SPAZIO LIBERO
MARIO CARBONE
Tutte le virtù
del ‘documentartista’


      
Una breve nota critica sul quasi novantenne fotografo calabrese, nella cui lunghissima carriera si sono intersecate numerose visioni e cognizioni prospettiche, passando dai primi ritratti di matrimoni alla contemplazione delle manifestazioni, dalle immagini dei viaggi in Europa, in India, in Lucania con Carlo Levi, ai nuovi ritratti di artisti come Emilio Scanvino, Tomaso Binga, Hermann Nitsch e tanti altri, fino all’osservazione attenta e colta delle manifestazioni per i diritti gay.
      



      

di Iolanda La Carrubba

 

 

Esiste nel vasto mondo delle immagini, una rara dote cognitiva che potrebbe essere definita – la cognizione prospettica – dove la prospettiva, non diventa necessariamente il punto focale, dal quale nasce un orizzonte visivo, ma una prospettiva empatica di forme, luci, ombre, coreografie di sentimenti e ritmi, tenuti in equilibrio dall’artista.

L’artista esponendosi ed esplorando la fruizione del mondo, muta se stesso in vera e propria opera incorniciata dalla società che a sua volta, diviene necessario veicolo d’espressione.

Non a caso uno tra i più interessanti esempi di tale concetto, proviene dall’incredibile forza espressiva di Marcel Duchamp, nella foto scattata da Man Ray – “Tonsure” – si vede la nuca di Marcel tosata, con un disegno di una stella a cinque punte, simbolo di illuminazione. Pertanto la scelta della foto sì come testimonianza, ma anche come immediato e duraturo impatto visivo, il quale propende a costituire, tramite appunto la fotografia, un’azione (reazione) performativa.

La cognizione prospettica coinvolge essenzialmente, la percezione d’insieme, filtrata attraverso input provenienti dall’esatto momento che l’artista sta vivendo, in tal modo si contestualizza l’opera, in base a degli elementi fondanti per il tempo in cui si svolge una data circostanza.

Questi meccanismi impliciti, coinvolgono la scelta che l’artista si trova a dover compiere per realizzare poi l’opera, nel caso della fotografia, la metodologia si semplifica, dando l’opportunità dell’immediatezza. Fondamentale è la (in)consapevolezza gestuale, trance indotta e inducibile che prescinde dalla razionalità ma che la contempla attraverso il coinvolgimento colto e sensitivo dell’individualità artistica.

Uno tra i più interessanti sodalizi, è quello avvenuto tra le due espressioni visive che coinvolsero Jackson Pollock e  Hans Namuth, infatti laddove uno era avvinto completamente nell’action painting,  l’altro confluiva in quel mondo, attraverso un’astrazione dell’osservatore, creando così una sua opera fotografica.

Ecco dunque che l’arte visiva, coinvolgendo sensi ancestrali, reinterpreta continuamente i propri confini tendendo ad ampliare sempre di più, la necessità di esplorare mezzi e materiali, anche tecnologici attraverso le infinite combinazioni tra l’espressione e la comunicabilità del senso alto. Infatti la fotografia d’autore è per sua stessa natura veicolo di vita, fotogramma d’eterno, riflesso e riflessione del contesto in cui si fonde.





Carlo Levi in Lucania ritratto da Mario Carbone


Dietro l’obiettivo di Mario Carbone dunque, si sono fuse le esperienze del quotidiano, la performatività dell’artista, il coinvolgimento empatico della visione d’insieme che costituisce le radici del lavoro ampio ed in continua espansione di Mario. Nella sua lunga carriera, attraverso le prime fasi, quelle dei ritratti di matrimoni, al passaggio della contemplazione delle manifestazioni, ai viaggi in Europa, in India, in Lucania con Carlo Levi, ai nuovi ritratti di artisti come Emilio Scanvino, Tomaso Binga, Hermann Nitsch ed altri, all’osservazione attenta e colta delle manifestazioni per i diritti gay, si sono stratificate contemplazioni sconfinate di quelle che sono ed erano, le visioni prospettiche di Mario Carbone. In questo percorso visivo, il bisogno di esplorare l’immagine e i sentimenti in essa contenuti, hanno fatto sì che Mario oltrepassasse l’invisibile linea tra fotografia e cinema, così parallelamente al percorso fotografico, realizza importanti documentari e reportage con tecniche e metodologie sui generis divenendo un regista in grado di rappresentare a 360 gradi l’uomo e l’umanità, l’arte e l’eternità.

Nel 1963 Cesare Zavattini lo invita a collaborare, in qualità di operatore e regista al film-inchiesta a più mani I Misteri di Roma, con il documentario Stemmati di Calabria (1964) vince il Nastro d’Argento. Coinvolgente e sensibile, l’importante lavoro di Mario Carbone non si può semplicemente indicare come documentaristico, sarebbe corretto dunque trovare un neologismo che calzi e si compenetri proprio nell’entità profonda dell’artista nella sua continua evoluzione documentar(t)istica.

 




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