SPAZIO LIBERO
COSIMO REGA
Riscatto e rinascita spirituale
di un detenuto
‘fine pena mai’


      
Affidato alla cura editoriale di Mario Quattrucci è uscito “Sumino ’o Falco – Autobiografia di un ergastolano”. Il libro in cui uno dei principali protagonisti del film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino, racconta la sua drammatica e sanguinosa esperienza di criminale e, poi, il suo percorso di pacificazione e di redenzione che lo ha condotto al teatro e alla fondazione di una significativa compagnia di reclusi all’interno del carcere di Rebibbia.
      



      

di Manuel Tornato Frutos

 

 

Il lancio del romanzo d’esordio Sumino ’o Falco ‒ edito da Robin Edizioni, a cura dello scrittore Mario Quattrucci ‒ svoltosi presso la Casa del Jazz, a Roma, lo scorso 6 Giugno, è stata l’occasione per conoscere approfonditamente l’autobiografia dell’ergastolano Cosimo Rega, fondatore della Compagnia di detenuti-attori del carcere di Rebibbia, ed interprete del ruolo di Cassio nel film Cesare deve morire dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino e di cinque David di Donatello – tra cui quelli per il miglior film e la migliore regia.

Nelle quattrocentottanta pagine del suo libro ‒ che ha avuto una gestazione di ben cinque anni, secondo il curatore Quattrucci ‒ l’autore racconta, con sorprendente sincerità, un’esistenza ingiusta e disonesta, macchiata da molteplici crimini, ripercorrendo la sua “vita difficile” attraverso una  speranzosa gioventù proletaria da emigrante, il primo e grande amore, la caduta nell’illegalità forzata da un ambiente circostante ostile, ed il perpetrarsi autolesionistico di un atteggiamento violento, viziato dai canoni del codice etico malavitoso.

Descrivendo il suo continuo pellegrinaggio nei differenti Istituti penali sparsi nella penisola italiana, Rega racconta lo spietato meccanismo vigente all’interno delle carceri ‒ fatto di violenze ed ingiustizie cicliche ‒ riportando dettagliatamente la sua drammatica esperienza, vissuta con carcerieri e carcerati delle diverse prigioni frequentate.

La Via Crucis di “Sumino” – soprannome d’infanzia dello scrittore ‒ detenuto dal 1975 al 1988, dal 1990 al 1993, e dal 1994 fino ad oggi, svela inizialmente un lungo e tortuoso cammino verso un vicolo senza uscita, una sofferta “non-esistenza”, in un luogo (quello delle diverse carceri) sospeso nel tempo.  Il protagonista, poi, in seguito alla temibile condanna “fine pena mai”,  deve anche fare i conti con la dura e cruda realtà della catena perpetua, consapevole di aver buttato via la propria vita, perdendo ogni dignità e speranza.





Ma proprio dalla disperata condizione di eterno recluso, scoppia la rinascita spirituale dell’ex-malavitoso salernitano, che a partire dall’incontro con la letteratura ed il teatro, intraprende un cammino personale di pacificazione e di redenzione, per sopravvivere all’infame ambiente carcerario.

Difatti, proprio da questa consapevolezza di detenuto perenne, inizia quel percorso che lo spingerà a riscoprirsi, a crearsi una nuova identità , e soprattutto grazie all’aiuto di alcuni operatori istituzionali e sociali, a riconquistare una nuova condizione umana,  che lo tramuterà da rispettato uomo d’onore ad artista poliedrico stimato  ed acclamato, sempre più consapevole della  sua  peculiare verve di animale da palcoscenico.

Pertanto, gettandosi a capofitto nello studio della poesia, comincia a confrontarsi  con le parole dei grandi drammaturghi, arricchendosi culturalmente e spiritualmente, per arrivare, infine, a ricostruire il suo tempestoso passato, riflettendo sull’assurdità delle azioni delittuose commesse, dopo aver intrapreso un estenuante lavoro intellettuale di ripensamento, attraverso una lunga e dolorosa autoanalisi.

Così, grazie all’aiuto del garante dei diritti dei detenuti e del direttore del carcere di Rebibbia, inizia a mettere in scena le commedie Natale in casa Cupiello e Napoli milionaria di Eduardo de Filippo,  utilizzando la passione per il teatro, fino a quel momento sopita, come strumento di riscatto sociale, atto a dimostrare che si può vincere la detenzione con la cultura.

Un percorso artistico che lo porterà a realizzare, come regista e attore capocomico dei detenuti-attori di Rebibbia ‒ guidati dall’autore Fabio Cavalli ‒ numerosi spettacoli teatrali, fino alla consacrazione internazionale, come protagonista dell’ultima fatica cinematografica dei fratelli Taviani, pluripremiata sia all’estero che in Italia.

Dedicherà, quindi, il resto della sua vita a lottare per il miglioramento delle condizioni dei detenuti,  attraverso lo studio ed il coinvolgimento dei reclusi ad attività artistiche, utili a sottrarli alla cultura criminale interna al carcere, per dare loro la possibilità di “ritessere” un rapporto civile con la società.

L’avvenuta catarsi personale, ormai, permette all’attore-scrittore di affrontare con serenità la pena che gli rimane da scontare, fiducioso che il successo artistico conquistato in questi ultimi tempi, servirà da positivo esempio socio-culturale per chi versa nelle sue stesse condizioni, da qui agli anni a venire.

 

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Cosimo Rega (S. Egidio Monte Albino, 1952) sconta nel carcere di Rebibbia la pena all’ergastolo.  Ha fondato il Circolo ARCI Albatros di Rebibbia Penale; è stato tra i promotori e organizzatori di importanti Convegni; ha fondato e diretto il Circolo ARCI La Rondine di Rebibbia Nuovo Complesso; ed è stato il fondatore e Capocomico della Compagnia Teatrale Liberi  Artisti Associati, a Rebibbia.

È uno dei protagonisti del film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, Cesare deve morire, che alla 62ma edizione del Festival del Cinema di Berlino ha conquistato l'Orso d'Oro.





Cosimo Rega (al centro) ascolta i fratelli Taviani sul set di Cesare deve morire (2012)





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