LETTURE
ORONZO LIUZZI
      

Poesie invisibili

(una nuova proposta di didattica della poesia)

 

SECOP edizioni, Corato (Ba), 2012, pp. 95,
€ 12,00

    

      


di Domenico Donatone

 

 

Un libro non scritto ma da scrivere. È questa l’idea avuta da Oronzo Liuzzi, essere “poeta invisibile”. Un poeta invisibile che dà lo stimolo agli altri affinché lo diventino. Il testo in questione s’intitola esattamente Poesie invisibili (una nuova prospettiva di didattica della poesia), e il testo contiene in ogni sua pagina un incipit, solo quello, nient’altro, una frase più che un verso, un pensiero aforistico da cui il potenziale poeta può trarre ispirazione per continuare a scrivere il testo secondo la sua sensibilità, la sua cultura, e giungere di conseguenza ad una poesia compiuta. Le frasi, o meglio, i “versi-stimolo” più notevoli sono i seguenti: «Il tempo si deteriora nel tempo», «Solo le ceneri di un canto resteranno nella storia», «Amami amore ancora in penombra», «Viaggi amore sulla mia pelle rumorosa», «Gli avvoltoi divorano il pensiero», «Umani manichini in vetrina non piangono», «Ora il finito parla infinito», «In one hotel di poesia si consuma la vita». Tutti versi per potenziali poesie, lasciati sul foglio e circondati dal bianco della pagina che non aspetta altro che essere riempito. “Fate voi, crescete!” è l’invito di Oronzo Liuzzi.

A Liuzzi interessa il prima della poesia, non il dopo. Ecco l’elemento didascalico di questo libro, l’approccio costruttivo alla “póiēsis”, al fare. Un libro che contiene la prova didascalica che è invito a gettarsi nell’agone della scrittura. Un esperimento che è della scuola, dell’accademia, perché chi scrive deve conoscere cosa mettere sulla pagina e cosa no, conoscere metrica e retorica per creare quella che a discorso finito si chiama poesia. Un esperimento che ha pregi e difetti insieme. I pregi sono dati, come scrive nell’introduzione Livio Sossi, docente di Storia e Letteratura per l’infanzia all’Università di Udine, dalla «sfida a coinvolgere i lettori nel fare poetico, nel praticare la poesia, perché la poesia va vissuta, va praticata, va “abitata”». Per cui le “poesie invisibili” sono «le poesie non dette, le poesie non scritte, le poesie possibili che sono ancora da inventare e che i lettori potranno esprimere dopo aver letto i versi-stimolo di Oronzo Liuzzi».

Se questo è il pregio, il difetto è corrispondente al carico di sperimentazione che l’operazione contiene in sé. Perché se le poesie invisibili sono le poesie non scritte, il critico cosa studia? Al critico rimane poco da commentare, da analizzare, da apprezzare, perché effettivamente il testo non c’è. Ci sono frasi più da Baci Perugina che da poesia, e niente è più distante dalla poesia della insipida immaginazione, pensare che immaginare faccia sbocciare la poesia: niente è più avverso alla critica della prova che va provata, della forma che va cercata, del linguaggio che va scoperto, della sintassi che va costruita, del lessico che va organizzato. Il poeta che deve ancora trovare se stesso non può essere oggetto di studio. Ogni azione di ricerca presuppone un metodo, e il metodo è nella testa, nella ragione profonda di chi decide di mettere la penna sul foglio oppure il cursore sul computer. La poesia è ricerca linguistica, ma è anche eccesso, soluzione opposta alle soluzioni che la scuola propina agli alunni potenziali poeti. All’idea che possa esistere una scuola che sforni poeti mi rattristo, non per l’impossibilità della ricerca, perché in passato vi erano le accademie e oggi ancora qualcuna sopravvive per impartire nozioni di tecnica e di studio, ma perché la scuola è il luogo dell’omologazione, della storia ripetuta a cantilena e della poesia studiata più per quello che scrivono i critici dei poeti che per quello che i poeti scrivono. Quanti alunni conoscono a memoria un canto, almeno uno, di Dante? Una canzone di Leopardi, non il bistrattato Infinto, ma Il pensiero dominante? Quanti alunni sanno chi è Matteo Maria Boiardo? Il tema, come scrive Sossi, non è solo l’assenza del contemporaneo dalle scuole, ma soprattutto l’assenza della scuola, quindi dello studio che è sempre più inerme, convenzionale.

La storia della letteratura italiana è insegnata a pezzi e a bocconi finanche all’università, perché è una ricognizione e non una immersione, tutto ciò dovuto alla riforma del 3+2 che ha imposto che le cose si sappiano sempre meno e male. Una riforma che sa di supermercato, di logica commerciale: prendi 3 e paghi 2! I conti però non contano mai e ti accorgi che né l’uno e né l’altro titolo, insieme oppure separatamente, sono davvero spendibili. Riconosco però che il problema non è personale, di me che non comprendo questa operazione didattica di Luizzi, perché non c’è nessun testo che io debba legittimamente leggere e commentare, tradurre e studiare; il problema, anzi il sema, semmai è anteposto, anticipato, è antecedente a tutto ciò che un critico di conseguenza analizza. Il critico è una persona che studia il lavoro altrui, e di lavoro esteso, di realizzazione testuale concreta dentro il libro Poesie invisibili non c’è niente, per cui mi reputo lontano da progetti di pura didattica scolastica per motivi che sono i seguenti: primo, perché la scuola è più ovvietà che verità, e secondo perché la scuola va così male che provare a estrarre da quel mondo un’idea che possa liberare il significato di educazione attraverso la poesia, mi scaraventa su muri di critica di cui si è spesso promotore.

Questo libro è un libro per insegnanti e da insegnanti, è un libro scolastico, è un libro didattico, è un libro per ragazzi, per adolescenti, non è un libro di poesia compiuta, nonostante lo sforzo offerto al concetto di “sperimentazione”. Sono favorevole alla sperimentazione, ma se viene accostata ad ogni cosa diventa scialba, diventa un concetto sciatto e quasi una iattura: scienza sperimentale è concetto perfetto, poesia sperimentale è conseguenza naturale del linguaggio come atto di ricerca, amore sperimentale è una cretinata! Una cretinata come quella di cui si vantano i più giovani quando affermano di aver vissuto un inteso “amore estivo!”. Ma cosa sarà mai l’amore estivo? Cosa potrà mai significare se non essere andati “in bianco” oppure avercela fatta con una ragazza? Quelli sono indubbiamente bei tempi, ma questi sono elementi estranei alla poesia e all’amore che si definiscono tali.

Non c’è niente in questo libro che possa attrarmi come critico, perché Oronzo Luizzi vede la poesia in divenire, mentre il critico ha bisogno del lavoro finito. Poesie invisibile è dunque un testo leggero, scolastico, educativo, ma è soprattutto discordante da ciò che fa il critico e da ciò che fa il docente. C’è un sentimento di fondo nel libro però che mi fa sostenere quegli insegnanti e quei docenti che come eroi al fronte ancora lottano per il cambiamento affinché possa esistere una scuola migliore. Una scuola che rimetta in discussione la formazione partendo anche dalla poesia.




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