LUOGO COMUNE
UN RACCONTO-VERITÀ
Viaggio al termine dell’esistenza


      
Il libro di Erika Giobellina “Le parole più importanti cominciano... per A” è il tragico documento narrativo del tunnel di una tossicodipendente che è morta prima che il volume uscisse. È un’opera non letteraria che diventa tale in forza dell’autenticità senza mediazioni dell’autrice, la sua voce trash è come una perla nel letame. Legge qui il testo un importante psicoterapeuta che ben conosce e sa valutare le primarie ferite psichiche di un soggetto che finisce per annullarsi nella droga.
      



      

di Antonino Lo Cascio *

 

 

Questo libro di Erika Giobellina –  Le parole più importanti cominciano... per A - Il tunnel di Sarah (Fermenti, Roma 2011, pp. 104, € 12,00) – che Velio Carratoni, letterato ed editore coraggioso e sensibile ha deciso responsabilmente di pubblicare, mi è apparso sin dalle prime pagine come una rarissimo esempio di una scrittura non letteraria che si trasmuta in un’opera letteraria. Nel caso specifico, un trash che diviene in una perla.

Non credo che questa mia diagnosi positiva sia frutto d’una mia lettura, alterata – condizionata – dai sentimenti e dall’emersione subitanea di miei ricordi e esperienze professionali che questa lettura ha provocato in me. Sono certo che c’è un’oggettività nella mia soggettività giudicante poiché le quasi cento pagine di questo journal intime e intensamente drammatico sono assolutamente forti, vere e terribili come quando il più terribile e assoluto dei dolori si rende palpabile, visibile e ci trafigge.

Voglio intendere qui alla costante presenza di autenticità che rende “falsi” i tanti volumi che a partire dall’Ottocento all’oggi hanno circolato nella letteratura occidentale. Naturalmente sto applicando la nota formula del Giorgio Manganelli quando affermava come la letteratura dovesse essere menzogna. Nel documento di Erika Giobellina invece non c’è cultura o menzogna, c’è solo e soltanto carne viva: “ero figlia della parte di scemi spermi, non di geni ovulo. Un errore.” E ancora: “nella mia agghiacciante immobilità cerebrale, quel minimo che bastasse per rendermi conto della mia nullità, del mio vuoto… il vecchio solito ‘buco’”.

Dunque, nulla di apparentabile ai “grandi” del passato: non de Quincey, che trovava nelle droghe l’itinerario per raggiungere l’“anima del mondo”, né Baudelaire, non Michaux, no tutti gli altri. E neppure i romantici o i post-romantici contemporanei. Se proprio vogliamo trovare degli ascendenti illustri dobbiamo guardare a Joyce e a Bukowski, la cui violenza descrittiva trova riscontri nell’appassionata disperazione nella parole più importanti dell’Autrice. La sua protagonista, sé stessa, compare scopertamente con nomi diversi, che descrivono momenti diversi del suo calvario. Ma Dio non c’è e la protagonista si rinchiude nella ribellione e si violenta in maniera continua e implacabile.

Erika, Sarah, Sonia sono coerentemente concentrate sul proprio dramma personale, pronte a “non scommettere su un’anima in pena!”.

Lo scritto è la storia frammentata – come un puzzle, come il montaggio del lynchiano Mulholland Drive – d’una giovane donna sperduta, una piccola bambina senza l’aiuto di nessuno, per la quale il cibo agognato consiste in “Un po’ di considerazione… qualche delicata attenzione, un grande amore, un po’ di tenerezza, un abbraccio, una carezza, coccole, coccole, coccole, tante coccole.”





Un povero essere, forse nato prematuramente naufrago, con mille tsunami che emergono a raffica dal suo Inconscio, capaci di spezzare via il campo della coscienza. Queste gigantesche onde distruttive si sostituiscono alla fragilità del suo Io, periferizzato e paresizzato dall’effetto annientante delle droghe, tutte: “Sono angosciata, spaventata da me stessa, da questa allucinante, totalizzante necessità di spegnermi, di scalfirmi, fino all’ultima briciola”.

Ho affrontato la lettura di questo libro con un taglio “scientifico”, che nel campo delle relazioni umane significative è quello dell’apertura.

Pochi psichiatri e pochissimi psicoanalisti accettano in terapia i soggetti tossicodipendenti poiché conoscono bene le statistiche negative sui risultati terapeutici e non vogliono combattere una – faticosissima – battaglia già perduta.

In questo rifiuto, sono coadiuvati dai tossici, che non sono guidati dalla libido, bensì dal suo opposto, l’istinto di morte, sempre arcaicamente presente e abitualmente silente nella nostra psiche più profonda.

Colui che, a favore dell’esistenza, si cimenta in questa battaglia senza esclusione di colpi è in genere un terapeuta animato dal pericolosissimo furor sanandi, un individuo motivato non dalla sofferenza dell’altro, ma dall’onnipotenza che ha sostituito magicamente la propria impotenza di base. Un terapeuta di questa fatta colluderà sin dai primi scacchi iniziali con la destrudo del paziente e i risultati confermeranno così implacabilmente le statistiche negative.

Vi sono tuttavia dei terapeuti che affrontano la sofferenza dell’altro senza colludere a livello inconscio con il paziente, confidando in una forza interna (e non già una potenza) che sorge dall’amore per il mondo e dalla partecipazione alla sofferenza altrui. Questi pochissimi, preziosi, terapeuti hanno potuto fruire d’un’infanzia “sufficientemente buona” e risultano pertanto adatti ad affrontare l’incontro con chi non ha mai potuto sperimentare questa fortuna di base.

 

Ho usato il termine “amore” e non vorrei dare spazio a fraintendimenti: intendo qui un amore di base, quello che il futuro individuo comincia a sperimentare ancor prima della nascita, nei pensieri dei genitori, nella sua fase uterina, nei suoi primi rapporti col seno materno e con l’ambiente, durante i suoi primi tre anni di vita.

In quelle fasi la sensibilità dei piccoli è estrema, e basta un nonnulla per far sedimentare nella coscienza in formazione del bebé nubi leggere, piccoli graffi – spesso non rilevabili all’osservazione diretta – che lavoreranno sommersi a deformare la psiche nei delicatissimi momenti successivi di crescita. Minime scalfitture, che si trasformano in cicatrici orrende e deturpanti. Derivati della loro presenza attiva si evidenzierà solo molto più tardi, dando luogo a ipersensibilità generalmente incomprensibili e a franchi disturbi del pensiero e della condotta.

Dunque l’amore di base di cui parlo è una sostanza che a volte è in grado di lenire le ferite di base, un amore capace di attivare una relazione significativa, capace di strutturare nella relazione terapeutica un campo comune che possiede intrinsecamente una funzione maieutica.

In questi casi, particolarmente felici, il terapeuta non deve come d’abitudine favorire semplicemente il transfert (che caratterizza ogni buona relazione analitica) ma deve mettere in gioco anticipatamente il suo controtransfert, la sua accettazione assoluta dell’altro.





Generazione prêt-à-penser, "Night - Italia" 2011


Ricordo che il circuito transferale è necessario nella psicoterapia in quanto permette al paziente di vivere il rapporto con l’analista come se questi fosse di volta in volta una figura critica del proprio passato. Nella riedizione affettiva del passato all’interno della relazione terapeutica, il paziente vaglierà le “risposte” del terapeuta e le confronterà con gli avvenimenti angosciosi della sua vita di bambino.

Questa relazione si costituirà allora come un’“esperienza correttiva” rispetto al passato e il paziente potrà reintegrare nel suo profondo attraverso l’esperienza del presente nuove figure genitoriali, “sufficientemente buone” e dunque dinamizzanti.

Nella mia lontana esperienza di Direttore d’un Dipartimento di Salute Mentale e sulla base della mia formazione psicoanalitica, avevo predisposto un Servizio di Supervisione per aiutare gli operatori a elaborare le esperienze terapeutiche più severe e sostenere così il proseguimento dei trattamenti e le implicite possibilità di successo. Preciso questo poiché in questi trattamenti c’è sempre lo spettro di un “corpo a corpo psichico”, nel quale il terapeuta sperimenta in prima persona la sostenibile/insostenibile esperienza dei genitori d’un soggetto tossicodipendente. Ma, “non v’è traccia d’amore nei geni che mi costituiscono”, dirà l’Autrice.

Ho appreso durante la lettura che L’Autrice non è più in vita. Voglio così prevenire il lettore affinché eviti le mie improvvise e dolorose reazioni.  

Questa giovane donna, dal volto giovane e puro, una donna che ha sofferto le pene del suo inferno, ci ha lasciato qualcosa di veramente prezioso, pensieri e lacerti di vita, desideri e sangue, angosce invivibili: una complessa e disorientante eredità umana – al limite del disumano – che può riguardare tutti e con la quale tutti abbiamo l’obbligo di confrontarci.

Se Erika non avesse incontrato la droga si sarebbe trattato d’un caso di nevrosi che avrebbe avuto buone chances terapeutiche. E questa considerazione sposta il problema al livello degli Stati e dei legislatori che non riescono a battere la malavita. Forse la malavita siamo noi, e facciamo vivere ai nostri tanti giovani una così mala-esistenza.

Queste riflessioni accentuano il dramma dell’esistere e ci fa amare Erika con un’ancòra maggiore passione e pietà.

 

 

 

* Il Prof. Antonino Lo Cascio si è laureato in medicina e specializzato in Neurologia e Psichiatria all’Università La Sapienza di Roma. Allievo di Ernst Bernhard, è stato nel 1961 socio co-fondatore dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica – C. G. Jung – (A.I.P.A) di cui è stato Didatta e Presidente. In qualità di Primario Psichiatra è stato Direttore d’un Dipartimento di Salute Mentale a Roma, ove si è occupato tra l’altro di clinica, formazione e terapia attraverso il cinema. Ha insegnato nelle Scuole di Specializzazione in Psichiatria in diverse Università italiane e presentato relazioni e lezioni magistrali in convegni nazionali e internazionali. Numerosi sono i suoi saggi scientifici presso prestigiose riviste scientifiche del settore psichiatrico e psicoanalitico.




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