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LE CRITICITÀ DELLA RETE
‘Big Data’: navigando nell’ipertrofica società dei dati


      
Se i confini tra reale e virtuale si confondono sempre più, il mondo assomiglia ormai ad un gigantesco database dove ogni giorno affluisce una quantità sterminata di informazioni. Se il successo planetario dei social network si basa sull’azzeramento del concetto di privacy, ciò non toglie che ciascuno di noi possiede una identità digitale che viene spettrografata e utilizzata dalle aziende per fini commerciali, ma anche (in teoria) monitorata da governi e apparati statali. Chi controlla tutto ciò? Chi conserva i dati? Chi garantisce la trasparenza delle analisi e la sicurezza? Ci sono questioni vitali di diritti civili e politici che reclamano un salto nella cultura della rete da parte dei miliardi di utenti in tutto il pianeta.
      



      

 

 

di Fabio Mercanti

 

 

 

Ogni due giorni generiamo una quantità di informazioni

pari a quella creata dall’inizio della civiltà a oggi [1].

 

 

Era dell’informazione. È dal secondo dopoguerra e soprattutto negli ultimi decenni che così viene definita l’epoca in cui viviamo, e tali sembianze acquisisce la nostra attività e presenza nel mondo, tanto da parlare di «società dell’informazione». È infatti dagli anni ’90, con l’evolversi di internet – la rete di reti che si è diffusa esponenzialmente dalle università Usa agli uffici governativi e poi fin dentro le case di ognuno – che si pone sempre maggiore attenzione agli strumenti tecnologici, alle opportunità che offrono, ai contenuti che veicolano e all’uso che ne fanno gli utenti. Con la certezza che l’uomo debba acquisire nuove competenze per potersi destreggiare in un mondo di informazioni con le quali quotidianamente e in maniera rapida e continua lo colpiscono. Nulla di nuovo rispetto al passato in realtà, ma le mutazioni nei tradizionali sistemi economico-sociali apportate da internet fanno pensare effettivamente a qualcosa di epocale.

Come si muove ed esiste l’uomo all’interno di una società che produce informazioni impensabili fino a qualche generazione fa?

Il mare magnum delle informazioni presenti in rete costringe a riflettere sulla necessità di filtri, sistemi e criteri di verificabilità e attendibilità, ma nello stesso tempo costituisce un inesauribile bacino di informazioni anche per chi crea le stesse notizie o per chiunque abbia necessità di ricerca. Questa è la caratteristica costitutiva del web come lo conosciamo e che ha decretato il successo di aziende che hanno offerto strumenti ottimali per le ricerche degli utenti e ottimizzanti i risultati.

Inoltre, il “confusionario” web si costituisce ambiente organizzato entro dei nuclei di interesse o sociali che permettono agli utenti di entrare in contatto in base a dei parametri condivisi. Questi possono essere i forum e le community che hanno al centro interessi, passioni o professioni comuni (il tennis, l’uso di un software, la fotografia, …), oppure i social network – i cui modelli recenti sono ad esempio Facebook, Twitter, Tumblr, … – i quali costituiscono diversi tipi di comunità che si vengono a creare in base a criteri aggregativi propri dell’ambiente.

Agli albori dello sviluppo della rete, e anche per alcuni decenni a seguire, non ci si ponevano queste problematiche proprio perché i mezzi fisici, i computer, non avevano una grande diffusione presso privati e quindi nella casa (e oggi potremmo dire nelle tasche) di ogni cittadino del mondo economicamente sviluppato. Oggi invece la situazione è ribaltata e sempre più persone sono in grado di essere loro stessi dei creatori di informazioni (non necessariamente di notizie, ma anche di queste: vedi il citizen journalism ad esempio) oppure collaborano  alla creazione delle stesse e in più possono occuparsi della loro promozione.

Nella realtà contemporanea c’è quindi una grande mole di informazioni disponibili e in costante aumento alla quale gli utenti accedono e contribuiscono a mantenere in vita e far sviluppare. Ciò anche grazie a strumenti hardware e software di grande diffusione come macchine fotografiche digitali e programmi di fotoritocco, smartphone, piattaforme di facile utilizzo per la gestione di blog, etc. Si tratta di informazioni e messaggi che una volta generati possono essere modificati e diffusi in rete da chiunque (salvo limitazioni dovute al diritto d’autore ad esempio, ma non mancano certo i copia/incolla senza link o riferimento alla fonte). Con la funzione quindi di veicolo e di garante, se non della veridicità dell’informazione almeno del suo interesse.

Se nell’era pre-internet la creazione dell’informazione aveva una sua giustificazione per il suo essere notizia di interesse almeno comunitario, o per essere necessaria a fini sociali e civili (le sentenze, …) e/o economico-fiscali (denuncia dei redditi, contratti, …) o legata ai momenti salienti della vita dell’individuo (nascita, matrimonio, morte, …), oggi, qualsiasi informazione e contenuto (anche multimediale) possono essere creati indipendentemente dal loro ruolo civile e sociale. Tanto paradossale quanto vero: nulla mi vieta di creare un blog che non interessa a nessuno.

Nell’economia della rete è informazione tutto ciò che questa è in grado di generare e può essere provato come tale: non solo l’articolo de Le Reti di Dedalus, ma anche il fatto che una persona che lo reputa interessante decida di condividerlo sulla propria bacheca di Facebook e lì aggiungere un commento innescando magari un botta e risposta con l’amica che aveva taggato nel commento, la quale dimostrerà a tutti i suoi amici come la pensa a riguardo, i quali a loro volta potranno dissentire contestualmente o inserire quell’articolo in un tweet, … e via dicendo. È comprensibile quindi come il concetto di informazione assuma una forte dimensione pubblica e collettiva, secondo i canoni propri di internet. Ed è evidente che quando si parla di informazione non si può riduttivamente intendere solo ciò che l’utente ricerca, ma anche qualsiasi altra azione egli faccia in rete. Quali parole usa per interrogare un motore di ricerca, quanto resta in un pagina, se usa i link, se clicca sulla pubblicità, quale pubblicità, se condivide un contenuto, se carica video su Youtube, quali video vede, … e in generale tutto ciò che decide di condividere.

La società dell’informazione non è solamente l’era della libertà e del pluralismo (o che viene apprezzata per la libertà che offre e il pluralismo e la democrazia che ne deriva), ma anche quella dei dati e della profilatura e del sempre più stretto legame tra uomo e rete.

 

 

«I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte. Una scatola, un monitor, una tastiera. Si stanno fondendo nel tessuto della vita quotidiana. È vero o no?»

«Persino la parola computer».

«Persino la parola computer suona stupida e antiquata»[2].

 

 

Vincenzo Cosenza – autore del blog Vincos[3] – la chiama «società dei dati», in riferimento al termine «Big Data» che internazionalmente definisce le tecniche e le tecnologie usate per raccogliere e analizzare gradi quantità di dati. Per farci un’idea: «Ogni minuto in rete vengono spedite 204 milioni di email, effettuate 2 milioni di ricerche su Google, caricate l’equivalente di 48 ore di video su Youtube, creati più di 270.000 post su Trumblr e  Wordpress, inviati oltre 100.000 tweet e compiute oltre 2.220.000 azioni su Facebook»[4].

La gran mole di dati che produciamo non riguarda solo la rete internet ma l’intera nostra vita quotidiana. Ad esempio ciò che riguarda gli spostamenti, poiché spesso ci aiutiamo con navigatori satellitari e mappe su smartphone, quindi i dati relativi al telepass, agli acquisti effettuati, e a tutte quelle attività monitorate da sensori e telecamere sparse per le città.





The Social Network (2010), regia di David Fincher


Una realtà così complessa è qualcosa che riguarda tutti come soggetti attivi. Nel lungo articolo La società dei dati, Vincenzo Cosenza offre interessanti spunti di riflessione che ci permettono di comprendere come i dati, se ben analizzati, comunichino alle aziende delle particolari esigenze dei clienti. Inoltre, grazie a uno sviluppo culturale e tecnico in tal senso da parte delle istituzioni, si potrebbe semplificare la “vita burocratica” dei cittadini.

Oltre agli aspetti puramente commerciali e civili, i dati possono essere d’ausilio anche alla persona fisica. Grazie ad applicazioni per smartphone è sempre più facile tenere sotto controllo le proprie condizioni di salute in relazione alle attività quotidiane. E si presume che questi strumenti andranno sempre di più costituendo non un semplice accessorio per lavoro, svago e comunicazione, ma dei veri e propri supporti alla vita quotidiana in tutti i suoi aspetti. Non è fantascienza, ma piuttosto una realtà che apre al weareable computing[5].

 

Non è semplice comprendere le possibilità di una “scienza dei dati” senza capire, almeno in parte, come alcune categorie di questi si formano.

In quanto utenti, non siamo solo dei fruitori di informazioni ma anche dei creatori e dei gestori a nostra volta. In questo modo possiamo interagire attivamente con la società dell’informazione, dove per informazioni si intendono la gran mole di dati reperibili. Abbiamo strumenti che ci permettono di essere creatori e promotori di contenuti e prodotti, manager della nostra identità virtuale che si lega a quella fisica, comunicatori e imprenditori. Artisti.

Queste possibilità incentivano l’uso di internet e di tutti gli strumenti utili a creare e comunicare. Ciò permette, a chi è capace di osservare, di comprendere in quali direzioni si muove l’utenza, sia di massa che di nicchia. E quindi di essere in grado di intercettare le sue esigenze. Una società evoluta dovrebbe acquisire altrettante capacità di analisi e interpretazione di dati secondo dei parametri condivisi, al fine di ottimizzare le proprie attività e ridurre gli sprechi.

Approcci tecnologico-interpretativi  si sono sviluppati soprattutto a livello commerciale e non civile e da chi è in grado, proprio per i servizi-prodotti che offre, di ottenere quanti più dati possibili riguardo l’utenza, al fine di creare dei profili dei clienti e generare proposte commerciali ad hoc grazie ad algoritmi complessi (bastano gli esempi di Netflix e Amazon).

Il pericolo è quello di essere rinchiusi all’interno di un io che progressivamente e automaticamente ci viene proposto come il nostro. Rischiamo quindi di vivere la complessità sconfinata della rete all’interno di quella che Eli Pariser ha definito come un «bolla di filtri»[6]. E che quindi ci venga proposto uno spazio della rete che non tenga conto della sua varietà, ma sia costituito da un’amplificazione degli interessi dell’utente.

Per fare in modo che ciò non accada è necessario sviluppare una cultura che tenga conto di questi fattori e che sappia crescere insieme alle competenze tecnologiche – e non basta essere nativi digitali, avere profili sparsi su ogni social network o essere always on – a livello individuale, aziendale, istituzionale. Essere utenti maturi, quindi, e non degli accumulatori di informazioni e interazioni.

 

Durante le attività di creazione e interazione in rete, spesso gli utenti non hanno consapevolezza delle proprie azioni. Usare i motori di ricerca (impossibile farne a meno!), come ad esempio Google, significa esporre i propri interessi e nello stesso tempo entrare in un circuito di rimandi tra luoghi virtuali sociali (come Youtube) e servizi web (come Blogger) che permettono a una azienda come Google di affinare sempre di più il profilo di ogni utente in base alle proprie attività.

In un social network come Facebook (si usa questo esempio perché è il social network più diffuso) si raccolgono, per iniziativa degli stessi iscritti, una infinità di informazioni sui loro gusti, interessi, inclinazioni, … e nello stesso tempo si permette a chiunque venda contenuti e prodotti di promuoverli attraverso delle pagine aziendali, di marchio, relative al singolo prodotto o ad una serie di prodotti. Sia la testata giornalistica di fama internazionale che il blog di cucina di una novella cuoca improvvisata; sia la grande firma che vende le sue costosissime borse sia l’inventore da garage; sia il best-seller di John Grisham che gli strampalati versi di un adolescente rimasti fino ad allora in un cassetto, possono essere condivisi, commentati e apprezzati con un like su Facebook.

Le migliaia di applicazioni che troviamo su Facebook, e che hanno contribuito a decretarne il successo, sono veicolo d’accesso a informazioni degli utenti. La scelta tra consentire o non consentire l’accesso alle proprie informazioni base (tra cui l’indirizzo mail) in questi casi è obbligata: altrimenti non si può usare all’applicazione. Lo stesso discorso riguarda molte applicazioni per dispositivi mobile, tra le quali proprio quelle che permettono l’accesso ai social network più diffusi.

Ciò non riguarda solamente Facebook. Un social network come Foursquare[7] basato sulla geolocalizzazione degli utenti fa in modo che questi condividano la loro posizione (un esercizio commerciale, un museo, …) con i propri contatti, magari collegando l’applicazione con altri social network permettendo a un gran numero di persone di conoscere non solo le attività di altri, ma anche lo stesso Foursquare, nel caso non ne avessero mai sentito parlare. La condivisione dei propri spostamenti è incentivata dallo stesso sistema di gioco basato su check-in in un luogo e l’ottenimento di badge come riconoscimento per aver raggiunto degli obiettivi: ciò lo rende un social network dalla forte gamification della vita quotidiana. L’utente è consapevole di essere controllato nei suoi movimenti, visto che è lo scopo del gioco. Non solo: sia in questo che in altri ambienti in rete e nei social network più comuni, gli utenti sono incentivati a rendersi pubblici proprio da un processo di reward. Che si tratti di un commento, di un badge, di un retweet, di un like.

 

Qualche riga sopra si è accennato al concetto della rete internet come «filtro» rimandando a una trattazione più specifica. Questo tipo di approccio pone al centro il ruolo “filtrante” di internet che tende a disegnare intorno a noi quel mondo virtuale che più sembra appropriato in base ai nostri interessi e le nostre scelte. Si tratterebbe quindi di una rete che progressivamente si modella su di noi e ciò può essere analizzato secondo diverse prospettive. Una è quella della «bolla», sottolineando quindi il chiudersi all’interno di qualcosa di circoscritto, l’altra forma è invece più difficile da rappresentare graficamente perché indefinita e in continuo movimento. è una forma sempre diversa a seconda dei nostri spostamenti e delle nostre reti di relazioni: il confine della rete personalizzata è, appunto, il confine della nostra personalità e dei nostri interessi.

Inoltre, è opportuno fare la dovuta attenzione anche alla crescente necessità degli utenti di avere filtri propri e secondo quali processi questi diventano pubblici e costituiscono dei dati utili a chi ha qualcosa da promuovere.

Buona parte delle azioni che noi compiamo in rete hanno lo scopo di filtrare informazioni. Scegliamo i nostri amici, i following, gli articoli da leggere, quali prodotti prendere in considerazione per l’acquisto, le promozioni, le foto (da pubblicare, condividere, usare, modificare, salvare, …), quali blog seguire, cosa appendere sulla nostra board, …

Questi tipi di scelte sono diverse tra loro ma in continua relazione. La necessità di selezionare propria dell’uomo trova nella realtà digitale una sua ulteriore e fisiologica realizzazione giustificata dalla vastità di informazioni che incontra quotidianamente e resa evidente proprio perché gli utenti scelgono cosa condividere, dove e con chi. Possono usare degli strumenti che permettano di “mettere da parte” cose interessanti da rileggere o valutare successivamente[8], o decidere di seguire un blog o un sito sfruttando i flussi Rss per facilitare la consultazione degli aggiornamenti. Gli stessi giornali on-line offrono il servizio di lettura posticipata permettendo all’utente di salvare nella propria pagina personale un articolo che non si ha tempo di leggere in quel momento. È un servizio, certo, ma i dati ricavati sono in grado di dire quali articoli sono valsi una lettura più attenta o una rilettura (insomma, valeva la pena non dimenticarli), e ciò per ogni utente.

Il grande successo dei social network non sta solamente nel loro essere luoghi di incontro e dialogo (sarebbe riduttivo vederli così) o un’occasione per mostrarci/esibirci (è il “colore” dei social network) o una via d’accesso per terzi ai nostri interessi, ma risiede soprattutto nella possibilità di filtrare ciò che esiste all’interno del social network e in rete, e che si ritiene valga la pena entri a far parte del proprio status sociale[9]. Compreso ciò, va da sé che entrino in gioco opportunità che facciano la differenza strutturale del social network e che lo rendano interattivo: i “mi piace”, le condivisioni, i retweet, e … il dialogo!

Pensare che i social network nascano come “ragazzate” serve solo al romanzo della loro genesi. Immaginare che siano degli strumenti di controllo sociale non aiuta a tener conto delle necessità degli utenti. Il lavoro più difficile sta nel cercare di capire quanto gli utenti siano disposti a concedere pur di fare da selezionatori per sé e per gli altri e quindi quanto disponibili a far conoscere i propri dati al fine di ottenere qualcosa di filtrato. D’altronde non è un problema che riguarda i soli social network ma la stessa navigazione, dato che aiuta al filtraggio delle pubblicità per noi più efficaci (che chiaramente a volte possono rivelarsi anche utili). Ciò fa riflettere sull’uso che possiamo definire “commerciale” dei dati di cui noi siamo i creatori, dobbiamo chiederci quanto questi costituiscano il nostro mondo e metterli in relazione con il mondo che ci viene offerto. Per capire un aspetto antropologicamente importante della relazione tra bit e atomi. Riflessioni che inevitabilmente aprono a questioni relative la privacy personale e le sue violazioni.





Carlo Bernardini, Art Light Berlin, 2010


You have zero privacy anyway. Get it over[10]

 

Da qualche mese gira su Youtube (ovviamente!) uno spot tanto ben costruito quanto indicativo ed efficace[11]. Delle persone, uno alla volta, entrano in un tendone dove li aspetta un sedicente mago il quale, tra un sospiro spiritualista e una posizione yoga, riesce ad avere molte informazioni sulla vita dei malcapitati, e le svela senza indugi, con lo stupore dei malcapitati.

Lo spot è di indubbio effetto e vuole sensibilizzare gli utenti della rete sulla diffusione dei loro dati e sul possibile uso di questi da parte di terzi. Infatti, alla fine dello spot si svela l’arcano: il “mago” è collegato con una equipe di tecnici informatici incappucciati che monitorano la rete a caccia di qualsiasi informazione sugli increduli. Come a dire: ma vi rendete conto quante cose si possono sapere su di voi facendo qualche ricerchina in rete? E: immaginate quante cose possono sapere quelli che progettano questi strumenti interconnessi?

Il tema è uno tra i più discussi e travagliati e investe i social network, (per primo Facebook visto che ha più iscritti di tutti). Ciò che colpisce è che queste problematiche non abbiano interessato fortemente l’opinione pubblica al nascere dei fenomeni social, 2.0 e “reticolari” più moderni.

Le possibilità e le modalità comunicative offerte dai social network hanno vinto qualsiasi dubbio sulla “messa in onda di se stessi”. E come spesso è accaduto per le start-up informatiche nate dal nulla e arrivate in grande stile in borsa, si è ben pensato come prima cosa di raccogliere molti utenti. Il più possibile, se la formula si rivela vincente. Tanto che nel 2010 Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook poteva dichiarare che i giovani del nuovo millennio avevano un’idea della privacy diversa da quella dei loro genitori[12]. Impresa complessa è capire quale sia questa idea, soprattutto in caso di una mancata consapevolezza.

Di recente uscita e molto interessante per costruire un dibattito altrimenti poco vivo in Italia, è il libro di Franco Bernabè Libertà vigilata. Privacy, sicurezza e mercato nella rete[13]. Bernabè mette in guardia dai pericoli che possono nascere in una società che si presume democratica ma dove non sono difese la riservatezza e la sicurezza delle informazioni personali. Non si tratterebbe quindi solamente di una problematica inerente il mondo della comunicazione, ma anche quello della politica e dei diritti umani. L’approccio critico di Bernabè si fonda però anche su questioni di tipo imprenditoriale, visto il suo ruolo in Telecom Italia come amministratore delegato. Per Bernabè infatti, la crescita enorme e improvvisa di colossi come Google e Facebook è stata possibile oltre che per le formule di successo, anche perché tali aziende rispondono alle leggi Usa e non della Ue, e per la loro diffusione hanno sfruttato le linee di comunicazione già esistenti senza dover investire in infrastrutture. In poche parole i fornitori di servizi via internet – quelli che Bernabè chiama «Over-the-top», come Skype, Google e Facebook – si sono fortemente affermate non tenendo conto delle regolamentazioni europee riguardo le comunicazione internet come invece altre aziende che hanno sede nei paesi dell’Unione come l’Italia.

«Ripensare internet» quindi, come il titolo dell’incontro che si è tenuto il 27 novembre scorso all’Università Bocconi, con un dibattito al quale hanno partecipato tra gli altri lo stesso Bernabè, Antonello Soro (ex-politico e ora membro del Garante della privacy) e Juan Carlos De Martin (docente al Politecnico di Torino presso il Dipartimento di automatica e informatica e firma de La Stampa). Ripensare internet sulla base di criteri nuovi, chiari, precisi e riconosciuti dalle realtà politiche e dalla comunità degli utenti. Gli attori protagonisti della rete, piuttosto, hanno sempre sfruttato l’aspetto epico, eroico e libertario della rete, incontrando il favore di chiunque volesse diffondere un qualsiasi contenuto o conoscenza, passione, idea, capacità.

Si tratta di proposte che a livello istituzionale possono trovare spazio su qualche tavolo – vedi la conferenza internazionale sulle telecomunicazioni di Dubai – ma enormi difficoltà nella realtà pratica. Prima fra tutte quella di dover regolamentare l’operato di aziende che offrono prodotti di diffusione e successo planetari e non nazionali, che hanno un notevole potere economico (visto che la loro attività è legata a quella di qualsiasi altra: il marchio sportivo e la sua pagina Facebook) e che in breve tempo sono riusciti a cambiare la quotidianità e l’approccio alla realtà da parte degli utenti.

Bisogna riconoscere che il successo di queste aziende nel tempo è dovuto anche al fatto che, continuamente, risultano indefinibili in base a categorie circoscritte. Google è solamente un motore di ricerca? Facebook è solamente un social network? Amazon si occupa solo di e-commerce?

La verità, probabilmente, è che la società arranca dietro l’innovazione tecnologica accettandola con i suoi pro e i suoi contro, non senza difficoltà nel comprendere il valore di alcuni fenomeni. Ciò mentre le grandi società della “rivoluzione digitale” hanno sconvolto il sistema culturale ed economico senza chiedere il permesso a nessuno.

 

Altra questione che vale la pena affrontare relativamente alla diffusione dei dati in rete, è quella del diritto all’oblio. Ovvero la reale possibilità di eliminare dai database una qualsiasi attività/presenza in rete. Al di là delle difficoltà tecnologiche, si tratta di una vera e importante problematica legale. Ho il diritto di eliminare informazioni che mi riguardano?

Poniamo il caso che si venga ritratti in una foto ad un comizio politico e che quella foto finisca in rete, sui profili dei partecipanti che la commenteranno e che la condivideranno sui rispettivi profili e su quelli di altri sostenitori del partito e sullo stesso sito web del partito o dedicato alla manifestazione politica, o anche su un quotidiano on-line legato o meno al partito. Posso obbligare tutti a cancellare quella foto? Tenendo realmente presente le difficoltà nel rintracciare tutte le copie presenti in rete di quella foto che nel frattempo si sarà diffusa in maniera esponenziale. E inoltre, quale diritto ho sulle modifiche apportate all’immagine? E quindi, come e dove rintracciare ogni dato che riguarda quella foto? Tutto ciò è un problema reale, dato che si può essere oggetto di discriminazioni politiche, ad esempio sul luogo di lavoro.

Il tema della discriminazione non è da sottovalutare. Di altra natura ma rilevante per quanto riguarda il cattivo uso dei dati è il caso di Kevin Johnson, ricordato da Vincenzo Cosenza nel già citato La società dei dati. Il signore di Atlanta ha visto abbassarsi il tetto della carta di credito perché ritenuto a rischio insolvenza. Un dato basato sul fatto che altri possessori della carta con le stesse abitudini d’acquisto del sig. Johnson avevano ritardato i pagamenti[14]. Il fatto può essere ritenuto “di confine”, ovvero tipico di quelle società che stanno imparando a usare qualcosa di nuovo e dall’altissimo potenziale. Ecco quindi che si evidenzia ancora la necessità di presupposti culturali e non solo tecnologici nell’analisi dei dati.





E. Wehrmann, Alik Cavaliere, Milano, 1973


 

L’introduzione di nuove strutture comunicative e di accesso al sapere, di altri paradigmi economici e nuove modalità di socializzazione implicano quindi mutazioni antropologiche tutt’altro che trascurabili. Per quanto riguarda la «società dei dati» ognuna delle azioni afferenti la comunicazione, l’accesso, la compravendita o lo stesso interesse verso un prodotto/servizio, o la socializzazione (attività sui social network, blogging, commenti contestuali a prodotti e servizi), contribuiscono a creare una identità. La nostra identità in rete quindi non è solamente quella connessa a ciò che decidiamo di postare sui social network, a partire dagli avatar che pubblichiamo, ma è ogni nostra scelta e contributo.

In questi termini la nostra identità in rete – sempre più connessa a quella della vita reale – è essa stessa una forma di esistenza, pertanto possibile oggetto di interpretazioni. Sarebbe interessante poter conoscere interamente come i nostri dati ci rappresentano, e magari imparare a comprenderci meglio.

Ma viene da chiedersi, fino a che punto questi dati mi rappresentano? E ancora: so accettare la rappresentazione di me che emerge dai dati? Infatti, poiché i dati sono costituiti e si compongono sulla base delle mie azioni in rete, è solo attraverso queste che io posso modificarli? O sarebbe giusto poterlo fare in altro modo, come fosse un curriculum vitae digitale? Ma si tratterebbe allora di dati oggettivi? Sono domande che vale la pena porsi, anche perché strettamente connesse alle questioni sulla privacy.

In maniera sintetica Vincenzo Cosenza appunta delle proposte fondanti per la società dei dati in evoluzione: «[…] i Big Data dovrebbero essere affrontati come una questione che coinvolge i diritti civili. C’è bisogno di stabilire, per tempo, nuove regole in termini di privacy, controllo e conservazione dei dati, trasparenza delle analisi, sicurezza»[15].

Parlare di privacy non può essere soltanto discutere di misure proibitive, ma anche di comprendere mutamenti sociali e incentivare dei comportamenti consapevoli. La grande difficoltà resta comunque quella  di uniformare (sarebbe giusto?) normative e interpretazioni nazionali in materia.

Altra questione importante è quella che Cosenza chiama del «controllo», ovvero relativa alla proprietà dei dati personali e altri diritti connessi. Si tratta anche della possibilità di modificare dati che riguardano l’utente, il quale dovrebbe essere lui il proprietario invece che un’azienda.

Altre problematiche sono relative alla conservazione dei dati, ovvero sul limite di tempo per il quale le società possono custodire i dati dell’utente a fini di business, ma senza una schedatura nel lungo periodo. è inoltre fondamentale la sicurezza dei dati che vengono diffusi e conservati, con opportuna documentazione di ogni uso che ne viene fatto. Senza che la connessione di dati e fonti diverse crei delle discriminazioni che possono negare un servizio.

Per fare in modo che queste idee-princìpi siano messi in atto e si consolidino è fondamentale che maturi una cultura della rete non solo tra gli addetti ai mestieri. Da parte di chi fornisce e gestisce è vero che inevitabilmente occorra maggiore trasparenza e chiarezza, ma è necessaria una maggiore consapevolezza da parte degli utenti. Come promuoverla in un paese come il nostro che manca storicamente di una alfabetizzazione informatica adeguata ai propri tempi?

In questo sistema dalla rapida evoluzione, dove le idee si muovono, si incontrano e danno vita a realtà spesso interessanti e talvolta vincenti, è difficile immaginare un legislatore sempre a passo con i tempi, o che addirittura sia in grado non solo di comprenderli ma anche di prevederli. Libertà e limitazioni che vengono dall’alto hanno il pericolo di risultare troppo discordanti con la realtà basata su usi già di per sé consolidati. Con le ovvie difficoltà di definizione dei confini di applicazione, a partire da quelli statali o sovrastatali. Dall’alto, ci si troverebbe di fronte al problema di controllare un sistema che per sua stessa ammissione, e per convalida degli utenti, ha travalicato l’idea stessa di comunità alla quale eravamo stati abituati e che crea continuamente ulteriori criteri comunitario-aggregativi.

 

 

 

 

 



[1] Eric Schmidt, Ceo di Google, cit. in Franco Bernabè, Libertà vigilata. Privacy, sicurezza e mercato nella rete, Laterza, 2012, p. V.

[2] Don DeLillo, Cosmopolis, Torino, Einaudi, 2006, p. 90.

[4] Vincenzo Cosenza, La società dei dati, edizioni 40k, 2012, pag. 8. Il libro non è disponibile in formato cartaceo ma digitale (ePub). Molto efficace è l’infografica che si può consultare al link http://www.domo.com/blog/2012/06/how-much-data-is-created-every-minute/ (consultato il 07/01/2013)

[5] Google ad esempio sta lavorando a degli occhiali che ci permettono di interagire in movimento. Per farsi un’idea http://www.guardian.co.uk/media-network/media-network-blog/2012/jun/28/google-glass-mobile-smartphones-tablets C’è poi chi parla già della fine dell’era degli smartphone http://www.businessinsider.com/the-end-of-the-smartphone-era-is-coming-2012-11 ma ciò che conta, in ogni caso, è che grazie agli smartphone ci stiamo abituando alla necessità di essere sempre connessi, per avere informazioni in tempo reale su tutto (non solo fatti di attualità, ma anche riguardo ai prodotti grazie ai Qr code), e poter creare, condividere, interagire e archiviare all’istante, senza il pericolo di dimenticarsene. (articoli consultati il 07/01/2013).

[6] L’argomento è stato approfondito in un recente numero de Le Reti di Dedalus, recensendo il saggio di Eli Pariser Il filtro. Tutto quello che internet ci nasconde edito da Il Saggiatore nel giugno 2012 http://www.retididedalus.it/Archivi/2012/ottobre/PRIMO_PIANO/5_pariser.htm

[8]  Un esempio può essere www.getpocket.com

[9] Ovviamente c’è una sorta di conflitto di interessi nel caso la selezione sia in realtà una promozione di prodotti e contenuti propri. D’ogni modo serve a ricordare ai nostri contatti ciò che abbiamo da dire. E se sono nostri contatti si presume che almeno un po’ siano interessati.

[10] A dirlo è Scott McNealy Ceo della Sun Microsystem nel 1999 http://www.wired.com/politics/law/news/1999/01/17538 (consultato il 07/01/2013).

[13] Franco Bernabè, Libertà vigilata. Privacy, sicurezza  e mercato nella rete, Bari-Roma, Laterza, 2012, € 12,00 in formato cartaceo e € 7,99 in ePub.

[15] Vincenzo Cosenza, La società dei dati, 40k, p. 19.




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