SPAZIO LIBERO
MOSTRE
Il variopinto alfabeto verbovisivo di Giovanni Fontana


      
Si è tenuto lo scorso aprile, presso la Galleria Marcantoni di Pedaso, l’ultimo viaggio espositivo del poliartista ciociaro. “… che digerisce l’anima” consisteva in una serie di 42 tavole di collages realizzate nel 2011 e sapientemente intrecciate ai suoi versi sperimentali e distopici. Filo rosso del suo immaginario una corporeità deflagrata, dissezionata, traumatizzata, vòlta come dice Lamberto Pignotti a restituirci “una testimonianza di sopravvivenza”.
      



      

di Francesca Fiorletta





Giovanni Fontana, Senza titolo 07, 2011


Anatomici dettagli di carne, brandelli di biancheria intima, armamentari bellici, ossessive apparizioni di occhi, dirompenti spezzoni di stampa, residui di punteggiatura, incalzano e spingono verso il momento della deflagrazione, dell’implosione, dell’evento traumatico: da una parte il trauma denuncia una rottura della corporeità, dall’altra esso tende a restituire una testimonianza di sopravvivenza.

(Lamberto Pignotti)

 

 

Occhi e mani agli uomini (bellissime),

bocche e gambe alle donne.

Togliete la parola ai poeti.

Bocche per bocche e sessi.

Giurò che non l’aveva mai detto, ed era la pura verità.

(“Ode cieca alle poesie visive di Giovanni Fontana”, Mauro Carrera)

 

 

La sua tavolozza deve essere variopinta, il suo spazio d’azione ampio. Il suo attingere deve provenire da linguaggi diversi ma non lontani. Linguaggi che devono compenetrarsi, amalgamarsi, essere complementari.

(Claudio Marcantoni)

 

 

Un tempo si ripeteva a pappagallo, dai cugini francesi, che il testo è un pretesto, sarà ora di invertire a formula: il pretesto è il testo. Qui approda la storia, muti segni e silenti sennò.

(Marzio Pieri)

 

 

C’era oscura la percezione di una delusione della politica e del sociale ai quali avevamo creduto tutti, al di là delle storie individuali, e l’istinto un po’ animalesco che tempi diversi si stavano preparando per i quali non avevamo strumenti interpretativi, non eravamo attrezzati, al di là della retorica rivoluzionaria che talora ci accendeva, e che ci avrebbero lasciato al margine degli eventi, superati e ormai invecchiati, come se ci fossimo distratti e avessimo perduto la nostra occasione, il nostro momento.

(Marzio Dall’Acqua)

 

Cinque autorevoli voci, dunque, introducono l’ultima mostra di Giovanni Fontana, “… che digerisce l’anima(tenutasi lo scorso aprile presso la Galleria Marcantoni di Pedaso, in provincia di Fermo), ulteriore supplemento di indagine, estetica ed esperienziale, sulle mutevoli e difformi determinazioni della corporeità contemporanea.

Una corporeità che è in primis umana, certamente, ma che concerne anche la sfera merceologica degli oggetti di consumo, così come, non da ultimo, il regno filologico e filosofico della pagina scritta, e quindi, a tutti gli effetti, l’essenza intima del testo (artistico) stesso.

Spiega infatti l’autore, nella nota finale di questo sgusciante viaggio espositivo – il quale risulta essere, d’elezione, un viaggio condotto verso e per mezzo dell’esplorazione del dato corporeo tutto – che il nesso relazionale principe, a tratti inatteso ancorché immaginabile per chi ben conosce la poetica vibratile di Fontana, è quello che si instaura, via via, tra la parola e l’immagine:

 

È il puzzle composito del meccanismo della poesia, dove il dato è trasfigurato, deformato, denaturato in un organismo plurale ed enigmatico.





Giovanni Fontana, Senza titolo 19, 2011


Questo il senso profondo del corpo-a-corpo, strutturale e metafisico insieme, che soggiace alla rilettura e quindi all’effettiva ricreazione del mondo a-reale, generalmente e genericamente percepito, da parte di un attento poliartista del calibro di Giovanni Fontana, con larghissima esperienza nel campo delle arti visive e di gran competenza per quanto concerne l’architettura, il teatro e la musica, oltre che la letteratura, e, ovviamente, nello specifico, la scrittura intermediale.

Una scrittura decisamente composita e nutrita qui, principalmente, di “Erranze”:

 

tra esistenza ed estinzione / tra un’esigenza chiusa nella sua essenza / in libertà di essere / ecco trascorso il dire per l’atto che non è / se è necessario esser così che sia / come per esser o non esser si è operai di pensiero che scavano a mano archetipi ed idee / lavorando di sgorbia e sgarbi / o ritagliando i ponti del linguaggio su arcate d’altro peso

 

Occorrerà, quindi, si diceva, squarciare la membrana afasica di certe precostituite fissità gnoseologiche e archetipiche vigenti, al fine di rimodulare le potenzialità rappresentative dei singoli soggetti e oggetti, materiali e immateriali, che si vogliono, invece, più spesso, standardizzati e fissamente formalizzati.

Una serie di quarantadue tavole di collages (realizzata nel 2011 su carte di cm 50 x 70 e cm 35 x 5), costituisce, per l’appunto, il corpus di quest’opera, sempre dialogicamente in fieri, che Fontana mescola sapientemente coi suoi versi assonanti e distopici, antropomorfizzati e brachilogici, sintatticamente e, ancora, corporalmente funzionali ad una compiuta ricerca di senso.

Un senso mai estenuato, un senso inversamente ricalibrato. Un senso, invero, “Notturno”:

 

          

           ti dico solo la brezza della sera

ché kalispera

così l’angoscia nella sfera del giorno

e gli echi sulla scia del ritorno [

corpo che fffloscia come sacculo ingannato dal tempo [

corpo che controtempo segna il rimorso [

corpo in un sorso [

           che digerisce l’anima

           infiacchito

corpo sfinito

[ ]





Giovanni Fontana, Senza titolo 41, 2011





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