TEATRICA
“FRATTO_X”

Il teatro come atto naturale


      
È andato in scena al Vascello di Roma, il nuovo spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, due straordinari poeti ‘del disordine’. Lei è un’artista visiva che crea dei peculiari habitat scenici di valenza simbolico-metaforica che vengono attraversati e agiti dal corpo dell’attore, con la sua debordante energia vitale, con la sua violenta fisicità che emana sudore e odore di sesso, ma anche sapienti respiri ludici. La loro non è una scena ‘civile’, semmai e in modi più accattivanti una scena incivile.
      




      

di Alfio Petrini





Fratto_X: Antonio Rezza


Fratto: rotto, spezzato, squarciato, diviso. Fratto anche come tipologia di canto che deriva da quello gregoriano. Che Rezza e Mastrella cantino non ci sono dubbi. Cantano come sanno cantare i poeti del teatro. Cantano con quello che accade in scena. Con quello che dicono e con quello che non dicono. Quello che non dicono, non lo dicono perché è indicibile: si pongono il problema di come dirlo, ma si guardano bene dal dirlo a parole. Fratto_X è il titolo del loro nuovo spettacolo, presentato al Teatro Vascello di Roma, dove la “X” sta per una figura  antropomorfa che spunta da dietro un divieto.

Antonio Rezza e Flavia Mastrella fanno un teatro che è difficilmente riconducibile a un genere. Lei, artista visiva, inventa un habitat che ha un valore autonomo di natura simbolica e a tratti metaforica, organico alla scrittura scenica nel suo complesso. Accoglie il corpo di Antonio che lo vivifica e la rigenera con la sua energia. La sedia pelle e ruggine, Il telecomandato, Le sculture mobili dipendenti e La carcassa di guerriero sono oggetti di rara bellezza, perfettamente funzionali alle azioni fisiche degli attori che stanno in scena. Su tutti domina La distesa di pelle “che organizza figure antropomorfe sommerse dalla carne e dalla carnalità, vittime disponibili alla persuasione di massa”.

All’inizio dello spettacolo Rezza impone una presenza/assenza significativa entrando a cavallo del piccolo mezzo di locomozione telecomandato. Descrive un cerchio e scompare (“la spensieratezza non ha luogo”) e riempie il vuoto con un flusso di grida provenienti da dietro una porta chiusa. Produrre stupore e smarrimento è un gesto politico. Utilizzare un vago comportamento infantile, quello del gioco, è un gesto politico. Il gesto di poeti che non inseguono la cronaca o la storia, che non navigano nella satira politica ovvia e truculenta, che non sono mossi dall’idea dell’impegno sociale o dalla ideologia politica per riempire (spesso) un vuoto d’idee. Anche mettere lo spettatore nella condizione di sentirsi utile, libero cioè d’interpretare i materiali scenici e di dargli senso attraverso una drammaturgia (in questo caso) di seconda generazione, è un gesto politico di primaria importanza.

 

Gli spettacoli di Rezza e di Mastrella non strizzano l’occhio alle forme civili del teatro in auge, semmai a quelle più accattivanti del teatro incivile. E sono spettacoli “mai scritti”. Mai scritti come testi linguistici: il che rivela un conflitto con la pagina scritta. Se scrittura c’è, è scrittura scenica,  è drammaturgia d’attore che trova il giusto supporto nelle strutture fisiche, leggere ma complesse, dell’habitat.

Fratto_X è suffragato da una fisicità violenta – che  porta con sé sudore e odore di sesso –, e da sapienti respiri ludici. Rezza è un abile produttore di energie vitali. Mette insieme sangue e pensiero che si trasformano continuamente l’uno nell’altro, e viceversa. E così strappa la maschera del fittizio e dell’estetico, mostrando di avere una concezione performativa del fare teatro. E il gesto è politico, proprio perché da una parte porta con sé “l’odio implacabile verso la mistificazione del teatro, del cinema, della letteratura”, e dall’altra perché invita lo spettatore a mettersi in gioco e a intervenire in modo assolutamente originale. “Il potere – aggiunge – consiste nel sopravvivere all’altro che muore”. Si tratta di un tema centrale nella sua drammaturgia d’attore che lo induce a compiere (di rimbalzo) azioni conseguenti, come (nella girandola di figure antropomorfe) l’uomo che si sdoppia e che dialoga con la propria Angoscia. Oppure che si triplica, come nel caso dell’uomo che presta la voce a una donna, della donna che parla con la voce dell’uomo e di Timoty  (Il telecomandato) nella parte del genitore di lei. Entrata e uscita si somigliano e la situazione si fa labirintica. Con-fusione e caos imprimono alla sequenza un ritmo e una energia travolgenti. Le distese di pelle si allungano e si accorciano, volteggiano nell’aria e si modellano con impressionante rapidità e precisione, rispondendo ai dettami del cuore e della mente, e producendo primi piani e dettagli (cinematografici) di figure antropomorfe che all’improvviso scompaiono, lasciando vivo un dubbio: cosa è accaduto là sotto in quei pochi secondi?

Sì, nella violenza dello spettacolo si aggira l’indifferenziato e il caos. Una violenza omicida e suicida, dove trionfa il rifiuto intransigente della normalità attraverso una sorta di trasfigurazione dei segni e delle parole che consentono l’accesso attraverso i sentieri sconnessi della follia. Il binomio forma e demenza si addice perfettamente alla scrittura scenica della nostra coppia che scorre su un doppio binario: reale/irreale, concreto/immaginario, pensiero/desiderio. Oltre a scrivere a volte la scena cancella. Nasconde invece di rappresentare. Svuota invece di riempire.





Ivan Bellavista e Antonio Rezza in Fratto_X (2012, ph. Stefania Saltarelli)


Rezza, attraverso le azioni, non viene a patti con la ragione, con la buona educazione, con la cultura: quindi non prende in esame i contenuti della morale sessuale, della fecondazione, della scuola pubblica e privata, della corruzione e dell’ingiustizia, tanto per fare alcuni esempi. Non insegue i seminatori di speranza. Non ripropone le promesse vuote e tragiche dei politicanti. Di realtà e di verità si muore in teatro. Verità e realtà stanno oltre il vero e il falso, il bene e il male, il riconoscimento delle regole della morale e le pratiche immorali ricorrenti.

Con l’aiuto prezioso di Ivan Bellavista (bravissimo), Rezza non racconta una storia. Lavora sul frammento. Ogni frammento ha un significato e l’insieme dei frammenti (sapientemente combinati) definisce la dimensione poetica dell’artista a fronte di  una realtà che è spesso inafferrabile, invisibile e impalpabile, difficile da comunicare. Interessa gli aspetti materiali e immateriali dell’uomo, dice e non dice, rivela e nasconde, ma assume puntualmente forma umana. L’aspetto, i mali dell’anima e i destini sono propri dell’uomo. La razionalità meccanica di Timoty e la pelle scorticata  rimandano alla natura dell’uomo, all’animalità e all’istintualità che l’attraversano, e rinviano alla condizione dell’uomo incentrata sulla impossibilità di agire.  Allora, gli esseri antropomorfi che spuntano dalle distese di pelle scorticata è come se si affacciassero dal “divieto X”.

Come conclusione inconcludente forse si può dire che la misura della poesia di Rezza e di Mastrella stia nel passaggio dalla qualità alla quantità, nel senso che non basta vedere un solo spettacolo per apprezzare la ricerca e i  risultati degli autori. Bisogna vederne molti per essere attratti dal non detto di entrambi; per essere conquistati nel cuore e nella mente dal movimento della loro profonda e sincera inciviltà; per essere attratti e respinti dal comportamento animalesco e primitivo che riempie la scena; insomma, per gustare l’offerta di due poeti del disordine, che considerano il teatro un atto che non è artistico, che non è creativo, che non è rappresentativo, ma naturale, come sono naturali i gesti quotidiani del mangiare, dormire, fare l’amore o giocare.

  




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