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di Francesca Fiorletta
La più recente raccolta poetica di Mario Lunetta si presenta,
già dal titolo, con una forma espositiva sarcasticamente affilata, metricamente
tendente alla narratologia, che funge da cappello critico per una scrittura
che, come sempre, non concede alcuno scampo allo pseudo positivismo futuribile
e men che meno alla brutale tecnocrazia merceologica
e alla malcelata disumanizzazione delle coscienze civiche e politiche,
drammaticamente in atto nella nostra presente società mediatica.
L'identificazione biometrica è, dunque, un sofisticatissimo
sistema di autenticazione tecnologica, utilizzato prevalentemente nei sistemi
di giustizia criminale, e impiegato, poi, anche nelle pratiche di rilevamento
antiterroristiche, che consiste nella scansione digitalizzata dei più peculiari
tratti distintivi umani, dal dna alle impronte digitali, passando dall'analisi
dell'iride alla schedatura computerizzata di importanti tratti di materia
cerebrale.
Questa evoluzione involutiva dell'uomo-macchina, ha come
liberato, proprio al cospetto di una gabbia sociale dal macchinoso profilo più
che orwelliano, un inevitabile e strepitoso portato di inquietudine,
intellettuale quanto emotiva, circa le tenebrose sorti del genere umano,
ingenerando altresì una pungente riflessione, etica e artistica, sull'attuale condizione
di periclitante illibertà in cui versa, già oggi,
ogni singolo cittadino del mondo.
Per intero, dunque, l’esemplare “Prologhetto”:
Auspicabile sarebbe. Oh sì, quanto
sarebbe auspicabile, quantum auspicabile esset,
che questo libro, se così può definirsi,
somigliasse a una voragine.
Nella fornace della realtà, come chiamano
l’inenarrabile quid le anime semplici
(e tra queste la mia), precipitano i cespugli secchi
dei desideri, incapaci perfino di bruciare.
Le jour se lève. (Le jour se lève plus).
Scomparso, il giorno. Noi, qui, abbiamo
rinunciato a qualsiasi forma di nostalgia:
solum tossire, soffiarsi il
naso, passare
in qualche modo la notte. Ma non a tutti piace, tuttavia,
in un party di squali, fare al massimo
la parte della sardina: lo si tenga a mente.
Innanzi tutto, quindi, un serio e fervente augurio da parte
dell’autore stesso all’indirizzo di questo suo libro, che risuona, in maniera
stringente, come un’invocazione contro tendenza alla benemerita Musa dell'impoeticità civica contemporanea.
La scrittura militante di Mario Lunetta verte perciò, ancora
una volta, a squarciare la patina omologante dell'espressività lirica odierna,
slabbrando la tessitura posticcia degli attuali metodi informativi mediatici,
per penetrare onestamente nel fulcro, pulsante e viscerale, dei processi
comunicativi più autentici, che costituirebbero la base per una corretta
formazione, culturale e politica, della società presente.
Per perpetrare al meglio le ben note convinzioni
materialistiche, dunque, Lunetta arroventa il suo ventaglio espositivo con una
terminologia vibrante e lucidissima, che nessuno scampo concede a certe manie
celebrative e auto-consolatorie, le quali sembrano, oggi più che mai, infettare
alacremente il radicato germe politico e letterario corrivo.
Specialmente in periodi di grave crisi, economica e
umanistica, come quello in cui versa, attualmente, non soltanto l’Italia, ma
l’intera geografia delle nazioni tutte, si ravvisa il bisogno di uno sguardo
collaterale e antagonista, che serbi e divulghi un portato ideologico ancora
una volta criticamente autocosciente e demistificatorio.
La speranza, però, è labile e volatile, proprio come quelle
residuali pagliuzze essiccate di cui parla Lunetta, delle quali – farebbe
comodo ai più – si presume ironicamente composta la militanza autarchica di un
serio e combattivo operatore culturale.
Per questa ragione, espressamente, perfino i più reconditi
desideri umani sembrano ormai incapaci di suscitare in benché minimo ardore,
purché questo non sia volto alla laconica nostalgia dei metafisici tempi che
furono.
Quindi, smorzando pateticamente quel tanto mitizzato ‘fuoco
sacro’ che già troppi topoi artistici ha
nutrito nei secoli, l’uomo moderno, e, più nello specifico, l’artista del nuovo
millennio, si ritrova (ancora?) a fare i conti soltanto coi propri fisiologici
bisogni quotidiani, abbandonato com’è ad una timorosa sorta di onanismo
creazionista indotto.
Questo processo, pernicioso ma – parrebbe – inalienabile,
rinforza l’uomo nell’ostentazione magistrale dei propri personali rigurgiti
oppositivi, aizzandolo sì, ma solo blandamente, contro l’inospitalità del mondo
circostante, che risulta ormai svilito e raffigurato quasi a mo’ di mero
bersaglio estetico.
La conclusione del “Prologhetto”
succitato, risulta essere, perciò, anche il nodo focale di tutta la raccolta
poetica di Mario Lunetta, la quale, potremmo dire, estendendo il campo della
riflessione letteraria, enuclea altresì la motivazione ultima che soggiace al
suo stesso, prolifico percorso vita, sia dal punto di vista artistico che più
specificatamente umano.
Bisogna continuare imperterrita la lotta, che sia pragmatica
e intellettuale, contro gli oziosi stilemi comportamentali precostituiti, per
non rischiare di farsi inglobare da una società ormai definita liquida,
ma al contempo brutalmente cementificata, drasticamente illiberale,
furbescamente orientata ad un criminoso controspionaggio delle coscienze.
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