SPAZIO LIBERO
CINEMA E STORIA
Indagini
su un Paese
al di sotto di ogni sospetto


      
Tre recenti film di registro storico-civile con modalità differenti. “The Lady” di Luc Besson fa devota cronaca dell’eroica resistenza di Aung San Suu Kyi alla giunta militare birmana. “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana rivisita in forma di problematica inchiesta l’attentato a Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. “Diaz” di Daniele Vicari è una sorta di rivisitazione documentaria del pestaggio di polizia avvenuto nella scuola genovese la notte del 21 luglio 2001 a conclusione del G8.
      



      

di Enzo Natta 

 

 

In un convegno svoltosi a Roma nel 2007 Pietro Scoppola sosteneva che “molti storici faticano a usare le fonti cinematografiche”. Una verità che, purtroppo, denota ritardi, inadeguatezza culturale, arretratezza, soprattutto se pensiamo che senza le immagini rubate da cellulari e i-pod non avremmo alcuna documentazione audiovisiva sulle “primavere arabe” (Tunisia, Egitto, Libia, Siria). Allo stesso modo senza The Lady di Luc Besson, scaricato da Internet e circolato clandestinamente passando furtivamente di mano in mano, in Birmania l’opposizione condotta dal Premio Nobel Aung San Suu Kyi contro la giunta militare non avrebbe potuto godere di una forza d’urto capace di travolgere anche la più spietata repressione.

 

Ci sono tre modi di usare il cinema come strumento di indagine storica  e il primo consiste nell’adottare il modello della cronaca. È quanto ha fatto Luc Besson con The Lady, ovvero raccontando i fatti che hanno portato Suu Kyi a contrastare il governo militare birmano, a non lasciare il suo paese, a resistere nell’isolamento di arresti domiciliari che la escludevano dall’affetto del marito e dei figli rimasti in Inghilterra, priva di notizie, di qualsiasi conforto e consolazione. Besson ha accentuato questo tipo di racconto in terza persona evitando di farsi interprete della vicenda seguendola con gli occhi, e con l’animo straziato, della “dama di Rangoon”. Secondo le buone regole che dovrebbero guidare e motivare l’esperto cronista.





Pierfrancesco Favino (Giuseppe Pinelli) e Valerio Mastandrea (Luigi Calabresi)
in Romanzo di una strage (2012)


Il secondo modo si verifica quando il cinema-storia si fa inchiesta. È il caso di Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana che rivisita e in parte ricostruisce la strage di piazza Fontana, a Milano, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura verificatosi il 12 dicembre 1969.   

Come in qualsiasi provvedimento di ricerca e analisi storica Giordana esamina i fatti, quindi avanza ipotesi, tesi, supposizioni e trae conclusioni. Qualcuno, non solo in Italia ma soprattutto fuori dai confini  nazionali, aveva tutto l'interesse a dar fuoco alle micce. Come diceva Pasolini, però: “Io so, ma non ho le prove.”

Di sicuro Romanzo di una strage darà il via a un grande cineforum, ha già rinfocolato polemiche, farà da traino a nuove congetture e, magari, qualcuno che sa si lascerà scappare qualcosa di bocca. La potenza del cinema è anche questa: non solo asseconda l’immaginario, ma gli dà voce. E gli effetti si sono visti subito, attraverso considerazioni, rilievi,  puntualizzazioni a non finire. Il più delle volte affidati all’emozione del momento piuttosto che a valutazioni razionali. Come quando si è sostenuto che il possibile golpe fallì perché borghesia e classe operaia formarono un corpo unico nella città affratellata. Balle! Il golpe fallì per le titubanze di Mariano Rumor, allora presidente del Consiglio, che non se la sentì di adottare misure eccezionali. Allo stesso modo si afferma che nel film città e società sono assenti. Città e società erano sgomente, annichilite, in balia degli eventi e le facce tese di Licia Pinelli e Gemma Calabresi vanno ben al di là di una semplice delega a rappresentarle.      

Così come le figure di Aldo Moro e di Federico Umberto D’Amato, capo degli Affari Riservati, trascendono i rispettivi personaggi per farsi sostenitori di vere e proprie tesi, tutte drammaturgicamente lecite come già sosteneva Manzoni quando nel Dialogo dell’invenzione affermava che “il poeta differisce dallo storico in quanto deve inventare”. Moro è il “raisonneur” del teatro futurista, il Grillo Parlante, la coscienza critica e profetica del Paese che va oltre la contingenza del momento; D’Amato, nel suo colloquio con Calabresi, avanza tre differenti soluzioni del caso che svariano fra possibile verità, immaginazione e provocazione, affidando a ciascuna di queste una diversa prospettiva per rimettere tutto in gioco e lasciare spazio a un finale aperto. Come in effetti è. E alla domanda se i giovani d’oggi avranno da questo film lumi per capire, si può replicare chiedendoci se noi li abbiamo totalmente dopo silenzi e depistaggi durati più di quarant’anni.  





Terzo modo di manifestarsi per il cinema in veste di storico è farsi custode della memoria. In questa categoria si colloca Diaz di Daniele Vicari, referto scenico e rivisitazione documentaria dell’irruzione della polizia avvenuta nella scuola genovese la notte del 21 luglio 2001 a conclusione del G8. I fatti della Diaz sono visti come una resa dei conti, un’incontrollata e selvaggia furia vendicativa sfociata in un’isteria di massa che ha inteso scaricare un mix di tensione e violenza covato per giorni e giorni. Prima represso e poi esploso, quindi chiuso nel silenzio e infine rielaborato da Vicari conferendo visibilità a quanto doveva essere occultato. Traducendo in immagini dolenti il contenuto di rapporti, relazioni, documenti, testimonianze, verbali. Che nel loro spietato e gelido linguaggio sollevano più di un dubbio su quanto diceva Croce: “La storia non è giustiziera e un manuale non è una sentenza.”

 




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