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PASTICHE D’AUTORE
Tanto Mostrò Che Piovve (la Poesia)


      
Molti gli spunti e i letterari sapori di un testo che dalle lettere di alto profilo che si scambiavano Adorno e Thomas Mann vira verso le agrodolci e caustiche rimembranze di antichi viluppi accademici, con tutti gli intrighi, le mosse, contromosse e clientelari personaggini, per una volta messi fuori gioco. Ma nell’università di un tempo, c’era ancora spazio per un intellettuale-studioso del valore di Mario Petrucciani, cui più si deve l’illuminante sdoganamento critico di Ungaretti. In limine, la persistenza ‘impoetica’ di Adriano Accattino, che procede in direzione ostinata e contraria fin dagli anni ’70 della rivista “Pianura”, dove c’era pure Sebastiano Vassalli prima che decidesse di allinearsi con l’editoria di mercato.
      



      


di Marzio Pieri

 

 

No, non il libro che quando sia cascata la gòcciola del sonno (cader la goccia era l’espressione dei bisavoli per dire che uno aveva preso un ictus; o che l’ictus se l’era presus) ti s’intrida nelle molecole e ti stracangi in un quartetto di Beethoven o nella istoria di Carlo quinto; solo (la direzione mi pare inversa) qualche linea che ancora ti serbi nel giorno, ormai spentosi da un pezzo, e ti trattenga nel casotto della stazioncina notturna, mentre nessun fischio, ed hai voglia di attenderlo, sale dal pozzo della tenebra, più. Basterebbe anche meno, due righe sul giornale (ma non ne compro da una vita, la razione delle menzogne e degli attendismi è colma per sempre, per me, e non mi piace farmi male da solo; meglio un Tex, allora, o una storiella di Bakugan tenuta in serbo per il nipotino), tirare su da una busta, gelosamente tenuta chiusa nel comodino, uno o due memorabili dei baci perugina. Larga la foglia e stretta la via, segui il profeta (va de-retro satàn) e così sia. Insomma, tutte le sere, ora ormai notti sempre più avanzate, caro m’è il sasso più che l’esser sonno, mi attardo alquanto (vedi che parlo bene, do dei numeri perfino al critichino lapazi) a cercare, rimovendo le file sugli scaffali che crepano, l’ultimo libro che mi sarebbe piaciuto leggere. Ma la vita la vivi o la leggi, detto meglio: o ti vive, vive per te, o (non) la leggi. Ormai col piede sulla passerella (“Fu dove il ponte di legno mette a Porto Corsini / sul mare alto...”) scelgo con acribìa voluttuosa o inquieta il libro delle nanne; né pensate che vada in cerca del solito Breviario del Laico (gli ho sempre preferito le memorie del monaco o il giornale della badessa), posso lasciarmi pungere dalla curiosità di riaprire la famosa invasione degli orsi in Sicilia, scritta e pupazzettata da Buzzati, o perfino deporre sul tavolino da notte gli otto volumi dei Miserabili edizione Barion. Furor Mathematicus di Sinisgalli o uno squallido Sciascia della Lupara.

Una di queste sere, andato di traverso, bislungo, fra le piccole bare dei Meridiani, mi viene fra le mani un archintino dimenticato, le lettere scambiatesi fra il Dottor Theodor W. Adorno e il ‘doktor’ Thomas Mann. Nell’ultima parte, mi ritrovo di sguincio nell’aria nera addensata dalla reazione inciprignita, davvero uterina, di Schoenberg alla pubblicazione del Doktor Faustus. Amici, dalla barca si vede il mondo. Bisogna prenderli come sono, anche i genii, anche i profeti. Mai dire grazie – per qualcuno di loro è voce sacra. Eppure, nel caso del grande romanzo del ‘doktor’ Mann, e anche in quello del grandissimo ‘romanzo di un romanzo’ che forzosamente ne derivò (scusarsi è sempre segno di debolezza), non sarebbe difficile portarsi vicino al vero: la genesi fantastica di Mann aveva scavato, chirurgicamente, nei gangli cerebrali di Arnold Schoenberg, lì quel sinistro campione del ‘verbo mancante’ si era sentito messo a nudo; non era un bel vedere, non lo è mai con nessuno, se non negli illusi spogliarelli della prima giovinezza. V’era sempre del diavolo in Germania. Anche quella dei ‘popoli eletti’, non è mai una storia pulita. La Bibbia sembra abitata da una serie di frenetici serial-killers in nomine Dei. E guai così non fosse; Domenico Savio non batte, questo almeno, alle sue porte: né San Luigi che piange, deamicissimamente, se ti fai. E, così, anche Mann si era, a sua volta, denudato. Non tutto è puro nella favola bella dei grandi esuli sbarcati sulle piagge di California, a sparar note e lettere, non di rado benissimo remunerate, sulla patria impazzita, assatanata, ebbra di strage e misera. L’ultimo colpo serbato per sé.

Ma non si può raccontare, ancora, questa storia, perché quella dei taboo è forbice, schisto che strazia.

“Non scriverò questa storia” (Sereni, Un posto di vacanza). Tormentato dai mosconi di Fortini (un fanciullo, rispetto alle torbide angoscie di Vittorio, datosi in olocausto alla ‘verità’), Sereni non sembra nemmeno un poeta italiano. Va indagando, come un teologo null’affatto triumphans, sul rinnovamento delle metafore, che non appartiene alla letteratura. In exsilio stat verbum, Vittorio (lo presentiva, gli fui vicino) ne muore. In exsilio: de se ipso loquitur. E, come tale, non ne rimangono eredi.

Mio padre, quando stava rientrando (senza coscientemente, senza informatamente saperlo) nella seconda fase della malattia, debellata da un anno (non credevi nemmeno che la ci fosse mai stata), e che in due mesi se lo sarebbe portato via, mi scrisse, in quella che forse fu l’ultima delle sue lettere a me: “se il dottore [non so di quale preallarme dovesse sgombrarlo il dottore] se il dottore questo farà, gli manderò una scatola di cioccolatini così enorme che si farà venire il mal di fegato”.

Chi gli dettò questo scherzo? Era proprio il fegato, intaccato, che stava per concludere la propria opera.

Thomas Mann, ricoverato a Zurigo, “sotto il controllo del celebre internista prof. Löffler”, per una presunta flebite, muore di lì a quindici giorni per la rottura d’una arteria addominale, ch’era lei l’ammalata. Il “celebre internista” sarà stato una specie dell’idolo Veronesi. Vidi un film di Zorro, movimentatissimo (quei quasi-western eccitanti, di serie meno che Z), in cui l’eroe della  frusta corre, sgaloppa, spara, salta da un treno a un cavallo, e da una rocci’all’altra, e si pulisce i denti con una spina di cactus, per impedire ai mafiosi di turno di compiere un attentato contro il cantiere della ferrovia. ‘In zona Cesarini’, ce l’ha quasi fatta! un ‘bandito’ casca lungo disteso sulla manopola dell’esplosivo e il bòtto cancella montagna, banditi, cantiere, insomma è una di quelle vittorie come quella degli amerikani in Iraq (e presto in Iran) o dei ‘nostri bravi ragazzi’ in Afghanistan. Si salva solo Zorro col suo cavallo. Si era all’Universale, mitico cinemone dei bassifondi di Firenze (dove son nato e cresciuto), a due passi da porta San Frediano: “vappiglianculo Zorro!” sentenziò con tempismo una voce. (Seguono applausi).

Mann, ricoverato, finisce così questa lettera, che sarebbe stata l’ultima da lui scritta ad Adorno: “Le farà piacere vedere la nostra casa, che per la sua bella posizione e il suo comfort discreto è un’ultima, degna sistemazione”. Così Vittorio, in apertura del suo ultimo libro di poesia, Stella variabile (eccola la metafora finale, inquietante e più vera del vero, di un vero che in quanto tale non sarà mai quello, fortiniano, di una pure arroventata, penitenziale ideologia): “[...] nella casa dove sei / venuto a stare, già / abitata / dall’idea di essere qui per morirci / venuto [...]”.

Nel lodare il Saggio su Schiller dello scrittore, Adorno (lettera del 28 luglio 1955), secondo si legge nella raccoltina Archinto (traduzione italiana immediata della originaria edizione Suhrkamp), si rallegrerebbe nel sottolineare un passo dove Mann “affronta il concetto di unità delle arti”. Anche nel mezzo sonno, uno scossone: le lettere fra due campioni di quella stazza non sono come le lettere, mettiamo, di Calvino a qualche scrittorucolo italiano per giustificare un “ni” o un “no” einaudiano o sui generis. Alcune lettere di Adorno, certe risposte di Mann non son di quelle robe cursorie che non giustificherebbero la spesa del francobollo. Che, sulla fine della vita di Mann, il corrispondente, consulente e amico stimatissimo sentisse di lodare un argomento da “Il Mulino per la scuola”, mi parve sùbito, oltre che sospetto, intollerabile. Per fortuna una nota ci riporta il passo di riferimento manniano: “[...] ‘l’arte’ non è forse un concetto generale superiore, qualcosa di eminentemente astratto che nelle sue attuazioni e forme individuali si concreta ogni volta in modo nuovo e particolare? Ogni sua manifestazione è un caso a sé, specialissimo e personale, e talvolta a chi lo rappresenta riesce assai difficile comprenderlo nella vasta e universale idea dell’arte. [...] anzi, a rigore non esiste affatto l’arte, esistono soltanto l’artista e il suo personale accordo con essa [...]”. Difficile, oggi, in Italia, poter controllare sull’attimo la citazione di un libro straniero; Graeci sunt, non leguntur. Anche se ora stanno per imparare a forza il tedesco (non si muore di solo forno). Ma giurerei che Mann qui intende l’Einzigkeit, e non la Einheit, dell’arte. Seppur impiegasse il secondo dei due termini (“unità”), non ho dubbî che egli (e, nel lodarnelo, Adorno) intendesse l’“unicità”.





Thomas Mann


Rivendicazione rara, in tempo di concentrazionismo darmstadtiano. E, del resto, uno scrittore che mai ha propriamente disgiunto la propria esplorazione letteraria da una dilettantistica, ma anche irradiante, esperienza in corpore vivo delle vicende della musica, (dal Brahms dei Buddenbrook al Verdi/Wagner del Monte magico allo Schoenberg del Faustus), si era, in limine vitae, già staccato da quel Faustus su cui fiorivano montagne non incantate di tesi di laurea e disputazioncelle musicologiche. Ci sono scrittori che, come quel tizio che scopriva inorgogliendosene di far della prosa, che se si senton dire: ‘hai fatto un’allegoria’, allegoreggiano da strombonare le orecchie dell’universo. L’autore dello Zauberberg (1924, lo stesso anno del Verdi di Werfel) è ancora, nei suoi vivaci (responsabili) ottant’anni, così capace di autocritica da riconoscere la differenza che taglia il libro dei suoi cinquantanni da quello degli oltrapassati settanta. Scrisse il Doktor Faustus quando ci aveva la mia età! che non saprei compilarci nemmeno sù una schedina. Poi c’è chi nega la predestinazione.

Il doktor Steinecke inaugura i Ferienkurse darmastadtiani nel 1946, in piena Germania anno Zero. Era una nuova, eroica, intentata demonologia?

Il nome è degno di un personaggio (non dei meglio enigmatici) della Montagna fatata.

Mann (fedele al suo Brahms, anche nei suoi risvolti regeriani ossia meccanicisti) dovette averci presto la sensazione che tutti si erano concessi d’imboccare (dico, compreso lui) delle scorciatoie. A ottant’anni uno può anche dire: ‘le jeux sont faits, e poi è sempre più tardi’. Altri (come il poeta che diceva ch’è sempre più tardi) colgono l’occasione per bruciare lo zolfanello di una loro novissima, feconda e irritante stagione. E Dio li benedica.

Del resto, come la generazione umana richiede l’incrocio dei due sessi, così la generazione poetica non si dà senza nozze (anche d’infamia, di bevuta, fino alla feccia, disperazione) con le ‘cose del mondo’ (Madama Butterfly, atto I).

 

                                     C’è chi beve e chi guarda, fino in fondo.

                                     Ridere non soccorre, né trar lai.

                                     Darsi pena perché? “Cose del mondo”.

                                     (Atto primo, Madama Butterfly).

 

 

“[...] La virtù giacobina non riesce a produrre frutti interessanti, e se essere interessanti fa tutt’uno con l’essere viziosi, allora io sono per il vizio” (parole che potrebbero essere del Verdoux di Monsieur Chaplin [1947]). “Quelli di là dall’Atlantico pretendono che, per pura riconoscenza, io non dica nulla contro di loro e nulla a favore dell’America ormai avviata sulla strada del fascismo, facendo leva sull’oscuro presentimento che per quanto futuro possa esserci per la vertue da quelle parti, ‘noi’ comunque siamo doomed”, dannati. “Se ne dovrebbe eccettuare la Germania, la cui gioia di vivere e la cui incredibile ‘rinascita’ mi muove ogni volta al riso. Un popolo da favola – che a dire il vero tende, con tutta la sua efficiency, ad avanzare ancora brancolando verso la sciagura. Anche questa volta prevedo qualcosa di simile. Ma quanto invecchiato, superato, confutato appare oggi il Faustus, se lo si assume soltanto come allegoria della ‘Germania’”.

 

L’efficiency tedesca; ebbi uno zio materno, a me stato carissimo, che per le ironie della età, era un giovanottone quando io ero un ragazzetto; pieno di fervori cinematografici americanofili (sembrava che Iwo Jima l’avessi io conquistata, per mettermi in posa coi marines del celebre trucco fotografico, in vetta con la bandiera stellata), lui, intelligente e vitale come riescono ad esserlo ormai forse soltanto i veneti, mi disilludeva e io l’avevo soprannominato il Tedescòfilo. Lui diventò ricchissimo, aveva avuto il genio (americano, più che tedesco) di occupare una zona pescosa, fruttuosa, dove se smuovi un cuscino, senti tinnare i dollari. Io, consapevole, feci la scelta di questo torrente arido delle lettere, dove chi meglio pésca tira sù delle scarpe o dei cadaveri. Oggi un notaro ha avviato le meste (o, chissà forse, per altri liete) pratiche per l’eredità. Io non c’ero, l’ho rifiutata. Si paga (credereste?) anche per dire di no.

 

 

Lo so, è sgradevole; ma ritorno su quella Bibbia così fiorente di stragi e di vendette (superdivine) da disgradarne Omero o i Sette samurai. La leggo come un libro laico, come un libro di storia; un Tucidide o un Shakespeare. Che male c’è? Non dico mica Montanelli o Ridolini. Io, quando chiudo quelle immense e terribili pagine, mi annuso le mani non sappiano sangue.

 

                        Here’s the smell of the blood still; all the perfumes of Arabia

                        will not sweeten this little hand. Oh! oh! oh!

 

Oh, oh, oh. Il sapore del sangue, bramato fra le coscie della storia. Pochi altri scrittori da me letti (anche questa è l’unicità, fino in fondo ne seguo, ne corteggio, mi lascio trafficare da quanti più posso; ‘non solo classici’, equivalenti alla sorda, alla sordida teologia dell’Uno) me ne hanno dato il girocapo come un amico scrittore dell’alto Piemonte, vi ho già parlato di Roberto Bertoldo. Il campo di battaglia di Frankenhausen, dove nel sangue si soffoca la rivolta dei contadini (e, per contraccolpo, Lutero si vede di fatto nel ruolo di un papa germanico, d’un’altra centralizzazione, oltre quella romana, e quella anglicana, che sarà roba da imprimerne cruenti parecchi altri seguenti decennii) non dovrebbe, nelle intenzioni, essere molto diverso dal campo di battaglia di Achaba, nel celebrato film di David Lean su Lorenzo d’Arabia. Ma il vallo che li divide è decisivo: nel film, musicale e coloratissimo (‘la musica del deserto’ [Maurice Jarre, lo stesso del Dottor Zivago e di Gesù di Nazareth], una specie di Vespro della Beata Vergine del Cammello, filtrato dal Grande paese [Jerome Moross, un allievo di Copland, un altro inviso a Hollywood]), con le più belle immagini di sabbia della storia del cinema, a parte il venerato Beau Geste, dove mi sa fossero tutte materie di Studio, e lo straordinario Bowles-Bertolucci del Tè nel deserto) e vere (non falsate dal computer) legioni di cammellieri e cavaleggeri in trasferta o all’assalto, vedi in sostanza un bell’attore shakespeariano, ohimè (son la piaga del cinema, che non è teatro filmato non meno di quanto non sia ‘arte figurativa’), che mette in mostra le proprie nevrosi e la propria mal difesa omosessualità sgranando gli occhi, perdendo bave e sparando sui cadaveri all’impazzata. Il Lucifero di Wittenberg (che pure appartiene alla stagione dei kolossal sui sacri macelli bellici, dalle Termopili alla rivolta dei Gladiatori, da Braveheart alle Crociate) non ha teatro o ‘natura’ da mettere in scena. Bertoldo è di quelli che cercano le parole, le strappano alla terra con fatica, le poliscono con disdegno e perfino disgusto, mai si lascian tentare da ‘quelle belle’ (il cercatore di funghi sa che i bei cappelloni multicolori sono una via sicura per l’ospedale o per malebolge). Filosofo, prima che scrittore (per Mann è il rovescio), suppongo che manipoli la tellus del pensiero come un contadino la zolla; e (forse qui può anche ingannarsi, non lo affermo tuttavia non lo escludo, e non per ‘giudicare’) crede eventually ovverossia de facto che lo strumento linguistico del pensiero abbia da essere gergale (è l’analogo della rima fiore: amore che tanto piaceva all’ironico Saba). “L’astrazione trascura, più di quanto faccia l’immanenzione, la realtà”: “Gesù, come umanazione, è simbolo dell’antico modo fenomenologico e ontologico di vedere le cose. [...] Probabilmente l’essere è davvero sostanza, ma ciò non significa che il suo proporsi fenomenico sia biunivoco”, (Montale, a presadiculo: “che il sommo emarginato era perento”). Madonnabona! Preferisco ‘il’ Pacciani. Ce ne compensano aforismi che non vorremo scordare: “Che la statistica sia così precisa non è certo un segno dell’intelligenza dell’uomo, piuttosto lo è della sua prevedibilità”. O (e ci rimbalza su Mann): “Il materialismo riscatta la sostanza delle forme perché riconosce in essa la loro unicità”.

Questa ci sposta (va da sé che in Bertoldo, uomo tutto d’un pezzo, non entra in atto la legge pascoliana dei tre tavolini) sulla necessaria unicità della esperienza poetica. Non accolsi bene la Pergamena dei ribelli, lo scorso aprile. Potrei dire: mi aveva indisposto la post-fazione del presentatore, priva com’è d’ogni alternativa o ironia. Sembra il ‘bugiardino’ allegato per legge a ciascun farmaco e, nel velarne la vera condizione di lotta (contro la propria parola, molto più che avverso “le convenzioni, le ipocrisie, il perbenismo, le mafie”), ne incrina la dignità.

                                    

                                   [...] Tutte le poesie che accantonano il male

                                     sono il suo crudele risvolto.

                                     Noi vogliamo l’impoetico

                                     se la vostra avidità di gazza

                                     è sottaciuta dagli inni,

                                     si faccia incetta di questo sale immenso

                                     affinché i poeti urlino con le loro ferite

                                     finalmente ecumeniche!

 

Lasciate che ritrascriva il lacerto alla mia maniera, non oibò per migliorarlo, e nemmeno per academizzarlo, forse per render visivo quello che dico di séguito :

 

                                     Tutte le poesie

                                     che accantonano il male

                                     sono il suo crudele risvolto

                                                

                                     Noi vogliamo l’impoetico

                                     se la vostra

                                     avidità di gazza è sottaciuta

                                    

                                    

                                     dagl’inni Si faccia incetta

                                     di questo sale immenso

                                     affinché i poeti urlino le loro ferite

                                    

                                     finalmente ecumeniche                            





Michele De Luca, Taglio, olio su tavola con applicazioni di lastre in alluminio, cm 70x85


Non riconobbi a colpo il legame di un libro come questo, dal bellissimo titolo, coi poeti che dico di prediligere (e che, ognun d’essi, associa al proprio dire una scansione dei versi della quale Bertoldo non s’impiccia): Dante, per dire poco, Baudelaire (il ‘male’), lo stesso Saba che cela dietro un melodismo antifrastico una voglia di male, vero sadomasochista dello spirito. Nemmeno la Nota dell’Autore, in calce alle poesie, mi aveva suggerito una lettura più conveniente. “Quando pubblichiamo un nostro libro non occorre che le poesie siano per noi belle, perché la pretesa bellezza è tale sempre rispetto alla nostra abitudine estetica, che, come tutte le abitudini, è conservatrice...” (la poesia non proviene, incalza, dal ‘gusto’ “ma, piuttosto, dal disgusto”). Si vede ch’era una mattina in cui m’ero levato col piede storto; o che anche per un barocchista, al barocco venuto da una doppia cotta liceale originaria, per la Scapigliatura e per Ungaretti, è al dunque difficile reagire sempre all’altezza (non penso ad altezze stratosferiche o metafisiche, anzi a livelli fisiologicamente terragni). Si capisce il compito, non sempre si è in allerta per eseguirlo bene. (Senza dire che sono grato agli amici che mi spediscono le loro scritture, le riviste, i libri, i cataloghi delle mostre, ma, insieme, questo privilegio vìola uno dei miei bisogni reali, quello di scoprire un libro da me, spulciando, come un tempo si poteva ancora fare, sui banchi delle ‘novità’, e poi frugando avidamente negli scaffali delle rimanenze, delle mele invecchiate sul ramo in attesa di essere speriamolo còlte, insomma sentendomi libero, di leggere o di non leggere, di giudicare o rimandare il giudizio, di essere fedele a una lettura fatta, o di scegliere la libertà, di passare la cortina che divide l’inessenziale dall’essenziale, ognuno riconosce il suo).

 

Ungaretti e la Scapigliatura furono i fari di uno dei rarissimi lettori d’università la cui parola resta aldilà del pensionamento, della scomparsa terrena o dei motivi di generazioni diverse. Mario Petrucciani si mosse fra la sua Roma, lo stesso ungarettismo è quasi un culto aggiunto cattolico-romano (i magnifici versi di Ungaretti tengono sempre un poco dell’enciclica), e dal 1960 lo troveremmo perfino in Arcadia (‘socio corrispondente’), Eurildo Iapigio, e quella Urbino dove, nel sole di Carlo Bo, insegna per incarico letteratura italiana moderna e contemporanea dalla fondazione di quella Facoltà di lettere e filosofia (il 1956). Ha compagni fra gli altri Traverso, il Gran Khane, traduttore di tutta la poesia, noto ancora ai lettori di Montale, Scevola Mariotti, Bruno Gentili, un latinista, un grecista particolarmente sensibili all’arcaismo (Ennio per l’uno, ma poi anche oraziano, per l’altro Omero e Pindaro, Anacreonte e anche Seneca cordovano). Per alcuni anni vi insegna anche Storia delle tradizioni popolari (dal 1951, a Roma, aveva collaborato con Paolo Toschi, che gli avrebbe donato certe bozze di stampa degli Orfici a lui cedute dallo stesso Campana – che nel riconoscere un amico possibile o un nemico sicuro era stato tutt’altro che matto), percorre il regolare cursus honorum e, dal 1974, viene chiamato alla sedia già stata di Ungaretti, nella università di Roma. Più o meno in quegli anni, ma questo non fa storia, ebbi lo stesso incarico nella facoltà di magistero di Parma. Ero riuscito il primo in un concorso, alcuni anni prima, per assistente di ruolo di letteratura italiana, ma con certe postille in piccolissimo, come quando si stipula una assicurazione (tipo: “Sarà pagata la somma di lire X al signor Y in caso di morte accidentale a condizione ch’egli sia ancora vivo per riscuoterla”) diedero il posto a una cara e innocente (dico agli studii) signora di eccellente famiglia parmigiana, ne nacque un piccolo scandalo alla fine del quale mi ritrovai, per regolare concorso ma probabilmente anche odoris causa, insegnante di Estetica allo stesso Magistero. Non ero così innocente di estetica come la fortunata concorrente, di italianistica (erano anni in cui l’Estetica non era ancora un salottino televisivo per nuove lettrici di Donna Letizia, ma la machina murale per entrare nelle cittadelle dell’arte e della poesia precluse a noi maturati, post fata fascium, fra umanesimo gentiliano — Gentile, era più siciliano che fascista e giustiziato a colpi di lupara, come in quel nostro Far West — e crocianissima, assoluta sordità). Anceschi Galvano della Volpe Angus Fletcher perfino il dolcissimo, limpido Luigi Stefanini, che veniva dalla pedagogia e dall’esistenzialismo (Anceschi era la Fata Turchina, Stefanini la Mamma, Galvano lo Zio Scapestrato, Angus Fletcher l’Ospite Ignoto), ci erano (e mi erano stati) compagni di viaggio, loro in cabina di lusso, io fra i rutti e gli spintoni della adorata terza classe (oggi: ‘i pendolari’), non meno dei poeti, fra i quali mi pareva di potermi riconoscere. Le cose, in Estetica, andarono tanto bene (lezioni affollate, tesi numerose e dignitose, era uso ancora discuterle, il senso che chi mi aveva favorito non avrebbe dovuto comunque vergognarsene) che, di colpo, fu chiesto che io rientrassi all’istituto donde mi avevano cacciato, spacciatore di minestre così poco appetibili che si eran trovati a gestire un numero di iscritti inferiore a quello, ristretto come un buon brodo, dei docenti in cartello. Andai, riparai, riattivai; come compenso misero a concorso (senza avermene fatto parola) la cattedra sulla quale stavo in bilico. Le cose irono male ai congiurati, e vi spiego perché: da una parte gridavano, ‘non è un italianista! non è un filologo’; dall’altra: ‘non è un vero critico, uno... storico-critico... è un filologo...’, presero la rincorsa e si scontrarono; fra i bulloni e le viti del convoglio deragliato da odio e timore, mi trovai (‘straordinario’) su una cattedra di Italianistica Generale. La storia del generale Custer, nella quale mi ero specchiato fin da fanciullo, procedeva coi suoi paradossi, in cerca della sua Little Big-Horn. La candidata sconfitta (lo racconto non per vendetta, nove volte su dieci mi tocca parlare di morti, ma per umore e amor di bizzarria) ebbe a sua volta uno scontro con la direttrice e fondatrice dell’istituto; una questione vitale: se ai docenti dell’istituto si poteva concedere un prezzo ‘politico’ delle fotocopie. Ne avevano un bisogno estremo, ché non compravano libri. Non ho mai visto libri se non di scuola in casa dei miei colleghi, tranne in quella di un non-collega, dove all’entrata ‒ nato miliardario ‒ aveva dislocato sui ripiani di una superba libreria l’intera collezione della Pléiade, come ammonendo: “Chi fur li maggior tui?” (i suoi si vedeva) e “Non vi mettete in pelago”. O abbozzavi o scappavi giù per le scale. Il possesso di un libro era come averlo sottratto alla comunità (preferivano chiederlo in prestito a chi se l’era comprato e non restituirglielo mai, o solo come scacazzato da topi e da piccioni, in qualche granaio o sottotetto). L’Illustre Maestra si dimise irrevocabilmente e a me – che non ero presente alla tenzone ‒ fu addossato il demerito di averne provocato la caduta, per vestirmi  del manto suo regal.

 

Basta, basta; l’università era sempre stata quella. Del resto, dai miei maestri fiorentini e poi parmigiani, mai sentii nominare Petrucciani (per forza, nel caso dei primi, ché in quegli anni Petrucciani produceva e si preparava, ma il primo concorso lo vinse solo nel 1967, quando anch’io ero finalmente riuscito a laurearmi, sine laude, piuttosto con gran biasimo), ma nemmeno una volta Carlo Bo. Firenze era come le due Coree: a Lettere ci stavano i salvati (era la caravella dell’ammiraglio, perfino a Leopardi avevan dato una tessera ad honorem del pci), a Magistero i sommersi. Sulla porta di San Marco avevano affisso un cartello: CHI SA LEGGERE UN VERSO NON ENTRI QUI DENTRO. Quando Silvio Ramat, già in fama di poeta nella scuola luziana, presentò la sua tesi di laurea su Montale (la prima monografia che uscisse su un poeta non ancora immesso dal Nobel fra i venerabili, a Parma vidi lo stesso accadere per Bernardo Bertolucci riconsacrato dall’Oscar), per la prima e l’unica volta potemmo completare la figura, un poco falstaffiana ma biondissima, di Piero Bigongiari, chiamato di Siberia per una occorrenza comunque imbarazzante e affatto insolita. Non si davano tesi sui viventi.

 

Baldacci, che non s’era rassegnato al confino e aveva forzato i recinti (scriveva su “Epoca”!), era odiatissimo.

 

Della parabola, luminosa, di Petrucciani io predilessi il precoce libro su Emilio Praga (un Einaudi 1962), da me scovato fra i tesori della storica libreria Seeber, nel vivo della Firenze di un Tè con Mussolini, (si imparava di più a soggiornare divotamente difronte alle tre o quattro ampie vetrine di quel luogo di culto che non a prendere appunti alle affollate lezioni dell’università, dove perfino i Longhi e i Contini davano il peggio di se stessi), e quello che per me resta il suo capolavoro e forse il libro più bello mai dedicato a Ungaretti, Il condizionale di Didone (1985). Era il promuovere uno dei testi massimi del ‘Vecchio’ (il Taccuino del Vecchio, con gli Ultimi cori per la Terra promessa, esce nel 1960) a oggetto di studio severo, perfino grammatico (senza grammatica non avremmo Racine, come non avremmo avuto mai Shakespeare o Bruno, e nemmeno Ezra Pound, se si fosse creduto di non far cippirimerli alla casa dei doganieri gramatichevoli), sdogana Ungaretti da quel lieve ma non aggirabile tanfo di nobilissima provincia che il fascismo gli aveva lasciato fra i panni di aspirante all’universale borghese (sepolto il resto, l’antico fetore cammelliero e bohémien, nelle alghe del Porto sepolto) e che certo non poteva scrollargli di dosso il favore vaticano e democristiano. L’unica mossa reale, in questo rinverginamento, o Santa Reparata, s’era dovuto con intuitiva cognizione del tempo opportuno, ai Cori di Didone di Luigi Nono, commissionatigli dalla città di Darmstadt e da lui dedicati “a Wolfgand und Hella Steinecke”, i padroni di casa enigmatici, ma, in seconda istanza, anche ai “poeti suicidi” del secolo troppo lungo. Poeti suicidi... era stata una felice autodefinizione della infelicissima Scapigliatura. La si sentiva viva, in quegli anni; la sfidavano Nardi, Petrucciani, Mariani; io ero arciconvinto che avrei concluso gli studî con una tesi di laurea su uno di quegli scalcagnati. Del Barocco conoscevo solo “Sudate o fochi”, che era nel Manzoni. Era il 1958. La voce di Ungaretti, dirà più avanti Nono, è stata per me una grande lezione musicale. La sua pressione sulle consonanti, anziché sul vocalismo italico, era di per sé un inizio di altrove irrecuperabile sviamento.

 

Se ascolto (ora c’è il disco) l’Ungaretti di Nono, non mi ritrovo in una ‘zona’ diversa da quando leggo il mirabile libro di Petrucciani. Siamo al centro di una delle questioni che mi hanno occupato privilegiatamente quasi intera la vita: come mancasse una coscienza materiale di contiguità fra lo ‘stato’ della musica, in Italia, e quello della letteratura. Petrucciani non lascia che la musica si ponga visibilmente di traverso al suo discorso interminato sulla poesia; non ne aveva bisogno, ché la musica l’aveva in sé. Così, ci troviamo di fronte a una edizione di pressoché tutta l’opera (e son tre tomi in un bel cofanetto, dal 1943 al 2001, oltre tremila pagine, non vorresti perderne una) di un intellettuale-professore come un tempo ne fiorivano anche nell’università. Il rapporto con la voce dei poeti non è fissato nella diaccia del delirio formalista che fu il prodotto paradossale della liberazione dalla camicia di forza dello storicismo. Così, l’omaggio reso dal figlio, oggi uno dei maggiori biblioteconomi italiani, al padre, e da un antico e valente studioso e innamorato dei libri all’amico perduto nel decennio della sua scomparsa, non si lascia irretire in una cerimonia mesta e chiusa fra le buone memorie familiari e la museificazione accademica. Il titolo, alla fine, è il più giusto: Per la poesia. Studi e interventi 1943-2001, a cura di Corrado Donati e Alberto Petrucciani, Metauro edizioni (Pesaro). Una cronologia a cura di Alberto Petrucciani, dettagliata e illuminante per una ventina di pagine fitte, e una bibliografia di 538, cinquecentotrentotto, titoli, non è strumento tacito ma luogo di ripensamento di una storia poetica ‘generale’ nella quale Petrucciani si sentì sempre coinvolto. Accanto a lui, De Nardis realizzava la più sensibile traduzione italiana de Les Fleurs du mal, venti anni dopo mi sarei innamorato di Bertolucci perché credetti che avesse tradotto anche lui, intera, la suprema poesia baudleriana. Lui me lo lasciò credere. Ma non furono solo dettati da enfasi del tombeau i titoli dei giornali che, alla scomparsa inattesa di Petrucciani, critico grande, ma non abbastanza da poter adire perlomenissimo a uno stelloncino di Televideo, come sarebbe stato ovvio per qualsiasi antico sottosegretario ladro o per qualsiasi scalzapalle degli anni 50, quasi compattamente ne segnalarono il rapporto (l’eredità sulla cattedra di italianistica moderna e contemporanea, alla Sapienza) con Ungaretti. Qui dovrei anche osservare: Ungà parte con Mallarmé e con Leopardi, arriva con Baudelaire (ritrovato) e con William Blake. E nel nome di Ungaretti ci saremmo dovuti, con Mario Petrucciani, reincontrare, dopo “l’ultima volta”. Quella era stata a Roma, per la prima puntata di una grande celebrazione ungarettiana, che si doveva concludere ‘dopo l’estate’ a Parigi. Gli amici lo sanno, io non viaggio. Dunque, per garantirmi, scrissi il saggio che avrei dovuto leggere, facendo la mia parte, nella Ville Lumière, e lo spedii a Petrucciani. Non mi allarmai, tardando la risposta, si era in tempo di vacanza. Ma, alla fine, mi decisi a telefonare; nulla. Una telefonata di Alberto Petrucciani (non ci conoscevamo ancora) mi tolse dal mio errore: papà è morto. Nessuno mi aveva avvertito e i giornali di Roma non si vedono al Nord, se non esplicitamente andandoli a cercare. Va da sé che nessuno degli allievi e assistenti di Mario avevano pensato di avvisarmi, sta di fatto che nemmeno della puntata francese del convegno (non ero l’invitato di pietra, ero esplicitamente indicato fra i relatori, come a Roma) più nulla seppi. Frammenti della Noia che ho Dato.





Oronzo Liuzzi, Senza titolo, tavola verbovisiva, 2012


“Una cosa impossibile | la poesia,  | ma un piacere | indicibile”.

 

Leggo questi versi in un libro di Adriano Accattino, l’antico campione di Ivrea (Poesia dell’impoetico, Mimesis edizioni, Milano-Udine, da Gemona del Friùli). Per conoscerlo, in uno dei miei ultimi, e, ripeto, quasi unici viaggi (sono allergico alle autostrade fitte di camion con diritto di uccidere; sono allergico ai ferrovieri anche più che alle ferrovie), mi spinsi fino a Ivrea, ormai saranno dieci anni. Non sapevo che, dopo Torino, ci vanno altre due ore di scartamento ridotto, fra boschi canadesi dai quali si resta delusi di non veder a testa rasa spuntare gli ultimi Mohicani, Ivrea la bella, la bionda, non mi ricordo come la chiamasse il Carducci; o bionda o bella imperatrice... o figa... (così, biecamente, se ne storpiavano i brutti versi, denunziandoli, al ginnasio). Dice; vai a scuola che impari. Questa roba ci facevano imparare e spappagallare, mentre fuori ardeva il bosco del Possibile. Ma noi glie la si fece pagare cara, prendendoli per il culo allora e per sempre; maipiù, da allora, poesia e grottesco marciarono se non insieme. Satura di Montale non fu un inizio, ma una convalida; e noi la si aspettava. Gli anni 50 eran stati il nostro miracolo vero, loro produssero il breve lampo di luce (come la Bomba, che si era imparato Ad Amare) che debellò il vecchiume nei primi, incredibili anni del nuovo decennio, che poi se ne appropriò il merito ma non ebbe fiato di star sulla rotta. Credo succedesse allora che Giangiacomo Feltrinelli decise che i libri non servivano più. Con la sua morte ha inizio la nuova, bigissima storia del crepuscolo italiano.

 

Poesia dell’impoetico è un libro essenziale. Sia nei suoi versi, sia nelle sue prose di riflessione sul far poesia. “è tardi?” Insieme con questo libro, me ne arriva da Adriano un altro, e, questo, altrimenti (“fuori commercio”), introvabile. I fuochi di Pianura. “Pianura” fu l’esperienza breve di una rivista, non andata mi pare oltre il quarto fascicolo, dalla metà degli anni 70, segnata, in fondo, dal tradimento (a se stesso) del più noto, poi, fra i fari di quelle pagine. Ma Sebastiano Vassalli (che pure non sconfessò le piccole storiografie che gli attribuivano ogni merito e protagonismo in quella esperienza) scelse Mammona e da quel momento non fu più lo scrittore maggiore che avrebbe potuto essere. Litterae non dant panem? è la loro dignità. Per molti è una parola senza senso. Con generosità (e la furbizia dei deboli, in un mondo di uomini d’acciaio) Accattino offre il saggio inaugurale dei ‘fuochi’ proprio a Vassalli. Si voleva (dice Vassalli) ‘fare qualcosa’ nonostante tutto.

Nonostante “Pianura”?

 

“... non può resistere un corpo con due anime contraddittorie: Vassalli lascia inaspettatamente dopo una notte insonne, forse, dopo aver fatto il bilancio delle convenienze e delle perdite, Vassalli che aveva aperto a Blek Macigno lascia i compagni del bosco e ritorna fra i guardiani della legge. Chi libererà Baudelaire ora? I Cucchi delle case editrici? I Ruffilli dei premi letterari? I Magrelli delle Università? Gli Orengo dei giornali? Baudelaire continuerà a stare al fresco. Che può fare Accattino, ‘il mostro che abbiamo creato e dobbiamo distruggere’? L’angelico Raffaele Perrotta? L’eterno migrante Carlo Carlucci?....”

 

No, Accattino, c’è spazio per questa presenza sempre possibile del Nein-sagen. Sii il mostro che dici, tanto mostrò che piovve. Quanto al caro Carlucci... per un equivoco, trent’anni fa, e per un mio indelicato intervento non richiesto, ci incrociammo e incrociammo le spade. L’ho raccontato, lo racconto sempre. Un amico fiorentino lo incontra e gli dice, mi ha scritto marzopieri. Vallo a prendere in culo te e lui, fu la dantesca risposta di Carlo. Da trent’anni lo avrei voluto abbracciare per quella e scusarmi con lui. Ieri, mentre finivo questo pasticcio, mi ha scritto. Gli ho risposto: mi hai fatto felice. Forse a questo punto qualcuno glie lo avrà anche detto: non era, non ero, una delle gocce di ‘sapienza accademica’, temute e denunciate dai ‘pianuristi’, che si era tenuto in diritto di strapazzarlo. Ci divideva una stessa passione, la Spietata Poesia.

 

 




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