LUOGO COMUNE
CONNUBI
Chi ha paura
della libera critica?


      
La promessa chiusura del trittico eterovagante (dopo le arti visive e il melodramma, il cinema) è rimandata. In compenso, sprezzatura varia su lontane visioni, studiosi ‘cadregatici’ e il malcostume di certo giornalismo culturale. Con la chicca di una dotta recensione ad una recente pubblicazione, presso Adelphi, di un testo di Porfirio, “Sui Simulacri”, curato da Mino Gabriele e tradotto da Franco Maltomini. Il filosofo-teurgo, allievo di Plotino, è in questo frammento impegnato a ragionare sul culto della statuaria e sui connessi problemi iconologici e teologici legati all’idea dell’oggetto simulacrale.
      



      

di Marzio Pieri e Stefania Nonvel

 

 

 

una lettera di santippe

o: IL FUTURO (è) NEL LAVARETTO

 

 

Franca Valeri Vedova Socrate

 

 

Errai, candido Johnny... un mese fa aprivo così quella che nelle mie intenzioni doveva essere la terza parte di un trittico basato sulle mie attività extraparlamentari. Fermate le jeep! volevo dire su quell’esercizio di scritture da me condotto, sull’arco di oltre un quarantennio, in aree non protette dal mio negotium burocratico (maestro universitario di lettere italiane) che oggi mi consente una folle pensione (credo d’essere l’unico paperone della penisola) mentre le altre, quelle dilettantistiche o interdette, mi hanno permesso di vivere. Vivere: cioè non comprare, vendersi e far di conto, ma respirare, ma essere. Rubai dunque la statale mercede? S’interroghino i miei studenti. Si sarebbero fatti uccidere per me. La ricetta, il segreto? Volli, per loro, essere maestro italiano di lettere universitarie e no. Primo comma: nello studio non si ha (la ‘cultura’) ma si è. Unica cultura è farsi, pensandoci sù e vagliando, e intercettando gli UFO, una lingua che ‘ci’ esprima. Dunque, avendo io dato a dèdalo la tessera delle arti visive e, dopo, quella delle arti di musica (un pittore di oggi, un cantore di ieri), questa volta mi ripromettevo di chiudere con la puntata nel campo del cinema. Non ce l’ho fatta. A quell’incipit non è seguito nulla. I film che mi proponevo di rivedere, prima, sono tutti ammucchiati ma in attesa di girare di nuovo sul video. Dunque, per oggi, delego.

 

 

           

 

 

Non debbo andare lontano. La mia Santippe (omissis...) è una studiosa di Platone e dei greci. Su suo istinto, e, lo sento come un lieto ricordo, su mio fermo consiglio, non tentò la scalata agli immortali vertici della cattedra. Non ci teneva e poi era sola: il suo maestro era morto e, del resto, alla confidenza familiare che ci univa a lui (stati suoi amati discepoli al liceo e all’università), non corrispondeva una comunione intellettuale. Il torto, se torto fu, poteva anche essere nostro, che non eravamo (più) cattolici, non eravamo (mai) stati crociani, e non credevamo più alla ‘libera’ America del Piano Marshall (e di Joe MacCarthy). Lui (in tempi non sospetti antifascista – poi lo furono tutti, con la fede che poi si rivide) n’ era uscito di quegli anticomunisti che sùbito vedono rosso. Io non vedevo rosso (la stessa mia famigerata scrittura, intinta in bagni d’ironia, lo escluderebbe) ma non credo alle chiese. L’esperienza, da me non cercata ma onestamente vissuta, di educato cattolicamente (il cattolicesimo, si sa, della messa di mezzogiorno alla domenica, a tempo almeno per la benedizione), mi aveva cresciuto, paradossalmente, diritto. Nessuno si meraviglierà che mi siano mancati gli amici. Così, la mia lei aveva un ostacolo di più, che non le avrebbero concesso di superare: l’essere moglie ‘mia’. Si contentò (e fu bel contentarsi) d’esser tenuta alla pari, nelle cose che contano, da studiosi illustri della sua disciplina. L’isolamento paga: si può, ad esempio, scrivere che il Platone di un Giovanni Reale (senza togliere alcuna delle penne maestre a questo appassionato e indefesso propulsore di collane e convegni maiuscoli, in una cultura ridotta a galleria dei busti gessati) non è così nuovo né così fedele ai dettami di Tubinga né così solido e inaggirabile come appare alla pubblicistica subornata (fatta per fotocopia) o alla catena di sant’Antonio degli aspiranti cadregatici. Stando le cose come oggi stanno, sembra di esser beccài più che studiosi. Narrava un antico profeta: ho visto la scuola passare così dal sonno alla morte... e nessuno se ne accorse. Sì, dopo un bel po’ di tempo sì; – ma ormai si poteva anche farsene una ragione.

 

 

 

 

 

Qualche tempo fa mia moglie, ormai in pensione come me, fu contattata dal responsabile della pagina culturale di un noto quotidiano italiano. Non si sa mai ‘come ci scoprono’. Raccontai qualche rubrica fa l’occorsomi ‘caso Jesurum’. Da lei desideravano la recensione al libro di altra collaboratrice, che nessuno nei ‘quadri’ del giornale si sentiva di poter fare. La rec piacque e seguirono (inattesi) altri amabili inviti. La barchetta andava, senza intoppi e senza spocchia. All’ultimo, nel corso di una telefonata, venne fuori il nome del (ci raccontano) più grande critico italiano dal Poliziano al Debenedetti. Ma Lei visse a Parma? Trenta e più anni. Allora (la voce si incrina di commossa reverenza) allora Lei conosce Furio Lavaretto? Non ci frequentavamo; amavo il suocero. Il suocero? Ah sì... C’era una comune passione melodrammatica. Ah bene bene... (“ma bene... ma bene... ma bene... diceva gesuitico e lesto / l’amico del sole nel cesto”)

 

            Messa giù la cornetta, mia moglie (a me): Non si faranno più vivi.

 

 

 

 

E così pare proprio che sia stato, come da copione. Non è da farne una tragedia, ma un apologo sì, bencistà. Su la ‘libera stampa’ e sul Badrone. Così, questa volta, Santippe viene in aiuto a Socrate caduto da cavallo.

 

 

           

 

 

Era l’inizio di un western anomalo (e bellissimo), The Wonderful Country, di Robert Parrish.

 

 

 

Santippe nel West / L’Eroe caduto (da cavallo)

Dietro: Il Bell’Alcibiade

 

 

Robert Mitchum, cowboy solitario e (come Socrate) di rare e scarse abluzioni, procombe col destriero e si rompe una gamba. La leggenda vacilla... Quando fu scritto che le cose più belle le acconcino gli specialisti? Parrish era noto soprattutto come montatore e, sebbene rechino la sua firma lavori noti (come Pianura Rossa, Lucy Gallant e il bellissimo Mississippi Blues girato con l’amériphile Bernard Tavernier), varò solo un altro western, Saddle in the wind, (da noi: Lo sperone insanguinato... non si salvava un titolo...) che è nella storia del ‘genere’ per le sue relativamente precoci ambizioni intellettuali (il vilain è un John Cassavetes già sposato alla grande Gena Rowlands e alle soglie del suo esordio di mitico leader del nouveau cinéma neyworkese, con Shadows, 1959-60). Vidi, in un cinema ormai cancellato della mitica crisopoli di San Callisto da Collecchio (mai visto La città della paura? Station West, di Sidney Lanfield [1948], un western-noir), il gradevole La famiglia di Scola? 1978, in fondo una risposta ‘da camera’ al meyerbeeriano Novecento del grande Bertolucci, di appena due anni prima. Come passare dalle ombre rosse (gli ‘interni’ di Scola) al duello al sole. L’en plein air di Bernardo le Casseur.

 

 

 

 

 

 

 

Uno dei protagonisti, incalzato dalla jella, dice che ha trovato la formula per ristabilire le proprie sorti (è Massimo Dapporto): ‘il futuro è del lavaretto...’ Voleva darsi ai sanitarii. La sala esplose in un riso irrefrenabile. Era, a norma di date, come un riso profetico: aveva ancora da cominciarsi l’èra degli Eraclidi, culminata nella caduta delle muraglie di Matusalemme. Feci un viaggio a Roma (era con me mia moglie) e mi dissero: ma è vero che hai fatto cadere la giunta?

 

Era come pisciare nel Missouri.

 

 

stile classico rivisitato

 

 

 

il tramonto dell’occidente

 

 

 

 

 

 

PORFIRIO RITORNA

 

di Stefania Nonvel

 

 

La cultura (parola equivoca che poco ci piace) è tale finché impianta imboscate. Porfirio era un nome di quelli fatti scendere in nota e poi, nella memoria, privi di riscontri diretti. Nella memoria, s’intende, degli insipientes, oggi chiamati non addetti ai lavori, sui quali l’ultima parola la scrisse o pinse assai presto Bruno Munari. Vietato l’ingresso ai non addetti all’accesso ec., le sue Macchine sono del 1942, non-leggibili e aritmiche, e voleva dire aver già capito tutto mentre i meglio si dibattevano nel dilemma Hitler no/Stalin sì. Chissà perché a Munari, al suo genio grafico e pedagogico, mi richiama un recente libretto dei gloriosi Piccoli Adelphi. Porfirio, Sui Simulacri, a cura di Mino Gabriele (introduzione e commento) e di Franco Maltomini, traduttore impegnato. Un rapido controllo ci assicura che, fra i docti homines, Porfirio non è stato di certo un trascurato, basti scorrer le pagine della Bibliografia sistematica e ragionata della letteratura primaria e secondaria riguardante il pensiero porfiriano ec. ossia Porfirio negli ultimi cinquant’anni di Giuseppe Girgenti con presentazione di Giovanni Reale (1994). Allievo di Reale (nonché di Pierre Hadot ed in parte di un Gadamer tardivo), Girgenti ne ha assunta la fiera laboriosità e a lui si debbono, fra l’altro, di Porfirio le Isagoge, gli Intelligibili e la Vita di Pitagora, e la traduzione delle formidabili Enneadi di Plotino, andata a sostituirsi alla ‘trasposizione’ ispirata e personalissima, dunque oggi inservibile, del gran barnabita Cilento. In ultimo, a cura di Girgenti e di Giuseppe Muscolino, il monumento porfiresco della Filosofia rivelata dagli Oracoli con tutti i frammenti di magia, stregoneria, teosofia e teurgía, sempre per Il Pensiero Occidentale di Bompiani, vasto e valoroso progetto del quale il Girgenti è uno dei motori. Al paragone il piccolo Porfirio dei Simulacri può sembrare il pastorello Davide che fronteggia il Golia, non si trattasse di due editori così muniti entrambi. Ma ci fosse concesso proseguire nel paragone, allora la frombola del piccoletto sarebbe proprio l’idea di aver affidato il frammento, per la sua ‘messa in scena’, a uno studioso come Mino Gabriele. Il quale ha mens e mano di specialista ma anche apertura d’ali e  capacità non spavalda di scommessa o di sfida che consentono a lui iconologo e iconografo di scendere su di un terreno variamente aggiudicabile a filosofi teologi storici della chiesa cultori di pitagorismo e magia, medievisti e via dicendo, ma in prima istanza finora normalmente deserto da chi interroga e s’interroga sull’immagine.

Ne nasce un libro composito e, nel ripensarlo, come pochi altri unitario. Attorno al frammento del filosofo di Tiro, dunque greco-fenicio (non si studia una linea di questi scrittori se non proiettandola sopra un fondo politico-geografico incomparabile con le nostre nozioni più familiari, rese dispensabili sto per dire ierilaltro dalla notoria caduta dell’impero romano d’occidente), Gabriele chiama a raccolta più sezioni distinte d’intervento, una introduzione volta a stabilire l’interrelazione e la differenza fra simboli e simulacri, una nota al testo e un apparato di note d’insolita ampiezza, erudizione e chiarezza intellettuale. In più, come una rosa sul canneto, una dozzina d’illustrazioni in parte a colori, utilissime a introdurci nel folto. Sarà forse opportuno ricordare che allo studioso fiorentino si debbono fra l’altro la sontuosa edizione Adelphi della Hypnerotomachia Poliphili (in collaborazione con Marco Ariani), il Corpus Hiconographicum (le incisioni nelle opere a stampa del filosofo messo in fumo) che resta una delle pochissime idee veramente innovative nella ricerca su Giordano Bruno, e il rarissimo Neckam, un coetaneo inglese di Dante, per la Finestra editrice. La memoria iconologica è una delle più insinuanti introduzioni al fatto che ci sono scherzi, grottesche nell’immagine e nell’immaginario, e tortuosi commerci fra la parola e l’idea, il simulacro iconico, quello sonoro, e la statua (De Statuis è un titolo alternativo a quello De cultu statuarum dell’operetta porfiriana, indicativo d’un’epoca in cui la statuaria di lunga prevaleva sulla pittura).

Un’altra cosa avvantaggia il Curatore: da tante cose e strumenti dei quali si dimostra conoscitore esperto, è assente l’estetica. Sia detto una volta per tutte: l’estetica coglie un profilo e vi costruisce di sopra una Sagrada Familia di parole, riduttiva nel conoscere esondante nel persuadere. La scienza del testo (ch’è filologica e altro che filologica), l’iconologia, lo studio dei materiali, il sentimento della parola nelle sue trasmigrazioni e condensazioni è arte lunga e parca nell’esprimere. L’esser troppo diretti contrasta alla percezione della esatta valenza e caratura del pensiero di Porfirio. In quarta di copertina la presentazione è efficace – allievo prediletto di Plotino e temuto dai Padri della Chiesa, svettante intelligenza raffinata erudizione millenaria sapienza pagana – ma come dicono i francesi, ti lascia sulla tua fame. Andrebbe bene per una statua. Il sospetto strisciante e forse destinato a farsi esuberante che viene a una lettura insieme decifratoria e ricostruente è che il ‘momento di Porfirio’ possa coincidere non solo con una rimessa in forma del filosofo-teurgo – da codicillo a busto statuario – ma con un ribaltamento delle strutture tràdite oramai infracidite della trasmissione del pensiero, da una ‘età di mezzo’ in cui tutto si doveva ricostruire, gli ordini e le lingue le leggi e il phantasma i premî e le pene. Il senso del bello vi è assente perché in realtà andato ad installarsi nell’idea del divino, inconseguibile se non per simbolo e nascondimento, pervade anzi l’intera realtà. Potremmo rimandare il lettore appassionato alla storia dell’arte a un libro istitutivo come fu per noi post-moderni il capolavoro di Aloys Riegl, Die spätrömische Kunstindustrie (1901), solo che ora la portata eccederebbe i cancelli dell’industria artistica e dell’arte (tardoantica pagana bizantina barocca o musulmana) e andrebbe ad operare direttamente nei gangli cerebrali della nostra coscienza riflessiva, ossia nello specifico sapienziale, lascio ad altri decidere s’esso comprenda il pensiero teologico o ne sia ma solo esteriormente assorbito.

Ci aiuta una immagine che non ha avuto pittori: il Perì agalmatōn salvato come un piccolo koala nel marsupio di mamma-Koala, la Praeparatio evangelica di Eusebio di Cesarea, il protetto di Costantino e “il primo storico affatto disonesto dell’antichità” (Burckhardt). Tutto ritorna in discussione, a partire dalla nozione stessa di ‘pensiero occidentale’. La lancetta è ora, e di sorpresa solo per guardatori superficiali, ad Oriente. Anche restando all’interno della Piccola Biblioteca Adelphi, il libro che più ci ricorda questo Porfirio iconologo è Le porte regali del Florenskij, con cui lo Zolla introdusse in occidente il filosofo e matematico assassinato da Stalin. Era il 1977 e seguirono tredici riedizioni; pochi anni fa la Medusa editrice (roccaforte avanzata di Florenskij in Italia) ne diede una versione filologicamente avvalorata (Iconostasi) a cura di Giuseppina Giuliano. Più d’ogni altra considerazione valga il rimando al paradosso d’un papa professore che tutto sa dei teologi e appare poco forte in teologia. O il rimando a un libro che già nel titolo anticipa una tempesta magnetica che varrà da catastrofe, Oltre l’illusione dell’Occidente di Graziano Lingua (1999). “Sono sempre stato platonico e veneratore del nome” (Florenskij).

            Il nomen omen, il nome ‒ simulacro e magìa.

 

 

 

 

 

Non sarà Die Geburt der Tragoedie (ogni cosa a suo tempo). Ma di che hanno paura i nostri eroi? Del manifesto accorger de le genti? Ma basta la parola. E questa noia che provano, poi. S’eran comprati perfino Das Kapital, rimessi tutti diavoli nel ninferno.

 

Lena, ricordi ancora

Quel tempo della tua vita mortale

Quando bontà splendea fin dentro l’Orinale?

Oggi ci han dato l’olio e poi chiuso il frantoio.

 

                                    

 

 




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