SPAZIO LIBERO
REUNION ROCK
A volte ritornano:
i Litfiba


      
La band fiorentina di Pelù e Renzulli, a 13 anni dal suo scioglimento, fa la sua riapparizione ufficiale con un nuovo album “Grande nazione”. La voce di Piero e la chitarra di Ghigo possono ancora convincere, ma quella grinta sonora e quella capacità dei testi di raccogliere entusiasmo e riflessione è perduta. Ai vecchi fan conviene riascoltare i dischi capolavoro del passato da “Desaparecido” (1985) a “17 Re” (1986), da “El Diablo” (1990) a “Terremoto” (1993).
      



      

di Domenico Donatone

 

 

«Vorrei sapere |

 perché non è reato |

fare la puttana di Stato |

ed abusare ogni potere, |»

(Litfiba, Ragazzo, El Diablo, Cgd, 1990)

 

 

Il tempo passa per tutti, ma specialmente per gli artisti, i quali, avendo necessità di comunicare, devono evitare di ripetersi per non essere banali. Una persona che non è artista può dire le stesse cose di sempre, ovviamente a suo danno; chi, invece, è un artista deve guardarsi bene dal cadere nella ripetizione, negli slogan, nella replica. Questo che può sembrare ovvio è, nella sostanza, ciò che rende viva qualsiasi forma d’arte nel tempo. Lo aveva capito Fabrizio De André che si avvalse di numerose collaborazioni (Villaggio, De Gregori, Fossati, Pagani, Brassens, Mutis) perché intuì che non ce l’avrebbe fatta a non ripetersi se avesse affrontato tutto da solo. La scomparsa di Giorgio Bocca, che non era un artista ma un giornalista, cronista politico-culturale per un lunghissimo tempo della sua carriera, spiega, anche se da un altro punto di osservazione, come questo principio valga pure per chi non è un artista. Spiega che un uomo fa fatica, evidente anche nella persona, nel volto, nella voce che si perde, che si fa flebile, come flebile diventa il pensiero e l’azione, a dire cose nuove, importanti, efficaci.

Ecco perché non si può essere artista come un impiegato lo è in banca, facendo sempre le stesse cose (tipo Botero o Camilleri). Dal momento che gli artisti intuiscono la loro forza come i loro limiti, l’arte subisce dei cortocircuiti che determinano o sorpresa oppure delusione. Quando ho appreso, da vecchio fan, che i Litfiba, storico gruppo fiorentino scioltosi nel 1999, sarebbe tornato a calcare ancora le scene del rock, la prima cosa che ho pensato è stata questa: ce la faranno a non ripetersi, a non dire cose già dette, ad esprimere buone idee e a fare ancora della buona musica? È vero che anche gli scrittori possono tornare sulla scena dopo anni, pubblicando nuovi libri, reinventandosi uno stile, e la cosa è ardua e difficilissima (chi scrive lo sa bene!). Un gruppo rock, invece, può essere favorito da tendenze musicali più immediate e da circostanze culturali mutate che, di conseguenza, facilitano un reinserimento nel mercato della musica. Il mondo della discografia è più incisivo, benché ci siano difficoltà anche in questo settore, nel far nascere “prodotti” musicali (dischi, concerti, documentari, programmi televisivi specifici dedicati interamente alla musica) che nell’editoria tutto ciò non conta, per non dire è assente. Gli scrittori oggi, infatti, si muovono su più fronti per far conoscere maggiormente la loro opera, adoperando la video-arte e pubblicando ebook. Essendo noti i motivi, commerciali, che spinsero i Litfiba a sciogliersi nel 1999 (precisamente l’ultimo concerto della band avvenne al Monza Rock festival[1]), con annesse pressioni discografiche (ci furono dopo lo scioglimento della band varie antologie non autorizzate), si può affermare che la parabola artistica del gruppo fiorentino, così intensa di esperienze e di esperimenti, giunse al termine per eccesso di reiterazione. Esattamente a causa della mancanza di novità, di energia.

Chi segue con attenzione un artista sa riconoscere quando egli si esprime con dedizione e quando egli si esprime facendo esercizio di memoria, di pura ginnastica. I Litfiba erano giunti ad una completa saturazione musicale, tant’è che proprio il tentativo di rinnovamento eseguito negli ultimi album (Mondi sommersi, 1997; e Infinito, 1999) fa emergere una divergenza palese tra la voce di Pelù (sempre più effeminata) e la chitarra di Federico (detto Ghigo) Renzulli, costretta a seguire un ritmo decisamente melodico e leggero. I Litfiba implodono! Tutto finisce come nessuno avrebbe immaginato, e gran parte di quello che Renzulli, da una parte (titolare del marchio Litfiba), e Pelù dall’altra come solista, hanno prodotto separatamente, determina un imbarazzo presso gli estimatori che tutto diviene così dannatamente ridicolo. La stagione solista di Piero Pelù (fatta di “bombe boomerang” e di “tori pazzi”) appare un continuo percuotersi, un’autoflagellazione inflitta per scontare una nemesi; mentre i Litfiba gruppo, con il nuovo vocalist, Gianluigi Cavallo (detto Cabo), ed altri nuovi componenti che nel frattempo vanno e vengono, diventano la macchietta di loro stessi. Una macchietta espressa con il logo più posticcio e plastificato che un album di musica rock abbia potuto avere: una rana verde e lucida, computerizzata, su cui campeggia il titolo dell’album, Elettromacumba. Siamo nel 2000! I Litfiba possono piacere al pubblico, ormai, solo dividendolo. Una parte tiene fede a Piero, un’altra a Ghigo e al nuovo frontman, Cabo Cavallo.

Un mito muore anche perché è capace di farsi del male da solo. Non fu, quindi, soltanto il mercato discografico a mettere alle strette la band fiorentina e i suoi obiettivi artistici, ma addirittura l’intero assetto della loro filosofia musicale, impegnata a denunciare e descrivere i mali di un paese “allo sbando”, a perdere sintassi, lessico e aderenza. Con l’album Terremoto, del 1993, ultimo grido di un rock civile, il gruppo di Firenze raggiunge la sua maturazione artistica, mettendo in scena e denunciando la situazione socio-politica emersa delle inchieste di Tangentopoli che si abbattono sul Bel Paese, appunto, come un terremoto. Certo, non è facile essere una rock band alternativa ed impegnata su un fronte anche politico (ricordo un’ospitata di Piero Pelù nel 1993 alla trasmissione televisiva Il rosso e il nero di Michele Santoro a discutere di democrazia) e soddisfare le esigenze di vendita delle case discografiche. Alla fine della loro storia, ovvero nel 1993 (perché i Litfiba artisticamente si spengono dopo la pubblicazione dell’album Terremoto), tornare ad affrontare argomenti di una certa rilevanza politica e sociale risulta anacronistico e fuori tempo massimo, specie per una casa discografica (prima l’I.R.A. e poi la EMI) che deve sempre ingrassare i suoi ingranaggi. Vasco Rossi rimane così a dominare la scena rock italiana, con il suo disimpegno mediatico e musicale ma decisamente più commerciabile.





Ghigo Renzulli e Piero Pelù oggi


Precisiamo una cosa. La carriera artistica dei Litfiba non è affatto da rinnegare o da buttare, anzi. Avviatisi nelle cantine di Firenze nel 1980, conosciuti prima all’estero e poi in Italia (soprattutto in Francia), sono approdati come gruppo di nicchia e poi giunti a un vero e proprio stile artistico e metapolitico, maturato sul palco dei migliori festival del rock, avendo rifiutato sempre la partecipazione a Sanremo e a tutto ciò che di “nazionalpopolare” invade il mondo della musica italiana. La gestualità, le performance e l’assoluta aderenza ad una cultura tra il punk e il rock a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del Novecento, ha consentito al gruppo di esprimersi con un’energia nuova e davvero dirompente, benché molto di quella cultura musicale stesse morendo[2]. C’è sempre stata molta coreografia nelle esibizioni dei Litfiba, molta esuberanza intesa come purezza e non come sfogo, specialmente da parte del cantante. Molte imprese di Pelù sono entrate nella storia della musica rock italiana: non solo i neon e gli aspirapolveri distrutti sul palco durante i primi concerti; non solo il salto sulla folla (decisamente morrisoniano); non solo la lunga catena agitata durante l’esecuzione di Louisiana o l’elmetto in testa in Prima guardia, ma l’interpretazione delle canzoni in chiave politica e sociale ha spinto Pelù a superare di gran lunga la mera performance a favore di una vera e propria comunicazione con i giovani. L’attacco a Giovanni Spadolini registrano nell’album live 12-5-’87 (Aprite i vostri occhi), oppure quello al Papa dal palco del Primo Maggio a Roma nel 1993, reo di intromettersi nella vita laica delle persone e di discutere di sesso («Lui [il Papa ndr], che dovrebbe essere così teologico, metafisico![3]»]; al famoso gesto di indossare un preservativo al microfono di un imbarazzato Vincenzo Mollica, per lanciare il “partito della prevenzione”, fino agli attacchi diretti al premier Silvio Berlusconi e al suo staff («I Litfiba attaccano Berlusconi, Pdl: mai più concerti in Sicilia»[4]).

È chiaro che ci si trova davanti ad un complesso rock il cui leader è un artista che si è mosso e si muove seguendo i suoi impulsi più genuini retti da un pensiero informato, attento, (per cui c’è stato sempre un Piero Pelù capace di essere elemento catalizzatore per i Litfiba prima ancora che la band nascesse). Questo ha consentito ad un semplice ragazzo, (che molti giurano di aver visto col cappotto in pieno agosto aggirarsi in piazza della Signoria a Firenze negli anni che preludevano il coronamento del sogno artistico e musicale), ricco di letture e di punti cardinali precisi nella sua morale (in merito a questo si suggerisce la lettura del libro «In viaggio con i Litfiba», di Bruno Casini [ed. Zona, 2009]), di incarnare, oltre che interpretare, alcune urgenze civili, tra cui l’obiezione di coscienza, che fino a quel momento, specie per i giovani nati negli anni Settanta, era una questione sopita e dormiente. Attraverso la loro musica i Litfiba sono riusciti ad avvicinare i giovani alla politica, a individuare tematiche socio-culturali che negli anni si sono palesate come vere e proprie emergenze (pena di morte, tossicodipendenza, corruzione, obiezione di coscienza, rappresentanza civile e democratica, stop al nucleare, potere). Così nella loro carriera quattro album si pongono come pietre miliari, come fari musicali verso un cammino artistico che avrebbe determinato, in maniera più che naturale, saturazione e stasi. Questi album sono: Desaparecido (1985), 17 Re (1986), El Diablo (1990) e Terremoto (1993).

Il resto, tra raccolte e nuovi lavori discografici, è tutto segnato da esigenze commerciali e da un inderogabile automatismo artistico. In questi album alcuni testi emergono per la loro spiccata qualità, non solo per la musica che li accompagna, ma per il significato che fa di loro l’esempio che un’altra musica è possibile, che si può tentare in ogni modo una sfida di comunicazione. In questi mesi in cui le pagine di riviste specializzate sono tornate a riempirsi di articoli sulla band nata in via de’ Bardi a Firenze, sembra che l’auspicio di Elio e le storie tese racchiuso in un testo dal titolo «Litfiba tornate insieme» (Cicciput, 2003) si sia ampiamente esaudito. I Litfiba sono tornati insieme, precisamente l’11 dicembre 2009, ufficializzando la notizia sul sito del gruppo, fino alla pubblicazione di due singoli e di un album, Grande nazione, che è uscito il 17 gennaio 2012. Prima dell’album la band di Pelù e Renzulli ha lanciato un tour in Europa e in Italia dal titolo «Litfiba-Reunion», a cui è seguito un disco interamente dal vivo (Stato libero dei Litfiba, 2010) e un docu-film del tour dal titolo Cervelli in fuga, in uscita nelle sale cinematografiche. Ebbene, mentre la forza della band sembra rimasta intatta, soprattutto la vena critica e polemica del suo leader Pelù, che in più di un’occasione è stato raggiunto da querele (celebre fu l’interrogazione parlamentare di Rosa Russo Iervolino e di Gianni Rivera[5] a seguito di un incidente avvenuto in un concerto dei Rolling Stones, a cui Pelù ha replicato invitando i due parlamentari “a crearsi una cosa proibita”), vedi il video-concerto di El Diablo Tour, (1991 Warner music Italy), poiché il rock veniva accusato di «satanismo e di deviazione», i testi dei Litfiba in nuova versione risultano, forse insieme anche alla musica, decisamente inferiori a quanto prodotto negli anni Ottanta e Novanta. Il singolo «Sole nero» non solo è troppo scontato, banale, ma è anche privo di coraggio, di spirito rock. Solo la musica può reggere il ritmo, ma la ventata di novità non c’è. E non si può stare a dire che è un peccato, che è solo questione di tempo, perché come si è detto all’inizio, il tempo passa per tutti ma per gli artisti è una sciagura. Una sciagura che si abbatte su spirito di iniziativa e sull’ispirazione. I nuovi Litfiba sono una brutta copia di quelli ribelli del Terremoto Tour della stagione 1993-’94.

Il loro tornare sulla scena, in questa triste congiuntura storico-economica, può far malignare addirittura sul fatto che la “reunion” è decisamente una soluzione commerciale ed economica per Pelù e Renzulli, che artisticamente sono bravi, competenti, capaci, ma non dovrebbero spingere l’acceleratore su un motore che ormai è spento. Allora i nuovi fan saranno sicuramente contagiati dalla forma e dalle strutture lessicali dei nuovi testi e della nuova musica, ma quelli di un tempo, coloro che ricordano le gesta di un complesso rock capace di reggere il confronto con “il Blasco” e con Gianna Nannini, sanno, esattamente perché hanno studiato la materia, che non si può essere energici e originali, comunicativi e ribelli, come quando si ha l’età della fame. Questi Litfiba tornati insieme fanno ginnastica per non invecchiare, per non soffrire di artrosi cervicale, per eseguire un esercizio di memoria. La memoria che hanno i fan, sicuramente precipitatisi ai nuovi concerti ad ascoltare i vecchi brani, è ostacolata da improvvisi confronti. Parole, espressioni, frasi che furono esaustive ed edificanti, mosse da indignazione e denuncia (del tipo «non è la fame ma è l’ignoranza che uccide», «lavorare per contare non si può dire che sia dovere, meglio impazzire che stare qui a vegetare», «soldo ti compra ma non paga, non è ufficiale ma è la peggio droga», «dice che è proibito anche pensare, sogno proibito di qualcuno è castigare», «le droghe il gioco e il resto non piovono dal cielo, lo so non è progresso ma un’orgia all’idiozia», «un anno è un secolo, trecentosessantacinque croci, e la tua privazione mi taglia la testa», «guerre per soldi, | gioco d’amore nero, | prole assassina | frutto marcio dell’avidità»), non saranno più le stesse perché non potranno più esserlo senza sentire l’ingombro della ripetizione. Non possono più nascere dei testi che sono anche dei versi. A memoria si possono citare alcuni brani del primo vero album-studio dei Litfiba, che risale al 1985, ovvero Desaparecido. «Guerra», «Desaparecido» e «Istanbul» sono tre gemme, tre brani la cui forza e capacità poetica è assolutamente straordinaria. Così cantavano i “Lit” dell’epoca, puri, informati e originali.





Guerra[6] (dall’album Desaparecido, 1985, I.R.A.)

 

EIN ZWEI DREI VIER DER KRIEG!

EIN ZWEI DREI VIER FEUER!

 

Guardo, oltre il muro di vetro

l’esercito che passa

 

Uomini neri!

 

Cerco in una mano chiusa

la causa della morte di

Uomini neri!

 

Guerra!

 

Aria vuota nelle strade

si muovono le ombre di

Uomini neri!

[…]

                                            *

 

Desaparecido[7] (dall’album Desaparecido, 1985, I.R.A.)

 

Sotto il ponte scorre l’acqua

e sempre acqua è

davanti agli occhi il sole

e sempre sole è

nelle mani terra

e terra è

oooh!

 

Desaparecido

 

Senza aria e senza sole

resta oscurità

e l’uomo vive un sogno

fatto di silenzi

sognerà la terra

e terra è

oooh!

Desaparecido!

E terra è!

 

Sogna il velo di una donna

e quando lo riavrà

“Davanti agli occhi

ho il sole

sempre sole è…

terra nelle mani!”

e terra è

oooh!

 

Desaparecido!

 

Io sono aria e sole

i silenzi che scavano…

Desaparecido Desaparecido

                                            *

 

Istanbul[8] (dall’album Desaparecido, 1985, I.R.A.)

 

Ho viaggiato nel freddo

faccia a faccia con la mia

ombra che si gettava

nel bianco velo del tempo

 

Istanbul Istanbul

 

Ho viaggiato nel freddo

senza volto senza età

pilotando un

corpo senza guida a Istanbul

Istanbul
Istanbul baluardo sacro per
l’incrocio delle razze degli uomini brucerà


L’ho cercato nel freddo
se ne stava solo là
il mio volto nel fango di Istanbul

[…]
                                            *

 

Quando il fuoco della bellezza si spegne, quello della nostalgia è l’unico a poter restituire calore. Così il ritorno dei Litfiba, con l’album Grande nazione (Sony 2012), è semmai un nuovo confronto, «magari un pelino demagogico e un po’ caciarone[9]» – a detta di Paolo Panzeri – in qualche modo ancora efficace per i giovani che si affacciano a conoscere la musica di un gruppo veterano. L’importante è che Pelù, con i suoi testi, e Ghigo, con la sua chitarra, facciano sognare, prima ancora di indicare una strada alle nuove generazione che accorrono ai loro concerti.

 

 

 

 



[1] Vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Litfiba

[2] Cfr: http://www.ondarock.it/italia/litfiba.htm (ascesa e discesa dei waver italiani, di T. Franci)

[3] Consulta www.youtube.it

[4] www.ilgiornale.it di redazione  17 agosto 2010.

[5] Cfr http://digilander.libero.it/ritmolitfiba/ritmo_litfiba_simone.htm

[6] http://angolotesti.leonardo.it/L/testi_canzoni_litfiba/testo_canzone_guerra.html

[7] http://angolotesti.leonardo.it/L/testi_canzoni_litfiba/testo_canzone_desaparecido.html

[8] http://angolotesti.leonardo.it/L/testi_canzoni_litfiba/testo_canzone_istanbul.html

[9] http://www.rockol.it/recensione-4798/Litfiba-GRANDE-NAZIONE




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