SPAZIO LIBERO
MACCHINA-CINEMA
Il doppiaggio
come arte:
un’autocoscienza
che manca


      
Sulla scia della morte di Tonino Accolla, uno dei più famosi e bravi doppiatori italiani, ecco una partecipe riflessione critica sull’importanza cruciale di un ruolo professionale che viene in genere sottostimato, se non a volte apertamente osteggiato anche da chi fa parte del mondo cinematografico. Eppure doppiare i film esige abilità tecniche, ma pure significative qualità artistiche per costruire una ulteriore finzione nella finzione, elevando al quadrato quella che in semiotica si chiama ‘sospensione dell’incredulità’. E spesso è proprio chi doppia, passando da un capolavoro a un prodotto dozzinale, a ridurre il proprio lavoro ad un mestiere fatto per pure ‘ragioni alimentari’.
      



      

di Eleonora Di Fortunato

 

 

Strano destino, quello del doppiatore, ci si accorge di lui solo quando muore. Non è consolante, ma del dialoghista spesso non se ne accorge nessuno neanche in quel caso.

La riflessione nasce dalla recente scomparsa di un noto doppiatore, uno dei tanti professionisti che ogni giorno plasmano il nostro immaginario, ispirandoci comportamenti, gusti e bisogni. Sì, perché attraverso il cinema viene costruita, nel bene e nel male, tanta della nostra cultura, e poiché la maggior parte del cinema e della televisione che vediamo è di origine straniera, molto di quello che pensiamo è il risultato dell’attività di una serie di oscuri autori che traducono film e telefilm, e di una serie di attori che li ri-recitano.

In una società in cui pochissimi leggono, ma molti vanno al cinema e tutti vedono la televisione il doppiaggio dovrebbe godere di qualche considerazione. Invece la traduzione, praticata pacificamente da secoli e giustamente esaltata quale “chiave di comunicazione tra i popoli”, se applicata al cinema desta uno scandalo e un’ira francamente sovradimensionati. La letteratura circola liberamente e ovviamente tradotta, e nessun autore letterario si sognerebbe mai di gridare contro la traduzione delle sue opere. Contro il doppiaggio, invece, tuonano non solo quasi tutti i critici e molti spettatori sedicenti puristi e sedicenti poliglotti (ma che pretendono scritte piazzate in mezzo all’inquadratura, quelle sì vero e proprio stupro estetico), ma anche molti degli stessi registi beneficati dal doppiaggio (vedi Loach e Almodovar), che lo considerano un abominio e, buoni ultimi, anche certi registi italiani, che se i loro film non li vede nessuno, la colpa è del doppiaggio che favorisce i film americani. Su quest’ultimo punto, per inciso, la storia e l’economia del cinema dimostrano che il doppiaggio è un fattore determinante nel definire il valore di scambio dei prodotti audiovisivi, quindi, invece di lamentarsi si potrebbe provare a fare quello che fanno gli americani, che – è dimostrato – funziona.

Chiusa la parentesi, un adagio anonimo in voga nel settore recita “Il doppiaggio degno di nota è quello che non si nota”. Il fine ultimo del doppiaggio è dunque quello di rendersi invisibile, in modo da convincere lo spettatore che gli attori sullo schermo parlino davvero la nostra lingua, malgrado tutto, su quello stesso schermo, congiuri per dimostrarci il contrario.

L’abilità del doppiaggio (di chi scrive, di chi sceglie e dirige le voci, di chi recita) consiste nel costruire una ulteriore finzione nella finzione, elevando al quadrato quella che in semiotica si chiama “sospensione dell’incredulità”, ovvero la disponibilità a sospendere le proprie facoltà critiche, ignorando le incongruenze e godendo dell’opera di fantasia come se fosse vera. Ecco, il punto della questione gira intorno al “come se fosse”, una linea sottile dove si gioca la credibilità di tutta l’operazione.





Tonino Accolla (1949-2013), celebre voce tra tanti altri di Eddie Murphy, Kenneth Branagh,
Tom Hanks, Mickey Rourke e Homer Simpson


L’ottenimento della verosimiglianza assoluta è l’obbiettivo del doppiaggio e il metro per giudicarne il risultato. Si tratta di un’arte, insomma, praticata da una serie di persone, autori e artisti, che hanno come scopo quello di scomparire, che danno il meglio di sé quando rinunciano completamente a sé.

Ecco perché dei bravi doppiatori ci si accorge quando non ci sono più e, pur avendone avuto la prova tutti i giorni, si scopre per la prima volta dopo la loro morte quanto fossero versatili, spesso dei grandi attori. Dei dialoghisti spesso non si dà neanche la notizia della scomparsa, malgrado tutte le parole dello schermo – molte delle quali, più o meno meritatamente, entrate nel nostro quotidiano, da “È la stampa, bellezza” a “Che te lo dico a fare?” – siano state scritte da loro.

Ma se è vero il modello psicoanalitico per cui recitare soddisfa un bisogno narcisistico ed esibizionistico, bisognerebbe che qualcuno studiasse cosa spinge alcuni attori a diventare doppiatori, e altri a passare la vita a tradurre film sapendo che nessuno, guardandoli, penserà mai a loro, che gli autori tradotti e gli attori doppiati proveranno fastidio per loro o, al meglio, indifferenza. A fare, cioè, una scelta di vita frustrata in partenza, quella di esistere solo in quanto inesistenti.

Quelli che sono abbastanza evidenti sono i risultati di questa scelta negazionista: abituato a non vedersi riconosciuta nessuna dignità, il doppiatore (e il dialoghista) alla fine non se la riconosce neanche più da solo. Così, chi fa il doppiaggio, nella stragrande maggioranza dei casi, è del tutto carente di coscienza di sé come professionista e come artista; essendo abituato a trattare indifferentemente dal capolavoro al prodotto dozzinale, negli stessi tempi e alle stesse cifre, sempre più spesso sembra non distinguerli più e li affronta con la stessa distratta indifferenza e gli stessi piatti risultati; è disponibile e disposto a tutto pur di lavorare, quindi accetta qualunque condizione e qualunque lavorazione, anche quelle che non ha il tempo o proprio non è in grado di fare, naturalmente a scapito dei colleghi, perché “ogni lasciata è persa”. Abituato a questa primitiva lotta per la sopravvivenza, non avrà nessuno spirito di corpo, accetterà di valere meno di zero, riconoscendo invece potere di vita e di morte alle mezze figure, umane e professionali, che dispensano e negano il lavoro.

Il doppiaggio è, in definitiva, un interessante esperimento di scienza industriale: ci racconta, nei suoi meno di cent’anni di storia, di come un’attività potenzialmente potentissima, intorno alla quale, in un paese come l’Italia, ha girato più della metà dell’economia dell’audiovisivo, sia riuscita a farsi schiacciare nel ruolo di una sub-industria che produce sub-cultura fino ad auto annullarsi, per far posto al liberatorio, asettico e molto più economico sottotitolo.

Come dei doppiatori ci accorgiamo solo quando non ci sono più, anche del doppiaggio ci accorgeremo quando il suicidio sarà completo, e resterà un epitaffio a tre quarti dello schermo a ricordarcelo.




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