CHECKPOINT POETRY
MARIO QUATTRUCCI
 

 

 

Una cronaca

 

 

Per A. G.

 

 

Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età,

perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini,

quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo

in quanto si uniscono tra loro in società

 e lavorano e lottano e migliorano se stessi

non può non piacerti più di ogni cosa.

 Ma è così?

Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, CCXIII, (a Delio)

 

 

 

I

 

[ancòra]

 

solo ciò che perdura. (e qui il crepuscolo che invioletta

i vetri? il cielo che si ripiega a stingere

il rosso delle mura?). ma non risuona (più ─ ancora)

la frattura il battito. tornano dopo un’era i nomi

i rumori dei passi tutto è fuori

della definizione cieco alla teoria perso nel bollore

della vita.     e sia (se poi la vita è un ardere).   ma nulla

s’infutura se la scure al ceppo alla radice

e multipla non si pone la distesa mano

se non misuri il meno il senza il divenuto

inutile lo sguardo perso nello specchio 

o il pianto riversato: assilla la domanda inquieta.

inutile il sussurro rapido di labbra

nei consessi né i gridi né torna il verso

del concetto nudo stilo dell’intelletto pratico

prodotto dell’uno analizzante e del plurale moto.

 

solo ciò che perdura.          opporre al dato nuova negazione

e norma che sa la negazione forma

che è necessità ma non bastante

(l’essenza è nell’insieme dei rapporti eccetera…)

ed invariante in tempi di rovesci. mercificati.

 

solo ciò che perdura.            ed un pensare acuto

che torni a interpretarlo questo astuto mondo

e con pazienza ancora grado a grado

il movimento in re che gli ordini trasmuta.

 

 

 

II

 

[il prigioniero]

 

ma lui

che poteva sapere adesso immaginare (il tempo

fermato il tempo precipitato) oltre la bocca di lupo

nei riquadri stretti della luce barrata

che poteva udire (il tempo senza futuro senza passato)

del brusio delle sere che poteva di là

da quel bianco dei muri? solo

tetti assiepati stretti riverbero screziato o forse

anche un fiotto di mare anche un verde

di memoria ─ olivi (il tempo solo memoria) pascoli

carrubi ─ o forse solo

uno squincio muro perenne anch’esso bianco

di calcinata luce meridionale.

 

spazio di metri due per tre una branda una

panchetta di legno e il male gli sgretolava le ossa

i denti perforava i polmoni il gelo tenebroso

di quegli anni di quel mondo così terribile e grande

il gelo (il tempo rovesciato) di sapersi escluso eppure:

io penso che la storia ti piace come piaceva a me

 

 

III

 

[falsa progressione]

 

 

la nostra storia.    dicono di città

che attraversammo il sapido del secolo le notti

laboriose i giorni così abbaglianti attese

della grand soirée dell’unico

fiato liberatorio scarlatti pomeriggi a quel sicuro

vento forti i muscoli rifiorenti le guance

smemorati del sangue dell’inganno persi

anche noi nel bosco (d’iniquità di sogni) ma come

dove tenevamo le sue parole la sua vista

spinta così per tempo oltre l’insania

di una pietosa religiosa norma?

perché non in tutto e solo dall’aperto lato solo

per necessità dell’agire condizione intuito?

e fu un bene per noi salute

per noi per tutti anni fecondati ma anche

quanti mai decenni quante innecessarie cadute

perdite e ora nel rovello (religio depopulata)

lo ritrovammo? lo ritroviamo? quasi un occulto

tempio un drappo lacerato.

 

 

IV

 

[l’incontro]

 

 

da poco nato quando lui nel giorno

fangoso lui disfatto senza nessuno a un’ombra

fredda di muraglioni umida celato quando

quando l’avrei incontrato? e come? ed era

in qualche luogo scritto?

non lui persona il suo figliolo musicista un giorno

il suo fratello sopravvissuto quale colpo

volti così evocanti così simili l’uno

a quell’immagine vanescente di lontana

persa consorte l’altro a lui come appare

in quella foto di Formia quale

insostenibile stretta attorno ai polsi alle tempie.

 

ma lui per altra via per uso di parole per quelle

lettere quei quaderni ardenti brulicanti

a segnare la vita a volgerla in un solo

verso questa mia insignificante esistenza eppure

un po’ significante anche lei a ragione di quelle

sue così forti ragioni così immensi pensieri.


 

V

 

[frantumi]

 

 

come furono gli anni? ora so che è un’altra

l’aspra contraddizione altra

dove scendemmo per misurare immagini

o salimmo dove ci conobbero i giorni.   ora

so la frattura e sebbene con lui con lui nel cuore

in luce ed anche (come fu) con lui nelle buie viscere

so.    ma anche il non sapere è esistere

qui dove ascende (sordo) il tramestio dei vivi

persi feroci (o spenti) nell’ascesa e dove lei

la classe meno apprende e si scompone e solo

a sé offesa smemorata attende.   sola

nella spietata grascia di città che montano

s’intorbida con l’aria l’occhio si frantuma

la sua secolare coscienza.

 

è il mondo che in frantumi in vortice ci sfugge

quanto più cercammo delle cose un senso

unico quanto più credemmo a un fine volto

al regno (spento alla fine il regno

della necessità) nuovo dell’uomo volto

per storia ineluttabile il mondo.   né sento

che l’attesa potrà mai più rendermi (e rendere)

una vigilia il fioco apprendersi d’un barlume.

e non per una loro finis historiae o per la quiete

candida del mondo: ma perché ferrigno

con spigoli di pena passa il mille

novecento novantuno e vanno

precipitano insieme col millennio

gli anni.

 

 

VI

 

[la flagellazione]

 

 

convenerunt in unum.   e da lì discosto

─ serrato in bianche architetture in ferree

prospettive vincoli solenni multipli

della ragione architettante al centro

del palazzo innanzi al trono indifferente

complice al mandante ignoto (ma

ne conosci le vesti il portamento) sotto

al braccio dell’idolo (proteso

l’ideologico braccio il globo nella mano)

da luce d’altra fonte illuminato ─ l’uomo:

il povero Cristo il flagellato irriso l’ecce

homo guardato sorvegliato a vista in spine

incoronato e sempre in ogni tempo figlio

del suo sociale umano ed istorico stato.

 

ma chi è qui in primo piano sul piano cioè

che primamente coglie il nostro

occhio contemporaneo il giovane sbiancato

di imminente morte chi è se un’immanente

morte lo tiene vanamente angelico e dotto

non sensibilmente veduto non presente

corporalmente e quasi ignudo

nella sua rozza tunica amaranto

scalzo come si addice a un’anima a una nuda

memoria a un richiamo d’affetti chi  questo giovane in cui

malgrado le nostre rughe e gli anni così evidenti

del nostro corpo della nostra caduca mente

ci sentiamo ritratti tu io che guardiamo e tutti

noi che nascemmo in quel vicino mille

e ottocento quaranta o meglio quarantotto o forse

più verosimilmente nel mille novecento e ventuno

e dunque ancora sul limitar già tratti

a una storica morte tu io uno

qualunque di costoro che nascenza o scelta

ai flutti di ferro di passione nei marosi

e secche del secolo ventesimo gettarono?

 

non parla né sente non può intendere (se anche

ascolta seppure attende

che scenda ancora da parole un chiaro

un fiotto di futuro) è solo è bianco nel suo puro

esserci non essente (un mito) al centro

dei gravi convenuti.

l’altro a sinistra il saggio in abiti solenni

invita: dirumpamus vincula ma guarda

grave fisso anche lui nel punto che oltre il tempo

fuori da quel suo spazio (e nostro) si raggruma


 

VII

 

[da ciò che in noi]

 

 

ma siamo in questo luogo, in questo tempo, qui

la nostra vita ha un senso: qui dunque l’animo

di nuovo ad ascoltare, a intendere, a quella

fatica che ogni pianta richiede.   e ancora

─ e anche se lo grava il tormento di sotto ─

ancora, qui, da ciò che in noi perdura,

ricominciare.

 

 

 

___________________________________

 

 

Il Secolo Breve moriva. Nel 1991, precisamente. Quando l’alternativa storica cedeva e anzi ignominiosamente crollava. Dopo la caduta del Muro il dissolvimento dell’URSS. E lì, e in tutto l’Est, la restaurazione feroce del più selvaggio capitalismo finanziario.

Chi, dal 1956 in poi, rimanendo nell’alveo della Rivoluzione d’Ottobre, e in Italia nel Partito Comunista, aveva sperato in, e lottato per, una nuova rivoluzione democratica e socialista la quale, abbattuto lo stalinismo, ne superasse in un tempo non secolare, un tempo di decenni, le conseguenze storiche sociali e politiche; chi aveva sperato in, e lottato per, la ripresa del cammino verso quella nuova organizzazione della società e quel nuovo mondo di libertà e di giustizia di cui erano le premesse nel grande evento del ’17; chi aveva sperato in, e lottato perché la storia potesse ricevere una nuova spinta propulsiva; quegli ostinati marxisti gramsciani (benché sempre animati brechtianamente dal dubbio) che noi eravamo stati e ancora eravamo, apprendevano (senza più dubbi) non essere il loro che un sogno. O, se si preferisce, un’eroica disperata speranza.  

Complice il tempo, l’umano tempo della vita personale che scorre e volge al suo compimento, alla generazione che aveva retto con tenaci certezze ai tragici marosi e alle feroci ragioni di fedi feroci del secolo grande e terribile, non restava che prendere atto della catastrofe e darsi ragione, una qualche lancinante ragione, di come sparisse nel vortice aperto dalla sconfitta il sogno e l’attesa di una vigilia… e perfino l’apprendersi di un pur fioco barlume.

Ripensare Gramsci, o meglio riandare all’incontro con Gramsci, diveniva allora il modo per rivelare a se stessi l’errore, il vizio assurdo, le ragioni della sconfitta storica che si stava compiendo. E, allo stesso tempo, rivalutare e rivendicare a ragione la propria non insignificante esistenza fatta di lotta ideale e sociale, e di prassi politica, nel segno di Marx e di Gramsci. E, forse, mutato ciò che andava mutato, il perdurante valore di quella filosofia della prassi.

Per giungere alla necessità ─ posta l’insuperata, anzi smisuratamente maggiore, iniquità del mondo sotto il globale dominio del capitalismo finanziario ─ di riprendere l’analisi e, da ciò che perdura, ricominciare la lotta, ridare vita al movimento. Per abolire lo stato di cose presente? Ma non è questa, fuori da ogni abiura di debole pensiero, secondo il suo fondatore, la sostanza del socialismo e la sua necessità?

Speranza contro ogni speranza? Può darsi. Ma noi per speranza non abbiamo che il fare: né la pur umana paura può indurci a gridare Elì, Elì, lemà sabactàni.

 

Un poemetto in forma di prosa, come poi lo ha definito il suo autore. Poggiato su un ritmo da dolente meditazione, eppure celato, spezzato, perfino negato, da ricorrenti inversioni, soprassalti, cesure, dissonanze sintattiche e armoniche. Come era richiesto, o così fu inteso, dalla dolorosa e faticosa riflessione sulle tragiche nostre aporie: nostre individuali, nostre della nostra storia comune.

 

La Parte VI, La flagellazione, si rifà al capolavoro di Piero della Francesca che è nel Palazzo di Urbino, allegoricamente letto alla luce delle scoperte e interpretazioni che ne dà Carlo Ginzburg in Indagini su Piero.

 

 

 




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