentemente”.5

Gli interlocutori, in absentia, a cui le voci elucubranti si rivolgono, vengono dissolti e travolti dall’inesausto vociferare interiore dell’individuo che, in termini goldmanniani, patisce un insanabile sgretolamento del personaggio.

Nel modulato andamento narrativo, nella ermafroditica prosa composita di discontinuità, slittamenti, rimandi, interruzioni, pause, silenzi, incisi, note a pie’ di pagina, variazioni di carattere, tratteggi, parentesi, puntini di sospensione, spazi bianchi, alligna dunque lo sradicamento dell’individuo, della realtà comunemente vissuta e al tempo stesso si delinea il suo ritratteggio. La narrazione oscillante fra la compulsante ed euritmica ricomposizione e l’astrazione dissonante, scrive dunque, nello sfaldamento del soggetto, la sua rivisualizzione esperita proiettivamente: chi era costui? E che voleva da me?.

In Albacete la rinuncia alla trama, ai “fatti”, allo scioglimento dell’enigma narrativo, non si configura quindi come abdicazione al racconto della realtà, né come enfatico scardinamento tra la realtà e la letteratura; si tratta piuttosto dell’ardito tentativo di reificare la realtà medesima. Il racconto della scrittura mira dunque a farsi scrittura, incisione, ridisegno dei contorni della realtà e dell’individuo svelando il loro senso, ricreandolo.

Leggendo il libro si ha tuttavia l’impressione che le narrazioni, dipanate nell’increspata frammentarietà che le compone, deficiano in alcuni parti del lavoro po(i)etico a cui paiono alludere, nei vividi svolazzi, nelle fioriture stilistiche, cedendo talvolta, parafrasando Gallerani, a un restauro in superficie, a resocconti trasvolanti seppur visceralmente gravidi di una riverberante riscrittura della scrittura.

 

 

 

 

 

 

 



1 Gallerani S., Albacete, Lavieri, Aversa, 2012, pp. 108, € 14,00

2 Ivi, p. 27.

3 Ivi, p. 28.

4 Ivi, p. 20.

5 Ivi, p. 95.




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