di Romeo Castellucci
Questo
spettacolo nasce dalla considerazione dell’odierna ed estrema solitudine del
Volto di Gesù.
Questo
spettacolo vuole essere una riflessione sulla difficoltà del 4° comandamento se
preso alla lettera. Onora il padre e la madre. Un figlio, nonostante
tutto, si prende cura del proprio padre, della sua incontinenza, del suo crollo
fisico e morale. Crede, senza conoscerlo, in questo comandamento. Fino in fondo.
Fino in fondo il figlio sopporta quella che sembra essere l’unica eredità del
proprio padre. Le sue feci. E così come il padre anche il figlio sembra
svuotarsi del proprio essere. La kenosis troppo umana di fronte a quella
divina.
Questo
spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della
fine. Gli escrementi di cui si sporca il vecchio padre incontinente non sono
altro che la metafora del martirio umano come condizione ultima e reale. Gli
escrementi rappresentano la realtà ultima della creatura, ma anche il
vocabolario quotidiano del linguaggio d’amore che il figlio porta al proprio
padre.
Questo
spettacolo mostra sullo sfondo il grande volto del Salvator Mundi dipinto da
Antonello da Messina. Tutto lo svolgimento della scena non è che un
piano-sequenza molto semplice che descrive tutti i tentativi del figlio di
pulire e ridare dignità al vecchio genitore. Invano. Gesù, il Salvator Mundi, è
il testimone muto del fallimento del figlio.
Questo
spettacolo ha scelto proprio il dipinto di Antonello a causa dello sguardo che
il pittore ha saputo imprimere all’espressione ineffabile del volto di Gesù.
Questo sguardo è in grado di guardare direttamente negli occhi ciascuno
spettatore. Lo spettatore guarda lo svolgersi della scena ma è a sua volta
continuamente guardato dal volto. Questa economia dello sguardo obbliga, perché
interroga, la coscienza di ciascuno spettatore come spettatore. Il
Figlio dell’uomo, messo a nudo dagli uomini, mette a nudo noi, ora. Questo
ritratto di Antonello cessa di essere un dipinto per farsi specchio.
Questo
spettacolo, quando le condizioni tecniche lo rendono possibile, vede l’ingresso
di un gruppo di bambini. Entrano in scena con le loro cartelle di scuola che
svuotano presto del loro contenuto: si tratta di granate giocattolo. Uno a uno
cominciano a lanciare queste bombe sul ritratto.
È
un crescendo. Ad ogni colpo corrisponde un frastuono. Nel climax delle
deflagrazioni, imitanti degli autentici colpi di cannone, nasce dapprima una
voce che sussurra il nome di Gesù, poi si moltiplicano fino a diventare tante e
tutte ripetono quel nome. Poi, sul finire dell’azione e come fosse il prodotto
di quei colpi, nasce un canto: il “Gloria Patri – Omnis Una” di Sisak. I colpi
delle bombe diventano la musica del suo nome. In questa scena non ci
sono adulti.
Ci
sono innocenti contro un innocente. La violenza
rimane nel gesto adulto mentre l’intenzione è quella del bambino che vuole
l’attenzione del genitore distratto. Il bambino ha fame, come si dice nel salmo
88: Dio non nascondermi il tuo Volto.
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Sul concetto di volto nel Figlio di Dio (2010), regia di Romeo Castellucci
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Questo
spettacolo, quando le condizioni tecniche di ciascuna sala teatrale lo rendono
possibile, prevede in un momento l’uso dell’odore di ammoniaca. L’ammoniaca,
come si sa, è l’ultima trasformazione possibile, l’ultima fattuale
transustanziazione dell’uomo, l’ultima esalazione del corpo umano nella morte:
le spoglie dell’uomo si trasformano in gas, in aureola. Il “profumo” dell’uomo.
Il suo saluto alla terra.
Questo
spettacolo – come tutto il Teatro Occidentale che trova fondamento nella
problematica bellezza della Tragedia greca – obbedisce alle sue stesse regole
retoriche: è antifrastico, utilizza cioè l’elemento estraneo e violento
per veicolare il significato contrario. La violenza qui significa,
omeopaticamente, la ricerca e il bisogno di contatto umano; così come allo
stesso modo un bacio può significare tradimento. La lezione della Tragedia
attica consiste in questo: fare un passo indietro: rendersi disumani per potere
meglio comprendere l’umana fragilità.
Questo
spettacolo nasce come un getto diretto delle e dalle Sacre Scritture. Il libro
dell’Ecclesiaste, la Teodicea del Libro di Giobbe, il salmo 22, il salmo 23, i
Vangeli. Il libro della Tragedia appoggiato su quello della Bibbia.
Questo
spettacolo mostra, nel suo finale, dell’inchiostro nero che emana – achiropita,
non per mano d’uomo – dal ritratto del Cristo. Tutto l’inchiostro delle sacre
scritture qui pare sciogliersi di colpo, rivelando un’icona ulteriore: quella
che scavalca ogni immagine e che ci consegna un luogo vuoto.
Questo
spettacolo mostra la tela del dipinto che viene lacerata come una membrana,
come un sideramento dell’immagine. Un campo vuoto e nero in cui campeggia
luminosa una scritta di luce, scavata nelle tavole del supporto del ritratto: Tu
sei il mio pastore. È la celebre frase del salmo 23 di Davide. La scrittura
della Bibbia ha perso il suo inchiostro per essere espressa in forma luminosa.
Ma ecco che quando si accendono le luci in sala si può intravedere un’altra
piccola parola che si insinua tra le altre, dipinta in grigio e quasi
inintelligibile: un non, in modo tale che l’intera frase si possa
leggere nel seguente modo: Tu non sei il mio pastore.
La
frase di Davide si trasforma così per un attimo nel dubbio. Tu sei o non sei il
mio Pastore?
Il
dubbio di Gesù sulla croce Dio perché mi hai abbandonato? espresso dalle
parole stesse del salmo 22 del Re Davide. Questa sospensione, questo salto
della frase, racchiude il nucleo della fede come dubbio, come luce. E allo
stesso tempo è sempre lei, la stessa domanda: essere o non essere?
O
piuttosto: essere E non essere.
Questo
spettacolo è una bestemmia, come la croce è bestemmia romana, come la corona di
spine è bestemmia romana, come Gesù condannato, perché ha bestemmiato. Nel
libro dell’Esodo la sola pronuncia del nome di JHWH è bestemmia. Dante scrive
una bestemmia nel canto XXV dell’Inferno. Venerare il volto di Cristo nelle
icone era bestemmia e idolatria per i cristiani bizantini prima del Concilio di
Nicea. Galileo bestemmia quando dice che la terra gira intorno al sole.
Vedere
il proprio padre perdere le feci per casa, in cucina, in salotto è bestemmia.
Questo
spettacolo non è esatto, questo spettacolo è merda d’artista.
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