PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (27)
L’arte e i suoi molti perché


      
Appunti sparsi su commemorazioni, morti, libri, riviste, interviste, film, concerti, dischi e performance. In un flusso di sguardi e di pensieri trasversali da Cosimo Cinieri che legge Bene ad Alfio Petrini, da Mario Moretti a Renato Nicolini, da Nina Maroccolo a Stuart Firestein, da Mario Monti al Cardinal Martini, da John Cage a Celentano, dal cantautore Nano (sic) a Marina Abramovic, al trimestrale “Outlet”. E compreso un sonetto ‘rom-manesco’.
      



      


di Marco Palladini

 

 

Bene - Cinieri     In quest’anno declinante correva il decennale della morte di Carmelo Bene. Non mi pare si sia fatto granché per ricordare il più grande e inclassificabile artista teatrale del secondo Novecento.  Ma Carmelo lo sapeva: “… in Italia basta voltarsi un attimo e non si è più, non si è più stati”. Aveva messo in preventivo la ‘smemoria’ di sé. Nel mio piccolo rivendico di avere promosso, lo scorso marzo, nell’ambito della manifestazione sostenuta dal Comune di Roma “La poesia è di casa – Luci del contemporaneo”, un incontro di omaggio a Bene, articolato in momenti di dibattito critico, reading di poeti, proiezione di un video, e che ha avuto il suo apice nella lettura che Cosimo Cinieri ha fatto di alcuni brani del poema ’l mal de’ fiori scelti da Irma Immacolata Palazzo. Ho chiamato Cinieri per antica amicizia, ma soprattutto perché lui è stato autorevole compagno di scena di Carmelo e perché negli ultimi anni egli si è dedicato, cosa assai rara tra gli attori italiani, con crescente successo alla lettura scenica della poesia. Cinieri ha affrontato il reading di questo screziato, disforme, mistilingue testo di Bene come fosse il menù di uno di quei regali pranzi domenicali tipici della loro generosa terra pugliese (salentino Carmelo, tarantino Cosimo). Dunque, passando da un hors-dœuvre più leggero, ad un ‘primo’ più impegnativo, ad alcuni pesanti ‘secondi’ per via via salire di grado e di ‘spessore’ poetico. E consentendo attraverso la sua accurata, tesa interpretazione di degustare la complessità e la ricchezza della macchina testuale messa in campo da Bene, non diversa sulla pagina scritta dalla prodigiosa macchina attorale che egli ogni volta esibiva sulla scena. Una macchina plurisemantica che macinava più linguaggi, sensi e dis-sensi dell’Orale inteso, come voleva Emilio Villa, alla stregua di ‘trout’, di un ‘bucotutto’ dell’Essere. Così, Cinieri ha via via rimasticato le parole di Bene, senza mai scadere in una ‘imitazione’, ma semmai applicando la lezione recitativa di Bene al suo stesso materiale verbale, tra impennate, flussi eterofonici, ‘bassi’ tonali, digrignamenti, inarcamenti retorici e poi, magari, veri e propri spernacchiamenti. Insomma, uno spettacolo in sé. Lo spettacolo di una voce. La voce di Cosimo in cui, per un attimo, è rivissuta per riverbero e rifrazione la voce inimitabile di Carmelo.      

 

 

Animamadre    Tra le molte e disordinate letture dei mesi scorsi, non posso dimenticare  Animamadre (Tracce, 2012) di Nina Maroccolo. Senz’altro e di gran lunga il libro migliore della scrittrice di Massa. Un libro che si ammira innanzitutto per la qualità della scrittura, elaborata e complessa, in totale controtendenza rispetto alla narrativa odierna, linguisticamente appiattita e povera. In secondo luogo, per il mix di invenzione e memoria autobiografica che intreccia il tempo dell’infanzia vissuta in Sardegna con il presente della donna adulta stabilitasi nella capitale, attraversata dalla irrequietezza e precipitata in una condizione di depressione pressocché permanente. C’è qui il coraggio dell’autrice di razza di esporsi e di raffigurare le proprie, sanguinanti ferite psico-esistenziali, come in una sorta di dolorosa autoanalisi condotta in pubblico. Potente dolore che non esclude l’ironia critica, la vigile e straniata coscienza di sé in mezzo alle confessioni ‘frontali’: “Ventidue anni di psicofarmaci. 10.752 pillole tra fluoxetina e nortriptilina  negli ultimi sei”. Nella cadenza patologica di “ansiolitici, antidepressivi, sonniferi e neurolettici” la narrazione si nutre di fantasie e fantasmi, incubi e visioni, passato e attualità avvinti in un flusso di scrittura di caratura espressivista, e che definirei di intonazione ‘dinocampaniana’, vista anche la toscanità che accomuna Maroccolo al poeta di Marradi. Una prova letteraria di assoluta maturità Animamadre, chissà se fomite di un qualche effetto di catarsi.

 

 

Sapere & non sapere    La più grande angoscia diceva Jorge Luis Borges è “la prolissità del reale”. Traslando il concetto, potremmo dire che oggi la maggiore angoscia è la prolissità del sapere. Ovvero l’odierna impossibilità anche per un cervello eccezionale di sapere ‘tutto’. Ma forse anche di, socraticamente, “sapere di non sapere”. Credo sia per questo (vedi il manifesto del 5 ott. u.s.) che un biologo della Columbia University di New York, Stuart Firestein, si è dedicato ad indagare l’attuale condizione di ‘non sapere’. Nel suo libro Ignorance, il non sapere è considerato più interessante del sapere, ammesso che ‘lo si sappia’: vale a dire che si parta dalla coscienza della propria ignoranza per provare ad accrescere il proprio sapere. Questo per quanto attiene alla logica della ricerca scientifica. E per quanto attiene alla logica comune? Qui chiunque fa quotidiana esperienza della propria ignoranza, basta disporsi di fronte agli sterminati database presenti in rete, agli incalcolabili archivi elettronici che ormai racchiudono come in una imperscrutabile entità esoterica tutto il ‘sapere dei saperi’ per percepire la propria inanità. Il sapere è parcellizzato, atomizzato in una miriade di saperi e di sottosaperi particolari di cui ciascuno può conoscere, per l’appunto, soltanto qualche ‘particola’. L’idea di un sapere unificato, di un ‘Grande Sapere’ attiene alla sfera dei mistici o si può rovesciare nell’astrazione filosofica di un ‘general intellect’, di una intelligenza complessiva del genere umano che genera tutto questo sapere e insieme vive e prospera nel concreto non sapere di miliardi di soggetti. È, dunque, l’ignoranza individuale che regge, sostiene e connette il sapere generale. Come a dire che il sapere totale (e reticolare) è il frutto della sinergia di miliardi di non saperi parziali. Di più, la somma del sapere totale-reticolare è l’esito della crescita esponenziale e caotica e virtualmente transfinita dei non saperi parziali.

Proprio Borges ci ha dato una ottima descrizione di questo processo nel racconto La Biblioteca di Babele (1941). Dove immaginava una specie umana agonizzante e una Biblioteca perdurante “illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta”. Le ultime righe di questo bellissimo, magico testo suonano così: “La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine”.

È la medesima solitudine che sento dal fondo (abissale) del mio non sapere frattale, che non rinuncia ad un alone di speranza di sapere superiore.





Cosimo Cinieri


Sapere e non sapere teatrale    “Il sapere e il non sapere” è anche il titolo della prima sezione del libro La luce dell’ombra (Infinito Edizioni, 2012) di Alfio Petrini. Un testo teorico sul teatro che però si nutre di riflessioni maturate dentro un lunga pratica di attore, regista ed autore. Il filo rosso del libro è l’idea di Petrini di un ‘teatro totale’ (dunque di un sapere teatrale totale) che germina come recita il sottotitolo del volume dal “lavoro sulle azioni fisiche applicato alla scrittura drammaturgica”. In sintesi Petrini ripensa a tutta l’esperienza pratica e teorica del teatro fondato sull’analisi del lavoro fisico dell’attore che parte dal capostipite Stanislavskij e poi si perfeziona nel secondo Novecento con i corifei del teatro antropologico Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba, per assumere questo sapere parziale come ingrediente fondamentale di una scrittura drammaturgica non separata dalla prassi scenica. Dunque, la totalità del sapere teatrale scaturisce dai saperi particolari del corpo, della voce, del gesto, dello spazio scenico, della parola. L’elaborazione di Petrini è di alto taglio critico, intersecando continuamente il piano teorico e filosofico con esempi concreti di spettacolo e di scritture per la scena. E la sua argomentazione risulta quasi sempre avvincente e convincente, dunque utilissima per chi si occupa a vario titolo di teatro, stando dentro la visione che soltanto la consapevolezza del proprio non sapere può portare ad un vero sapere teatrale.

Dice, così, assai bene Petrini: “… non è un male che la scienza conservi il suo aspetto eminentemente razionale e il teatro il suo aspetto eminentemente sensibile. La scienza segue i sentieri della ragione e il teatro quelli del pensiero del corpo. Il teatro non è scienza, ma può essere fatto con metodo scientifico”.

 

 

Mario Moretti, un ricordo    C’era una consistente fetta di teatro romano lo scorso martedì 9 ottobre al Tempietto Egizio del Verano, per le esequie di Mario Moretti, morto a 83 anni. Protagonista della drammaturgia italiana, regista, fondatore e direttore artistico per trent’anni del Teatro dell’Orologio, Mario lo ricordo come una figura affabile, ironica, intellettualmente attenta e soprattutto assai generosa e aperta  verso gli altri. Nel suo teatro hanno debuttato o si sono fatti le ossa centinaia di attori e registi, lui inesausto ogni stagione lanciava nuovi nomi, sempre cercando di contemperare le ragioni della qualità e della ricerca con quelle del botteghino. Nato a Genova, ma trapiantato a Roma da molti decenni, la sua linea è sempre stata quella di mescolare spettacoli comico-brillanti intelligenti con proposte d’avanguardia, spettacoli d’attore con la più recente linea del teatro di narrazione. Lui sempre curioso e disponibile purché capisse che chi aveva di fronte sapesse il fatto suo.

Come autore di numerosissimi testi (credo più di un centinaio) era soprattutto un artigiano, un uomo di grande mestiere che come un abile sarto sapeva confezionare testi di sicura presa, che ‘funzionavano’ al di là degli steccati di genere, o di tematiche specifiche. Mi vengono in mente Il processo di Giordano Bruno (1969), La papessa Giovanna (1973), Ballata di Tommaso Campanella (1977), Zelda (1981), l’assai divertente Dracula (1983), il fortunatissimo Raccontare Nannarella (1986), cavallo di battaglia di Anna Maria Mazzamauro, e più di recente (2011) Gilda, dedicato alla icona sexy Rita Hayworth. Teatrante politicamente impegnato Moretti ha scritto anche testi di teatro civile come Stivali sulla Grecia (1967) lo stesso anno del golpe dei colonelli, Il testamento di Allende con Dacia Maraini nel 1973, anno del golpe in Cile e Terroristi (1982) che per uno come lui, omonimo del capo delle Brigate Rosse, era un fare i conti con le latebre della lotta armata in nome della rivoluzione.

Mario me lo voglio rammentare sempre alto, capelluto, che si accarezza la barba brizzolata, con le sue giacche di velluto e il maglione di lana a collo alto. Un capitano di lungo corso, dall’aria rassicurante, che ha sempre saputo dove dirigere le sue vele teatrali e in quali sicuri porti approdare.

 

 

Monti il cardinale    L’ex premier socialista spagnolo Felipe Gonzàlez in un’intervista a La Stampa afferma: “Conosco molto bene Monti, ho lavorato con lui. Non è un tecnico. È un cardinale rinascimentale fiorentino, un leader che ha molta conoscenza tecnica e si muove in Europa come a casa propria. Come Delors e Ciampi non è stato eletto, ma è un uomo politico”.

Ergo, come qualcuno fin dall’inizio sospettava, Mario Monti non è un tecnico travestito da politico, bensì un politico travestito da tecnico. È un politico, non eletto, che usa il suo sapere tecnico-economico per condurre una linea politica del tutto assoggettata ai poteri e agli equilibri del finanz-capitalismo attuale. Col governo Monti siamo, con ogni evidenza, in una situazione post-democratica. Il punto è che anche un leader democraticamente eletto oggi seguirebbe più o meno la stessa politica. Perché è la finanza globalizzata (i mitici ‘mercati’) che detta oggi l’agenda ai governi, che lascia loro minimi spazi di manovra. Un governo che volesse oggi riprendersi la piena autorità politica per agire contro la finanza e i suoi, neppure occulti, persuasori e speculatori, sarebbe né più né meno che un governo rivoluzionario. Prospettiva ad oggi irreale. E allora avanti con il cardinal Monti che si candida per il dopo-Monti a diventare papa.      

 

 

Il cardinale Martini    Tra gli eventi che hanno segnato quest’anno la vita pubblica della penisola, mi pare difficile non includere la morte del cardinale gesuita Carlo Maria Martini. Un religioso italiano dal profilo austero e sofferto, di alto livello intellettuale che, tra l’altro, aveva promosso la “Cattedra dei non credenti”. Piuttosto che parlare ex-cathedra, che predicare unilateralmente tra dogmi e sermoni, Martini preferiva il dialogo con chi credente non era. Dunque, un uomo del tutto incline all’ascolto dell’altro da sé, cosa rarissima in questo tempo dove tutti monologano e ascoltano soltanto se stessi. Ciò che appunto Martini poteva fare perché era ben salda la sua fede, ma essa si esplicava dialetticamente rivolgendosi a coloro che non l’avevano, cercando di comprendere le ragioni della non fede, per trovare possibili punti in comune in un confronto autentico e libero. Ecco perché c’è stato nel Duomo di Milano un così grande tributo di folla al suo feretro. Una partecipazione popolare dieci volte superiore ai cittadini che sono stati, poi, presenti al funerale. Perché le esequie erano una cerimonia religiosa confacente appunto alla comunità dei credenti. Ma la assai più vasta comunità dei non credenti ha riconosciuto in Martini un interlocutore ‘necessario’, un uomo la cui vita ha pienamente rispettato i suoi principi, il suo pensiero, la sua parola. Un uomo che ha testimoniato che si può essere se stessi anche e soprattutto incontrando i diversi da sé. Che la fede non è un totem immobile e inscalfibile, ma che ha senso soltanto se ogni giorno si mette in causa e in discussione. Non so se Martini sia stato, come qualcuno ha scritto, “l’altra chiesa”. So che per me, da non credente, il Cardinale ha rappresentato la ‘vera’ chiesa, quella cosciente (“La  chiesa è rimasta indietro di due secoli” dichiarò) di vivere in un tempo largamente scristianizzato e che pur tuttavia sa che per non tradire se stessa deve vivere e dialogare, creare ponti con una realtà ‘altra’, con le sue mille contraddizioni e contrasti e conflitti, senza lanciare sdegnosi anatemi, ma al contrario affermando la sua profonda com-passione. Questo percepivo nell’essere di Martini e tanto più apprezzavo la sua severità, nutrita di alta dottrina e cultura e insieme la sua attenzione compunta e non di maniera verso il prossimo. Nell’epoca trash che ci tocca vivere, non sono molti gli italiani notevoli, cui dare il massimo rispetto. Il Cardinale torinese era uno di loro.       

 

 

Il silenzio di Cage  Per il centenario della nascita di John Cage, serata-concerto al Palladium per il RomaEuropa Festival, organizzata da Marco Maria Gazzano. In scena il Contempoartensemble, arricchito dalla presenza del pianista Giancarlo Cardini, un pioniere dell’avanguardia musicale nostrana. Il concerto viene implementato dai video di Nam June Paik dedicati a Cage. Una serie di videoritratti diacronici che mostrano il giovane Cage negli anni ’50 alla tivù americana, con i capelli corti squadrati, abito scuro e cravatta, una specie di proto-nerd che però eseguiva una performance sonora del tutto bizzarra e spiazzante, suonando oggetti invece di strumenti musicali. Poi c’è il Cage maturo, coi capelli lunghi, la barba sale&pepe, la camicia jeans e il gilet, che pare un freakkettone che anima festose e incasinate performance stradali, coinvolgendo i passanti nella produzione di rumori-suoni che erano per lui musica né più né meno di una sonata di Mozart.

Il Contempoartensemble diretto da Mauro Ceccanti esegue sei brani di Cage, pezzi per strumento solista (pianoforte, clarinetto, violoncello) o per complesso da camera (con aggiunta di viola, violino, flauto e percussioni). Si riascoltano con piacere accordi strappati, straniati, grumi di note, tasti aggrediti, corde stirate, casse acustiche percosse, flussi e scie sonore sospese che emergono da più o meno lunghi intervalli, il vuoto è nell’idea compositiva di Cage parte integrante del suono, la materia antimateria che regge e dà forma all’espressione musicale. Così è inevitabile e applauditissimo il bis che concede il settetto: il celeberrimo brano 4’33’’, ossia quattro minuti e trentatre secondi di mero silenzio. È il geniale paradosso di Cage che ha rivoluzionato le menti e le orecchie degli uomini del Novecento: è il silenzio il perfetto apice della musica. Dio (se c’è) sarebbe d’accordo.

 

 

Beatlesiani    Il cinque ottobre di cinquant’anni fa (1962) usciva il primo 45giri dei Beatles Love me do. Per l’occasione il gruppo editoriale di Repubblica ha fatto uscire un libro celebrativo così reclamizzato: “The Beatles Revolution – senza non saremmo gli stessi”. (Visto quello che siamo diventati oggi, non sarebbe stato meglio? Lo dice uno che, da piccino, era un beatlesiano convinto).

 

 

Celentanati    Si è scritto che gli Usa hanno avuto Elvis Presley, l’Inghilterra i Beatles e l’Italia Celentano. Certo Elvis the Pelvis e il quartetto di Liverpool sono stati e sono tuttora icone pop-rock planetarie. Adriano lo conosciamo noi italioti e (sembra) un po’ di fans in Russia. Però è difficile contestare che a fronte di una carriera che dura da oltre mezzo secolo (pur con lunghe pause) il seguito di massa che continua ad avere Celentano è enorme. Ogni volta che si riaffaccia alla ribalta crea suspense e attesa spasmodica e non si può, snobisticamente, evitare di vederlo. Tutti ‘celentanati’ l’8 e 9 ottobre scorso per i due concerti all’Arena di Verona. 40mila persone a sentirlo dal vivo, quasi venti milioni davanti al teleschermo. Un fenomeno che giusto una ‘fenomenologia di Adriano Celentano’ scritta da qualche novello Umberto Eco potrebbe cercare di spiegare.

La mia idea è che il motore primo del suo successo e della sua presa sul pubblico è il carisma fisico-animale, corporeo-magnetico che egli ha naturalmente. E che gli regala sempre le pose e i gesti spettacolarmente più giusti ed efficaci. È una ‘allure’ istintiva, è una sorta di ‘grazia’ mimico-cinetica, è una sorta di corpo ‘santo’ che ‘buca’ l’audience e che gli consente di far ‘passare’ anche i sermoni moraleggianti da prete di campagna, le diagnosi sconclusionate, gli incespicamenti di parole, i salti logici dei suoi ‘speech’ al popolo.





Adriano Celentano all'Arena di Verona (2012)


E poi c’è la voce, che a 74 anni è miracolosamente integra, se confrontata ad esempio con quella oggi gracchiante e sfiatata del 70enne Paul McCartney. Esibendosi pochissimo dal vivo (l’ultima volta 18 anni fa) Adriano la voce se l’è conservata e quando canta è sempre straordinariamente bravo e fascinoso, il suo timbro vocale è unico. Sa essere pure autoironico l’ex ragazzo della via Gluck: a Verona si è buttato ad eseguire un pezzo rock ’n’ roll bello tirato, ripetendo i passi dinoccolati da Molleggiato che faceva quando aveva vent’anni, poi alla fine si è accasciato affranto sul praticabile della band, dicendo: “Dopo avere fatto queste mosse, mi ci vogliono due settimane di riposo”. Celentano mi è simpatico, non si può volergli male, i suoi deficit psico-culturali sono ingrediente fondamentale della sua carismatica presenza scenica, comprese le incertezze e le lunghe pause ora calcolate, ora impreviste. Mi permetto soltanto di osservare (forse a mia volta moralisticamente) che le prediche populiste-pietiste a sostegno dei poveri da parte di uno che in un paio di serate si è intascato (dicono) un milione e mezzo di euro mi paiono finte, del tutto inattendibili. Forse è stata l’unica stonatura di due concerti, comunque, da ricordare.       

 

 

Ascolti    Razzolando per antico vizio presso i margini della musica ‘leggera’ italica, pesco il cd, arrivatomi per derivazioni amicali, del cantautore trentino Nano (pseudonimo di Emanuele Lapiana). Si intitola I racconti dell’amore malvagio (2011) e presenta una dozzina di brani di buona fattura, arrangiati con cura e gusto, nel solco di un sound pop contemporaneo, sempre elegante, mai soverchiante, talora minimale, che dona all’album una generale intonazione tra malinconia e ironia di sicuro fascino. Tra gli ospiti che hanno collaborato al disco ci sono Pacifico, Federico Fiumani (Diaframma), Max Collini (Offlaga Disco Pax) e Sara Mazo. Nell’eco di vari riascolti mi è sembrato molto incisivo ed efficace il trittico di pezzi centrale con le canzoni “Lo Squalozecca” (molto stile electro-pop anni ’80), “Io accuso” (andamento frenetico quasi punk-rock) e “Brainstormo” (una ballad assai suggestiva, tra prog-rock e romantic pop). Mi pare da segnalare il ruvido e anche sommario testo di “Io accuso” che se la prende con ‘la meglio gioventù, i baby boomers’. Vale a dire con ‘i sessantottini’. Urlando la sua rabbia controgenerazionale: ‘basta / il 68 ci ha rotto il cazzo / il 68 è uno stato mentale (di nostalgia)… Noi non siamo come voi / … Il nostro paese è in queste condizioni / Ed è colpa vostra / Il nostro paese è in queste condizioni / è ora di togliervelo dalle mani’.

Poco da dire, c’è del vero.    

 

 

L’immaginazione di Nicolini    Peraltro i sessantottini muoiono e non sono, invero, tutti uguali. Penso a Renato Nicolini venuto meno a 70 anni lo scorso agosto. Un intellettuale che amava la politica che non lo ha mai riamato e che, appena ha potuto, lo ha definitivamente emarginato. Per Renato la politica era, appunto, la ‘polis’, il fare per il ‘comune’, per il bene comune della cittadinanza. Questo è stato il senso profondo della sua ‘Estate Romana’, poi imitata, ma mai eguagliata in tutta Italia e anche all’estero (Jack Lang in Francia la prese a modello per la sua politica culturale).

Inarrivabile e inimitabile è stato il mix di popolare ed avanguardia, di cultura alta e bassa, di sperimentazione e intrattenimento che lui è riuscito a confezionare nei nove anni (1976-1985) in cui è stato assessore nella capitale. Nicolini è stato veramente “l’imagination au pouvoir”, come recitava il famoso slogan del Maggio ’68 francese. In quegli anni ’70 brutali e sanguinosi, egli ha saputo cogliere lo zeitgeist di una voglia di reazione, di una scintilla di fantasia e libertà. Ma senza aver programmato nulla, assecondando semplicemente una intuizione e le energie creative allora in circolazione. Come ha testimoniato sul Corsera in un bell’articolo postumo Franco Cordelli: “Si procedeva per tentativi, si rischiava. Però si decideva (si decise) di rischiare insieme. La poesia? Una follia. Il cinema per la strada? Un altro colpo di testa. La cosiddetta teoria, per fortuna, venne dopo. Si costruì a poco a poco e nelle cose, così come stavano inaspettatamente accadendo”. Le formule ‘magiche’ come “l’Effimero”, “il Meraviglioso Urbano” vennero dopo, come etichette a posteriori su eventi vivi e di massa, che rimettevano in causa e in movimento la politica e la cultura.

La morte di Renato è per me la morte del ’68 migliore, quello che non soltanto a chiacchiere ideologiche voleva cambiare il mondo, quello che almeno per un periodo ci ha dimostrato realmente che ‘un altro mondo è possibile’.      

 

 

I peggiori    “Non credo che troverò a Regina Coeli gente peggiore di quella che ho incontrato nel Pdl”. Queste le parole di Franco Fiorito, ex capogruppo del Pdl alla Regione Lazio, in procinto di andare in galera, accusato di malversazioni finanziarie varie. Mi pare la fotografia perfetta di un ceto politico ormai a fatica distinguibile dalla criminalità comune. Ciò che mi ha suggerito la composizione del seguente sonetto in vernacolo ‘rom-manesco’:

 

Battman chi?

 

Ce steva in sto gran conzijo der Lazzio reggione

’N arrubbatore nato detto er Battman buzzicone

’N fascio-fedderale annagnino che ha specculato

Sistemmicamente e vorascemente sur pecculato

 

Li compari e cammerati de sto ladron fiorito

Se sgavazzavan cene, vaccanze, orgiette e ffestini

Ke annaveno dritto-dritto su li conti der ppartito

Ke poi sarebbero a esse prescisi pubbrici quadrini

 

Inzomma a noi fessi, tajii, supertasse e nonlavoro

A lorziggnori de li mortacci lloro baggordi a volontà

E bagasce da pagà coccarte aggratis de creddito oro

Na scena obscena de pollitici che te fottono sine pietà

 

Gentajia che mmajali travvestiti da antichi rommani

In pparty buzzurri che da la soscietà de ’o spettacolo

Ferniscono fettenti ne ’a soscietà de l’avanspettracolo

È l’impuddenza de sta lercia itaja è sicuro senza ddommani

 

 

“Outlet” delle idee    Dalla postazione di una rivista online, non mi dispiace segnalare una nuova rivista che persiste a scegliere il formato cartaceo. Si tratta di un trimestrale politico-culturale diretto da Massimo Ilardi. Mi attira il nome della testata e sottotestata: Outlet – Per una critica dell’ideologia italiana. Come a dire: ecco una grande svendita (ovviamente critica) del mercatone dei pensieri o ideario nazionale. Primo dubbio: ma esiste una “ideologia italiana” analoga a quella tedesca attaccata a suo tempo da Marx ed Engels? I due corifei del materialismo storico, in quel loro libro (peraltro pubblicato postumo) intendevano colpire Ludwig Feuerbach e Max Stirner, cioè il rappresentante più significativo della sinistra hegeliana, progressista, ma sempre idealista e l’anarco-individualista autore di L’Unico e la sua proprietà.

Qui oggi è difficile individuare dei campioni di pensiero in grado di sintetizzare quel grande guazzabuglio subculturale e kako-ideale che connota attualmente la penisola. In tal senso l’unica “ideologia italiana” riconoscibile negli ultimi trent’anni è stata il ‘berlusconismo’, visto come filosofia pratica di appropriazione indebita, di corruzione, di privatizzazione della cosa pubblica, di avvilimento dei valori, di ipertrofia del kitsch, di mercificazione trash di ogni ambito della vita nazionale.    

Sfogliando, comunque, il secondo numero della rivista dedicato ai “Conflitti” si trovano molti interventi e articoli interessanti, che ruotano intorno al tema della crisi globale e della violenza sistemica che scatena, negli spazi sociali, lavorativi, produttivi, politici del presente. E per contro la resistenza che oppongono i movimenti dal basso (Occupy, Indignados, No-Tav etc.), secondo dinamiche che il filosofo Augusto Illuminati ha già da tempo definito di una nuova “era dei Tumulti”. In tal senso ho letto l’intervista di Guido Caldiron al sociologo Alain Bertho “Il tempo della sommossa” e la fenomenologia filosofica del Black Bloc, interpretata da Paolo B. Vernaglione come una riattualizzazione della violenza mitico-divina, tanto forte simbolicamente quanto nulla politicamente. Sul tema della violenza di Dio e il deficit di riflessione al riguardo che c’è stato nel movimento femminista, riflette Carola Susani sulla scorta di due libri della filosofa Luisa Muraro e di Anna Bravo. Una sagace rilettura critica è quella di Katia Ippaso che rivisita la figura di Luciano Bianciardi, sottolineando la spinta centrifuga ed eversiva e, poi, infine autodistruttiva dell’autore di La vita agra.  Ho, infine, assai apprezzato il dialogo in punta di concetti e di concettuale sulla questione del ‘barbarico’ nel sistema delle arti visive e della comunicazione sociale, tra Franco Speroni e Luisa Valeriani, che hanno argutamente assunto gli pseudonimi di Cayce Pollard (la cool hunter protagonista del romanzo di William Gibson Pattern Recognition) e Rrose Sélavy (eteronimo femminile di Marcel Duchamp). Un bel ‘travestimento’, di sapore sanguinetiano.





Ulay e Marina Abramovic durante la performance The Artist is Present (Moma, New York, 2010)


Marina artista zen    All’ultima Mostra di Venezia la regista Giada Colagrande ha presentato un documentario sull’allestimento nel 2011 dello spettacolo Life and Death of Marina Abramovic, firmato nientemeno che da Robert Wilson. Quasi una beatificazione in vita della 66enne ‘santona’ della body-art, di cui è la più carismatica rappresentante fin dagli anni ’70. Di lei avevo, peraltro, visto pochi mesi fa il film The Artist is Present che illustrava la magnifica retrospettiva che le aveva dedicato nel 2010 il Moma di New York, il cuore della quale era rappresentato da una mirabile performance autoespositiva di Marina. Dal 14 marzo al 31 maggio di due anni fa, la Abramovic si è, infatti, ‘offerta’ al pubblico, in una sala del museo, rimanendo seduta per sei giorni alla settimana, dalle 10.30 di mattina alle 18.30 del pomeriggio, avendo di fronte di lei una sedia dove di tempo in tempo si accomodava uno spettatore-visitatore debitamente prenotato. L’idea zen di Marina è che la cosa più difficile da fare in una performance sia prossima al nulla. E lei, di rosso vestita, stava lì per ore e ore, ogni giorno a fissare immobile le persone che di volta in volta si avvicendavano, secondo una durata non prestabilita. La sfida era sostenere il loro sguardo, dando tutta se stessa, tutta l’attenzione possibile all’essere umano posto di fronte a lei. Individui ora quieti e ora agitati, ora amichevoli e ora arroganti, ora interrogativi e ora esibizionisti (come una ragazza che si denuda completamente in una smania di protagonismo e viene trascinata via dagli addetti del museo). In questo fare pressocché nulla e però dare tutta la propria energia ‘di presenza’ agli altri, passava un tumulto di vibrazioni ed emozioni che toccava l’apice in un lungo pianto dirotto di Marina, un pianto insieme di dolore e di gioia, quando davanti a lei si materializzava Ulay, il suo antico compagno di vita e ‘arte del corpo’, rincontrato dopo oltre vent’anni.    

Un film bellissimo che documentava, a un certo punto, la Abramovic-mania scattata a New York, con migliaia di persone che facevano la fila per giorni e notti, pur di riuscire a conquistare un biglietto per sedersi di fronte alla più famosa body-artist del pianeta. Un trionfo culminato nella folla strabocchevole presente al Moma l’ultimo giorno della performance a salutare la sua conclusione con una vera ovazione. Insomma, la Abramovic tramutata in una super-pop-star. Era così deliziosa l’ironia di Marina che diceva: “E pensare che è soltanto da una decina di anni che non mi fanno più la solita domanda: ma tutto questo perché è arte?”.  

 

 

 

ottobre 2012

 

 

         

 

 

 




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