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di
Francesca Fiorletta
“Se avessi
tentato, mi sarei potuta soltanto nominare. Avrei detto il nome di un giorno:
se fosse stato lunedì, certo avrei detto lunedì e la risposta era esatta.
Oppure avrei nominato una stagione, 21 marzo per esempio: certa,
inevitabilmente certa di dire la verità, persino di enunciare un postulato
carico di conseguenze, riguardanti me stessa naturalmente, per qualcuno che
volesse conoscermi. Oppure avrei potuto dire nebbia o pozzanghera o misurare in
chilometri la strada percorsa: esattamente, così mi chiamo e, se osassi dirlo,
proprio questo io sono. Un giorno mi accadrà di incontrare una intera frase che
darà il senso, ma ancora il mondo è frantumato in mille nomi”.
Le definizioni
appaiono a tratti fuggevoli, mentre il fraseggio resta quasi sempre nettissimo.
Un sillabario capriccioso è giocosamente, per atto di sfida, innestato su
corposi fili di lana, obbedienti ad un intreccio, metanarrativo e metastorico,
che si costituisce, da subito, quale sincera, sincretica autobiografia per la
coraggiosa ricerca, letterariamente socializzata, di un senso ultimo da dare
all'esistenza tutta.
Il romanzo di
Carla Vasio si costruisce alacremente come un delicato lavoro a maglia, che
acquisisce, via via, la forma ingombrante dei soggetti abbracciati; se ne percepisce il calore intenso, derivante da
una sapiente speculazione intima e al contempo plurifocale, messa in atto
dall’autrice a mo’ di programmatico, diaristico memento; si riesce a toccare con
mano la fattura pregevole della sua trama, che, pur così densa, si scopre
volutamente, parzialmente slabbrata, autoreferenziale e insieme quasi
ecumenica, specularmente prospettica.
Il perno
dialettico per l’elucubrazione della protagonista è proprio la capacità, o
meglio, la presunta impossibilità dell’esposizione.
Esposizione,
innanzi tutto, strettamente verbale, dacché ella vorrebbe, fin dalle prime
pagine, confessarsi ad un uomo, rivolgergli delle parole che – per sua stessa,
imbarazzata ammissione – potrebbero perfino apparire semplici da riferire,
forse banali, addirittura parossisticamente immediate.
Parole che,
invece, le restano strozzate in gola, imbrigliate nella memoria, proiettate in
un immaginifico scenario futuro senza futuro, timorosamente impigliate a quei
ferri del mestiere coi quali la donna tesse le fila di una straniante
quotidianità, ricucendo gli strappi, critici ed emotivi, della sua consapevole
narrazione.
Non sa dire,
dunque, la protagonista del romanzo, quello che forse non è neppure
indispensabile comunicare verbalmente: un segreto privatissimo, viscerale, la
cui entità traspare, però, illuminante, ad ogni capoverso, si propaga, sicura,
ad ogni esitazione dialogica, echeggia, per dispetto, ad ogni sospensione
sintattica.
Le molteplici
digressioni trasognate, poi, gettano il lettore in una dimensione parallela
quasi da incubo, col loro portato misterico e irrisolto, carico di nostalgia e
nutrito di istinto di sopravvivenza, quasi pasciuto di rivalsa, che è, al
contempo, il vero rimpianto personale e politico, il grande rimorso, non
rimosso, per un tempo che, probabilmente, non ci fu mai.
Costantemente in
bilico, dunque, tra un vago sentor di presagi e qualche riconoscibile voce
stentorea, la Vasio sbilancia magistralmente la narrazione, destrutturando, a
sbalzi ellittici, una prosa in nuce carezzevole e raziocinante, scorniciando,
di colpo, le più blande fotografie mai scattate, per desquamarne, sagacemente,
ogni vivida impressione coloristica.
“Mastico la
mia stessa voglia di ridere, questa risata che si disincaglia dal fangoso
sentimento delle viscere, si mischia al cibo, si schiaccia fra i denti, schiuma
sulle labbra, mi va di traverso, mi fa tossire battendo i piedi e bere l’acqua dal
rubinetto nel cavo della mano perché gli occhi lacrimosi non mi lasciano vedere
dove sono i bicchieri”.
Lo scenario è
quello classico, borghese, tipologico, di una festa danzante.
Una festa
grottesca, in cui la protagonista si sente, ovviamente, fuori posto, estranea
alla fissità estatica dei volti forzatamente sorridenti, intimamente
squadernata da un furibondo, indistinto inquadramento sociale, che la vorrebbe
sempre più leggera e volteggiante, ancora immotivatamente allegra e abbandonata
alla musica del “così è se vi pare”.
Non è così,
invece, o per lo meno non pare alla donna di essere in grado di adeguarsi a
questa muta sinfonia dell’assurdo, a questo assordante, elusivo silenzio delle
idee, in cui precipita, ormai inesorabilmente, la coartata umanità del savoire faire.
La Vasio ne
rifiuta allora, senza vergogna, con spudorata ostentazione, la gentilezza
coatta, rigettando appunto, con forza, proprio quello smaccato pessimo gusto
che si cela dietro le preconizzate gerarchie antropologiche, grattando via,
dispettosa, la patina laccata dei confezionati condizionamenti culturali del
suo tempo.
L’incomunicabilità,
dunque, è ancora il cruccio che traspare dalle parole dell’autrice, le uniche
che l’autrice riesce a pronunciare con veemenza, o così, almeno, sembrerebbe;
l’altra faccia della maschera, il risvolto del portato artistico e ideologico
della Vasio, è proprio la protratta, endemica esasperazione nei confronti della
disomogeneità, è una sensibile consapevolezza, non aristocratica bensì
autarchica, della vitalità insita nella differenza, come bisogno, pur
patologico ma altresì ragionativo, di prendere le distanze da sé e dall'altro
da sé, ossia, in buona sostanza, da quel mondo che non è mai abbastanza suo.
“Del resto, L’orizzonte ci insegna che il passato è sempre presente e
questo vale anche per il testo stesso; nel momento in cui lo riprendiamo in
mano esso agisce proprio oggi
su di noi. In un suo punto fondamentale si legge: «‘Ecco’, penso: ‘Questo è
l'orizzonte di cui mi debbo impadronire’». Il problema continua a riguardarci:
siamo ‘inglobati’ dentro un orizzonte che ci sovrasta e ci comprime, la
scommessa è quella di come uscirne (come risvegliarsi dal sonno dell’ideologia).
Si tratta, una volta ancora, di impadronirsi dell’orizzonte, di seguire la
pulsione della libertà e rovesciare le identità passivamente subite”.
Così, Francesco
Muzzioli, nel suo saggio L’orizzonte
del presente, in appendice al romanzo, intercetta lo sperimentalismo
della Vasio quale motore imprescindibile per le più moderne considerazioni,
stilistiche e politiche, che ha da compiere un lettore criticamente
intelligente e responsabile delle proprie scelte, sia etiche che culturali;
scelte che vogliano dimostrarsi avulse dalla becera ottica del mercato-fiction
e dal modaiolo appiattimento linguistico faciliore.
Carla Vasio,
infatti, stuzzica continuamente il suo pubblico, lo innervosisce perfino, quasi
lo sbeffeggia, lasciandolo, da ultimo, con le mani in mano, al cospetto di una
non conclusione della vicenda narrata.
Quel non detto,
che per tante pagine ha supportato l’andamento proteiforme e simbiotico del
flusso di pensieri dell’autrice, resterà in definitiva tale, o verrà, comunque,
svelato solo privatamente al destinatario prescelto, ossia all’uomo aspettato,
vagheggiato, temuto e adorato dalla protagonista del romanzo.
Quell’uomo non è
certo il lettore, almeno apparentemente.
Il lettore è lì,
albeggia silenzioso come un qualunque estraneo al profilarsi di un fantomatico
orizzonte iper-narrato, e altresì, da perfetto estraneo, assiste al tramonto di
questa ben ordita trama ipo-tramata, decostruita magistralmente, proprio dal
dischiudersi di una confessione secreta,
partorita lentamente e con-divisa, solo alla fine, con estrema discrezione.
Apparentemente,
dunque, si diceva, il lettore non saprà mai se davvero l’autrice si confesserà
al suo uomo, né tantomeno se il suo alter ego dialogico riuscirà a cogliere la
verità ultima di quelle parole tanto a lungo rimaste sospese, poi forse
brevemente sussurrate, in stolida annunciazione, dalla sibillina protagonista.
Ma, se trattasi
invero di lector attento e
dotato del giusto acume critico, scevro da condizionamenti obsoleti e da
merceologiche amenità convenzionali, incarnazione – quindi – del lettore
verticalizzato di cui, appunto, si discettava, si scoprirà egli ugualmente in
grado di sciogliere l’essenza profonda di quell’unico, fondamentale dialogo che
soggiace all’intera intelaiatura dell’Orizzonte di Carla Vasio.
Un orizzonte
d’attesa, ça va sans dire,
che mette continuamente alla berlina le proprie rifratte visioni prospettiche,
pungolando l’altrui, statica percezione di soggetto e oggetto comunemente
intesi, con brusche assonanze materiche ed eleganti distonie di senso.
Un orizzonte
composito e frammentario, dunque, deformante e omnicomprensivo, che convoglia e
perimetra le più sfaccettate determinazioni del saper vivere nel mondo,
tentando il riconoscimento di senso delle più pure entità pensanti e
comunicative, in un hic et nunc
non già dato, bensì faticosamente conquistato, brandito, rivendicato.
Le virgolette
restano aperte, perché noi restiamo in ascolto.
“Riportandomi alla mia singolarità come unica
sofferenza legittima, nel momento in cui prevale l’ansia del mondo curvo sopra
di me, mentre si avvicina, quando mi tocca, lo guardo portare il segno di
questa notte, unico superstite, adesso che mi parla, la frase si apre con
precisa evidenza, mentre gli dico, così che mi allontano vertiginosamente da
una possibilità e violentemente mi abbatto su una possibilità, dicendogli con parole
che si fondono al calore della bocca, escono dallo stampo, prendono una
consistenza arbitraria e propria, ripetono con facilità, con legittimità,
ripetono: «Ascolta: devo dirti...
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