SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “PIETÀ”
Vendetta contro l’usura, simbolo
del capitalismo


      
Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia, il film del regista coreano Kim Ki-duk ha per protagonista un moderno Raskolnikov, nella veste di uno spietato strozzino, raffigurato nello scenario di una crisi epocale, di un tempo post-industriale dove si è tutti vittime del consumismo e del denaro. La pellicola sa, però, di artificio e di costruzione astratta, costretta in una rigida struttura narrativa e non aiutata da una gelida interpretazione che finisce per appiattire lo stile nella ripetitività.
      



      

di Enzo Natta





Artista eclettico, vivace, sperimentatore di tutti i linguaggi, dotato di una straordinaria vitalità, curioso esploratore di nuovi modelli culturali, dopo aver più volte affermato che la ricerca estetica non va imbrigliata, ma testata in ogni suo aspetto, Kim Ki-duk ha inteso dar corso alle sue convinzioni con Pietà, Leone d’oro alla Mostra di Venezia.

Chissà se Kim Ki-duk conosce le opere del filosofo francese Serge Latouche, perché, anche se così non fosse, dimostra comunque di essere in piena sintonia con la “società della decrescita”, dove siamo tutti vittime del consumismo e di una bulimia che ci rende schiavi del denaro attraverso un passaggio obbligato che trasforma il lavoro in produttività e questa in soldi. I soldi, o meglio la fame di soldi, sono il punto d’arrivo di un’avidità generalizzata che si trasforma in patologia. Ragion per cui, per liberarci della compulsività del desiderio occorre riscoprire i sentimenti, l’anima, la coscienza critica.

Sembra la premessa sociologica della Pietà, dove, al soldo di uno strozzino, un giovane si procura da vivere storpiando chi non è stato in grado di pagare i debiti con lo spietato usuraio. Mutilazioni praticate soltanto dopo aver sottratto ai malcapitati la polizza assicurativa che garantisce un lauto rimborso in caso di “incidenti sul lavoro”. Un giorno una donna gli si presenta asserendo di essere sua madre, colpevole di averlo abbandonato al momento della nascita. La donna, che invoca il suo perdono, si inserisce poco alla volta nell’esistenza del giovane. Dapprima scacciata, non si dà per vinta e con insistenza riesce a far breccia nel cuore nero del figlio. Al punto che, quando per ritorsione sarà rapita da qualcuna delle sue vittime, getterà il giovane nel più totale sconforto...  

Un thriller, dunque, che volge al “giallo” con colpo di scena finale, ma anche un pamphlet contro l’usura (siamo dalle parti di Ezra Pound) eletta a simbolo del capitalismo, forca caudina alla quale devono inchinarsi tutti coloro che dalle sue tentazioni sono irrimediabilmente soffocati.

Messa da parte ogni fattezza di classicismo, l’autore sud-coreano prende a campione i moduli delle arti figurative (non dimentichiamo che è anche pittore), reinventa forme e figure cariche di suggestioni espressioniste e le comprime nello spazio della tela di un quadro, in una staticità che rivoluziona la dimensione scenica appiattendola in inquadrature fisse che cristallizzano un racconto fatto di rari movimenti di macchina, piani ravvicinati e un montaggio interno ridotto al minimo. A corollario di quel senso sacrale della vendetta che si fa rito, che appartiene alla tradizione orientale e che esploderà nel finale a sorpresa.





Un'immagine di Pietà (2012), regia di Kim Ki-duk


Il protagonista è un moderno Raskolnikov colto nello scenario di una crisi epocale, al centro di un paesaggio post-industriale avvolto in un cupo disfacimento, diviso fra oscurità dell’anima e torbide rifrazioni, dove i rottami ferrosi e la ruggine dominano sovrani sovrastando ogni cosa, immagine speculare di un’umanità corrotta e senza speranza. Non un personaggio tormentato, però, come esigerebbe l’evolversi della narrazione, ma dal profilo incerto, che soffre di debolezza identitaria isolato com’è in un contesto gelido, che non possiede la poesia di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, né la tensione spirituale di Ferro 3. Tutto questo fa sì che l’impianto di Pietà sappia di artificio e di costruzione astratta, viziato da una messa in scena così iperrealistica da risultare opprimente, da una recitazione straniata e dialoghi talmente scarnificati da rasentare l’afasia. Lo stesso senso del dolore e il suo significato profondo sono assenti. È forse troppo chiedersi se da un autore incisivo come Kim Ki-duk sarebbe stato lecito attendersi una riflessione più convincente e profonda anziché un abbozzo da rimaneggiare, limare e affinare, dove lo straniamento, la rigida struttura narrativa, il gelo dell’interpretazione completano un arido stile meccanico fino ad appiattirlo nella ripetitività?   

Nel corso delle giornate veneziane qualcuno ha detto che gli autori sono stanchi. Kim Ki-duk non si sottrae al contagio e lo manifesta attraverso lo scarso controllo di un sincretismo che mescola confusamente componenti varie. Compresa una vaga simbologia religiosa sottolineata dalla croce al neon che si staglia nell'oscurità della notte e dal Kyrie finale. Con quel “libera nos a malo” che  ha il sapore di uno smarrimento generale (autore compreso), di un’invocazione disperata più ancora che di una preghiera.




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