LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE
 

 

Aria condizionata

 

Ormai il caldo attraversa l’inverno. L’aria condizionata è indispensabile, in una stanza, dove starsene in ritiro quanto più possibile. E gli apparecchi ci sono per tutte le tasche. Divenuti comunque sofisticati.

Al fresco, alla mancanza di umido, alla promessa di aria salubre di montagna, si aggiungono altre promesse che vengono con approssimazione mantenute. Effetti speciali sono indicati nella scatola digitabile che comunica con l’apparecchio. Effetti neanche abbastanza specificati dietro delle sigle, dei segni più o meno, che lasciano all’operatore una certa casuale creatività, ovvero una certa imprevedibilità di sensazioni che vengono poi ricevute.

Così l’abitante può finalmente rimanere solo con se stesso, nel silenzio (il suono invadente, il battito pulsante ossessivo, sono passati di moda.)

Ci si abbandona a questa primavera incombente, assai conforme alla regola, e sembra quasi di essere in un telefilm pubblicitario che raccoglie ed esaspera tutte le convenzioni sul tema, seppure queste qualità, nella loro sottintesa falsità, forse anche per un leggero involontario spostamento del dito sulla scatola di comando, possano slittare ad infondere un velato senso di angoscia, un’apertura critica di illusoria verità da cui sembra di sentirsi guardati.

Non si vive di solo aria. Ma ecco che quest’aria può anche prendere corpo, dare luogo a credibili forme altrui o dare forma al proprio singolare stato d’animo nei suoi vari aspetti colmati dal suscettibile clima della stanza. E si passa da un umore all’altro, alimentando un impulso solitario o sentendosi in compagnia, anche se questa compagnia non è altro che una replica di se stessi.

Viene da ridere. Chissà perché. In fondo non si tratta che di una venatura nella logica approvata dal consueto quotidiano. E si ride a crepapelle. No. Troppo. È come starnutire senza posa. È pericoloso. Meglio cambiare aria. Nello stordimento poi forse non si regola con attenzione il comando, e si passa all’opposto. Con un groppo alla gola. Ma perché, perché? Scoppiando in singhiozzi. Per una mancanza abissale, fredda, insopportabilmente incognita.

Ci si può anche innamorare. Innamorandosi di un vuoto. E ci si trova tra le mani un coltello da cucina.

Meglio una commozione moderata, filosofica. Ecco, queste sono le mie braccia, e queste le mie ginocchia.

Eppure in questa subdola frescura non c’è pace. Modellati dall’ozono a quindici gradi chi sono questi uomini nuvola? State calmi. Pace, pa ce. Ci si inginocchia. Oppure si curva la schiena. Ma è un clima di lotta. Una corrente circolatoria. Fermatevi! Con la preghiera, con la fede. I buoni propositi vanno in processione. Ma si batte contro la parete.

Tutto ha un limite. E se si regolasse il clima sul clima reale? Cioè far combaciare l’effetto speciale  con la situazione ordinaria. Un afoso grigiore di tutti i giorni che viene accettato come spettrale speciale in quanto trasmesso dal filtro dell’apparecchio.

“Avete caldo?”

“Faccio parte di una frittura di pesce”

Ma è vietato ridere, indossando se stessi, nel proprio e improprio sudore.

Non si può fare altro che sudare.










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