LETTURE
IDOLO HOXHVOGLI
      

Introduzione al mondo

Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità

 

Scepsi & Mattana editori, Cagliari, 2011, pp. 107,
€ 15,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

Le radici, secondo i più, si trovano nel passato. In questo modo pongono un’ipoteca sul soggetto e il suo avvenire, perché il passato è stato una volta e per sempre. Con una sinistra operazione della speranza, sferro un montante al fegato e un gancio al volto di questi «più». «Le radici», li convinco mentre sono al tappeto, «sono nel futuro come nel passato, perché ciò che siamo non dipende solo dal tempo trascorso, ma anche dalla rappresentazione che abbiamo di noi nel tempo che ancora deve venire». «In questo momento», dico loro, «la vostra identità è più segnata dai colpi che avete subito o dal fatto che non vi rialzerete?». A coloro le cui radici sono nel futuro, a loro è dedicato questo libro.

 

Ecco l’incipit superomistico di quello che potremmo definire un breviario comportamentale in tre tempi, tre macro-sequenze, tre squarci mondani, tutti esageratamente contemporanei.

Hoxhvogli strizza l'occhio, senza freni, alle svariate filosofie, ibride e modaiole, che pertengono alla più blandamente sdoganata comunicazione di massa, non celando, neppure quando un certo buon gusto lo auspicherebbe, una sociopatica insofferenza verso le derive relazionali odierne.

Il percorso, dunque, per quanto accidentato, appare costantemente parodizzato da un linguaggio quasi omologante, che tende, in ultima analisi, ad appianare proprio quelle sostanziali divergenze che si presumeva avrebbe invece voluto/dovuto evidenziare, rimestando l’esasperante malcontento autoriale in una sorta di pastoso unicum del disappunto e dell’insoddisfazione, privata e decisamente umana, appunto, più che eticamente e socialmente rappresentativa.

Si diceva, tre settorializzati spunti fotografici.

Ne “La città dell'allegria”, Hoxhvogli calca la mano sulla presunzione di uno sbandierato benessere interclassista, e lo fa in maniera anche sagace, ovviamente di orwelliana memoria, ricercando però, platealmente, una sorta di approvazione intellettuale pressoché pubblicitaria da parte del lettore, mentre impiega tutto se stesso a scagliarsi avidamente contro le tecniche stesse del marketing da spot corrivo. La formula matematica e/o farmaceutica atta a ripristinare questo fantomatico, nonché perduto ordine del mondo, ad esempio, assume i tratti di uno sfottò abbastanza fine a se stesso, sebbene avanzi pretese di spudorata genialità.

Ancora, nella “Civiltà della conversazione”, c’imbattiamo, tra i vari tentativi abortiti di convivialità del motteggio, in uno spasmodico invito alla lettura o meglio, in special modo, alla rilettura delle opere d’arte, il quale resta lì, quasi inutilmente sospeso, a infarcire le passeggiate ragionative di Hoxhvogli, con l’ausilio di un assuefatto e banalizzato citazionismo, pressoché gratuito, non certamente innovativo, né particolarmente sorprendente.

Per non parlare, poi, della smaccata, ostinatissima e purulenta piaga della coprolalia della “Fiaba per adulti”: inestinguibile la tendenza a dover colorire forzatamente il linguaggio con epiteti disgustosi e scurrili, per spazzar via con un colpo di ramazza infangata qualunque plausibile, residuale dubbio potesse ancora persistere fra le meningi ottenebrate dell'ingenuo o presunto genuino lettore (ormai fagocitato da questo indomito excursus nel quasi-nulla) circa la rabbia repressa del povero artista sofferente al cospetto dell’umanità altra, come topos troppo spesso richiede.

Ora, non si potrebbe certo recriminare al lettore succitato, quantomeno un discreto sentore di fastidio, di stizza, se non quando di pura e salvifica noia, nel leggersi trattato alla stregua di un bimbetto inetto alla vita, di un ‘sempliciotto’ di provincia, avulso da qualsivoglia lampo di intelligenza.“E da chi, poi? E per quale motivo?”, verrebbe da chiedersi.

Fatto sta, che Hoxhvogli si prodiga pure in una sardonica ammissione di colpevolezza, al contrario.

 

Se un giorno, tornando a casa, il lettore troverà la mamma decapitata, non si adirerà per il crimine inflitto alla sua culla. Il lettore ha scelto di venire a patti col mondo, non andrà in collera col boia del nido materno per un giorno di riposo dal bene. L’abituale adesione al mondo è questa sosta lontano dal bene, per accettare minuscoli tumori. Allontanarsi dal bene è seminare un cancro. Il lettore non nega ad altri – è uomo di mondo – nuove impercettibili pause dal bene, perché non vi è uomo che non abbia ragioni per seminare cancri volgendo le spalle al bene. Remissibile pensa essere il tumore che ha seppellito, così remissibili non sono gli infiniti sepolti da altri. Fiorisce, nei cicli di un tumorale pullulare, un giardino di pustole e putrefatta purulenza. L’ineluttabile logica cancerosa vuole il trionfo barocco della metastasi. Qualcuno, calpestando le suppurazioni, ne provoca lo scoppio. Da questa eruzione germoglia la decapitazione. Il lettore non serberà astio verso l’autore di questa possibile storia. Non è l'autore che la scrive, ma il lettore che la vive.

 

Forse per la prima volta – e siamo esattamente a pagina 91, arrivati con fatica agli ultimi scampoli del libro – l’autore svela chiaramente il suo progetto artistico e, direi, antropologico (dacché non mi sembra si possa onestamente parlare di socialità, in senso stretto): da novello combattente futurista di ritorno, Hoxhvogli sembra impersonare il ruolo di simbolico disturbatore del quieto vivere, arrogandosi l’onere del fatidico svelamento della verità, ahinoi epidermicamente dolorosa, certo prosaicamente antiestetica, ma ovviamente indispensabile all’abbattimento dei clichés dogmatici che soggiacciono a quella sdilinquita ars oratoria di cui ci si crucciava inizialmente.

Sarà dunque l’autore a spremere con veemenza il bubbone apocrifo della malsanità antropomorfizzata, infastidendo il lettore con l’eruzione vulcanica delle sue metafore ardite e del suo linguaggio imbarbarito. La colpa, se in questi termini si può parlare, dell’eventuale ribrezzo suscitato da questa pur saggia operazione di tendenza, non può che ricadere sui vituperati tempi che furono e che saranno, in quanto culla germinale di insondabili derive e inarrivabili approdi di un’umanità sbandata e  sempre profondamente attonita. (la sola dedica iniziale, è già opera in sé.)

Se l’egregia finalità da castigatore dei costumi sia invero più o meno parodica, come chiaramente e plausibilmente auspicabile, non è però dato approfondire, dacché poco cambierebbe gli esiti della questione.

In questo libro che, nonostante il titolo, troppo introduttivo non è, Hoxhvogli si attesta, plaudendovi o meno, su largamente tipizzate posizioni da retroguardia, qui riesposte e sovraeccitate in una forma stilistica che risulta essa stessa, in primis, cattedratica e altisonante. L’ironia, per risultare tagliente, ha bisogno di essere sottile e affilata, lo sappiamo. E lo saprà certamente lo stesso autore, studioso di filosofia e già attivo da qualche anno nel panorama artistico italiano e internazionale.

Allora, vien da domandarsi, a cosa serve questo gioco al massacro paraletterario? Perché continuare ad inscenare questa perpetua e sbandierata sfida al lettore? Vale ancora la pena di inacidirsi contro la plasticità delle malefatte odierne? Sappiamo tutti qual è il contesto storico e politico nel quale ci troviamo a vivere, conosciamo bene i gorghi della crisi economica, i patimenti della precarietà sociale, lo stordimento esistenziale che ne consegue e dal quale, forse, infondo, anche tutto deriva.

Non sarebbe il caso di guardare davvero al futuro? E non rinnegando le famigerate radici, come prescritto dall'introduzione all'Introduzione, bensì adoperandosi criticamente, per costruire nuovi stilemi e nuove forme del raccontare, che rimettano vividamente in moto il pensiero dominante, ormai tristemente fossilizzato sulle solite, vetuste e disambiguate dicotomie scelleratissime: cacciatore/preda, apocalittico/integrato, estro/tv?

Ci sarebbe, ipotizzo, più bisogno di praticità che di manualistica di controtendenza, la quale, sebbene voglia mirare – anche sarcasticamente – ad invertire la rotta di una fiaccante insalubrità ragionativa, presta troppo spesso il fianco a un perverso indebolimento degli scopi, sia artistici che strettamente umani. Comportandoci da soldatini, ammettiamo comunque la logica militaresca di un’irregimentazione coatta e asfittica, scadendo nella volgarità di una certa brutalità violenta e stilizzata, ormai bolsa.

Parafrasando l’incipit, mi sentirei di concludere: a coloro le cui radici sono nel passato, proprio a loro è dedicato questo libro.




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