SPAZIO LIBERO
ALFREDO D’AMATO
“Cocalari”, immagini in cerca della marginalità


      
Brevi considerazioni sulla mostra fotografica, a cura di Emilia Valenza, che si è tenuta a Palermo, presso la galleria X3. Esposte foto che ci restituiscono un mondo arcaico, archetipico ricercato nelle plaghe rumene, rimaste tali anche dopo la caduta del comunismo sovietico di Ceausescu. Uno sguardo su un universo primitivo sopravvissuto alle ere geologiche, ai cambiamenti climatici, alla sostituzione della ragione alla fede, alle lotte tribali tra chi ha sete di potere e chi si oppone a ciò con tutta la forza possibile.
      



      

di Ignazio Apolloni





Una carrellata di foto a tinte fosche e solo qualcuna con un primo piano in cui lo smarrimento è tanto palpabile quanto quello di chi fa da sfondo. Uno spaccato di vita ai margini della civiltà metropolitana secondata da regole comportamentali talvolta accettate talaltra subite. Un inno alla libertà quale è tipico del popolo rom; dei senza terra e senza patria; delle aggregazioni familiari quale nucleo fondante di una monade sociale che si riconosce nel rifiuto degli agi, in una lingua gutturale sopravvissuta alle trasformazioni da contaminazione dei vari popoli indoeuropei. La felicità dei bambini a contatto con la natura o con i rifiuti; il riutilizzo di tipo schiettamente antropologico: quasi la forma d’arte del riciclaggio. Uno spazio che non ha confini per gli adusi al viaggio improvviso verso una meta qualsiasi, a bordo di una vecchia auto o un camper-carrozzone da circo equestre.

 

Questo l’habitat umano e temporal-spaziale su cui ha lavorato Alfredo D’Amato, fotografo in cerca della marginalità, una forma di diversità normalmente sottratta alla nostra vista. Un mondo arcaico, archetipico quello ricercato da lui nelle plaghe rumene, tali rimaste anche dopo la caduta del comunismo sovietico di Ceausescu; l’universo primitivo sopravvissuto alle ere geologiche, ai cambiamenti climatici, alla sostituzione della ragione alla fede, alle lotte tribali tra chi ha sete di potere e chi li contende e contrasta con tutta la forza possibile. Una condizione dunque puramente edenica, da Adamo, Eva, e una foglia di fico: molto meglio se frutto e non foglia.

 

Un documentario perciò di vita quotidiana non scandita dall’orologio, dal tempo tiranno, segnata dal ciclo solare, che non conosce il dramma di assicurarsi la sepoltura in un luogo dichiarato consacrato. A rendere più suggestiva la percezione dell’unicità del panorama naturale e umano del viaggio in terra altrui – compiuto dall’autore – la luce fioca, il taglio obliquo, decentrato, di oggetti e soggetti. Prevale, per conseguenza, più l’angoscia che la libera fruizione dell’oggetto estetico. Per non dire che salatini, focaccine e bicchieri di vino con contorno di cicaleccio libero da schemi obbligati – quali sarebbero stati quelli di chi è puramente interessato alla fotografia in tutte le sue forme e scansioni – hanno dato un tocco di gratuita allegrezza all’insieme. Insomma, qualcosa di simile ai funerali di New Orleans accompagnati da musica dixie, battimani e canti in onore quasi sempre del Signore: quello dei neri africani divenuti schiavi nel Nuovo Continente da liberi che erano nella terra dei padri.








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