di Mario Quattrucci
A Roma, quando c’è il sole del leone, ti vengono strani pensieri,
succedono cose turchesche. Perché il sole leone di Roma è così forte che
diventa nero. Insomma: te fa diventà nero er cervelletto.
Così, o pressappoco, le prime pagine di tutti i quotidiani: Hanno ammazzato Montalbano; Il commissario Montalbano ucciso in un
agguato; Feroce assassinio del
commissario Montalbano; La mafia
ammazza Montalbano in pieno Centro a Roma…
E i TG, fin dalla prima mattutina, ad ogni edizione rilanciavano la new. Gli
occhielli e i commenti, manco uno escluso, davano per certo che la mano
assassina era stata armata dalla mafia. Le modalità del delitto, del resto, non
lasciavano dubbi. Appena uscito dall’albergo in cui alloggiava ─ Piazza
della Rotonda, angolo Via Rosetta, ore ventuno ─ un uomo in tuta nera e
integrale casco, tre colpi 9x21 di cui uno dritto al cuore, un foglio di carta
gettato sopra al corpo, l’uomo che rimonta in moto e se ne va sgasando
indisturbato. Del foglietto, all’esame del RIS, grazie alle italiche virtù del segreto istruttorio, si seppe entro tre
ore che trattavasi di pagina di libro: l’ultimo di quei libri che ormai da
venti anni immortalano le gesta dell’eroico commissario.
Dunque nessun dubbio: il famoso questurino di Vigata s’era spinto troppo
in là, e nell’ultimo caso “aveva parlato
apertamente del groviglio velenoso tra la mafia e taluni politici che anche nella
provincia di Montelusa, a dispetto di certe sottovalutazioni, era prolificato
ultimamente”. Di qui la sentenza pronunciata dalla cupola mafiosa.
Ma con tale certezza, nei commenti, anche l’altra: trovare gli assassini,
e specialmente i mandanti, sarebbe stato faticusu assai. Anzi, mormoravano già
tutti, comme lu latti di l’aceddu.
Ma non tutti, specialmente a Roma, la pensavano così. C’era quer rompipalle
di Marelli…, il meno famoso di tutti i commissari…, il quale opinava in altro
modo. E pensandola a rovescio del comune sentimento… cominciò a rompe li
zarelli a tutti quelli che incontrava. E cioè innanzitutto ai molti amici che
contava nel quartiere, e poi ai pochi giornalisti che lo stavano a sentire, e
poi su su nell’ambiente ufficiale questurino.
Iniziò la mattina de bbonóra. A li primi caffè co’ lo schizzo de mistrà,
e ai primi cappuccini col cornetto e co’ la panna, quando er Baretto di Memmo a Piazza Epiro s’era
già riempito di grici fruttaroli e pesciaroli del mercato, tirò fòri la voce e
mise giù le carte.[i]
─ Va bene ─ disse, ─ ha rotto le palle a Cosa Nostra…, anche se non risulta in
nessun posto che abbia mandato ar gabbio uno soltanto di quell’ommini d’onore…, ma ha rotto le palle
solo a loro?
─ Che vòi di’? ─ chiese Memmo dando voce alla domanda di
tutta l’assemblea.
─ Vojo di’ che il famoso commissario aveva assai nemici… e nemiche…
anche fòr delle cosche, e anche fra coloro che sembravano più amici. E a parer
mio, secondo er parere de sto stronzo che ve parla, più che alla mafia bisogna
che si guardi a quel milieu.
(Ogni tanto a Marelli, lo scaciato
ma colto commissario, gli usciva dalle labbra una parola difficile e un po’
strana…)
Peppe er rilegatore, che a causa
del mestiere s’era di molto acculturato, ed amava esibire un certo eloquio
forbito e ricercato, nonché talvolta colorito, ben comprese l’accenno di
Marelli e chiese lumi: ─ Spiegati un po’ meglio, sòr Giggé ─ disse
rimuovendo con apposita lingette, o dicasi cartaceo tovagliolo, un ricciolo di
panna rimastogli appoggiato sopra ai baffi. ─ Vorresti forse dire che la
mafia è estranea all’assassinio e fu invece un sodale o un amico fraterno a
mannallo a fa tera pe li ceci?
─ Pe mo’ nun dico gnente ─ rispose il commissario, ─ ma
presto sentirete.
E su tali parole sibilline, e alquanto minacciose, uscì per la comune.
Sortì, cioè, nella piazzetta, all’aria aperta e alla luce chiara di quel dì di
luglio di una Roma sempre un po’ imbronciata ma già arresa al sole, e alquanto
rallegrata, e ancora risonante delle grida liete e speranzose dei recenti
voti.
Quando Montalbano era caduto sotto i colpi del killer spietato aveva lasciato
da tre ore un Convegno all’Università della Sapienza nel quale, come sempre,
era stato convitato d’eccellenza, principale punto d’attrazione, pietra di
paragone e misura del creato. O almeno del creato in cui da tempo s’addipana la
gran storia dei delitti e delle pene del nostro Bel Paese.
Era stata di Patrizia Margherini la felice idea: riunire a convegno
letterario ─ “Per un possibile
paesaggio del giallo all’italiana” ─ anziché gli autori, i titolari. Cioè i protagonisti: i
commissari, gli ispettori, i sergenti, gli avvocati, i magistrati, i
giornalisti, i privati d’ogni genere e fattura, i quali in qualità di
questurini, sostituti, detective e moderni occhi-di-lince
fornivano materia…, e, come Belli avrebbe detto, figure de persona…, fossero eroi o antieroi o contro eroi…, alla
grande epopea nazionale (nazional
popolare: rivendicano alcuni) che dà linfa viva ad editori, lettori,
sceneggiatori, televisori, cineamatori di ogni sito…, metropolitano paesano
villaggiano…, del felice Paese in cui viviamo. Vero, unico elemento di
unificazione culturale degno del Centocinquantesimo annuale della Patria Unita.
Si erano così trovati insieme, per tre giorni, dentro una severa aula
d’Ateneo, in un denso dialogo con studenti e professori, gli eroi della detection italiana… Dei quali rinunciamo
a fare i nomi sia per non rischiare di dimenticarne qualcheduno, sia perché
l’elenco riempirebbe sei pagine e anche più di questo resoconto… Basti
ricordare che i maggiori, quelli delle cui gesta i mitici racconti si vendono a
non meno di duecento a botta (…mila, il va sans dire), c’erano quasi tutti… E
insieme anche qualcuno, come il povero Marelli, fra i più oscuri e ciorcinati
di tutto il cucuzzaro: lì presenti anche loro perché cari ─ forse proprio
per quella loro sfiga e ciorcinaggine congenita ─ alla Prof. Margherini e
a un altro paio di dotti e longanimi cultori.[ii]
Tre giorni di dibattito accanito in tutti gli accenti e le calate del
loquace prolifico stivale: genovesi, bolognesi, sardi, calabresi, perugini,
pugliesi… e addirittura arabo-italiani. Insomma tutti. E perfino, quando toccò
a lui di raccontare un caso della propria professione, nell’italiano de Roma di Marelli.
Ma in qualunque dialetto si parlasse (dialetto fo per dire) sempre a un
punto s’arrivava: l’inarrivabile persona di Salvo Montalbano.
Fossero i professori, fossero gli scrittori, fosse perfino un poliziotto o due, tutti, o prima o poi, e sempre
con svettanti ditirambi, al siculo fenomeno giungevano. Pietra di paragone,
abbiamo detto, modello inarrivabile, poliziotto di altissima statura e ancor
più alta d’uomo.
Naturalmente non tutti, e specialmente i protagonisti, la pensavano in tal modo. Ma i più fecero buon viso a
quel cattivo gioco ritenuto truffaldino.
Tutti i protagonisti ─ voglio dire i detective che presero parola
─ furono invece molto generosi coi propri narratori. Per forza! ─ mugugnò nel mementòmo il sòr Giggetto ─ de quattro casucci senza gròlia j’hanno
stampato storie da mijoni…!
Sta di fatto che le lodi per gli Autori risuonarono in tutto l’Ateneo, e
usando per pertuso le finestre dell’alta Facoltà (tenute aperte data la calura)
si diffusero pe’ l’Urbe. Ma la cosa più strana e più curiosa fu che non solo
lui…, Montalbano…, si sperticò a favore del grande Camilleri, ma altresì quegli
altri.
Montalbano, naturalmente gongolava. Ognuno che prendeva la parola gli
rivolgeva come minimo un saluto, ma più spesso omaggi volta a volta grati,
amichevoli, ammirati e… sempre più commossi.
Ma se l’eroe delle Due Sicilie gongolava, non così altri signori sparsi
nella sala: certi seri marescialli del Regno di Sardegna, per esempio; certi
toscani e romagnoli nemmeno nominati; i rappresentanti di un par de piemontesi
che fecero la storia e sono ormai obliterati perfino nelle Storie universali del giallo all’italiana…[iii] Né
sembravano felici, come notò Marelli, le due splendide donne che sedevano al
suo fianco (suo di Montalbano): Livia e Inge. Quelle, e senza anniscovallo…,
senza neppur sforzarsi di celarlo…, non gioivano affatto e mostravano invece,
apertamente, di avere di quel gioco le saccocce piene.
Marelli sderazzò. Non solo non sonò la serenata al siculo collega, né
tanto meno al di lui cantore, ma attaccò de brutto colui che i casi suoi…, suoi di Marelli…, aveva
trasformato in libbri de romanzo. Vale a dire il modesto sottoscritto.
Quello che non gli disse…! E che lo aveva snaturato…, e che per farlo
somigliare al parigino j’aveva cambiato infino er nome…, e che lo aveva dipinto
come un gran cojone, jotto birbo e mardivoto…, e che de qua e de là…: insomma
un scenufreggio. Ma l’accusa più grave giunse dritta al cuore. Non solo ─ disse ─ ha voluto mischiare la politica ai casi giudiziari, facendomi apparire come
un questurino iscritto al sindacato e addirittura filocomunista…, e voi capite
de sti tempi quello che vòr di’…, ma ha voluto scrivere… lui dice… in italiano:
un italiano corretto e perfino ricercato ma un po’ sperimentale,
espressionista, mescidato…, altra parolaccia che ripete spesso…, col parlato de
Roma e d’altri siti… E voi capite: chi cacchio se lo fila un libro scritto in
questo modo…? Insomma m’ha fregato!
E via su questo tono fino all’anatema del finale: Autore caro… ─ ha sibilato ─ lasciami in pace, famme riposà. Tròvate qualcun altro da fa órmo.
Uno scandalo, un fattaccio: come direbbe Peppe er tosto, un carcio farzo de cattivo odore.
Ma la proditoria filippica cadde in una quasi generale indifferenza.
L’uditorio era troppo impegnato a sbavà mèle su quer ddio der commissario
siciliano…, a incensare il divino Montalbano…, e del mio povero Marelli quasi
non s’accorse.
Basta: chiuso il convegno con quel popò di trionfo personale, Montalbano
decise di passare a Roma un par de sere. Congedò le ragazze…, Voi rientrate..., disse loro…, io mi trattengo
un altro poco col mio Autore e macari pi ddari una taliata alla Città…, e
se ne andò in albergo. Si rinfrescò, si fece figo, e si affidò alla notte. Non
gli sembrava vero di mischiarsi alla movida (che a Roma poi vòr di’ caciara) di Campo de’ Fiori Trastevere e
Testaccio, macari mbriàcarisi al lume de la luna e cercare avventura
all’Agonale… Come è finita lo sapete.
Tanto fece, Marelli, che riuscì ad aggregarsi all’indagine ufficiale. E,
naturalmente, si mise ad indagare nel senso che gli era congeniale. Moventi,
sospettabili, mezzi ed occasioni. Se possibile, ma ci aveva sperato sempre
poco, qualche prova o indizio materiale. E da lì partì.
Se ne andò al Bar Boschetto
dell’amico Jannicelli, sedette a un tavolino della piccola terrace, aprì il quadernetto marca Pigna a copertina nera che cià sempre in berta…, che ha sempre seco
lui ovunque vada…, tirò fuori l’àpise[iv] e
iniziò l’elenco.
Se escludiamo la mafia o la P4, arimucinò nella momoria,
un picciotto di Senatra o un uomo dei servizi…, quelli deviati, occhei, sennò D’Alema mi
s’incazza…, chi rimane?… In primis, come sempre, la consorte: in questo caso
Livia.
Movente tra i più forti in
generale, in questo caso più che forte: altisonante. E che te pare? Anni e anni
quella solfa, su e giù pe lo stivale, ferie a mozziconi, l’arancini preferiti a
tre giorni d’amore ai Campi Elisi, il matrimonio sempre rinviato… E poi… Poi
l’insulto. Quel proclamarsi sempre fedelone…, complice er Camilleri…, e sempre
co quell’Inge dentro casa, e con quell’altra prof di Vigata, e poi con la
gemella e con quella studentessa… e chissà chi altra… E adesso st’antra offesa:
la rimanda a casa, resta solo a Roma e se dà alla pazza gioia. Sì: il primo
sospettato è proprio Livia.
E scrisse: 1 ─ Livia.
Ar siconno posto…, in secondo luogo…, l’altra donna: la svedese. Ma te pare che storia…?! Va bene
che è del nord libera e libertina, ma quell’usarla a comodaccio suo e per
giunta nemmeno dichiararlo, farla passare da mignotta con tutti i licatesi, e
adesso addirittura portassela a Roma insieme all’altra… Ma come: c’era
l’occasione finalmente de piantalla e me fai fa sta magra? Avrà detto in
svedese, o soltanto pensato, la svedese… Insomma c’era tutta la materia d’un
movente con i contro. Sì: il secondo sospettato è proprio Inge.
E scrisse: 2 ─ Inge.
Al terzo posto, lui: l’Autore. Ma
come, si potrà obiettare, ammazza la gallina dalle uova d’oro? Elimina il
soggetto che gli ha dato tanto lustro e quel po’ po’ di rinomanza in tutto il
mondo? Con relativi dindi introitati e introitandi…? Be’: io ce credo… Lui
scrive, fa d’un commissariuccio di paese un eroe nazionale, lo porta sullo
schermo, lo innalza più in alto di Pepe e di Montale… e quello si piglia tutto
il merito e lo spazio? E poi: quando finirà? Quando finalmente potrà dire:
adesso basta mo’ racconto le storie d’un altro meritevole pi esse o magari
carruba...? Sì: me convince. L’Autore, specialmente dopo oggi e sto Convegno,
deve ave’ sbroccato. Ecco, avrà pensato (in siciliano, va da sé), mo lo faccio
secco e co’ l’ammazzatina ci campo antri dieci anni… e nello stesso tempo me lo
levo dai cabbasisi per sempre. Sì: il terzo sospettato è proprio lui.
E scrisse: 3 ─ Camilleri.
A questo punto si fermò. Posò l’àpise sul bianco tavolino ed inseguì i
pensieri. I quali, come ogni volta che iniziava a sciferà[v],
presero quella piega: i sospettati
diventavano dozzine, ogni sguardo ogni parola gli sembravano un indizio, i
moventi bullicavano come all’Acque Tiburtine…[vi]
Quante persone avevano motivo di voler vedere il Montalbano apparecchiato con
un bel cappottino di cipresso? Figurati: qualcuno che aveva mandato in
collegio; mariti cornificati; femmine sciupate; colleghi trattati come pupi… E
infine, e soprattutto, quegli altri che si sentivano scippati e soffocati da
tanta incontinente vanagloria… Ma a quel punto mise termine ai pensieri.
Aggiunse solo un nome: Brambilla Valdemaro.
E chi è sto Brambilla…? chiederete. Uno che ha notato solo lui, e con il
quale durante un intervallo del convegno, mentre sorbivano un caffè e sbafavano
un ricco tramezzino, aveva parlottato per mezz’ora. Noi, che di lui sappiamo
tutto o quasi tutto (anche se lui nega) sappiamo chi è e donde viene quel
signore…, ed altresì di cosa hanno parlato. Egli è un nipote di un certo
commissario milanese, quel grand’uomo e detective che si chiama Ambrosio, di
cui scrisse Olivieri tanto bene e del quale questi storici del ca…ppero non
parlano e non scrivono ormai più. E la parlata era sul tema dello sgarbo,
dell’oblio, della dimenticanza di quanto aveva fatto Giulio Ambrosio, l’unico
italiano assimilabile a Maigret… E poiché risultò che sto Brambilla era assai
incazzato a causa di tutto quell’incenso a Montalbano e invece della cenere ad
Ambrosio, a Zen, Santamaria e tanti altri, Marelli scrisse: 4 ─ Brambilla
Valdemaro.[vii]
Ma noi che, come detto, ben lo conosciamo, sappiamo che scrisse il nome
per scrupolo d’artista. Se davvero l’indagine prendesse quella piega, siatene
pure certi, il nome Valdemaro sparirebbe issofatto dall’elenco. Anche perché,
altrimenti, con tutti quei commissari e detective incazzati, dovrebbe allungare
molto assai l’elenco. E dunque riprese da quelli che aveva battezzato.
Prendiamo in esame intanto i tre,
si disse, poi vedremo. E proseguì sul
calepino.
Vediamo: mezzo, occasione e
potestà. Livia è giovane, in forma, atletica, sgusciante: una moto a Roma la
rimedi facilmente; una tuta e un casco al Decatlhon li trovi a quattro lire
senza lascià tracce; l’arma ce l’ha da sempre regalo dello stesso Montalbano
dopo quella volta… Finge di partire;
si cambia; inforca la Ducati;
aspetta che l’òmo esca dall’albergo, l’avvicina, spara e se ne va. Tre ore dopo
è a Bocca d’Asse. E accanto al nome Livia scrive: Verificare i movimenti dalla
fine del convegno.
Poi passa all’altra. Inge, dal punto di vista di mezzo e potestà,
è ancora meglio di quell’altra. Alta, aitante, esperta di motori, forse è
addirittura venuta con la moto, magari un’Harley Davidson ultimo modello…
Stesso movimento: finge la partenza, si rimette in tuta, si reca alla Rotonda e
lo fa secco. Indi riprende la strada per il sud. E scrive accanto a Inge: Verificare
i movimenti e se l’ha vista qualcheduno.
Adesso passa al Camilleri… Ma qui arretra… Per forza: ce lo vedete voi il
vegliardo in tuta e casco neri, a cavallo d’una moto (fosse pure una Gilera a
sella larga del ’50), volteggiare fra i tavoli del Pantheon, fermarsi davanti
al suo pupillo, prendere la mira e fare fuoco? Poi, come niente fosse, ripartì
sgommando? Coi dolori all’ossa? Co’ la panza che s’aritrova? Co l’asma? Co
l’occhiali che je cascano dal naso…? E la pistola? Dove l’ha rimediata una
pistola il povero (fo pe’ di’) Autore degli Autori…? Va bene: la pistola, con
gli amici che ha, la poteva rimediare… ma usarla a scopo omicidiario? In quel
modo…? No: non poteva essere. Non era… Ma Marelli cià la testa de cemento: Ha pagato un sicario! s’è risolto. E questo aggiusta tutto.
E accanto a Camilleri scrive: Intercettazioni ─ Verificare se ha
parlato con qualcuno dal grilletto in vendita oppure qualcuno dei servizi
(ok, deviati, che sinnò D’Alema…).
Chiuso il nero quadernetto, e molto soddisfatto del lavoro svolto, chiamò
Augusto e chiese un altro sorso. Jannicelli arrivò col marsaletto, sedette
davanti al commissario e aprì la sporta dei ricordi. Rievocarono un par de
storie del passato, certi fattacci brutti successi in quella via, se dettero
due pacche sulle spalle e… poi addio: Alla prossima Gi’. A presto Agu’.
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Luca Zingaretti, interprete del Montalbano televisivo
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La mattina seguente si recò in Questura. Chiese del Capo della Mobile
Santoro. Gli spiegò la teoria da lui elaborata e gli accennò ai possibili
sospetti enucleati in prima istanza.
Santoro l’ascoltò con attenzione, fece di sì col capoccione a tutti gli
argomenti di Marelli, e alla fine disse: ─ Bene, commissario. È
un’ipotesi seria. E dunque vada avanti: noi proseguiamo sulla pista della
mafia, lei segua l’altra. Alla fine vedremo… D’accordo?
Quando uscì dall’ufficio del Dottor Santoro, Marelli gongolava. Il Capo
della Mobile (che per un caso che nun s’è
mai visto è sbirro che comanda a Roma ma è romano) chiamò invece il Dirigente dell’Anticrimine Silipo Gaetano e così disse: ─ Gaetà, l’hai visto
Marelli entrare qua da me?
─ L’ho visto ─ fece quello, ─ e perciò me n’agge state
annascuòsto.
─ Gaetà: quello è matto. S’è bevuto er cervello. Sai che cià in
testa…?
E raccontò la pensata di Marelli.
Ma il Nostro, ignaro del commento, proseguì per la sua strada.
Prima tappa. L’amico di una vita che lavora alla Finanza: il capitano
Gaspare Bellini. Commissione: tabulati e intercettazioni del Maestro Camilleri.
Tempi? Pe’ ieri, capità!
Seconda tappa. Gli alberghi in cui erano scese le due dame… Sì, perché
anche ‘sta stranezza c’era stata: le due erano arrivate ognuna per suo conto,
ed erano scese in due alberghi differenti. Differenti anche dall’albergo in cui
era sceso Montalbano: lui all’Albergo Sole, Livia al Palace, Inge all’Hotel
Flora. Poi s’erano trovati alla Sapienza e, nei tre giorni, a pranzo e a cena
insieme tutti e tre ma la notte ognuno all’hotel suo…
Basta: al Palace i movimenti della ligure erano in memoria.
─ La signora è rientrata alle diciotto, è salita in stanza e dopo
un’ora è scesa. Ha saldato il conto, ha chiesto un tassì ed è partita.
─ Con i bagagli, naturalmente.
─ Sì. Una valigia chiara di non grandi dimensioni.
─ Sa indicarmi il taxi e magari il tassinaro?
─ Certamente, lavora per noi abitualmente.
E fece il nome del tassista, un certo Nando Meniconi della Roma Taxi.
Coi tempi ci siamo…, si disse
Marelli quando uscì. Mo’ cercamo er
tassinaro e accertamo dov’è che l’ha portata. E sfoderò il cellulare.
─ Pronto… Roma Taxi…? Sono il commissario Marelli, ho bisogno di
parlare con Nando Meniconi…
─ Dov’è lei in questo momento?
─ Davanti al Palace in Via IV Novembre.
─ Attenda là.
Dopo tre minuti il Taxi Vienna 9 della Roma Taxi era davanti al
commissario.
─ Mi cercava?
─ Sì… ─ rispose Marelli mentre saliva a bordo, ─ ora le
spiego. Intanto mi porti all’Hotel Flora.
Il taxi ripartì verso Via Veneto.
─ Ecco ─ disse il commissario, ─ lei l’altro giorno ha
preso una signora all’Hotel Palace…
─ Veramente ne avrò prese almeno quattro.
─ D’accordo, ma questa dovrebbe ricordarla. Alle 7 di sera, bionda,
molto bella, con una valigia chiara non molto grande.
─ Ah, sì: la genovese!
Marelli era su di giri: ─ Proprio lei ─ disse.
─ So che è genovese perché mi’ cognata è de lassù, e come ha aperto
bocca ho inteso la calata…
─ Bene. Ma la cosa importante è indove l’ha sbarcata.
─ Ma ha fatto qualche cosa?
─ No, è un controllo.
─ L’ho portata all’aeroporto. A Fiumicino, linee nazionali.
Porca puttana! Bestemmiò tra sé e sé, ma in modo che il tassista lo
sentisse, il povero Marelli. La principale delle ipotesi svaniva… Ma intignò:
c’era bisogno ancora d’un controllo.
─ Pronto… ─ chiamò, ─ Mario…
(era Mario Pompili, titolare
dell’omonima Agenzia)… Mario: mi
serve un’informazione sul tamburo.
─ Dite, principà ─ rispose quello.
─ Chiama quell’amico all’aeroporto, controlla che voli per Genova
c’erano l’altro giorno dalle sette in poi… sì le sette di sera… e vedete se è
partita, e a che ora, Livia Canepa Traverso…
E la descrisse.
Intanto erano giunti allo storico Hotel Flora. Licenziò Meniconi con
discreta mancia e penetrò nella famosa hall. Chiese al concierge ma quello lo
smistò dal Direttore.
─ Sì dottore… ─ disse il gentiluomo in blazer blu, pantaloni
crema e foulard fantasia, ─ la Signora Inge Borg Battilora ha alloggiato qui.
─ L’ultima volta che l’avete vista?
─ La sera del delitto, commissario. È rientrata alle diciotto e
ventidue, ha preso un whisky al bar, abbiamo parlato cinque o sei minuti, poi è
salita in stanza. Tempo mezz’ora ed era giù. Ha regolato…
─ Cash o carta?
─ Carta, credo… ma possiamo controllare.
─ Non importa, vada avanti… Ma prima mi tolga una curiosità:
intrattiene tutte le clienti al bar e nella hall?
─ No, non tutte. Ma Inge… la signora Borg… è… come dire?... un po’
speciale: scende qui frequentemente e col tempo siamo diventati amici… Sa
com’è…
─ Sì, lo so… Prosegua.
─ Dunque: ci siamo salutati, le ho offerto un altro drink ma ha
preferito un caffè americano… disse che aveva da guidare… e questo è tutto… È
scesa in garage e se ne è andata.
─ Era arrivata in moto?
─ In moto? Ma no: con la Ferrari.
─ Ed è partita con la
Ferrari…
─ Certamente.
─ Mi dà il numero di targa?
L’ebbe in due minuti.
Altra tranvata. Altra pista che sfumava. Doveva fare ancora una verifica
ma già se lo sentiva: Inge andava esclusa.
Ad ogni modo chiamò Santi alla Polstrada: ─ Santi… so’ Marelli… Sì
sto bene e tu? E i regazzini…? Vent’anni uno e diciannove l’altra…? Porca
puttana come passa il tempo… Be’ sì, mi serve un’informazione: un controllo sul
telepass.
E dettò il numero di targa e il tipo d’auto.
Poi, sconsolato, se ne andò. Decise di aspettare le verifiche ma già
sapeva i risultati.
Sedette al Caffè Strega, all’aperto, ordinò un amaro e rimase a bocca
aperta davanti al mesto trafficcaccio della grande Via: la Via della dolce vita, degli attori, della Hollywood sulle rive del Tevere… Ma
chi se la ricorda più com’era Via Veneto a quel tempo…! Riaffiorarono ricordi,
episodi, certe strane avventure. Come quando… Ma questa è un’altra storia e la
racconteremo un’altra volta: magari al prossimo convegno…
Passarono due ore, poi, una dopo l’altra, giunsero le notizie: toppa su
tutti e tre.
Camilleri non aveva parlato praticamente con nessuno: solo coi nipotini.
Uscito dal convegno aveva preso parte a un dibattito su un libro…, tanto per
cambiare uno non suo ma di un altro scrittore di quel clan. Poi s’era ritirato a casa sua dove, a tarda sera, quasi
notte, era stato raggiunto dalla terribile notizia della morte, anzi
dell’assassinio, del suo commissario.
Aveva avuto un malore. Era stato chiamato il medico personale. Niente di grave
ma riposo assoluto… E ancora riposava.
─ Ma come le sapete tutte queste cose? Mica mi dirai che un
tabulato…?
─ Quale tabulato, Marelli! Camilleri è sotto scorta da più di dieci
anni.
Sotto scorta… si disse il
commissario… dite piuttosto sotto
controllo dei servizi! Quelli non deviati…, gli disse stavolta una vocina…,
e D’Alema ha ragione. Ma o deviati o diritti sempre controlli erano…, e
serrati. E da quelli risultava che
l’Autore ─ Principe e Sovrano degli Autori ─ con l’omicidio del
commissario Montalbano non c’entrava niente.
Solo tu…, si disse Marelli
dentro sé …, potevi far credere a Santoro
una puttanata come quella… Ma tant’è… aggiunse…, tutto serve.
Dieci minuti dopo ecco Pompili: ─ Principà… Quella è partita per
davvero. Aereo delle ventuno e zero cinque, alle dieci e mezza era già sopra un
tassì diretto a Bocca d’Asse. A metà strada ha sentito dalla radio la notizia e
s’è fatta riportare all’aeroporto. Alle due di notte era all’obitorio…
─ Ma tutte ’ste cose come l’hai sapute?
─ Da Silipo, principà…
─ Già… ─ mormorò il commissario al cellulare: ─
scusame, me so rincojonito.
─ Nun ce penzate, principà ─ rispose il vecchio amico.
Ma che era ormai rincojonito, quello, er Pompili, da tempo lo pensava
pure lui.
Santi chiamò dieci minuti dopo: ─ Marelli…, stai bene?... Ma perché
mi chiedesti di quella tal Ferrari?
─ Per un controllo Sa’… Ma che t’è risultato?
─ È passata al Casello Roma Sud alle sette e quarantotto… cinque
ore più tardi passava al casello di Palermo direzione Montelusa… Ti serve a
qualche cosa?
─ Sì…, sì… Grazie, Sa’. A buon rendere… Salutami tanto la signora…
E anche Inge era sistemata. Dunque toppa, toppa piena.
Il giorno dopo, verso mezzogiorno, era da Santoro.
Riferì, spiegò, chiese scusa…, si mortificò come faceva quasi sempre
quando voleva dà la guazza a qualcheduno…, s’alzò e salutò.
─ Non t’avvilire, Mare’… ─ gli disse per congedo il grande
Capo: ─ capita a tutti, ma hai fatto un bel lavoro. Ma d’altronde era
chiaro fin dal primo istante: l’ha ammazzato la mafia.
─ Grazie…, hai ragione.
Chissà che m’era preso… Addio Vicequesto’.
E uscì da San Vitale.
Salutò il piantone…, il quale disse poi che sorrideva…, e lemme lemme,
alla romana, giù pe’ Via Nazionale si diresse al Centro.
All’una, solo, era a pranzo al Pompiere: fiore, filetto e carciofo alla
giudia[viii]; bucatini
alla matriciana; crostata di visciole e ricotta del Portico d’Ottavia e,
naturalmente, marsala Vecchio Florio.
─ Festeggia qualche cosa? ─ gli chiese il vecchio amico
cameriere.
─ Sì ─ rispose: ─ me so’ levato un dente der giudizio…
Alle due di notte era a Ponte Malmone, fuori del recinto
dell’inceneritore. Marq l’aspettava già da un quarto d’ora, a cavalcioni d’una
Guzzi Stelvio Mille-e-due nera come l’inferno.
─ Salute commissà ─ lo salutò. ─ Avete tutto?
─ Tutto ─ rispose il questurino.
Ed estrasse dal bagagliaio della Lancia un pacco consistente: ─ Qui
c’è la tuta… ─ disse, ─ e qui c’è il casco… Che fra parentesi pesa
un accidente.
─ No ─ rispose Marq: ─ il casco me lo tengo.
─ Allora ecco.
Marq prese il pacco, rimontò sulla
Guzzi, mise in moto e raggiunse l’edificio. Dopo un quarto d’ora era di
ritorno.
─ Tutto a posto? ─ chiese il commissario.
─ Tutto a posto. Dario è un amico vero, e non fa domande.
─ E…
─ Cenere, Mare’. Cenere come tutto…