LETTURE
ANTONELLO RICCI
      

Fuori da dove (Il ritorno)

 

Edizioni Effigi, Arcidosso (GR), 2012, pp. 64,
€ 8,00

    

      


di Marzio Pieri

 

 

Antonello, ri-Giano viterbese

 





 


Strano personaggio, nel retrobottega delle attuali venture poetiche,
antonello
ricci.

Una volta abitavo a Parma, per due ragioni esponibili:

a.

vi avevo
ottenuta una cattedra (‘non fate pettegolezzi’)

 

[e muoia maciste con tutti farisei];

 

b.

accettatala, son per principio contrario anche alla sola
immagine
del professore itinerante. Arriva, scarica il corpo,

tanto basta a prender
con leggerezza

il prossimo treno in corsa.

Dovetti avere un brevissimo
[intervallo]
di fortuna (non me ne ricordo né me la spiego

nemmeno io) e gente che
veniva
a
trovarmi, anche dal Canada dall’Inghilterra

o dalle isole grammaticali di
qualche vistosa pagina letteraria ce n’era stata.

Quando viene un amico gli metto la città in capo.

Loro mi tagliavano i panni addosso e, come disse
il
“Grande Caruso” una volta ascoltato Titoschipa, tenore-bonsai:

"non c’è da
preoccuparsi", tiravano il fiato. Né li vedevo più,

tranne il caso che
non troppo di rado si diede,

che avessero bisogno da me di qualche servigio.
Anche
qualche raccomandazione; se non andava, era la conferma

che la colpa era mia:
non costavo una lira, sul mercato;

[“agli zoppi, grucciate!”]

se andava, peggio del viaggiar la notte:
entravano in un’orbita diversa e, per timore

umano, troppo umano, non li
vedevo
più. Vedete l’eleganza con cui il discorso gira e si chiude su se stesso.
Venne
Antonello Ricci (libro xxiv ab urbe condita), lui sua moglie e il suo
pargolo.
Sembravano un dipinto di Raffaello a spasso per via Cavour.

Antonello è l’
unico
che serbò i rapporti, epistolari, con me e mai mi chiese nulla.

Chissà com’è
ora, magari il francointerlenghi d’allora è metamorfosato in un alecguinness.

Di lui
non
mi
sono mai mancate le prove di una fedeltà

personale e di una felicità d’
invenzione (ma dicono sia cosa

delle fonti native, di esuberante sgorgo)
che
a
nulla si nega. Strana creatura; fra i suoi numi,

una città, uno ‘spazio’
(Alice
di qua dallo specchio...), alcuni scrittori che paiono mai usciti dall’
Ottocento (quello naturalista). La città

è Viterbo e a volte l’amico mi ha
fatto davvero arrabbiare. Quando mi arrabbio, sparisco;

o appena ringrazio.
Il
piccione ritorna sotto un cielo di nuvole gravi.

Narrano di un medico, che

 

 

 



 

faceva certe iniezioni a Giacomino Debenedetti; una volta,

lui così calmo
(dico:
il medico),

schiantò contro la parete l’inutile siringa. Aveva compreso
che
Giacomino aveva scelto - libidine profonda - di morire.

Per fortuna su un
piano
che non tocca la vita, con Antonello

da Viterbo mi càpita a volte lo
stesso:
v’
è qui uno scrittore che avrebbe potuto, dovrebbe, nutrire fondate
ambizioni
e
si contenta del paesello, di una leggenda immobile

che pochi ormai riscalda
(l’
antifascismo di Viterbo, come una processione della via

crucis, coi nostri
eterni pagani in fronte di baciapile),

di una alternanza (che per lui
alternanza non è) fra i momenti della scrittura e quelli dell’educazione
popolare. Anche Wittgenstein, a un dato passo,

si credette pedagogo d’infanti
ma la finzione (che, per lui, finzione non era) non poteva

essere men duratura.
Per Antonello, il conquibus

si riassume in una domanda: scrivi (operi) in
uno
spazio mentale ideale

o cerchi di trarre scintille sfregando l’acciarino
all’
esca? Anche chi libera un aquilone in cielo,

magari si sogna un von Braun
ma
intanto è il grido lieto dei suoi simili che lo rallegra del lancio
riuscito.
E
se, come l’Omo finito, io non fossi mai stato bambino?

 

 

 

 

Non vi aspettate, ora, una geremiade

sulla perduta infanzia. Chi perde guadagna. Ma, di fatto,
per
poco o nulla mai lo sono stato.

Né fu mai adolescente: mi stroppiava l’
eterno
discorso di quei miei compagnacci su certa sopravvenuta proboscide, ma più
in basso del naso, una insulsa proboscide del casso,

che sembrava spuntata
solo
a
loro.

Mi salvai (dico proprio la vita, quel brincello

che mi spettava) con
la solitudine e col manierismo. All’una

e all’altra ebbi un terzo soccorso: una lieve ma decisiva indifferenza, uno scarto tranciante dalla puntualità
(dico
delle mode culturali, delle ragioni ortodosse, delle sostituzioni nel
gergo;
ché, come uomo, sono un orologio).

Antonello si salva con la gente (non l’
offenderò col dirgli che a volte s’umilia tanto da parere un boyscout)

e con la
naturalezza (voluta; da componimento scolastico) dello scrivere.

Se visita Bomarzo,

lo fa con gli scolari

 

 

 

 

e coi compagni della casa del popolo e
invece di
parlargli dell’antirinascimento li sbigottisce con favole

di mostri e di gormiti. Al nome degli artefici (spendibile,

sacrificabile) che non dice
più
nulla a quei tapinelli felici,

sostuisce un film mentale, un colorito
psicodramma che avrà poi da tornare

nei loro sogni. Et de somniis non est
disputandum. Ozioso il disquisire

se non potrebbe trattarsi di una ennesima
camufferìa di regressione. Se tornate

(io no, mai) a Firenze

e cercate un amico, vi dicono

“è andato al gabinetto”, non pensate a quello che pensate; sarà,
è,
il Gabinetto Viesseux.

Vidi al Viessù Montale travolto dal parletico

a sentir Walter Binni che l’onorava

– la ‘disperata tensione’.... –

come grande
poeta
socialista.

 

 

 



 

 

Ascoltai Carlo Bo che presentava Gli  strumenti  umani  di
Vittorio
Sereni, per me d’allora un libro di vita. Stetti

per balzare al collo di
Carlo
Cassola quando gli sentii ripetere

(teneva volentieri conferenze

dal miccino
bagnato) la sua eterna

boutade: ‘c’è [pausa significante] cecina in marx?
[altra sospensione, facendo le facce] ... allora non me ne importa".

 

 



 

Intendeva
di Marx. Altri gabinettanti mi trattennero. Ora, fra i santi patroni di
Ricci,
Cassola e Luciano Bianciardi vèntilano nel più alto.

Se Ricci fosse un
critico,
in primis, in mente sua, sarebbe giocoforza stringerlo in un cantone:

come
farà
a mettere

insieme il lirismo consolatorio del Cecinese con l’agra e
illuminata
denuncia delle illusioni del Grossetano.

Maremma solatìa, dolce paese...

 

 

 

 

Perfino alla verifica

delle rispettive trasposizioni cinematografiche, La
ragazza di Bube è un Comencini abbastanza caramellato

(vedi anche il suo
Pinocchio, la sua Bohème)

 

 

 

 

laddove La vita agra è un inaggirabile Lizzani.

 

 

 


Comencini era nato a Salò. Sono cose difficili, lo ammetto,

e un poco
sfuggenti
(di qui, la loro turbativa verità).

Popolo, una poesia di Ungaretti, il
poeta
la dedicava a Benito Mussolini.

Non glie ne faccio carico (forse Antonello
sì?
a non essere soli, ci vuole sempre anche una testa di saracino condivisa,
o
Rodomonte o il tradito Gheddafi),

solo di non avere avuto poi il coraggio,
la
lealtà coi nuovi lettori, di mantenere la dedica.

Poeti, poeti... ci siamo
messi tutte le maschere.

Ma qui ti volevo. Ieri appena, mi giunge un nuovo
piccolo dono perfetto dal trobador di Viterbo.

Vorrei ve ne segnaste gli
estremi, come si dice, per ordinarlo

in libreria o commissionarlo all’editore,
c’è la crisi diobono ma costa di più un crodino

seduti al barino.
ANTONELLO
RICCI, Fuori da dove. Il ritorno. Racconto metricato. Introduzione e
acquerelli
di GINO CIVITELLI. Edizioni ēffigi

(Arcidosso GR) (cpadver@mac.com). Gli
acquerelli di Gino (riprodotti bene a colori e mi pare che arrivino

ad
essere diciannove) fanno parte

di una mostra sulla evoluzione della paura; il
loro
orrore è comunque soverchiato dal rider delle carte. Non sta bene, come
‘libro
d’arte’, nella sezione dei cataloghi,

enormità vaganti e tanto
autoreferenziali
che li compri per abitudine, li porti a casa per provare i muscoli e non
li
riapri più. Sta di diritto con la più bella

pittura dei nostri giorni,
quella
dei fumetti nei quali gli italiani non sono sempre inferiori alla
concorrenza,
anzi maestri. Non lo dico per squillo

di chiarine (c’erano certo nella
antica
Viterbo) ma per deformazione professionale: prima di tutto, i dati
significanti.

 

 

 

 

Poi Civitelli è buon critico, a lui tocca presentare, ad
apertura
di libro, Antonello: “... Ci si chiede se sia dato, per un certo
intervallo
di
tempo, di agire da svegli senza più i freni dell’inibizione

e poi tornare
gli
stessi di prima avendo dimenticato tutto. Ci si chiede se ciò sia
possibile
nella vita reale o soltanto nei sogni”. Dunque il pittore

ci arriva prima
di
me: ci sono due Ricci in uno. Non la maschera

e il volto o ci siam messi
tutte
le maschere, ma una specie di Giano.

Vorrei vedere a Viterbo

se c’è qualche testa di
Giano.

Ricci dunque poeta senza maschera, con un volto davanti e
uno
di dietro in un’unica testa. Può essere un male,

può non essere sempre il
bene
prefigurato (qui parla la mia radicazione manierista). A Cecina preferisco
la
mia Reggio Emilia; a Casarola Trieste (‘gli strumenti umani...’) o perfino
Prato (v’è andato a risiedere il mio amico Franco Cardini)

trafficona e
cinese.
Ma è; e questo è un bene sempre.

Vorrei tirare fuori dal cappello il
conigliolo: per questo Antonello e io siamo amici,

distanti, di vita. Vale
per
lui, come in me, la legge dello scarto.

Non abbiamo, come sarebbe stato
quasi
ovvio aspettarsi, (e ai più grami

artisti o poeti sembra quasi un diritto
acquisito), una introduzione tautologica

(si potrà dire anche in questo
caso?),
ossia uno scrittore che illustra, anticipando, le visioni grafiche

di un pittore, e questo si sarebbe

potuto fare sì nella consueta prosa (magari
anche
bellissima, alla Barilli) oppure – è la scelta di Ricci – con dei versi
che
lui
chiama “racconto metricato”.

Indarno cerchereste metricato nel dizionario Battaglia, anzi

sareste stati dirottati su un possibile ‘metricizzato’,
che
fa
rizzare in testa perfino i miei estremi capelli.

Ma

non credo a una invenzione
(hapax) di Antonello,

lui metricato l’avrà colto sulla bocca non mai
infranciosata di qualcuno dei suoi già contadini.

La lingua vera è più
vera
(e
corretta)

di quella che appartiene ai dizionarî.

 

 

 

 

Insomma, ad introdurci ai
vivi
acquarelli di Gino, sta un poemetto di Antonio,

Fuori da dove. Il ritorno.
Son
ventidue pagine, fra poco seicento versi; certi poetini in cattedra ci
farebbero tre ‘Specchi’. Del resto, quell’agio

cui ti dispone la visione
degli
acquerelli del Gino pictor optimus,

si ritrova nel corso limpido e mai
convenuto o casuale del (posso dirlo così?) poemetto. Per ripigliarci

a
Ungaretti, qui è il Monologhetto, da recitarsi per radio, a fornire
bastone
al
viandante. Non c’è distinguo fra versi

‘belli’ e versi strutturali. Il
primo a entusiasmarsene

fu Piero Bigongiari, il poeta mai bene capito de Le mura
di
Pistoia
. Benedetti toscani.

 

 




La Twingo sfila
fra quattro case povere
una frazione con un nome buffo:
si chiama Gallina. Corre
sul 43° parallelo...

Poi mi vien putacaso Antonello e mi dice, non conosco quell’ungaretti.
Adelphico filosophastro disse di me al corsera: non conosco quel
professore
(io).

L’ignoranza non è mai bene. Ma questo (“Corre |

sul 43° parallelo”)
è
puro e schietto

Monologhetto.

Paragonai La camera da letto  (‘romanzo in
versi’) di Attilio Bertolucci al maestoso incedere delle sinfonie di Anton
Bruckner.

 

 

 

 

Fece un visaccio e mi disse

non conosceva quel musicista.
Bruckner non fece una piega (io gli regalai qualche disco, al poeta,

immagino inascoltato)

al grande Attilio restarono il criticon Rinomati, il
critichino
Lapazî. A questo mondo c’è giustizia, finalmente.

Ora non mi chiedete di dirvi com’è fatto Il  ritorno di Antonello. Lui
scrive
il poemetto (metricato) e io cerco prepararvici

col mio sogno dal vero
deprosicchiato. Habent sua fata Antonelli.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006