LETTURE
CARLA VASIO
      

L’orizzonte

 

(Feltrinelli, 1966) - Polimata, Roma 2011, pp. 168,
10,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

“Se avessi tentato, mi sarei potuta soltanto nominare. Avrei detto il nome di un giorno: se fosse stato lunedì, certo avrei detto lunedì e la risposta era esatta. Oppure avrei nominato una stagione, 21 marzo per esempio: certa, inevitabilmente certa di dire la verità, persino di enunciare un postulato carico di conseguenze, riguardanti me stessa naturalmente, per qualcuno che volesse conoscermi. Oppure avrei potuto dire nebbia o pozzanghera o misurare in chilometri la strada percorsa: esattamente, così mi chiamo e, se osassi dirlo, proprio questo io sono. Un giorno mi accadrà di incontrare una intera frase che darà il senso, ma ancora il mondo è frantumato in mille nomi”.

 

Le definizioni appaiono a tratti fuggevoli, mentre il fraseggio resta quasi sempre nettissimo. Un sillabario capriccioso è giocosamente, per atto di sfida, innestato su corposi fili di lana, obbedienti ad un intreccio, metanarrativo e metastorico, che si costituisce, da subito, quale sincera, sincretica autobiografia per la coraggiosa ricerca, letterariamente socializzata, di un senso ultimo da dare all'esistenza tutta.

Il romanzo di Carla Vasio si costruisce alacremente come un delicato lavoro a maglia, che acquisisce, via via, la forma ingombrante dei soggetti abbracciati; se ne  percepisce il calore intenso, derivante da una sapiente speculazione intima e al contempo plurifocale, messa in atto dall’autrice a mo’ di programmatico, diaristico memento; si riesce a toccare con mano la fattura pregevole della sua trama, che, pur così densa, si scopre volutamente, parzialmente slabbrata, autoreferenziale e insieme quasi ecumenica, specularmente prospettica.

Il perno dialettico per l’elucubrazione della protagonista è proprio la capacità, o meglio, la presunta impossibilità dell’esposizione.

Esposizione, innanzi tutto, strettamente verbale, dacché ella vorrebbe, fin dalle prime pagine, confessarsi ad un uomo, rivolgergli delle parole che – per sua stessa, imbarazzata ammissione – potrebbero perfino apparire semplici da riferire, forse banali, addirittura parossisticamente immediate.

Parole che, invece, le restano strozzate in gola, imbrigliate nella memoria, proiettate in un immaginifico scenario futuro senza futuro, timorosamente impigliate a quei ferri del mestiere coi quali la donna tesse le fila di una straniante quotidianità, ricucendo gli strappi, critici ed emotivi, della sua consapevole narrazione.

Non sa dire, dunque, la protagonista del romanzo, quello che forse non è neppure indispensabile comunicare verbalmente: un segreto privatissimo, viscerale, la cui entità traspare, però, illuminante, ad ogni capoverso, si propaga, sicura, ad ogni esitazione dialogica, echeggia, per dispetto, ad ogni sospensione sintattica.

Le molteplici digressioni trasognate, poi, gettano il lettore in una dimensione parallela quasi da incubo, col loro portato misterico e irrisolto, carico di nostalgia e nutrito di istinto di sopravvivenza, quasi pasciuto di rivalsa, che è, al contempo, il vero rimpianto personale e politico, il grande rimorso, non rimosso, per un tempo che, probabilmente, non ci fu mai.

Costantemente in bilico, dunque, tra un vago sentor di presagi e qualche riconoscibile voce stentorea, la Vasio sbilancia magistralmente la narrazione, destrutturando, a sbalzi ellittici, una prosa in nuce carezzevole e raziocinante, scorniciando, di colpo, le più blande fotografie mai scattate, per desquamarne, sagacemente, ogni vivida impressione coloristica.

 

“Mastico la mia stessa voglia di ridere, questa risata che si disincaglia dal fangoso sentimento delle viscere, si mischia al cibo, si schiaccia fra i denti, schiuma sulle labbra, mi va di traverso, mi fa tossire battendo i piedi e bere l’acqua dal rubinetto nel cavo della mano perché gli occhi lacrimosi non mi lasciano vedere dove sono i bicchieri”.

 

Lo scenario è quello classico, borghese, tipologico, di una festa danzante.

Una festa grottesca, in cui la protagonista si sente, ovviamente, fuori posto, estranea alla fissità estatica dei volti forzatamente sorridenti, intimamente squadernata da un furibondo, indistinto inquadramento sociale, che la vorrebbe sempre più leggera e volteggiante, ancora immotivatamente allegra e abbandonata alla musica del “così è se vi pare”.

Non è così, invece, o per lo meno non pare alla donna di essere in grado di adeguarsi a questa muta sinfonia dell’assurdo, a questo assordante, elusivo silenzio delle idee, in cui precipita, ormai inesorabilmente, la coartata umanità del savoire faire.

La Vasio ne rifiuta allora, senza vergogna, con spudorata ostentazione, la gentilezza coatta, rigettando appunto, con forza, proprio quello smaccato pessimo gusto che si cela dietro le preconizzate gerarchie antropologiche, grattando via, dispettosa, la patina laccata dei confezionati condizionamenti culturali del suo tempo.

L’incomunicabilità, dunque, è ancora il cruccio che traspare dalle parole dell’autrice, le uniche che l’autrice riesce a pronunciare con veemenza, o così, almeno, sembrerebbe; l’altra faccia della maschera, il risvolto del portato artistico e ideologico della Vasio, è proprio la protratta, endemica esasperazione nei confronti della disomogeneità, è una sensibile consapevolezza, non aristocratica bensì autarchica, della vitalità insita nella differenza, come bisogno, pur patologico ma altresì ragionativo, di prendere le distanze da sé e dall'altro da sé, ossia, in buona sostanza, da quel mondo che non è mai abbastanza suo.

 

Del resto, L’orizzonte ci insegna che il passato è sempre presente e questo vale anche per il testo stesso; nel momento in cui lo riprendiamo in mano esso agisce proprio oggi su di noi. In un suo punto fondamentale si legge: «‘Ecco’, penso: ‘Questo è l'orizzonte di cui mi debbo impadronire’». Il problema continua a riguardarci: siamo ‘inglobati’ dentro un orizzonte che ci sovrasta e ci comprime, la scommessa è quella di come uscirne (come risvegliarsi dal sonno dell’ideologia). Si tratta, una volta ancora, di impadronirsi dell’orizzonte, di seguire la pulsione della libertà e rovesciare le identità passivamente subite”.

 

Così, Francesco Muzzioli, nel suo saggio L’orizzonte del presente, in appendice al romanzo, intercetta lo sperimentalismo della Vasio quale motore imprescindibile per le più moderne considerazioni, stilistiche e politiche, che ha da compiere un lettore criticamente intelligente e responsabile delle proprie scelte, sia etiche che culturali; scelte che vogliano dimostrarsi avulse dalla becera ottica del mercato-fiction e dal modaiolo appiattimento linguistico faciliore.

Carla Vasio, infatti, stuzzica continuamente il suo pubblico, lo innervosisce perfino, quasi lo sbeffeggia, lasciandolo, da ultimo, con le mani in mano, al cospetto di una non conclusione della vicenda narrata.

Quel non detto, che per tante pagine ha supportato l’andamento proteiforme e simbiotico del flusso di pensieri dell’autrice, resterà in definitiva tale, o verrà, comunque, svelato solo privatamente al destinatario prescelto, ossia all’uomo aspettato, vagheggiato, temuto e adorato dalla protagonista del romanzo.

Quell’uomo non è certo il lettore, almeno apparentemente.

Il lettore è lì, albeggia silenzioso come un qualunque estraneo al profilarsi di un fantomatico orizzonte iper-narrato, e altresì, da perfetto estraneo, assiste al tramonto di questa ben ordita trama ipo-tramata, decostruita magistralmente, proprio dal dischiudersi di una confessione secreta, partorita lentamente e con-divisa, solo alla fine, con estrema discrezione.

Apparentemente, dunque, si diceva, il lettore non saprà mai se davvero l’autrice si confesserà al suo uomo, né tantomeno se il suo alter ego dialogico riuscirà a cogliere la verità ultima di quelle parole tanto a lungo rimaste sospese, poi forse brevemente sussurrate, in stolida annunciazione, dalla sibillina protagonista.

Ma, se trattasi invero di lector attento e dotato del giusto acume critico, scevro da condizionamenti obsoleti e da merceologiche amenità convenzionali, incarnazione – quindi – del lettore verticalizzato di cui, appunto, si discettava, si scoprirà egli ugualmente in grado di sciogliere l’essenza profonda di quell’unico, fondamentale dialogo che soggiace all’intera intelaiatura dell’Orizzonte di Carla Vasio.

Un orizzonte d’attesa, ça va sans dire, che mette continuamente alla berlina le proprie rifratte visioni prospettiche, pungolando l’altrui, statica percezione di soggetto e oggetto comunemente intesi, con brusche assonanze materiche ed eleganti distonie di senso.

Un orizzonte composito e frammentario, dunque, deformante e omnicomprensivo, che convoglia e perimetra le più sfaccettate determinazioni del saper vivere nel mondo, tentando il riconoscimento di senso delle più pure entità pensanti e comunicative, in un hic et nunc non già dato, bensì faticosamente conquistato, brandito, rivendicato.

Le virgolette restano aperte, perché noi restiamo in ascolto.

 

“Riportandomi alla mia singolarità come unica sofferenza legittima, nel momento in cui prevale l’ansia del mondo curvo sopra di me, mentre si avvicina, quando mi tocca, lo guardo portare il segno di questa notte, unico superstite, adesso che mi parla, la frase si apre con precisa evidenza, mentre gli dico, così che mi allontano vertiginosamente da una possibilità e violentemente mi abbatto su una possibilità, dicendogli con parole che si fondono al calore della bocca, escono dallo stampo, prendono una consistenza arbitraria e propria, ripetono con facilità, con legittimità, ripetono: «Ascolta: devo dirti...




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