SPAZIO LIBERO
VISIONI POSTERIORI
La scrittura
nel viaggio chiaroscurale
della memoria


      
Autoanalisi retrospettiva di un testo poetico – “Il ponte di Heidelberg” – ripubblicato dopo due decenni, nel 2011, in versione e-book. Un testo che attraversa un’esperienza di dolore esistenziale ed etico, ma che vuole pure essere l’attesa di un dialogo, di un incontro, il tentativo di uscire dalla solitudine. Quasi un diario in quarantanove frammenti che cerca i suoi antecedenti in Montale e Ungaretti.
      



      

di Sergio D’Amaro

 

 

La scrittura è anzitutto esigenza psico-biologica, è energia libera che chiede di essere trasformata in energia legata. Per questa via essa testimonia il funzionamento del corpo, testimonia che esistiamo, che ci piace vivere.

Ogni nostro atto, e quindi anche l’atto della scrittura, avviene nel flusso indefinito del tempo, diventa elemento di un paesaggio senza confini, tappa determinata di un viaggio senza meta, dettaglio o sagoma su uno sfondo estremamente frastagliato.

La nostra mente diventa così un teatro: le azioni sceniche punteggiano lo svolgimento del dramma, che è un dramma, beninteso, interiore. Dramma interiore, quindi teatro interiore: la mente come teatro interiore. In questo teatro interiore che cosa si svolge fondamentalmente? Si svolge una continua lotta fra passato e presente, tra il già dato per sempre e i dati dell’esistente, che si trasformano senza sosta sotto i nostri occhi: un presente, quindi, che è caduco, effimero, irreversibile.

L’accumularsi del passato in forma di memoria e il disordinato sovrapporsi degli eventi presenti esige un funzionamento particolare del teatro interiore: da una parte s’instaura una sensazione media di naufragio (in cui il presente sono le onde e i relitti sono il passato), dall’altra si guarda la nave mentre, ancora intera, appare in lontananza avvolta da foschia, cioè la si distanzia e la si estrania, la si rievoca con la stessa misura e discrezione con cui si trattano le cose che non ci appartengono, ma con le quali facciamo semplicemente parte del paesaggio.

Le cose si vedono, ma immerse in un chiaroscuro, si distinguono ma sono sagome bidimensionali. Le cose si depositano nella memoria ma acquistando la qualità di residuo, di schema fossile, di lento movimento. È su questo che si appoggia la relazione d’oggetto e si origina il dettaglio, la traccia che darà vita improvvisamente alla parola. Lo choc, lo spavento (a cui si riferisce Walter Benjamin a proposito di Baudelaire, e che sembra imparentato col vecchio concetto di ispirazione), potrebbe pensarsi come l’intuizione di una forma nascente che finalmente si accampa nello spazio mentale, e diventa cellula verbale che reinventa il corpo del linguaggio, lo riorigina ogni volta.

Questa consapevolezza di cogliere, nel paesaggio, il dettaglio, e quindi di sorprendere, per così dire, nella goccia il mare, educa all’umiltà, alla misura, alla discrezione, all’ascolto, alla lenta, cioè attenta e sofferta ricostruzione della memoria. La memoria, appunto, è una specie di viaggio, è una specie di paesaggio o di flusso in cui si accendono, come dice Zanzotto ricordando il titolo di un’opera di Sereni, tante stelle variabili, tanti punti luminosi, tante polarità: un cielo o una volta o una sfera con la quale il nostro presente, la nostra realtà ora per ora si misura, si scontra, costruisce e distrugge tentativi di dialogo, raccordi, canali. Nella memoria si va a cercare quello che occorre per le necessità del momento, per i bisogni della propria esistenza in quel dato punto a cui siamo arrivati.

Giunto a questa età, cosa cerco nella memoria, oltre quel legame sottile che serve per non perdere l’identità indispensabile a trovarsi faccia a faccia col mondo?

Oggi io cerco quasi tutto quello che mi è successo, cerco una storia, una cronistoria, soprattutto cerco la verità, la mia verità e lo faccio tentando di scacciare l’oblìo: giacché la verità va trovata con fatica, implica uno sforzo di sensi e di ragione, è contro o quasi sempre contro il presente, l’esistente, l’apparente, il pacificato.





Michele De Luca, Piano, 1994, cm 70x84


La ricerca letteraria è quindi scavo, inquietudine, tensione, confronto, sorpresa, coraggio: coraggio di recuperare il passato, di guardarne le linee fondamentali, il profilo più corrugato e arduo e di rimetterlo in gioco alla prima svolta di una crisi. Per chi come me ha voluto fare i conti con un buon tratto della propria esperienza umana, è stato inevitabile il ricorso alle origini, il mito ciclico della rinascita che giunge al culmine di un conflitto depressivo. È come se giunti in fondo al pozzo ci si risolvesse alla visione della prima luce o impressione che era all’inizio della discesa, e della quale non era dato sapere più altro per scivolamento inevitabile lungo il percorso. Così in un cerchio le estremità del primo giorno e di quello che era apparso ultimo si sono toccate, hanno causato il cortocircuito adatto alla liberazione di un racconto.

Perché allora tutte quelle date in calce ad ogni lettera o frammento scritto da Madero a Friedrich ne Il ponte di Heidelberg? Soltanto ossessione del tempo o valorizzazione etica di esso? Credo che le date siano gli indicatori scrupolosi di questo itinerario che dal ricordo o dal finto ricordo strappano le tappe di una emancipazione e di una rimarginazione di ferite. Esse stanno lì quasi ad epigrafe, dicono che tutto questo è passato o si può ripetere o non si può cancellare: le cose morte si frammettono alle cose vive, il passato si distende e si incunea nelle visioni soverchianti della realtà circostante.

Il ricordo ha una potenza fantastica eccezionale perché nella rievocazione e nella riattivazione di antichi affetti o emozioni si ha, come dice Freud, elevamento del tono psichico, un caldo fluido di sentimenti-sensazioni che ci affamano e ci lusingano. I fatti banali acquistano nella distanza temporale una speciale qualità ottica, si frangono e si sfaccettano in una sorta di prisma inaccessibile, si ìridano e si nascondono. Leopardi e Proust, due forti difensori della memoria, mi sono ugualmente presenti (basti pensare alla ‘Passante’ di Proust o alla ‘Silvia’ di Leopardi: due sagome che si stagliano nette e al tempo stesso abissalmente lontane, immagini chiaroscurali ma capaci di emozioni profonde che stimolano prepotentemente ad un abbandono lirico denso, che è un sogno con tutti i suoi colori, i suoi desideri, i suoi moti, ma terribilmente inaccessibile e sacro).

Venendo finalmente al mio libro, Il ponte di Heidelberg. È fin troppo chiaro che esso è un libro di memoria. Il vento, ad esempio, del primo frammento è lo choc iniziale che increspa il paesaggio e muove sagome, ritaglia blocchi di sensazioni, è il primo balbettamento di una lingua:

 

Caro Friedrich, grandi mani spingono il vento

tra i vasi esposti sul balcone…

 

La seconda frase è puntata sullo straniamento, che si attua superando un ostacolo, la balaustra, vale a dire il confine della coscienza:

 

Lontani vanno gli occhi da questa balaustra,

alle città, alle foglie, agli uccelli

alle pietre remote del passato…

 

Lentamente l’io comincia a muoversi, a mandare segnali di essere, di disperato ancoraggio nel flusso che scorre. È la prima specifica intuizione di un tu (Friedrich): ed è a questa intuizione che devo il libro. Il ponte di Heidelberg è sì un’esperienza di dolore esistenziale ed etico, ma è anche attesa di un dialogo, di un incontro, tentativo di uscire dalla solitudine. Ricordando si constata la verità, si guarda chiaramente il tempo trascorso, irreversibile, si sa che all’altro capo c’è la morte, non c’è alcuna illusione sulla durata della ‘festa’ (semmai c’è solo la preoccupazione dello stile da assumere: infatti termino il frammento XXVI: “su come uscire dopo la festa dalla folla”).





Giuliana Laportella, Ponte Milvio (Roma, 2006)


All’interno di questa coscienza che si nutre dell’angoscia della fine, di soprassalti, di allarmi, di sospetti, c’è contraddittoriamente inserita in funzione compensatoria la libertà (ecco lo spirito etico) di rappresentare il dramma di una volontà memoriale, cioè gli sforzi, le situazioni, gli elementi, i valori, le persone che con altrettanta verità hanno abitato il paesaggio della vita.

Non c’è naturalmente solo questo dato esistenziale di fondo (il suo spessore, la sua importanza si affida ai segnali sparsi lungo tutto il libro che lo individuano e lo sottendono). C’è il dato strutturale, anzitutto. Una serie di 49 frammenti (o lettere o riflessioni o flash o microracconti) che insieme formano un organismo narrativo tendenzialmente unitario, corale. C’è una disposizione al frammento che è forse una disposizione all’opera aperta, a un dispositivo di interruttori che accendono e spengono impulsi, li agganciano alla precarietà del diario, dell’appunto, della postilla, del referto, del resoconto. È un modo molto prudente di avvicinarsi a una materia sfuggente, a una realtà refrattaria: credo che suoi antecedenti importanti possano essere il Diario del ’71 e del ’72 di Montale e, più indietro, le folgorazioni dell’Allegria di Ungaretti.

Ma siamo in un tempo già tanto diverso: semmai siamo più vicini ai pastiches linguistici di Eliot, alla sua tragica elegia di una civiltà che muore, al disorientamento per una realtà che si trasforma senza sosta. Una realtà che impone comunque una nuova dialettica tra radici e spaesamento, comune e cosmopoli, individualità e folla-massa alienante, autenticità e finzione massmediologica.

E la poesia cosa può rispondere, e come?

Si tratta ora di uscire dal singolo testo, è ora di vedere se esso, tuttavia, conterrà insieme le istanze del lirico e quelle del sociale (come dice Scalìa), avrà insieme chiarezza comunicativa e volontà sperimentale (come dice Raboni), terrà testa insomma alla sfida di una nuova soggettività che tanto più penetra nelle profondità della psiche con agguerriti strumenti analitici e tanto più viene attaccata quotidianamente da mode conformistiche e pseudoeguagliatrici.

L’orizzonte comune, che dal testo porta al campo della letteratura e della società, che fa pari l’occhiale del poeta a quello del ragioniere e della segretaria, è dominato da una psicologia fortemente disturbata: vita interna e vita esterna sono strettamente simbiotiche, prevale un atteggiamento di disponibilità all’immagine, alla finzione, allo spettacolo.

Essere neo-romantici e neo-orfici o espressionisti e allegorici?

In questi lunghi anni che ci hanno portato, secondo una scansione cronologica proposta da Roversi, dal dibattito ‘sulle idee’ (si pensi a Vittorini e all’immediato dopoguerra), a quello ‘sulle cose’ (il caso Metello di Pratolini negli anni ’50), fino ai Novissimi degli anni ’60 e al dibattito ‘sulla lingua’, giù giù fino agli anni ’70 e alla ripresa di un dibattito più ampio ‘sull’uomo’, in questi lunghi anni l’espressione poetica ha vissuto una serie di tensioni da cui è lecito aspettarsi qualche risultato: soprattutto una nuova tensione etica, uno stile più netto, una verità meno sfuggente.

 

 

 

* Il ponte di Heidelberg è stato ripubblicato in versione e-book sulla rivista on line La Recherche (10 maggio 2011). L’edizione cartacea è uscita presso l’editore Tracce di Pescara nel 1990 e ha ricevuto alcuni riconoscimenti (Lerici/Golfo dei Poeti – Opera prima; Penne; Adelfia).




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