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INTELLIGENZA ARTIFICIALE
L’uomo ‘aumentato’,
il linguaggio
e le macchine


      
Nel saggio dell’antropologo Antonio Marazzi “Uomini, cyborg e robot umanoidi” si delineano orizzonti di conoscenza e di riflessione assai stimolanti in ordine alle problematiche scientifiche, filosofiche ed etiche del rapporto di interazione del soggetto con la tecnologia e con le nuove frontiere della robotica. Già Italo Calvino, peraltro, si interrogava sull’autore come ‘macchina scrivente’ e sulla possibile relazione tra cibernetica e creatività.
      



      


di Fabio Mercanti

 

 

Ogni secondo che passa non siamo mai gli stessi.

La neuroscienza contemporanea si sta rapidamente avvicinando

alla possibilità di collegare due o più cervelli insieme.

Miguel Nicolelis[1]

 

Ci sono due storie che andrebbero raccontate. Hanno lo stesso autore ma diversi protagonisti. La prima non è ancora stata scritta ma solo progettata e programmata, e racconta la storia di uno o più ragazzi paraplegici che daranno il calcio d’inizio dei Mondiali di calcio di Brazile 2014 muovendo un arto meccanico con la forza del loro pensiero[2].

L’altra storia, che invece è già stata scritta nella Storia, vede come protagonisti due ratti. Il primo si chiama Encoder ed è chiuso in una gabbietta della Duke University in North Carolina, il secondo si chiama Decoder ed è nella sua gabbia nel Centro di neuroscienze di Natal, Brasile. L’americano ha imparato a premere un pulsante per avere dell’acqua e telepaticamente lo ha fatto sapere al brasiliano che, senza aver avuto una formazione a riguardo, ha premuto lo stesso pulsante e ottenuto la sua acqua. Telepaticamente, con una idea che si è ritrovato nella testa[3].

L’autore di queste storie è il neuroscienziato di origini brasiliane Miguel Nicolelis[4].

 

 

A me piace lavorare con la gente. Ho rapporti diretti ed interessanti

con il dottor Poole e con il dottor Bowman. Le mie responsabilità

coprono tutte le operazioni dell’astronave, quindi sono

perennemente occupato. Utilizzo le mie capacità nel modo più completo;

il che, io credo, è il massimo che qualsiasi entità cosciente possa mai sperare di fare.

 

Hal 9000 in 2001: Odissea nello spazio

 

Per comprendere la complessità che si nasconde dietro queste due “storie” non è necessario avere (solo) una competenza medico-scientifica, ma è fondamentale conoscere l’uomo, la sua Storia e le sue scelte.  è necessario per comprendere e non avere paura di un futuro che si sta costruendo e con il quale familiarizziamo nel presente.

Il sottile volumetto di Antonio Marazzi (antropologo)  Uomini, cyborg e robot umanoidi [5],  apre orizzonti di conoscenza e riflessione assai stimolanti, per quanto l’impresa, c’è da riconoscerlo, sia ardua, con il pericolo che lo scritto risulti a volte caotico per le molte problematiche affrontate in poche righe. In ogni caso un’ottima opportunità per successivi doverosi approfondimenti.

Da sempre l’uomo ha potenziato le sue possibilità sfruttando proprie capacità, elementi a disposizione, situazioni favorevoli e sfavorevoli, relazioni. Alcune delle sue creazioni, prima di essere adottate convincendo migliaia di persone, hanno destato spesso delle perplessità, dei timori, degli odi e dello stupore all’interno di comunità di pensiero o etniche. Pensiamo ai luddisti del XIX secolo, a quanti si stupirono vedendo per la prima volta un fucile sparare (un’affascinante e terribile magia?), e a una certa ostilità iniziale verso determinati strumenti che oggi fanno parte della nostra vita quotidiana (come i cellulari). Ma sarebbe ridicolo oggi mettere in discussione l’uso dell’automobile, l’impianto del pacemaker, l’uso di un apparecchio acustico per aumentare le proprie capacità uditive laddove ci sia stato un notevole abbassamento. Eppure si tratta di reali cooperazioni tra uomo e macchina (dove è l’uomo a trarne vantaggio) che prevedono una unione anche fisica tra uomo e macchina.

 

«Perché allora tanta preoccupazione che un androide possa stringere troppo forte la mano che gli porge un uomo?».

Secondo Marazzi, le forti perplessità e la paura che l’uomo riserva verso l’idea di un futuro da condividere con robot e umanoidi, ha un fondamento soprattutto emotivo. Ciò dipende sia dall’inquietudine che si può avere venendo a contatto con un essere molto simile a sé ma di diversa natura, e inoltre da quell’ormai atavico terrore della “ribellione delle macchine” una volta che queste abbiano raggiunto una propria indipendenza e autonomia dall’uomo che le ha create-programmate. Paura che è in noi e che sempre ci viene fomentata dalla narrativa e dal cinema. Primo fra tutti l’esempio di HAL 9000, il computer ribelle di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. E non a caso, la pellicola è una visionaria, poetica e a volte inquietante narrazione antropologica dal primitivo in cui affondano le radici dell’uomo e delle sue future evoluzioni.

L’uomo ha paura che questi “esseri” sfuggano al controllo dei propri creatori. Qualcosa di biblico, se vogliamo, che è poi stato riproposto in varie culture e contesti (dal Golem a Frankenstein, creature più o meno “da laboratorio” ma che nascono comunque dalle capacità umane). Mentre Dio ha creato l’uomo a parole e rimboccandosi le maniche lasciandogli poi la libertà di disobbedire, robot e umanoidi potrebbero invece essere programmati secondo usi predefiniti. Il timore recondito, risiederebbe allora nella sfiducia nelle capacità di controllo proprie dell’uomo quando questo viene invaso dalla foga tecnica, creativa, evolutiva. Ovvero tutto ciò che ha permesso all’uomo di sopravvivere, imparare e condividere.





Come comprensibile, questioni di questo tipo accendono dibattiti molto importanti alla base dei quali c’è un’idea del rapporto che l’uomo ha con la natura e la sua natura e si tratta quindi di comprendere la propria cultura e quali forme questa prenderà in futuro. Accettare o meno un pacemaker, una gamba artificiale, avere come badante un robot, …  sono questioni rilevanti per comprendere scelte culturali di una comunità. Osteggiare l’una o l’altra soluzione permette di comprendere le diversità che possono coesistere all’interno delle varie comunità sempre più ampie e connesse nel mondo globalizzato e interattivo.

Una delle domande fondanti che ci si pone è infatti dove finisca il rispetto per la natura umana e dove inizi invece la violazione di questa. E, come comprensibile, non si tratta solo di una questione tra credenti e non credenti di una o l’altra fede o religione.

Come sottolinea lo stesso Marazzi riguardo l’intervento dell’uomo su nascita e morte e sull’uso di apparecchiature per assistere o sostituire parti del nostro corpo, «diversamente però da quanto è avvenuto nel lungo percorso della selezione naturale, a questo punto dell’evoluzione l’uomo è in grado  di inventare strumenti volti a modificare il proprio corpo e l’ambiente in cui vive, come pure di esserne consapevole, e decidere quindi se e come applicare tali possibilità. Tutto ciò va inteso comunque nel segno della continuità rispetto all’evoluzione naturale, se consideriamo che ne faccia parte anche lo sviluppo delle nostre facoltà mentali e tecniche a disposizione»[6]. E come negare che i robot siano i prodotti della nostra evoluzione e della nostra mente? Come negare che il processo che ci porta oggi a essere invasi dalla tecnologia è lo stesso che ha caratterizzato l’evoluzione dell’uomo? «La nostra evoluzione culturale è sempre stata anche  un’evoluzione tecnologica»[7].

Resta il fatto che siamo tutti felici nel vedere un ragazzo disabile che dà un calcio a un pallone (seppur con un arto non suo), ma sapere che un topo può muoversi con gli impulsi che vengono da un altro topo distante chilometri, ha dello stupefacente e potrebbe sembrare una stregoneria.

 

Intanto, al MIT di Boston, Rodney Brooks ha progettato nei primi anni ’90 il primo modello di Cog (Cognitive), ovvero un robot dalle sembianze umanoidi che interagisce con l’ambiente circostante non per programmazione ma in base a reazioni sensoriali. Una sua allieva, Cynthia Breazeal, ha invece progettato Kismet, ovvero una testa umana in grado di rispondere con espressioni umane riprodotte all’interazione con un essere umano in carne e ossa.

In occidente, i modelli robotici hanno soprattutto mansioni offensive (prototipi di robot soldato, …) e difensive (disinnescare mine, compiere operazioni sott’acqua, …) e ciò ha contribuito, anche grazie a videogiochi e film, a diffondere l’idea di un robot come figura potenzialmente minacciosa. Nel mondo orientale  – Marazzi conosce bene la realtà giapponese – la prospettiva è quella di creare modelli in grado di cooperare con l’uomo soprattutto nell’ambito dei servizi: badanti, receptionist, autisti. Una diversità di approccio e percezione di queste nuove identità tra occidente e oriente ha radici molto profonde. Risiedono infatti nelle diverse etiche sociali e civili. Quella confuciana è rivolta alla pacifica e armonica convivenza e viene pertanto applicata anche a questi “esseri” frutto della mente dell’uomo; mentre l’etica occidentale basata sulla responsabilità del soggetto, fa scaturire maggiori timori, proprio perché l’individuo robot lasciato a sé può sfuggire alle sue responsabilità, e così anche i suoi progettisti.

Questioni come queste aprono a riflessioni di tipo antropologico e culturale, quindi incentrate sull’identità del robot e il suo ruolo nel mondo e in relazione ad altri esseri. I robot possono essere persone, o almeno esseri che hanno un ruolo sociale riconosciuto? Per un cattolico la distinzione sostanziale è nell’anima, nel soffio vitale di Dio che ha dato vita a quella materia informe rendendo l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma per un non credente (di nessuna religione o fede) un robot potrebbe avere una identità riconosciuta civilmente, poiché il robot e l’uomo possono sviluppare capacità comunicative sempre migliori proprio perché la creazione dell’uomo-macchina è fondata sulla possibilità di riprodurre o imitare aspetti umani come intelligenza, memoria, sensorialità, emotività. E teniamo conto che c’è chi parla di mind uploading ovvero della possibilità di “scaricare” il pensiero di un uomo, memorizzarlo, e magari metterlo nella “testa” di qualcun altro (un robot?). Qualcosa di poco realistico, come nota Marazzi, per via dei molti neuroni e delle loro innumerevoli connessioni.

Il cervello umano ha delle caratteristiche difficilmente riproducibili: «Il cervello però non funziona secondo uno schema fisso prevedibile, ma combinando e ricombinando di continuo il passaggio di informazioni da una zona all’altra, mutando gli schemi di funzionamento, modificando le specializzazioni delle diverse aree, attivando memorie sopite e adattandosi opportunisticamente per rispondere a nuove impreviste esigenze, per riparare a danni o traumi. È ciò che viene definita la plasticità del cervello, che le neuroscienze stanno esplorando»[8]. Il limite è che si finisca per considerare il cervello come una struttura in cui vengono elaborate e memorizzate informazioni, mentre è opportuno considerare come si formano le idee e i processi di pensiero. Infatti, «ogni mente, in ogni momento, è il risultato non replicabile di una serie di fattori genetici, ambientali ed esperienziali, inseriti in una rete di mutevoli relazioni interindividuali in un contesto storico e culturale elaborato a sua volta in una serie anch’essa non replicabile di interpretazioni»[9]. Plasticità, elasticità, flessibilità del cervello umano sono alcune delle potenzialità che lo contraddistinguono da un sistema binario.

Molto spesso però si considerano i pensieri come generati da un insieme di informazioni interconnesse fra loro, e pertanto si può ritenere che l’elettronica sia in grado di trasformare il pensiero in informazione e rendere possibile la comunicazione tra uomo e robot. In questo campo di studi è necessaria l’interdisciplinarità e il “dialogo tra le scienze” (come recita il titolo di un paragrafo del libro di Marazzi). Potrebbe essere quindi limitativo applicare il “modello computer” allo studio dei processi mentali umani, «proponendo una stretta analogia tra l’attività cerebrale e la logica binaria con la quale funzionano gli attuali elaboratori per la trasmissione dei messaggi». Forse ci si basa sulle modalità di scambio di informazioni attraverso interconnessioni anche perché questa è l’economia del web? Tanto che le relazioni virtuali si sono presentate come specchio distorto di quelle reali, ma non sempre si è tenuto conto di come siano un’altra tipologia di relazioni. 

«Vi sarà sempre meno fisicità nelle intelligenze che vengono create ed evolvono. Invece la nostra intelligenza è fisicamente incorporata, e non può quindi essere scaricata in un computer. È per questo che l’evoluzione meccanica è così rapida: perché ogni esperienza può essere replicata e copiata. Questa rapidità non è possibile in biologia»[10].





Dmitry Shorin, I believe in angels, Art Palm Beach, 2012


Certo è che ammettendo l'ipotesi trasformistica di Lamarck,

si deve riconoscere che noi aspiriamo alla creazione di un tipo non umano

nel quale saranno aboliti il dolore morale, la bontà, l'affetto e l'amore,

soli veleni corrosivi dell'inesauribile energia vitale,

soli interruttori della nostra possente elettricità fisiologica.

 

F. T. Marinetti L’uomo moltiplicato e il regno della macchina

 

 

Di certo l’uomo del futuro che aveva in mente Marinetti – che sia il Gazurmah di Mafarka il futurista o l’uomo con lo sterno in fuori adatto al volo de L’uomo moltiplicato – era qualcosa di diverso dall’uomo qual è oggi, per quanto questo si relazioni quotidianamente con macchine. Anzi, più che perdere l’affetto e la morale, come auspicava Marinetti, si pensa come poterle trasferire anche ai robot.

La fantascienza ha poi contribuito a costruire visioni del futuro, spesso dispotiche, che hanno diffuso nell’immaginario collettivo paura e avversità per un presente e un futuro più “robotici”.

La letteratura è però ora chiamata a un confronto con la scienza più consapevole e che veda anche un interscambio di linguaggio, non solamente tecnico-futuristico (come spesso accade nelle intuizioni della fantascienza). In fondo è quello che la letteratura (o meglio i letterati) ha sempre saputo fare. Forse perché in passato (ma accade anche nel presente) il letterato era sempre anche qualcos’altro: scienziato, inventore, artista in varie forme, scopritore. Ovvero, viveva in sé i tanti piaceri della scoperta ed era possibile creare un interscambio di linguaggi e intuizioni.

In riferimento all’idea di Roland Barthes sulla neutralità del linguaggio scientifico, Italo Calvino nel 1968 si chiedeva: «Ma la scienza d’oggi può essere definita davvero da questa fiducia in un codice referenziale assoluto, o non è essa stessa ormai una continua messa in discussione di se stessa? Nella sua polemica verso la scienza Barthes sembra vedere una scienza molto più compatta e sicura di se stessa di quanto non lo sia in realtà»[11].

Famose e stracitate sono le conferenze tenute da Calvino nel 1985 all’Università di Harvard, raccolte poi nel volume Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio[12]. Meno citata è invece la conferenza Cibernetica e fantasmi tenuta in varie città italiane ed europee e presente ora nel volume di saggi di Calvino Una pietra sopra[13]. E di quest’ultima si vogliono riprendere alcune riflessioni.

La domanda che Calvino si pone è se oltre alle macchine che calcolano, analizzano, traducono, ne possano essere progettate altre in grado di ideare e comporre poesie e romanzi. Un tale quesito non vuole sollevare timori per quanti amano la scrittura o molto più semplicemente si guadagnano da vivere scrivendo, ma comprendere la «realizzabilità teorica» di tale possibilità, poiché tale riflessione «può aprire una serie di congetture insolite».

La riflessione di Calvino è per molti versi strettamente connessa a quanto presentato nella prima parte di questo articolo. L’opera letteraria non nasce solamente da meccanismi neuronali e dalla memoria e dalle informazioni incamerate dallo scrivente nel tempo, ma, ci piace pensare, anche da quella flessibilità di cui si parlava qualche riga sopra. Dall’intuizione, dall’intimità, dalle relazioni e dalle soluzioni che vengono adottate. È proprio in queste soluzioni che si concentra il discorso di Calvino. L’intellettuale si domanda come dal genio, dall’intuizione e dallo spirito si passi poi alla pagina scritta («Per quali vie l’anima e la storia o la società o l’inconscio si trasformano in una sfilza di righe nere su una pagina bianca?»)[14]. Esiste infatti una ulteriore entità dello scrittore «l’io che sta scrivendo e un io che è scritto […] L’io dell’autore nello scrivere si dissolve: la cosiddetta “personalità” dello scrittore è interna all’atto dello scrivere, è un prodotto e un modo della scrittura». Pertanto anche una macchina programmata secondo una personalità e nella possibilità di evolversi, potrebbe fare altrettanto. Infatti, «lo scrittore quale è stato finora, già è macchina scrivente, ossia è tale quando funziona bene: quello che la terminologia romantica chiamava genio o talento o ispirazione o intuizione non è altro che il trovar la strada empiricamente, a naso, tagliando per scorciatoie, là dove la macchina seguirebbe un cammino sistematico e coscienzioso, ancorchè velocissimo e simultaneamente plurimo. Smontato e rimontato il processo della composizione letteraria, il momento decisivo della vita letteraria sarà la lettura»[15]. La scrittura è qui vista soprattutto come «processo combinatorio tra elementi dati».

Il percorso riflessivo di Calvino conduce quindi alla considerazione consequenziale. Ovvero che la letteratura è il continuo superamento non solo di un genere ma dello stesso linguaggio, provando a dire ciò che fino ad allora non era stato detto o dirlo in maniera diversa secondo esigenze anche del proprio tempo. Il linguaggio è qualcosa che esprime l’uomo nel detto e nel non detto sin dagli albori e si è costruito nel tempo e nei luoghi proprio come i cervelli e le loro possibilità. Calvino può quindi concludere che «la macchina letteraria può effettuare tutte le permutazioni possibili in un dato materiale; ma il risultato poetico sarà l’effetto particolare d’una di queste permutazioni sull’uomo dotato di una coscienza e di un inconscio, cioè sull’uomo empirico e storico, sarà lo shock che si verifica solo in quanto attorno alla macchina scrivente esistono i fantasmi nascosti dell’individuo e della società»[16].





Bernardí Roig, Esercizio per trasportare luce colorata, 2005


Partendo dalle scienze, dalla robotica, dalle interazioni uomo-macchina, si è finito per fare delle riflessioni sulla scrittura e sul ruolo dell’autore (visto che, come nota Calvino, l’autore è «macchina scrivente», allora quale è la sua autorità?; anche se poi gli conferisce un importante ruolo di “sconvolgitore”).

Ciò perché la scrittura è sempre stata una tecnica, e da quando si è sviluppata la stampa questa tecnica si è progressivamente “slegata” dal polso dell’uomo. O perlomeno si è fatta anche qualcos’altro. Oggi ci accorgiamo però come progressivamente il testo grafologico personale vada riducendosi a un testo formattato (considerando però che nell’era degli sms e social si siano moltiplicate le occasioni di scrittura). Non solo. La stampa è stata a lungo prerogativa degli stampatori e delle tipografie, e alla gente comune non restava altro che la lettura dello stampato e la scrittura a mano. Con fotocopiatrici e stampanti (e personal computer) la situazione è cambiata: la stampa è entrata in casa di ognuno.

Si è però innescato un altro mutamento nel rapporto tra l’uomo e la scrittura nel suo complesso (che come si è visto coinvolge l’uomo in sé, il rapporto con la macchina, con il proprio tempo e società), oltre quello della digitalizzazione dei testi del quale ormai si parla in tutte le salse. La stampa era un processo creativo-produttivo realizzato solo mediante una tecnica artigianale, ma poi si è fatto ibrido con l’avvento dei programmi di Desktop Publishing, necessitando quindi della diffusione di una tecnica di impaginazione meno fisica ma più virtuale, a schermo.

Ciò di cui si tiene poco (o non abbastanza) conto, almeno negli ambienti letterari, è che al fianco di questa, si è avviata una più importante “rivoluzione” (termine che spesso è stato usato negli ultimi tempi per parlare di letteratura ed editoria): la programmazione. O meglio, la diffusione sempre maggiore della conoscenza e dell’uso di linguaggi di programmazione non solo tra ingegneri e “smanettoni”.

Programmare significa creare nel senso più ampio del termine, tenendo conto che però manca la manualità, che è stata fondamentale per lo sviluppo, la formazione e la crescita dell’uomo, ma che ora sta scomparendo (basta vedere che si scrive su tastiere digitali e che l’artigianato è “da conservare”). È ovvio che le persone per usare un sito web o un’applicazione non devono conoscere il codice, ma perché non pensare che questo in futuro sia sempre più importante e che le persone lo usino quotidianamente per costruire le cose di cui hanno bisogno? Disegnare, creare e oggi anche programmare.

Programmare non è solo impostare delle macchine e dare loro degli ordini (come il torchio o l’off-set), ma usare un linguaggio per mettersi in contatto con la macchina al fine di creare un ambiente nel quale convivano molti linguaggi comprensibili e ad uso di tutti.  

Si tratta in ogni caso di linguaggi che mutano rapidamente per rispondere a nuove esigenze, per migliorarsi, e, perché no, per stupire. Magari ci ritroveremo a studiare come questi linguaggi che si evolvono con tanta rapidità entrino in relazione con la lingua umana quotidiana che invece si evolve più lentamente. E come questa si evolve più velocemente nel momento in cui entra in contatto con questi linguaggi della macchina.

Perché in fondo, come la lingua parlata, la parola, è sempre stata creazione – tanto che perfino Dio dice “luce” per illuminare – e serve per far apparire le cose quando non ci sono: così anche programmare serve (non solo) per realizzare spazi vivibili senza che questi abbiano una loro fisicità.

Gli umanisti, i letterati e gli autori devono però vivere il piacere della scoperta e del confronto, altrimenti i loro studi e le loro storie verranno raccontate da altri scienziati più coraggiosi ed entusiasti. Tanto da far muovere un topo con il cervello di un altro.

 

 

 



[1] La prima epigrafe viene dalla conferenza di 21 minuti 2012 http://oggi24.it/attualita/biorobotica-mazzolai-miguel-nicolelis-23744.html la seconda dal suo libro Il cervello universale, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 270.

[4] Il Laboratorio di Nicolelis http://www.nicolelislab.net/. Dal palco del TEDMED http://www.ted.com/talks/miguel_nicolelis_a_monkey_that_controls_a_robot_with_its_thoughts_no_really.html. Dello scienziato, è uscito quest’anno in Italia Il cervello universale per Bollati Boringhieri.

[5] Antonio Marazzi, Uomini, cyborg e robot umanoidi. Antropologia dell’uomo artificiale, Roma, Carocci, 2012.

[6] Ibidem p. 35.

[7] Ibidem p. 37, corsivo dell’autore.

[8] Ibidem p. 43.

[9] Ibidem p. 45.

[10] L’autore della citazione è lo scienziato Gregory Stock, citato nel volume di Marazzi a pagina 102, tradotto dall’inglese dallo stesso Marazzi.

[11] La citazione è tratta da una intervista apparsa su L’Approdo letterario del primo trimestre 1968. Ora in Italo Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi, 1980, p. 185.

[12] Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Mondadori, 19931.

[13] Italo Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi, 1980, p. 164-181. Tra le Lezioni americane  si cita molto spesso quella dedicata alla “leggerezza” e molto meno altre che possono avere valore nella riflessione contemporanea. Vale la pena ricordarle: Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità.

[14] Ibidem p. 172.

[15] Ivi.

[16] Ibidem p. 177.




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