LUOGO COMUNE
ADDII
L’idea pura
di cinema
di Emidio Greco


      
È morto il regista pugliese che, dopo il folgorante esordio nel 1974 con “L’invenzione di Morel” che fu invitato al Festival di Cannes, ha realizzato nell’arco di quarant’anni solo altri sette lungometraggi. Autore rigoroso e sofisticato, allergico al realismo cinematografico, si è rivolto spesso a fonti letterarie da Bioy Casares a Karen Blixen, a Franco Lucentini. Ma il suo scrittore-faro è stato Leonardo Sciascia da cui ha tratto due bellissimi film: “Una storia semplice” del 1991 e “Il Consiglio d’Egitto” del 2002.
      



      

di Rocco Cesareo





Emidio Greco (1938-2012) sul set


Si racconta ancora oggi, a distanza di quarant’anni, che quando nel 1974 uno sconosciuto e non più giovanissimo regista (Emidio Greco era nato nel 1938 a Leporano, piccolo paese in provincia di Taranto, dal cui Patrono, S. Emidio, venne il suo nome di battesimo) fu invitato al festival di Cannes con il suo film d’esordio L’invenzione di Morel, la cosa fu accolta con meraviglia e con un certo disappunto che talvolta sfociò in vera e propria protesta.

Non sembrava chiaro come un perfetto sconosciuto fosse arrivato in un festival di rilevanza internazionale come quello che si snoda sulla Croisette.

Spesso era lo stesso Emidio a raccontare questo episodio a noi giovani autori dell’Anac con l’immancabile sigaretta in mano e quella sobrietà, di portamento e linguaggio, assolutamente impeccabili che lo hanno reso unico nel panorama del Cinema italiano.

Era allora che ciascuno di noi comprendeva completamente le ragioni di quell’invito, mentre lui si schermiva ammiccando: “Ma guardate che non avevano affatto torto. Vi era tutta una generazione di cineasti come Peter Del Monte, Luigi Faccini, Gianni Toti, Gian Vittorio Baldi, Marco Leto, Ennio Lorenzini, Gianni Da Campo, Aldo Florio, Roberto Faenza che, nonostante provenissero come me dal Centro Sperimentale di Cinematografia e quindi contassero su un bagaglio tecnico-culturale di prim’ordine, erano allora, al pari di me, completamente fuori dal contesto produttivo e distributivo del momento perché il distributore statale (L’Italnoleggio – Istituto Luce.), unico possibile loro referente, cominciava a mostrare già allora le prime crepe.”

           

Ho voluto cominciare con quest’aneddoto, perché Emidio Greco è sempre stato straordinariamente capace di contestualizzare la sua attività di cineasta nei vari momenti storici del cinema italiano e lo faceva talmente bene che non si trascendeva mai in una qualche forma di contestazione soggettiva (e quindi anche emotiva) verso l’industria del cinema che lo aveva cresciuto come autore dalla fine degli anni ’60 in una crisi che già inevitabilmente coinvolgeva e minava la realizzazione di tutte le nuove, più avanzate proposte. 

Lo stesso Greco, che è stato molte altre cose oltre che uno straordinario creatore di immagini, riconosceva che il suo esistere in una realtà parallela nel panorama industriale del cinema italiano, mentre da un lato gli aveva permesso di perseverare in un’idea purissima di cinema come linguaggio e come poetica, dall’altro lo aveva reso estraneo al sistema e l’aveva probabilmente limitato, almeno nella produzione filmica “consentendogli” la realizzazione di soli otto titoli in quarant’anni di carriera.

Sempre in quelle amabilissime conversazioni all’interno delle scarne mura della sede Anac di Via Principessa Clotilde, Emidio ci ricordava come “molti dei suoi colleghi coetanei, spesso personalità autoriali molto interessanti, assolutamente propositive e talentuose, avessero dovuto rinunciare alle proprie aspirazioni mentre altri “non erano riusciti ad arrivare oltre il terzo o quarto film” e come ritenesse quindi di avere raggiunto un buon risultato grazie anche agli indiscussi  riconoscimenti ottenuti dal suo cinema pure a livello internazionale.

Con questa sorta di preambolo alla vera e propria analisi dell’opera di Greco, voglio stigmatizzare come la sua presenza nel cinema italiano e internazionale, sia stata e sempre più sarà rilevante tant’è che ancor oggi L’invenzione di Morel è visto e studiato nelle scuole di cinema.





L'invenzione di Morel (1974)


Antonioni, Buñuel e ovviamente tutta la nouvelle vague francese, da Jean Luc Godard ad Alain Resnais, da Robert Bresson a Otar Iosseliani (georgiano, naturalizzato francese…), sono stati i punti di riferimento della poetica di Emidio Greco che ha sempre trovato riduttiva l’idea di cinema come “riproduzione della realtà”, anche quando si basa  su un’acuta analisi critica come nel caso  esemplare di Visconti  e di Francesco Rosi.

Forzando un po’ l’analisi, possiamo dire che a Greco interessava andare “oltre” il “guardare la televisione o leggere i quotidiani”, sono parole sue.

L’idea di cinema in Greco consisteva in una sorta di “congelamento” delle situazioni e delle immagini.

A partire dalla quasi assenza di campi e controcampi, in favore di primissimi piani, che permettevano quella ricerca dello straniamento dal racconto, il rifiuto della soggettività, dell’io narrante, lo spingeranno, soprattutto agli esordi, verso autori letterari quali la Blixen, Bioy Casares, Borges, oltre a Pirandello e Sciascia.

Al Greco cineasta, non sono mai interessate le analisi psicologiche o sociologiche, né la struttura narrativa di causa ed effetto ecco perché amava intervallare con lunghi silenzi il tempo fra un dialogo e l’altro.

Non a caso il luogo fisico per eccellenza, quello che meglio gli permetteva di “strutturare” la propria poetica, era  “l’isola”, una sorta di luogo-non luogo, ellittico, “ripetitivo” chiuso.

Ed è proprio un’isola sperduta il fulcro de L’invenzione di Morel, uno dei più folgoranti esordi di tutto il cinema italiano.

Tratto dall’omonimo romanzo di Adolfo Bioy Casares  il film con protagonista uno strepitoso Giulio Brogi, racconta di un naufrago, ricercato dalla polizia, che approda su un isola apparentemente deserta.

Nel suo vagare alla ricerca di cibo l’uomo incontrerà un’umanità che scoprirà essere la  proiezione tridimensionale  del diabolico Dr. Morel  di cui anch’egli, alla fine ne rimarrà vittima.

Girato sulle spiagge di Malta, il film con i suoi 32 minuti iniziali privi di dialogo, forse rimane ancora oggi la più perfetta sintesi della poetica di Greco, della sua percezione della realtà, dell’incidenza del Caso nelle vicende umane, dell’impossibile raggiungimento della consapevolezza. Il tutto nella  perfetta circolarità della reiterazione del gesto.

Alla fine il naufrago distruggerà l’infernale macchina, ma sarà troppo tardi: ucciso da raggi mortali, diverrà anche lui un’ologramma incorporeo destinato a vagare per l’eternità, in una sorta di ciclo perpetuo.

Non a caso a proposito de L’invenzione di Morel, si è anche parlato di primo esempio di realtà virtuale. I protagonisti o meglio le loro ombre, liberi da malattie  e  dolore  esistono per vivere ogni giorno come se fosse il primo.

L’invenzione di Morel sarà come un faro che per i decenni successivi continuerà a guidare Greco in un “mercato” sempre più ciarliero e festivaliero dove  faticava a ritrovarsi, dove il suo cinema sempre elegante e raffinato, mal si abbinava alla  spasmodica ricerca del “Colossal” magari tutto “pizza e mandolini”.

Il particolare buio degli anni ’80 lo vide, come tanti, vittima dell’imbarbarimento culturale e professionale del cinema, tant’è che il suo secondo film Ehrengard (1982), tratto dall’omonimo romanzo di Karen Blixen, causa il fallimento della società produttrice, la Gaumont Italia, avrà un’uscita quasi clandestina solo qualche anno dopo.





Massimo Ghini e Gian Maria Volontè in Una storia semplice (1991


Nel momento di massimo successo del berlusconismo che da commerciale diverrà  anche politico (ma vi è differenza?), la sua idea di cinema così rigorosa e lineare sfocierà nell’incontro con l’amato Leonardo Sciascia , nelle cui opere  troverà temi, tracce ed  una struttura narrativa a lui congeniali.

Primo frutto sarà Una storia semplice del 1991. Un film  bellissimo con un Volontè magistrale, forse all’apice della sua straordinaria carriera, contornato da altri magnifici attori da Ennio Fantastichini ad Omero Antonutti, tutti in stato di grazia.

Sceneggiato con Andrea Barbato, il film racconta di un’ inchiesta giudiziaria su un suicidio ed un duplice omicidio evitando qualunque stereotipo di genere, mostrando una Sicilia totalmente “assente di sicilianità”,  quasi glabra, anemica.

A Greco come al solito, non interessa il linguaggio letterario come tale, quanto le strutture narrative, le suggestioni che questo può offrire.

Egli, certo ancora una volta del fatto che, di fronte ad un impianto narrativo come quello offerto da Sciascia, così diverso da Bioy Casares non ci si debba in alcun modo lasciarsi condizionare da un immaginario che tende ad omologare, a creare la convenzione, si rende totalmente alieno da certi  fascini antropologici.

Ad ogni buon conto, pur di fronte ad un mostro sacro come Sciascia, Emidio non si lascia intimidire, né coinvolgere in accademismi: “Non mi sono mai posto il problema di essere rispettoso, ma quello di essere all’altezza dell’opera letteraria e del resto i personaggi hanno detto quello che hanno detto perché mi sembrava giusto, e non in ragione di un rispetto a priori”.

In queste poche parole si condensa il rapporto tra cinema e letteratura secondo Emidio Greco.

La verità per lui sta nel  soggetto e nel  modo in cui il regista lo tratta affinché finisca per evocare una forma che, se ben trattata, incarnerà il tema iniziale.    

Come in una sinfonia ben riuscita, questo continuo scambio produrrà l’innesto  giusto, lontano dalla separazione tra forma e contenuto retaggio del vecchio idealismo crociano.

L’incontro con il grande scrittore siciliano produrrà un ultima deliziosa opera: Il Consiglio d’Egitto del 2002, protagonisti Tommaso Ragno e un formidabile  e brillante Silvio Orlando.

 Pubblicato la prima volta nel 1963 Il Consiglio è, in qualche modo, il più celebrato fra i romanzi-apologhi di Sciascia.

Lo sfondo storico dell’opera si anima fino a diventare una straordinaria allegoria della possibilità di corrompere la Storia… Protagonista della vicenda è l’abate Giuseppe Vella che nella Palermo di fine ’700, tenta di far passare un manoscritto arabo di nessun valore per uno sconvolgente testo politico, Il Consiglio d’Egitto appunto, che  prevedendo l’abolizione di ogni privilegio feudale potrebbe scatenare un grandioso moto rivoluzionario.

Greco, ancora una volta, tratta il  tema più amato e indagato: la falsificazione della realtà.

Come il naufrago sull’isola di Morel, l’abate Vella ed il rivoluzionario avvocato Di Biasi (Tommaso Ragno) cercano ciascuno a proprio modo “di raddrizzare la storia” ed anche loro finiranno sconfitti.

Il regista, inserisce nel corpo del romanzo le tematiche  a lui particolarmente congeniali ossia quella esistenziale e quella della finzione.

Vella, come il naufrago, si illude di poter determinare le sorti del mondo mentre questo non fa che seguire regole sue proprie, estranee alla ragione dell’uomo.

Ancora una volta il Maestro pare dirci, giocando sullo stallo dell’abate, che è il Caso a piegare imponderabilmente la volontà a suo piacere, mentre la Verità resta inascoltata. 

Dopo una breve malattia, subita sobriamente come nel suo stile, Emidio Greco ci ha lasciati lo scorso 22 Dicembre.

Non ha mai “inseguito” nulla, tanto meno una fatua gloria. Di lui ci resta un’acuta intelligenza, e un amore contenuto quanto profondo per  le cose del mondo.

 




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