LETTURE
GIAN MARIA ANNOVI
      

Italics

 

Nino Aragno Editore, Torino 2013, € 8,00

    

      


di Roberto Milana

 

 

Nei tipi della nuova collana I domani curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno per l’editore Nino Aragno, è uscita la raccolta poetica Italics del giovane reggiano Gian Maria Annovi. È uno dei primi testi pubblicati e sembra delineare una via editoriale di poetiche non stagnanti, ma piene di plurimi fermenti. I centellinatissimi versi di Italics del poeta Gian Maria Annovi presentano una ferma e diffusa internazionalità dei riferimenti ispirativi e  linguistici che si animano e si costituiscono liricamente attraverso uno sguardo addolorato, angelico, wendersiano, ma più fresco di gioventù culturale e d’impazienza. Sembrano collocati attraverso perentorie connotazioni tax free in un territorio postideologico di resti non più fumanti, dove campeggiano come ginestre leopardiane tagli scenici di bieca cronaca. Il lettore scende in una specie di allunaggio in una dimensione lucidamente svagata pronto ad assecondare le tremende fantasie  autofagiche (“piegato col mento sul costato / si squama e si distacca come niente / lo scatolo di ossa che lo tiene”) o a consolare le paure ancestrali che accolgono ogni migranza anche se nutrita da lauree e master blasonati (“ci sono modi di esistenza / inavvicinati / inavvicinabili cose / dice sporgendosi / dal davanzale”) come quella dell’autore giovane professore di Letteratura e Lingua Italiana all’Università di Denver (“La vera geografia di questa raccolta si trova però nell’impreciso spazio tra Italia e America…”).   

 

Le cinque sezioni in cui si divide il libro evidenziano una netta originalità di occasioni, di temi e di  toni d’esecuzione che poi si apparentano in una corposa rete di  rappresentazione degli indizi e degli automatismi del sofferto iter dell’identità da ricostituire per sé e, necessaria ambizione dell’atto letterario, poeticamente per il mondo. La prima tranche di versi evidenzia un procedimento di  saggia e pertinente disinvoltura con cui si trattano materiali di cronaca come i planetari attentati dell’11 settembre (“donna di torri disfatte / i tuoi regni / sono due denti da latte / inclusi nel palato…”, “stregati dall’utero catodico / i tuoi gemiti gemelli / sono la pienezza dei nostri stomaci…”) o l’epilogo prosastico della strage del teatro “Na Dubrovka” di Mosca  compiuta nel 2002 da terroristi ceceni, presentata con una specie di lampo d’agenzia suddiviso  in due blocchi, svettanti tipograficamente come le twin towers, alla maniera marinettiana di Zang Tumb Tumb. Abbinata a questi eventi epocali degli anni zero compare una rivisitazione di tracce de La Tempesta” di Shakespeare con un Prospero letterato milanese che vive tra l’isola di Manhattan e Los Angeles, una Miranda giovane americana di origini portoghesi, Ariel barista losangelino e Calibano mostro tout court. Una depressa mondanità  rivela la rinuncia alle stanche magie poetiche di fronte alla terribilità e all’evanescenza del mondo (“addormentati rituali poetici / esule (non esiliato)”).

 

La seconda sezione farebbe felici orde di psicanalisti a interpretare le posture di eleganti figure cannibalesche con rare punte di sessualità non proprio salutistica (“ha assunto la posa della maya / desnuda con il sesso drizzato / e riposa”). Inquietante l’interruption finale, ennesimo fantasma razzistico denunciato con crudi resoconti televisivi (“ne catturano uno il gruppo dei vicini / con megafoni spranghe videofonini”) e pratiche di falegnameria operatoria (“attorno al tavolo operatorio / allestito di fretta nella palestra / chi gli taglia la mano / la coscia / chi gli mozza la testa…”) . In realtà la lettura di queste SELF-EATERS evidenzia un interessante parallelismo tra lo sfaldarsi del corpo in smembramenti ora intimissimi e ora di branco e il supplizio della lingua (“il fiato che dura / più di questa parola / che fra pochi secondi / anzi-ora- / si distrugge da sola”) sempre inadeguata  nel suo patetico tentativo di dire l’altro e il mondo (“parola che esclude tutto il resto”).

E poi finalmente Pascoli rievocato come  una ricca pesca dalla temeraria gloriola del Fanciullino dopo tanti indizi semantici e parole fiatate dentro l’aura migratoria di confine: il nido tubercolotico di ritorno dall’Ohio e il bancone del bar con un dirty martini. L’emigrazione è  sentita similmente come violenta perdita della lingua materna (lingua perduta in assoluta / sommessa rabbia”) nell’arida pregnanza dei luoghi di una geografia solo apparentemente eterogenea, da un agricolo Massachussets a Coney Island e la sua folta comunità russa e poi repentinamente Lampedusa nello strazio di “un’incompresa lingua che interra”  e che non salva diversi bambini in sacrificio. Annovi annota una specie di breve e folgorante epica di tragici squarci narrativi attraverso una figuralità della parola sensibile e sofferente come un arto nel percorso straniante dell’emigrazione. Il linguaggio ancora si fa corpo secondo l’ultima determinante cifra organicista della sua poesia.

 

Un procedimento autoriale che continua per certi versi anche nel gruppo di testimonianze  fantasmatiche ma fisicissime di Rapture, dove  un coro di nervosi  benpensanti pure poveri e precari (casalinghe, giostrai, pensionati… e poeti)  sacramenta con la crudeltà della paura  contro gli ultimi arrivati “vengono con navicelle / di notte mica / carrette vengono / da tutti i lati / ma soprattutto / vengono malati e vuoti”  toccando note di vieta frustrazione sessuale (“vengono a portarci via le donne / per farci figli le / riempiono di robe loro le / coprono come le / bestie / le innestano coi loro bastoni”). A questo si è ridotto l’umanitarismo  pascoliano e  le contaminazioni linguistiche di Italy intorno alle domestiche pratiche dei buoni sentimenti: si sono trasformate in feroci e palpitanti incubi linguistici di un immaginario proletario ormai in cura negli ambulatori delle periferie del mondo.

Le quattro poesie finali sotto l’egida attualissima di una frase di Francis Bacon “Nine-tenths of  everything is inessential” scandiscono scene di una mattinata americana: (“la voce del predicatore / che scalcia in spagnolo / contro la parete di cartone”), il risveglio salutato dalla radio come un “karaoke settimanale”, (“lo scoiattolo che mangia carne / sul marciapiede non ha paura”), poi ritrovato morto su una panchina di Riverside Park, (“l’uomo che trascina un carrello / della spesa / (la sua casa)”) e infine (“risale in superficie la donna / che pulisce le torri degli uffici), presenze rarefatte di pura miseria esistenziale, larve, in scenari metropolitani post nucleari, senza funghi atomici né radioattività  (vive senza saperlo / in un piano-sequenza stravolto / il suo volto: / Monica Vitti che osserva / l’isola che l’ha resa deserta”).  Quella di Annovi è una poesia agìta, pervasa dalle forze iconologiche della contemporaneità che premono fisicamente sul corpo figurale del poeta e sulla sua lingua, lacerandoli a morte non certa, perché si può uccidere una lingua, ma non un linguaggio.




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