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di Enrico Pietrangeli
Si
è conclusa, con la serata del 6 gennaio, una singolare esperienza che ha visto
esordire illusionismo e poesia attraverso un canovaccio realizzato appositamente
per condurre l’evento in un bar. Uno spettacolo che si basa su due avventori,
il mago e il poeta, che entrano ed escono dal locale per interagire
direttamente con quanti frequentatori dello stesso luogo. Un’esperienza che ha
visto, in primo luogo, la possibilità d’intrattenimento di molti bambini
insieme a un pubblico più maturo e altrettanto coinvolto nell’essenziale ma
efficace strutturazione dialogica innestata sui versi estrapolati dal recente Mezzogiorno dell’animo. Una proposta intessuta,
in questo modo, rendendo organica e reale l’azione tra i due protagonisti.
Ne
è emersa quindi anche una storia, sia pure abbozzata, ma nella stessa sua intenzione
di essere traccia aperta nonché emblematica di quella che potrebbe essere una
comune vicenda umana di tanti habitué di un luogo. Qualcosa che trova valenza e
riconoscimento dell’amicizia nella ricerca di un senso di famiglia che, in
qualche modo, viene surrogato da una presenza più o meno continuativa
all’interno dello stesso bar. Nonostante il traffico e la successiva giornata
di ponte che ha invogliato molti ad andarsene fuori, consistente è stato il pubblico
che ha seguito per intero la performance. A completare la serata si è prestato
Amedeo Morrone che, con la sua chitarra, ha accompagnato lo spettacolo ed
allietato il pubblico presente con alcune sue composizioni sia all'inizio che
alla fine della rappresentazione. Come annunciato, Iolanda La Carrubba ha
curato la ripresa integrale dell’evento che, a seguire, nella stessa dimensione
di convivialità, incontro e confronto tipico di un bar, ha visto anche un’informale
e spontanea conversazione del gruppo laico cristiano degli Amici di Gesù da
poco nato in seno a Facebook. Gruppo anche promotore della stessa iniziativa
artistica. Un confronto che è stato, prima di tutto, una grande testimonianza
di antitesi ad ogni settarismo che, oggigiorno, è purtroppo ormai diffuso sotto
diverse forme. Una dialettica comunque capace, perlomeno tra i più, inclusi
alcuni atei presenti, di riportare all'amore come concetto di base, a partire
tanto dal pensiero quanto dalla sua manifestazione.
Del resto, la stessa filosofia etimologicamente altro non è che amore
per la conoscenza dove desiderio e coinvolgimento sono motore, spinta all’oltre
dell’ideale platonico che, anche con Aristotele, trova riferimenti tra
sensibilità e intelletto per trascendere. Un dibattito che,
naturalmente, continua sul profilo del gruppo: www.facebook.com/groups/gliamicidigesu/.
Personalmente trovo assai interessante e stimolante riportare una riflessione
di Walter Kasper estrapolata da un altrettanto significativo articolo
sull’Epifania dello scorso 6 gennaio di Don Mario Colavita tratto da
Primonumero.it e segnalato in un post da Albina Serembe, un’amministratrice e
attiva protagonista del gruppo: “Sta tornando veramente Dio o stanno
ritornando, in realtà, gli dèi o gli idoli? Non si tratta forse, semplicemente
di un narcisistico innamoramento di se stessi che cerca il divino in noi ma non
Dio al di sopra di noi?”.
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L'attore-mago Sergio Bini, in arte Bustric
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In
sostanza, si “deve fare i conti con il ritorno ambivalente alla religione di
molti uomini”, così come precisa lo stesso autore dell’articolo. In effetti
sono in molti e sotto diverse forme, purtroppo, che pensano di agire in nome di
armonia ed equilibrio come pure del benessere e della compassione ma, in realtà,
dimenticano od omettono spesso di mettere avanti la parola amore e, nei fatti,
il cuore. Il pathos è sostanza del verbo e, a mio modesto parere, riconoscere
questo nei nostri tempi di torpore significa dare sostanza a quanto divide il
falso dal vero. Vi è un senso di percezione, in questo presunto ritorno alla
spiritualità, che palesa una tangibile carenza d’intenzioni a donarsi
completamente all’altro, al fratello, che è chiunque incontriamo sulla nostra
strada indipendentemente dal gruppo di appartenenza, come pure si stenta a riconoscere
l’immenso amore che è la stessa natura di un Dio Padre da relegare in una vana,
se non addirittura controproducente, ricerca in noi stessi. Una ricerca tale
che, a tratti, ripercorre certi usi e consumi utilitaristici per adoratori da
vitello d’oro presagendo così una sorta di alleanza da rinnovare. Nell’Esodo
32:1-33, a seguito di questo episodio si riporta: “cancellerò dal mio libro
colui che ha peccato contro di me”, dunque non chi ha peccato o lo stesso Mosè
che vuole addossarsene le colpe per salvare il suo popolo, bensì un
negazionismo o sostituzione dello stesso divino da ridurre e condurre ai propri
fini. Il peccare, di per sé, è umano e, lo stesso male, nell’iconografia classica
del diavolo, è anche paradossalmente testimonianza indiretta di Dio nel mondo
fisico discernente il bene dal male, anche perché sono le vie di mezzo il vero
demone che è la mancata espressione degli umani sentimenti, dello slancio verso
il qualcosa o qualcuno che fa la differenza. Gli ignavi, del resto, già Dante
li aveva messi, non a caso, all’inferno. La stessa apocatastasi, in fin dei
conti, non è che un ritorno a tutto ciò che è l’Origine nella sua infinita
misericordia e amore.
Tornando
ai nostri giorni, vorrei porre attenzione sul fatto che ciò che è male è assai
più travestito e meno distinguibile di quanto sopra descritto attraverso l’indifferenza
e, addirittura, anche per mezzo di un presunto bene, felicità o benessere
piuttosto che di manifesta cattiveria. Un qualcosa che tende a negare Dio Padre
o a surrogarlo in altro piuttosto che a contrapporvisi. Un male, dunque, che
non è più quel leale “male” che si opponeva a Dio, ma si traveste di armonia e
compassione, elevazione ed affermazione del sé fino a sostituirsi a Dio. Il
punto, forse, sta in un distinguo tra anime, non quelle mondate, neppure quelle
impure, ma quelle vive, quelle che soffrono e gioiscono attraverso le passioni.
Ma questo è sempre più un mondo di anime zombie, che pur continuando a vivere
non sanno di essere già morte e condannate al nulla eterno della loro ignavia
come pure della loro presunzione di equilibri, benessere e armonia ingabbiata e
preordinata in uno scaffale da supermercato. È questo, in definitiva, il
modello di spiritualità consumato, oggigiorno, da molti. Occorre invece, a mio
parere, vivere con profonda intensità, solo così saremo in grado di assecondare
ogni disegno di Dio che a Lui poi conduce. Non importa sbagliare, l’importante
è agire, assecondare il vivere. Poi arriverà quell’occasione di amore, non
importa se sarà dolore, se saremo vinti. Beati i vinti! E questo è esattamente
il Cristo, colui che viene per stare tra i peccatori e portare il messaggio di
salvezza a tutti noi, indistintamente, scegliendo il martirio in nome
dell’Amore. Un’ambivalenza dei tempi pertanto che, volendo scorgere un “mezzogiorno
dell’animo” in prima persona, ho pagato con caro prezzo, nel coraggio di una
scelta che ho fatto lungo il mio percorso, una scelta d’amore che avrei potuto
anche omettere: “del dolore scelsi il percorso / e non più di sopire il cuore /
d’incompiuto sentire svanire”.
Un’ambivalenza
che si riflette in una sorta di Beatrice, in quanto strumento del divino, ma
anche di un’anti-Beatrice poiché non più collocabile prossima alla presenza di
Dio è colei che si vanifica nel nulla dei tempi. Tratti da alcuni inediti
composti successivamente l’uscita della prima edizione, che andranno a corredare
una seconda edizione di Mezzogiorno dell’animo
con la nascente Fusibilia, alcuni versi qui anticipati, forse meglio di altre
parole, rendono ragione dei tempi, tempi ambigui ma anche da colmare
nell’azione per una nuova alleanza che riconduca a Dio: “ ‘Gloria in excelsis
Deo’. / Ancora il tuo nome / per glorificare Dio. / Ancora quel Dio / da te
vanificato / nell’apostasia / dell’Amore”. “Scelsi d’illudermi / per infine
salvarmi / tentando di salvarti”.
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Roma, via L'Aquila al Pigneto
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