LETTURE
MARIO LUNETTA
      

Identificazione biometrica


Poesie scritte in sogno 2003 – 2010


Robin Edizioni Srl, Roma 2011, pp. 125, 10, 00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

La più recente raccolta poetica di Mario Lunetta si presenta, già dal titolo, con una forma espositiva sarcasticamente affilata, metricamente tendente alla narratologia, che funge da cappello critico per una scrittura che, come sempre, non concede alcuno scampo allo pseudo positivismo futuribile e men che meno alla brutale tecnocrazia merceologica e alla malcelata disumanizzazione delle coscienze civiche e politiche, drammaticamente in atto nella nostra presente società mediatica.

L'identificazione biometrica è, dunque, un sofisticatissimo sistema di autenticazione tecnologica, utilizzato prevalentemente nei sistemi di giustizia criminale, e impiegato, poi, anche nelle pratiche di rilevamento antiterroristiche, che consiste nella scansione digitalizzata dei più peculiari tratti distintivi umani, dal dna alle impronte digitali, passando dall'analisi dell'iride alla schedatura computerizzata di importanti tratti di materia cerebrale.

Questa evoluzione involutiva dell'uomo-macchina, ha come liberato, proprio al cospetto di una gabbia sociale dal macchinoso profilo più che orwelliano, un inevitabile e strepitoso portato di inquietudine, intellettuale quanto emotiva, circa le tenebrose sorti del genere umano, ingenerando altresì una pungente riflessione, etica e artistica, sull'attuale condizione di periclitante illibertà in cui versa, già oggi, ogni singolo cittadino del mondo.

Per intero, dunque, l’esemplare “Prologhetto”:

 

Auspicabile sarebbe. Oh sì, quanto

sarebbe auspicabile, quantum auspicabile esset,

che questo libro, se così può definirsi,

somigliasse a una voragine.

 

Nella fornace della realtà, come chiamano

l’inenarrabile quid le anime semplici

(e tra queste la mia), precipitano i cespugli secchi

dei desideri, incapaci perfino di bruciare.

 

Le jour se lève. (Le jour se lève plus).

Scomparso, il giorno. Noi, qui, abbiamo

rinunciato a qualsiasi forma di nostalgia:

solum tossire, soffiarsi il naso, passare

 

in qualche modo la notte. Ma non a tutti piace, tuttavia,

in un party di squali, fare al massimo

la parte della sardina: lo si tenga a mente.

 

Innanzi tutto, quindi, un serio e fervente augurio da parte dell’autore stesso all’indirizzo di questo suo libro, che risuona, in maniera stringente, come un’invocazione contro tendenza alla benemerita Musa dell'impoeticità civica contemporanea.

La scrittura militante di Mario Lunetta verte perciò, ancora una volta, a squarciare la patina omologante dell'espressività lirica odierna, slabbrando la tessitura posticcia degli attuali metodi informativi mediatici, per penetrare onestamente nel fulcro, pulsante e viscerale, dei processi comunicativi più autentici, che costituirebbero la base per una corretta formazione, culturale e politica, della società presente.

Per perpetrare al meglio le ben note convinzioni materialistiche, dunque, Lunetta arroventa il suo ventaglio espositivo con una terminologia vibrante e lucidissima, che nessuno scampo concede a certe manie celebrative e auto-consolatorie, le quali sembrano, oggi più che mai, infettare alacremente il radicato germe politico e letterario corrivo.

Specialmente in periodi di grave crisi, economica e umanistica, come quello in cui versa, attualmente, non soltanto l’Italia, ma l’intera geografia delle nazioni tutte, si ravvisa il bisogno di uno sguardo collaterale e antagonista, che serbi e divulghi un portato ideologico ancora una volta criticamente autocosciente e demistificatorio.

La speranza, però, è labile e volatile, proprio come quelle residuali pagliuzze essiccate di cui parla Lunetta, delle quali – farebbe comodo ai più – si presume ironicamente composta la militanza autarchica di un serio e combattivo operatore culturale.

Per questa ragione, espressamente, perfino i più reconditi desideri umani sembrano ormai incapaci di suscitare in benché minimo ardore, purché questo non sia volto alla laconica nostalgia dei metafisici tempi che furono.

Quindi, smorzando pateticamente quel tanto mitizzato ‘fuoco sacro’ che già troppi topoi artistici ha nutrito nei secoli, l’uomo moderno, e, più nello specifico, l’artista del nuovo millennio, si ritrova (ancora?) a fare i conti soltanto coi propri fisiologici bisogni quotidiani, abbandonato com’è ad una timorosa sorta di onanismo creazionista indotto.

Questo processo, pernicioso ma – parrebbe – inalienabile, rinforza l’uomo nell’ostentazione magistrale dei propri personali rigurgiti oppositivi, aizzandolo sì, ma solo blandamente, contro l’inospitalità del mondo circostante, che risulta ormai svilito e raffigurato quasi a mo’ di mero bersaglio estetico.

La conclusione del “Prologhetto” succitato, risulta essere, perciò, anche il nodo focale di tutta la raccolta poetica di Mario Lunetta, la quale, potremmo dire, estendendo il campo della riflessione letteraria, enuclea altresì la motivazione ultima che soggiace al suo stesso, prolifico percorso vita, sia dal punto di vista artistico che più specificatamente umano.

Bisogna continuare imperterrita la lotta, che sia pragmatica e intellettuale, contro gli oziosi stilemi comportamentali precostituiti, per non rischiare di farsi inglobare da una società ormai definita liquida, ma al contempo brutalmente cementificata, drasticamente illiberale, furbescamente orientata ad un criminoso controspionaggio delle coscienze.

 




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