TEATRICA
TEATRO SPAGNOLO CONTEMPORANEO (2)

“Fogli
di un calendario
qualunque”
e “Strada ferrata”


      
Preceduti da una esaustiva autopresentazione artistica, pubblichiamo due testi di ‘teatro breve’ dell’autrice madrilena, inediti in Italia. Il tema comune è l’incomunicabilità tra i sessi. Nel primo un ragazzo e una ragazza dopo essersi scritti per un anno via internet, si incontrano in un cibercaffè e la delusione della fanciulla pone fine anche alla relazione virtuale. Nel secondo, privo di battute, sviluppato soltanto con lunghe didascalie, un uomo e una donna quarantenni, partecipanti ad una convention di assicuratori, si inseguono vanamente tra le stanze di un albergo. La sognata avventura erotica non ci sarà.
      




      

di Juana Escabias

 

 

Scrivo dall’età di nove anni ma i miei rapporti con la scrittura drammatica hanno inizio più tardi. Nel periodo dell’infanzia la mia aspirazione era la narrativa alla quale ho dedicato innumerevoli ore di studio e di esercizio che hanno portato alla pubblicazione di romanzi e racconti. La mia seconda aspirazione infantile era il giornalismo, utilizzare quest’altro modo di scrivere per far sì che le vicissitudini riguardanti qualsiasi parte del mondo raggiungessero tutti gli angoli del pianeta costituiva anch’esso uno dei miei desideri. Il mio sogno si realizzò, studiai giornalismo ed esercitai la professione per diverse riviste e giornali come reporter-cronista. Conservo un gran numero di quei lavori. Uno dei miei primi reportage ebbe come protagonista Benjamín Gueparia, capo della tribù brasiliana degli Xavante che i governanti del paese volevano espellere dal loro territorio. Ho intervistato le nonne di Piazza di Maggio, leader guerriglieri, femministe dei paesi arabi, dissidenti politici, persone combattive come Emma Bonino o Rigoberta Menchú, scrittori, compositori, attori.

Il mio primo contatto con il teatro fu a scuola. Gli alunni più grandi rappresentarono
La Lisistrata di Aristofane. I ragazzi fecero il loro ingresso in scena infagottati in una tunica. Sotto il vestito, ben fissato tra le gambe, avevano legato un palo. In questo modo emulavano il membro eretto e congestionato in seguito all’astinenza sessuale alla quale le loro mogli li costringevano per far sì che ponessero fine alla guerra che stava insanguinando il Peloponneso. La loro metafora artigianale fu la mia prima lezione sul binomio costituito da immaginazione e teatro.

All’epoca in cui ero una novella studentessa universitaria entrai in contatto con il teatro alternativo che iniziava a prender forma in una Madrid che stava completando la sua transizione politica da dittatura a democrazia. La straordinaria Sala Cadarso era stata aperta anni addietro. Quando la visitai io, non esisteva più la censura alla quale Franco sottoponeva gli spettacoli artistici. Uno dei fondatori della sala, Carlos Sánchez, mi raccontò che i vecchi camerini avevano un campanello che avvisava gli attori nel caso in cui si intrufolasse all’ultimo momento un censore, nascosto fra la folla, per controllare a sorpresa lo spettacolo. Gli attori sapevano cosa dovevano fare quando quel campanello suonava: dovevano mettere in scena la seconda versione dello spettacolo, quella “politicamente corretta”, per evitare che la polizia chiudesse il teatro. Di tutti gli spettacoli che vidi in quella sala, ritorna il ricordo di uno, El cuervo graznador grita venganza, opera dell’attuale direttore del nostro Centro Drammatico Nazionale, Ernesto Caballero. A quel tempo c’era anche El Gallo Vallecano, un’altra sala pioniera gestita da Juan Margallo, Fermín Cabal e Petra Martínez. Successivamente Guillermo Heras inaugurò il Centro de Nuevas Tendencias Escénicas. In questo palcoscenico ho un ricordo particolarmente vivido della rappresentazione de Il cimitero delle automobili di Fernando Arrabal.

Qualche tempo dopo si aprirono a Madrid, la mia città, diversi teatri alternativi. Per una decina d’anni lavorai in due di questi come addetto stampa, occupandomi di laboratori e programmazioni: El Montacargas (diretto da Manuel Fernández e Aurora Navarro) e Teatro Guindalera (diretto da Juan Pastor e Teresa Valentín). In entrambe le sale sono state rappresentate mie opere così come montaggi nei quali io dirigevo testi d’altri. Un altro nome importante per me è quello di Miguel Torres, cofondatore di Ensayo 100 e, successivamente, del Teatro Lagrada. In quest’ultimo ho messo in scena e diretto due delle mie opere e, nella primavera prossima, ne rappresenterò un’altra diretta da nomi di lusso ai quali mi unirò: Juanjo Granda, Carlos Laso e Adriana González-Borgas. Il testo, Nueve mujeres infieles, è un’opera composta da testi brevi legati fra loro dalla tematica comune dell’adulterio femminile. Tanti sono i nomi che mi hanno accompagnata e guidata, a tantissimi amici devo la mia gratitudine, esperienza ed esperienze, ammirazione e influenza... Se mi fermo a pensare alle grandi lezioni mi assale la sicura semplicità con la quale Peter Brook riempie il palcoscenico, l’intensità con la quale Eugenio Barba scruta i meandri antropologici dell’Arte Drammatica.

Oltre ad essere laureata in giornalismo ho un dottorato di ricerca in Filologia, sono anche fondatrice della compagnia Teatro Sonámbulo e presidente del Comitato di Teatro della UNESCO della Comunità di Madrid, ente con il quale organizzo attività legate al teatro. Mi sono occupata di progetti di esibizioni drammatiche e di edizioni teatrali, sono autrice di diciotto opere teatrali e di numerosi testi di teatro breve, di romanzi e di raccolte di racconti, appartengo a diversi gruppi internazionali che si occupano di ricerca letteraria e teatrale.

Dal 2002 lavoro in una scuola di teatro, la EMAD, che conta più di quattrocento alunni immatricolati per corso accademico. Ad ogni sessione ricevo moltissimi giovani che aspirano a diventare attori professionisti. Io esigo sforzo e passione, se non pensano come artisti non lo potranno mai essere, l’arte può solo costruirsi con un immenso lavoro e sostenersi con infinito amore. Aggiungo poi che il vero artista deve avere l’intelligenza di un vecchio ed il cuore di un fanciullo, ma la maggior parte di loro non mi capisce. Dopo anni alcuni tornano a dirmi che alla fine lo hanno capito: capacità di elaborazione e capacità di stupirsi. Tutti i grandi hanno fatto propria questa simbiosi, da Cortázar a Checov. Picasso lo diceva: ci vuole molto tempo per arrivare ad essere giovani.

Le influenze artistiche che hanno alimentato la mia infanzia sono state esclusivamente le letture. Mia madre, una casalinga che ha vissuto a pieno negli anni della dittatura franchista, è stata un’ulteriore vittima del sistema. Il franchismo impediva alle donne di ricevere un’educazione universitaria, proibiva la libertà di movimento, obbligava le mogli a lasciare il posto di lavoro e negava la possibilità di essere autosufficienti. Il franchismo voleva donne limitate, dipendenti, castrate. Lei era dotata di sensibilità, intelligenza e creatività, apparteneva alla fazione che aveva perso la Guerra Civile, il cui patrimonio fu sottratto dai vincitori. Dal momento che la sua vita quotidiana non la soddisfaceva, creò intorno a lei un mondo parallelo, la lettura. Era autodidatta ed aveva una biblioteca impressionante. Mia madre leggeva Dostoievskij, Cervantes, Sofocle, Faulkner, Racine. Sono cresciuta in mezzo ai classici, maestri che mi hanno insegnato che per apportare innovazioni devi saper guardare prima indietro. Ho perso mia madre poco dopo aver compiuto diciannove anni. Alla stessa età scoprii anche i cinestudio che stavano proliferando a Madrid. Su di essi ho modellato la mia cultura audiovisiva ed ho imparato a tradurre l’azione in immagine.





Fin da bambina ho letto testi di teatro ma non l’ho scoperto finché non ho calpestato il palcoscenico come attrice e regista. Quel giorno ho capito che il teatro è il linguaggio dell’uomo primitivo. Romanzi e racconti sono costruzioni intellettuali dell’uomo civilizzato mentre il teatro è ancestrale, proprio di società in evoluzione, di un mondo di barbarie. Nella narrativa gli accadimenti scorrono in un’unica direzione, nel teatro collidono e cambiano traiettoria in balìa delle leggi fisiche e chimiche. La narrativa poggia su un mondo carico di esperienza, il teatro si muove nel brodo di coltura delle prime volte. Trovo entrambi i linguaggi affascinanti, sono ancorati a me, non li potrei mai abbandonare. Nel 2013 ho pubblicato varie opere teatrali ed anche alcuni dei miei racconti. In maniera del tutto involontaria concepisco storie che possono svilupparsi solo attraverso il linguaggio narrativo o storie che possano essere modellate in formato scenico. Si tratta dello stesso processo cognitivo delle persone bilingui: ciascuna lingua giace in un compartimento stagno del cervello.

Come scrittrice e regista teatrale, ritengo che il mio lavoro sia straordinariamente contemporaneo. Nello specifico la mia esperienza con il teatro breve è stata soddisfacente. Lo scrivo in modo compulsivo rispetto alla meditazione che mi occorre per il teatro “lungo”. Il mio teatro breve nasce dalla necessità del qui e ora, dall’urgenza d’espressione e di denuncia, dal desiderio di condividere con gli altri. Tutte le mie opere di teatro breve (se esiste un’eccezione questa conferma la regola) sono ambientate nel presente. Sei dei miei monologhi sono stati selezionati per essere rappresentati in manifestazioni collettive (maratone teatrali o happening), ed alcuni testi hanno trovato rappresentazione in diversi palcoscenici, come Hojas de algún calendario, diretta da Coral García e messa in scena a Firenze sotto i suoi auspici. Non ho mai diretto le mie opere di teatro breve, sono sempre stati gli altri i responsabili della loro ricreazione. Questo modo di operare ti arricchisce: io scrivo il mio teatro come regista, immaginando la sua messa in scena. Contrapporre la tua visione al risultato della visione altrui ti offre il privilegio di addentrarti nel pensiero di un altro essere umano.

Nel teatro breve è inevitabile che si venga a creare un conflitto molto forte, la situazione drammatica deve condensarsi al massimo ed è d’obbligo lo scontro finale. Il processo formale è simile a quello del racconto breve, si differenzia dal romanzo per il solito elemento per il quale il teatro breve si differenzia dal teatro “lungo”: la difficoltà della riflessione.

Gli elementi che mi rendono una persona dedicata all’arte sono la curiosità e la passione; il novanta per cento delle malattie di cui ho sofferto in vita mia avevano un’origine psicosomatica. Desidero cambiare il mondo o, per lo meno, arrivare ad avere una società più giusta. Il mio teatro, come la mia narrativa, è vincolato alla sperimentazione: fino all’ultimo giorno della mia vita continuerò a cercare.

 

******

 

 

FOGLI DI UN CALENDARIO QUALUNQUE

Trad. Coral García

 

Personaggi drammatici:   Raúl (diciannove anni)

     Rita (diciassette anni)

Spazio:                Un cibercaffè

Tempo:                 Oggi

 

Raúl, un giovane di diciannove anni, si trova in un cibercaffè, seduto davanti al computer. Smanetta sulla tastiera. Nella sala compare una ragazza di diciassette anni, Rita, che senza accorgersi della presenza di Raúl si siede davanti ad un altro computer, lontano da lui. Collega la macchina e scrive. L’arrivo di Rita sconvolge Raúl, che raccoglie tutti i suoi effetti personali in silenzio ed esce in punta di piedi dalla stanza senza che Rita si renda conto della sua manovra, ma poi ritorna sui suoi passi lisciandosi i capelli e sistemandosi camicia e pantaloni. Finge di essere appena arrivato. Si siede davanti ad un altro computer, di fronte a Rita.

 

Raúl.- Ciao (Rita non risponde, attenta al suo schermo. Raúl si schiarisce la voce). Ciao, come va?

Rita.- (è assorta nel messaggio che scrive. Si emoziona, parla a voce alta). Posso scrivergli che… No, è preferibile raccontargli… Crederà che sono scema, meglio se gli racconto che… Non trovo le parole giuste.

Raúl.- (Nasconde il suo orologio nella tasca dei pantaloni). Sai che ore sono?   

Rita.- (A Raúl, senza muovere gli occhi dallo schermo). Guarda l’orologio del tuo computer, angolo inferiore a destra dello schermo. (Continua a scrivere). Che faccia metterà quando riceverà il mio messaggio e leggerà che…

Raúl.- Scusami, che giorno è oggi?

Rita.- (Risponde adirata, senza distogliere gli occhi dallo schermo del suo computer). Anche la data compare sullo schermo del computer. (Continua a scrivere, emozionata). Voglio che si renda conto che rispondo ai suoi messaggi non appena li ricevo. Come mi piacerebbe vedere ora il suo viso. Come sarà la tua faccia? Sono mesi che ti scrivo ma non riesco ad immaginarmi come sei.

Raúl.- Scusami… forse… per caso… ti chiami Rita?

Rita.- (Smette di scrivere. Lo guarda infuriata). E tu come sai che mi chiamo Rita? Hai qualche problema se mi chiamo Rita?

Raúl.- No, no… è un nome bellissimo, è una domanda come qualunque altra, avrei potuto chiederti se studi al Liceo oppure… se abiti nel quartiere dei palazzi bianchi, di fronte al supermercato, nella torre più alta, o… se tua madre lavora dalla parrucchiera del centro commerciale, o se tuo padre ha la Jeep colore granato che…

 

Rita.- (Si alza indignata. Raúl rimane seduto, rattrappito). Tu come sai dove abito e dove studio e chi sono i miei genitori e … addirittura sai la marca della nostra macchina! Mi hai seguito?

Raúl.- Io segui… segui… seguirti? Ma no, cosa dici! È soltanto che siamo vicini. Abito in quei palazzi al di là dell’autostrada. Ti conosco per questo, perché siamo vicini.

Rita.- Ti proibisco di spiarmi ancora. (Si siede arrabbiata. Scrive).

Raúl.- Io non intendevo spiarti. Semplicemente guardavo la macchina di tuo padre perché mi aveva colpito, pensavo: che macchina ben tenuta! E quando guardavo la tua casa pensavo: che mattoni così… consistenti ha quel palazzo, e com’è verde il verde dei cespugli dei giardini della casa di questa ragazza.

Rita.- (Gli lancia una pallina di carta alla testa). Stai zitto! (Si riconcentra sul suo compito, continua a scrivere emozionata).

Raúl.- Vengo qui da tempo. Il computer di casa è un’anticaglia e non va in internet. Oggi siamo noi due da soli, e questo è strano, la cosa normale è che questo cibercaffè sia sempre pieno zeppo. Ci sediamo gli uni accanto agli altri senza guardare chi c’è vicino a noi, non ci parliamo, guardiamo soltanto lo schermo del computer. Io osservo le facce degli altri. Conosco ormai tutti i frequentatori di questo posto, li trovo per strada, nei negozi… ma nessuno di loro mi riconosce. Tu vieni qui da un anno. Sei apparsa la prima volta nel mese di luglio.

 

Rita.- Lasciami scrivere.

Raúl.- Veniamo qui, ci sediamo gli uni accanto agli altri e non ci parliamo mai. Prima si andava nei bar per conoscere della gente. Io a volte vado nei bar del quartiere per farmi degli amici, ma non si può parlare, la musica è troppo alta. I ragazzi bevono e ballano in silenzio. (Pausa). Sai che a cinque anni non sapevo più parlare? Avevo imparato come tutti da piccolo; a due anni già parlavo, ma un anno dopo i miei decisero di fare gli straordinari  per comprare un appartamento più grande e migliorare la qualità della vita, e anche per pagare le rate delle due macchine, delle quali avevano bisogno per andare al lavoro, e il mutuo dell’appartamento al mare, dove non andiamo mai perché i miei lavorano durante le vacanze per poterlo pagare, ma è un buon investimento per quando andranno in pensione. Mentre loro lavoravano io rimanevo da solo con la colf filippina, e siccome non parlavo con nessuno alla fine persi la parola. Se ne resero conto quando mi mandarono a scuola. I miei mi portarono da uno specialista perché recuperassi la parola, e lui gli fece delle domande su di me, alle quali non sapevano rispondere, non c’erano mai con me, non conoscevano né il mio modo di reagire né il mio carattere. Alla fine dovette venire la colf filippina per spiegare allo specialista com’ero io. (Pausa). Nei bar nessuno apre bocca, e in questo cibercaffè la gente parla soltanto con le macchine. Dimenticherò di nuovo come si parla. (Pausa). Negli ultimi tempi parlo con i libri. Sono i miei unici amici.

Rita.- Stai zitto e lasciami scrivere.

Raúl.- Per caso stai scrivendo al Capitano Lunare?

Rita.- (Stupita). Conosci il Capitano Lunare? Spii anche la mia posta elettronica?

Raúl.- Non spio le tue email.

Rita.- Allora come sai chi è il Capitano Lunare?

 

Raúl.- Io sono il Capitano Lunare.

Rita.- (Avvilita). Non è possibile.

Raúl.- Sì, sono io il Capitano Lunare.

Rita.- Ti sto inviando una email. Non puoi essere davanti a me mentre ricevi una mia email.

Raúl.- La scienza è così. (Pausa). Una delle prime volte che sei apparsa nel cibercaffè ti sedesti accanto a me. Non mi guardasti nemmeno, come sempre, e come sempre mormoravi a voce alta delle parole che scrivevi. (Lei protesta con i gesti). Mormorasti il tuo indirizzo email e io lo memorizzai e decisi di scriverti.

 

Rita.- Non puoi essere il Capitano Lunare. Ti conosco… Voglio dire che è un anno che ti scrivo.

Raúl.- Ti darò una prova. Nella mia penultima email ti promisi di comporre una canzone per te, con testo e musica.

Rita.- Che felice mi fece sentire quella email nella quale il Capitano Lunare prometteva di scrivermi una canzone! Io, la protagonista di una canzone. Come sai tutto questo? Non puoi essere il Capitano Lunare. Non mi può succedere una cosa del genere.

Raúl.- Ho già finito il testo. Te la volevo inviare quando sei entrata dalla porta.

 

Rita.- (Quasi sul punto di piangere). Non voglio nessuna canzone tua. Come ero felice ogni volta che ricevevo un nuovo messaggio del Capitano Lunare! Passavo intere serate a pensare cosa ti potevo rispondere.

Raúl.- Scriversi è il mezzo, il fine è conoscersi. Ora ci conosciamo e…

Rita.- L’unico scopo dello scriversi è scriversi. Hai rovinato tutto.

Raúl.- I sogni appaiono sempre meglio della vita reale, ma è la realtà l’unica cosa che possediamo.

Rita.- L’unica cosa che ho mai posseduto sono i miei sogni. Vattene. Rivoglio i miei sogni. Sparisci. (Si alza. Se ne va).   (Fine).

 

 

 

STRADA FERRATA

Trad. Coral García

Protagonisti

Lui (quarantacinque anni)

Lei (quarant’anni)

 

Albergo vicino ad una stazione ferroviaria. L’illuminazione scenica, che s’intensifica lentamente e gradualmente, ci permette di vedere come il palcoscenico si divide in due camere parallele, con una porta interna comunicante, e il loro corrispondente corridoio esterno di entrata. Sono due camere singole, con un letto piccolo, l’armadio, il comodino con telefono, e il bagno al fondo di ognuna di esse, il quale, per il pubblico, è semplicemente una porta scorrevole di vetro opaco che lascia trasparire quello che succede dentro. L’ambientazione e l’arredo ci riportano indietro, agli anni ’60.

 

Mentre il palcoscenico si illumina, investe l’aria una vampata di musica orchestrale proveniente dalla colonna sonora di un film di Fred Astaire e Ginger Rogers. S’impone sulla musica un apparecchio di megafonia:

 

Salutiamo tutti i partecipanti alla convention di venditori di assicurazioni della American Cradford Corporation. Buon viaggio e buon rientro a casa!

 

Cessa la musica.

 

Lei compare sul palcoscenico, mentre entra nella camera situata a destra del pubblico. Preme l’interruttore per accendere la luce. Porta un vestito da sera con le maniche di pizzo trasparente. Ha quarant’anni e i suoi capelli sono raccolti in una crocchia. È di bassa statura e corpo rotondo. Sul vestito, appeso sul petto, porta il distintivo che la identifica come partecipante alla convention. Si butta sul letto con un gesto stremato, e dopo essere stata sdraiata per qualche istante, si alza lievemente e rimane seduta sul materasso mentre si toglie i tacchi a spillo. Una smorfia di dolore attraversa il suo volto. Il fischio di un treno fa tremare la stanza. La donna si massaggia i plantari dei piedi, dopo si alza e si avvicina alla parete che divide la sua stanza da quella accanto, mette l’orecchio alla parete e ascolta attentamente. Ci prova diverse volte da punti differenti del muro ma non sente nulla. Con prudenza si avvicina alla porta comunicante le due camere e guarda dal buco della serratura. Quando ormai è sicura che dall’altra parte non c’è nessuno, apre la porta e si infila dentro. Osserva tutto trattenendo il respiro, con emozione e cautela. Si dirige verso l’armadio, prende una giacca, si abbraccia ad essa e balla canticchiando la canzone di Fred Astaire e Ginger Rogers che ha dato inizio alla scena. Annusa la giacca, si accarezza il viso con una manica e continua a ballare e canticchiare finché l’eco dei passi la mettono in guardia. I passi si sentono sempre più vicini. Allarmata, mette la giacca nell’armadio, esce precipitosamente verso la sua camera, chiude la porta comunicante e la blocca, girando la chiave. Ormai nella sua stanza, respira profondamente diverse volte di seguito per rasserenarsi, si toglie il vestito da sera che lascia cadere sul letto ed entra in bagno. Il gocciolio dell’acqua che cade sul piatto della doccia inonda il palcoscenico.

 

Arriva lui, il quale si dirige verso la camera a sinistra del palcoscenico. Oltrepassa la soglia e accende la luce. Porta un frac nero. Ha quarantacinque anni e porta i capelli impomatati di brillantina. È di statura sproporzionatamente alta, e una gamba che zoppica. Porta sul petto il distintivo che lo identifica come partecipante alla convention. Ormai dentro la stanza, fa qualche passo goffo di tip-tap. Gira con difficoltà diverse volte per coronare il ballo e si ferma quando scopre che un getto di luce filtra da sotto la porta comunicante. Sorride. Si avvicina e bussa, ma non risponde nessuno. Muove la manopola della porta per aprirla, ma è chiusa a chiave. Esce dalla camera, spegnendo la luce, sparisce nel corridoio che porta alla sua stanza e riappare nel corridoio nel quale si trova la camera di lei. Bussa alla porta, una, due, tre volte, ogni volta più forte e aspetta una risposta, sorridente e ansioso. Non risponde nessuno. Contrariato, sparisce nel corridoio nel quale si trova la camera di lei, riappare nel corridoio della sua camera, entra, accende la luce, chiude a chiave la porta comunicante le due camere, ed esce di nuovo, dimenticandosi di spegnere la luce. Con evidente scoraggiamento, tira fuori una sigaretta dalla tasca, se la mette in bocca  e si dirige verso la strada.

 

Lei esce dal bagno in accappatoio e con i capelli avvolti in un asciugamano bianco. Si rende conto che attraverso la porta comunicante filtra della luce. Sorride. Attacca il suo orecchio alla parete e ascolta attentamente per qualche secondo. Velocemente si veste con un comodo tailleur e sostituisce l’asciugamano avvolto sui cappelli con un turbante coordinato con il vestito. Si rifà il trucco, calza i tacchi a spillo, si avvicina alla porta comunicante e spia con cautela dal buco della serratura. Bussa alla porta, ma non risponde nessuno, cerca di aprirla, ma è bloccata. Si mette a quattro zampe sul pavimento e vede che nell’altra stanza c’è luce. Si alza. Sconcertata, prende il telefono sul comodino e fa un numero. Il telefono squilla nell’altra camera una, due, tre, quattro, cinque volte… Quando si chiude la comunicazione, rifà ancora il numero. Si sente lo squillo del telefono una volta, due, tre, quattro, cinque… La donna, impaziente e alterata, attacca il telefono, si alza, incomincia a fare la valigia. Mette le camicette, le scarpe, le gonne e il vestito da sera, dal quale strappa il distintivo. Piega tutto meticolosamente, mentre i suoi occhi non possono non guardare sconsolatamente verso la luce che filtra sotto la porta dell’altra stanza. Si chiude nuovamente nel bagno. Si sente l’antipatico rumore meccanico del fon.

 

Lui riappare dal corridoio a destra del palcoscenico e si dirige con i suoi passi goffi verso la camera di lei. Controlla che la luce sia sempre accesa e bussa di nuovo alla porta. Non risponde nessuno. Sparisce a capo chino nel corridoio destro e riappare da quello sinistro. Entra nella sua camera. Osserva le pareti, si siede sul letto. All’improvviso si alza, tira fuori la valigia dall’armadio e prende un quaderno. Strappa uno dei fogli del quaderno e ci scrive sopra velocemente alcune parole, piega il foglio e sta per farlo scivolare sotto la fessura della porta che divide la sua stanza da quella di lei.  Inginocchiato sul pavimento, quando sta per introdurre completamente il foglio sotto la porta, si ferma. Sembra riflettere. Si allenta la farfalla che portava ancora, strappa la lettera improvvisata, e mette i pezzetti di carta nelle tasche dei pantaloni. Passeggia intorno al letto. Guarda il telefono che riposa sul comodino, e in un attacco di entusiasmo prende la cornetta e fa un numero. Il telefono squilla nella camera di lei, lui aspetta impazientemente, ma non risponde nessuno. Quando finisce la comunicazione, l’uomo sta per rifare il numero, ma poi alla fine non lo fa. Si strappa dal petto il suo distintivo di assicuratore, lo butta in terra e lo calpesta. Si dirige verso l’armadio, prende un comodo vestito e diverse camicie. Si toglie il frac, si mette il vestito e ripone il resto del suo guardaroba nella valigia, con trascuratezza. Si sente il rumore del fischio di un treno. L’uomo guarda il suo orologio ed esce precipitosamente, senza spegnere la luce e senza chiudere la porta.

     

Nella camera destra, lei esce dal bagno con i suoi lunghi capelli pettinati con cura. Vede la luce che filtra sotto la porta della camera accanto e si avvicina ad essa sorridendo. Sta per bussare ma non lo fa. La donna cerca il suo tesserino di assicuratrice e lo bacia, dopo, con passo allegro e deciso, esce dalla camera canticchiando e sparisce nel corridoio destro per riapparire in quello sinistro. Porta il suo tesserino in mano e lo strofina con tenerezza sul suo cuore. Quando si avvicina alla stanza di lui e scopre che la porta è aperta, si ferma dubbiosa, ma riparte. Ora si muove con cautela, presa da un sussulto. Oltrepassa la soglia scrutando in tutte le direzioni e percorre la stanza per accertarsi che sia vuota. Si dirige verso l’armadio e lo apre, constata che sono spariti tutti i vestiti. Sconsolata, si siede sul letto di lui, accarezzando il copriletto e le lenzuola. Scopre il distintivo dell’uomo, buttato per terra, e con violenza butta via anche il suo, calpestandolo con il tacco a spillo della sua scarpa. Esce stordita dalla camera di lui, sparisce nel corridoio sinistro del palcoscenico e riappare in quello destro. Entra nella sua stanza, si toglie i tacchi a spillo e si mette un paio di stivali comodi, con tacchi bassi. Mette le scarpe in valigia, la chiude, e dopo averla presa saldamente benché senza energia, se ne va. Prima di sparire nel corridoio destro, lancia uno sguardo malinconico verso le pareti bianche dell’albergo. 

 

 

SIPARIO        




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Teatrica

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006