LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (V)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Tutte le cose che mi hai regalato si sono rotte, tranne la danza macabra sul cui verso scrivesti. È necessario sbarcare almeno una volta nel proprio inferno. T’ho presa in parola.

Qualcosa non va, non funziona. Mi sono svegliata in un bagno di sudore: il soffitto crollava e mamma mi cadeva sui ginocchi spezzandosi la schiena. In bocca sapore di muschio secco, farina, il sangue mi chiudeva le narici, vomitavo latte. Colpa tua, mi massacravi i capezzoli, mordevi per il gusto di far male e non mi sono mai rifiutata, t’ho sfamata ogni volta che hai voluto, non potevo sentirti piangere, ti sgolavi da spaccare i timpani. Un muro oscillava su di noi, e io cercavo di cavare migliaia d’olive marce da una crepa più stretta d’una ruga ferendomi le dita. Sangue e polvere.

Da anni non succedeva.

È come se qualcuno mi tenesse sospesa sull’orlo di un: sto per precipitare, ho ancora il tempo di trovare un rimedio ma non capisco quale. La fine di un’èra e il principio di un’altra.

Stavolta penerai per leggermi, io stessa fatico a decifrare i miei sgorbî: cuperose d’un avvinazzato, fulmini, sbreghi o cos’altro? Brutto segno, amica mia. Non riesco a tener ferma la penna, scivola da ogni parte come un pezzo di sapone bagnato. Dov’è la mia grafia da scoliaste? Il maestro mandava sempre me alla lavagna, sei la migliore, ti sporchi, alza le maniche, e passavo ore a copiare. Lo sforzo era tale che sudavo anche a gennaio. Tamponavo le gocce col cancellino e nessuno rideva, benché il gesso mi chiazzasse fronte guance capelli. L’esse maiuscola: tre minuti per farne una: lunga, sinuosa; un lavoro, una missione, ne ero fiera. E tu pure: dicevi alle altre la conosco, scappiamo ogni sabato, ci mettiamo sui prati a guardare, prima o poi non torniamo più, sul merci e via, grandi cose.

Spiegava le guerre sfiorandomi la spalla col ventre. Sei la migliore; ma adesso va’ al banco, ripòsati. Lo sentivo sorgere, guizzare nel fustagno ruvido, niente mutande per estrarlo velocemente all’occasione, o per raggiungerlo dal buco della tasca. Ne sentivo l’odore: strutto rancido; la forma: un tubo di coccoina. Lo vedevo a letto con la moglie azzoppata dalla polio, mammelle più grandi della testa, un groppo di carni vecchie fra lini lavati di fresco, più forte, anima mia, fàmmi a pezzi; la sua faccia nella caverna umida. Spingevo il gomito e lui mostrava il bianco degli occhi scambiando Annibale per Nelson, poi copriva la macchia col libro e strisciava verso la cattedra a dire il Paradiso godendosi gli ultimi fremiti e badandomi con la coda dell’occhio per vedere se anch’io. Mi sembrava impossibile che fra tante scegliesse me. Ero l’unica a poter uscire senz’avvisare, che si presentasse col grembiule imbrattato e avesse libero accesso al registro: quanti dieci t’ho dato malgrado il prezzo da pagare? Fingevi sdegno, poi stendevi il solito velo (rinfodera l’arma: al posto tuo avrei fatto lo stesso). La consegna era tassativa: dovevo sedermi al primo banco accanto alla finestra, guardare fuori tenendo aperte le gambe, carezzarmela con la destra e intanto leccare il pollice della sinistra senza chiudere la bocca, lasciando che la saliva colasse sul mento e sul collo fino a sparire fra i seni che ancora non avevo. Ma i capezzoli sì: turgidi, torniti; li succhiava come si fa con le ostriche quando uscivate in cortile al suono della campana. Non sentivo niente, però sapevo cosa fare, lo ruvabo alle attrici del cinema, e quando schiudevo le labbra fingendo il visibilio la sua lingua grumosa premeva la mia, mulinava più veloce di una trottola, denti palato gengive; allora gl’infilavo la mano in tasca, lo stringevo più che potevo e la vena cominciava a pulsare, finché, allentata la morsa, un fiotto bollente mi bagnava le dita, e un grido trattenuto metteva fine al delirio un attimo prima del vostro rientro, tu in testa, l’occhio torvo di chi si rifiuta di capire.

Un lavoro anche quello. Ci voleva tutta l’acqua del fiume per lavarmi. Tutti i profumi di mia madre per raschiare l’odore. Tutta la forza della mia fantasia per assolvermi e far tabula rasa in pochi secondi. Quando la sera te lo raccontavo nel giardino dietro casa dicevi maiale, un giorno ti scannerò con le mie mani. Ma io non riuscivo a giudicarlo. Mi piaceva che mi cercasse come si cerca l’aria, continuamente, con ogni pretesto. Del resto, chi mi aveva mai voluto tanto da soffocare se fingevo d’ignorarlo? da mettere a repentaglio nome onore carriera per un mio sguardo gelido? Mio padre? troppo preso dai codici miniati a lettere d’oro, che si portava anche a letto per paura dei ladri. Mia madre aspettava solo che mi levassi di torno per tuffarsi nelle sue salse puzzolenti. Aveva bisogno di quelle cose e io gliele davo, tutto qui. Senza chiedermi niente. Senza pensare ai motivi, come fanno gl’insetti. Lo so, è agli antipodi della tua natura: tu sei padrona di te, delle tue azioni, hai sempre combattuto contro i soprusi, che spettacolo le tue intemerate da passionaria: ti fermavi, rimuginavi qualcosa torcendo le dita quasi fossero idee, salivi su un muro un’auto un lampione e affondavi picche a destra e a manca scalmanandoti come un predicatore da parco. La dignità anzitutto, vero? Per me non era così, e credo d’esser rimasta la stessa. La parola cambiamento non ha mai fatto parte del mio lessico: passo da un carcere all’altro da che ho memoria di me.

(Odiami, insultami, calunniami, aspettami sotto casa con un cappuccio in testa e un’ascia in mano: non merito altro. Sapessi cosa covo dal giorno del diluvio lo faresti davvero.)





Francesco Nonino, Senza titolo, 2010


Ho letto il saggio sugli avorî afro-portoghesi: giù d’un fiato, come non mi accadeva da secoli. Noto che la tua scrittura si fa sempre più scabra, e insieme verticale, allusiva, folta di mistero: l’aggettivo scompare, cede al nome, e il linguaggio s’asciuga guadagnando in efficacia ed esattezza. Ma è il tono a lasciar basiti: distaccato e sofferto, giocoso eppure maturo, sempre disposto a rinnegarsi. Miri dritto al cuore delle questioni, mossa da un rigore speculativo altrettanto lacerante che vitale, da un’ansia di sottrazione che stupefà quando non folgora. Anche tu vuoi diventare una nuvola e dissolverti al primo sbuffo di vento?

Però qualcosa non quadra se perfino un genio come te si abbandona a simili amenità (stavo per dire sconcezze, e ti chiedo scusa, anche se so che non ce n’è affatto bisogno: tu hai sempre concepito la vita come una battaglia perpetua, senza badare a spese; allora, à la guerre comme à la guerre).

Fine dei proclami e delle estetiche totalizzanti? Tramonto del pensiero contro e sistematico? Fenomenologia? Pluralismo delle poetiche? No. Le cose stanno diversamente, oggi più che mai, e mi sorprende che tu non l’abbia capito. Questo è tempo di programmi, di manifesti, di fazioni, di marce, di pugni, di sistemi; questo è tempo d’idee potenti e generali. Vuoi lasciarmi sola a sguazzare nella broda?

Non dire che non vedi l’ignoranza più irsuta, la più crassa approssimazione in ogni sillaba scritta e compitata (qual è la differenza ormai?), in ogni colore pasticciato, in ogni botta di scalpello sciamannata da quegli impostori. Noi siamo nate in un’epoca commovente, nella quale leggere un libro, guardare un quadro o un film, erano eventi unici e insieme ripetibili, perché loro ‒ i critici gli artisti i poeti ‒ stavano là, a decine, pronti a dispensare gemme. Ore a parlare in macchina sotto la neve o la pioggia battente, tese come archi, da venir quasi alle mani, fiere di prender parte al banchetto in modo attivo, consapevole. E adesso? Ciance e vuoto.

D’ora in poi non scriverò un rigo, non traccerò un segno, se non sarò arciconvinta di indicare una via. Ogni opera un ordigno. Questo è tempo di responsabilità, e a nessuno è dato sottrarvisi.

Dovrei dirti tante altre cose se non fosse ora di andare a letto. Ho passato un’intera serata a cucire le nuove custodie degli arnesi tra un’incursione e l’altra del sarto (mi trovasse con l’ago in mano dovrei rassegnare l’anima a Dio: è cosa mia, dice, non t’azzardare) e a riflettere su come risolvere il problema degl’interni. Mi illuderò, ma credo di esserci. Acido e sabbia. Sabbia grossa di fiume. Basta calcolare al millesimo di secondo il periodo di corrosione e fermarsi poco prima, lasciando fare ai granelli.

Non vedo l’ora di cominciare.

E anche tu fremi, confessalo.

 

 

Ho sognato il maestro. Copione quasi pronto. Gli chiedo di ammazzare sua moglie e lui ride spingendole in petto un pugnale tempestato di rubini che si trasformano in agrifogli quando il sangue li inzuppa, e tu urli maledetto, ti credi più pazzo di me? posso cavarti gli occhi e buttarli ai cani senza darti il tempo di dirmi addio; lasciala, o prepàrati allo schianto. Ma un oceano ti inonda e la tua voce affoga mentre berretto sulle ventitré stacco scaglie di pelle dura come cuoio dai piedi della morta e le adagio in uno scrigno di ferro a disegni provenzali per farne mappe e pergamene da spacciare ai lati delle piazze coi codici di mio padre che s’immerge più nudo d’un bruco in una fonte gelata al centro di un giardino d’inverno mugolando di piacere quasi fosse latte appena munto e fa sfoggio d’auctoritates stringendo il maestro che gli carezza le natiche inanellando coblas capfinidas con pronuncia perfetta, qui ci vuole concinnitas, simmetria, ecco la cellula gametica, gliele apre, exornationes, se lo impugna a due mani e dentro, per effabilia ad ineffabile, volano incastrati uno nell’altro, succhiati da un gorgo scaturito dalla tua strozza, e io ti guardo felice quando, appesa per i capelli alla cupola del cielo, li accogli sguainando la daga lingua penzoloni: giù le teste, maiali. Quanto t’ho amata.

Un vecchio maiale, già; ma grazie a lui mi sentivo l’eletta, la serva-regina, e questo bastava ad alleviare il martirio, a compensare il ribrezzo. Hai mai provato a non pretendere nulla da nessuno? ad allearti coi tuoi nemici contro di te? a ricevere le umiliazioni come giusti supplizî da patire con un sorriso? Sensazione suprema, altro che santità. Zittire l’io e accettare quel che viene benedicendo comunque la sorte. Se capisci che l’unica ricchezza è la privazione, se ami chi ti soverchia tanto da aiutarlo a infierire, ti sentirai libera, nuova. Non è una fede, è al tempo stesso un’ermeneutica e una tecnica di sopravvivenza, fondata su tre regole d’oro che forse ricordi ancora: bucare il tetto, squarciare la corazza, sparire.

Non l’ho mai giudicato, neanche quando mi seguiva in bagno, appoggiava una guancia allo stipite ordinandomi di non chiudere la porta e restava lì, mentre allungavo il rito sperando di dargli il massimo piacere possibile: un’eternità per abbassare la tavoletta e sbottonare la gonna, ancor più per piegare con cura la carta, tirare in dentro la pancia e nettarmela girando lentamente il polso e curvandomi per mostrargli il collo (tu c’eri la volta che entrò bocca schiumante, mi saltò addosso, mi sfilò la blusa come si sbuccia una banana e mi costrinse a farglierla in mano, prima di farla lui stesso, un torrente, bagnandomi da capo a piedi; c’eri, ti vidi allo specchio, c’eri e tacevi mentre poi m’asciugava con la lingua, piagnucolando e supplicandomi di non dirlo a nessuno, no che non lo dico).

Neanche quando mi afferrava alle spalle, mi issava sul manubrio della bicicletta da gendarme e pedalava forte sulla scesa sino alla foce stringendomi ai fianchi i ginocchi e annusando l’odore dei miei capelli appena lavati. Poi sulla rena, a un passo dalla sponda, chi fa il cerchio più grosso? Mi cercava le pietre strisciando naso a terra fra i vinchi, la voglio liscia, se non è liscia e schiacciata non la lancio; le sterrava spezzandosi le unghie senza un lamento, mi guardava raggiante e le posava nella mia mano lercia dopo averla morsa e succhiata, mettila qui, adagio, non stringerlo, devo appena sentirla, così.

Neanche quando passava la notte sotto il mio balcone, chiuso nello spolverino di pelo lucido, e faceva segnali che io sola potevo capire: sciaguattando nei pantani, picchiando le dita sui cofani, fingendo di salutare qualcuno all’altro lato della piazza con la sua voce da ragazzo. Mi toglievo il pigiama, accendevo il lume accanto alla finestra, lo velavo con lo scialle di mia madre e accennavo giri di danza, sapendo che non c’era altro modo per dargli pace. Poi lo seguivo con lo sguardo e mentre la foschia lo inghiottiva dicevo brava, chi è più brava di te? sei la migliore, tutti gli uomini ti adorano, anche il maestro, perfino i vecchi in punto di morte, dovrebbero segnarti sui libri, farti statue. Finché il tacchettio si spegneva. (E d’improvviso ‒ non l’ho mai detto a nessuno, ma tuttora succede quando ho bisogno di luce ‒, all’improvviso il tempo si faceva poroso, discreto, e tutte le cose rallentavano perché le capissi, perché potessi aderirvi perfettamente: il vento, le voci dei bambini, il volo della mosca sulla tenda, il flusso del sangue nelle vene, il basso continuo di papà, i gesti larghi e teatrali di mamma: come un treno in procinto di fermarsi, un grammofono spento di colpo strappando il filo; sentivo sulla lingua il sapore della lentezza, forte, concreto, lo sentivo in gola, in testa, pasta molle appiccicosa da cui non volevo liberarmi, mi assorbiva e digeriva nei suoi interstizî: ne avevo gli occhi vinti, colmi; gomma densa dolcissima che attenuava a poco a poco i rumori e spegneva ogni intenzione di moto per farmi spazio; ma i pensieri no: tutto rallentava e loro galoppavano, da non poterli arrestare, finché si trasformavano in una selva d’urli che immaginavo olmi avvinghiati fra cielo e terra ai piedi d’un valico nel tramonto inoltrato; poi silenzio, e da quel momento non ero, non sono più la stessa. Un modo di affondare le radici? di zavorrarmi per sfuggire al veleno dell’astrazione? Anche di questo dovremo discutere.)





Pierre-Yves Le Duc, Soap Opera, 1996


Qual era la mia paga? Esaudire ogni sua volontà con la devozione di una schiava. Rubargli l’anima. Vivere per, mediante lui. Guardarmi coi suoi occhi e scoprirmi diversa.

Ho sempre agito così.

Con tutti.

Anche con te.

Credo d’esser nata per questo.

Ma ora ho paura. Ancora un minuto di questo strazio e vomito, giuro, fino all’ultima goccia d’acqua, qui, sul tavolo, come facevo da piccola, quando papà mi cacciava in gola il cucchiaio colmo gridando giù, perdio, manda giù, ti conviene, se non è adesso sarà stasera, e se non sarà stasera domani ricominciamo, c’è tutto il tempo. Gli sputavo in faccia la broda e lui mi spingeva in macchina, sfrecciava sui tornanti tenendomi ferma con una mano sulla testa e cantando a squarciagola più per umiliarmi che per coprire le strida. Si inoltrava nella macchia, frenava a secco, mi buttava nel fango e spariva. Affondavo la testa fra le ginocchia per non vedere il buio e dicevo Dio, non farmi morire qui, non così, se torna mangio tutto, mi gonfierò fino a scoppiare. Ma quando l’auto riappariva la prendevo a sassate (ancora oggi il rumore dei vetri rotti mi). L’avrei ucciso quando schioccava le dita e m’invitava a salire come niente fosse. L’avrei squartato. Arso vivo. Sognavo di metterlo in croce, inchiodargli mani e piedi, strappargli le budella con un ferro rovente, spalancargli la bocca e ficcargliele dentro; poi saltare in macchina, avviare il motore e passargli sopra otto volte, il mio numero fortunato, gridando come un’ossessa per coprire il suo ringhio da bestia offesa.

Non volevo saperne d’ingoiare la sbobba. E nemmeno adesso voglio saperne. È questo il punto: non voglio saperne e una parte di me non desidera altro. Una parte che odio e sfugge totalmente al mio controllo.

Devo uscire da quest’inferno.

Non ti chiedo di servirmi la soluzione su un piatto d’argento: nessuno potrebbe, ne sono pienamente consapevole. Ma mi farai un gradito servizio se non ripeterai la solita solfa: che sono il mio peggior nemico, che devo smetterla di guardarmi allo specchio e ingigantire le cose più del dovuto, che è già successo infinite volte e ne son sempre venuta fuori senza gravi danni, che la mia inclinazione al dramma mi porterà alla rovina, che presto o tardi si farà materia per i miei quadri e perciò devo gioirne, che il dolore affina lo spirito, che non tutto il male viene per.

Non dirlo. Non adesso. Aiutami piuttosto a capire. Cos’è questo non avere orizzonte? questa voglia di rinuncia, la sete di passività e di rinvio che mi secca? Mi basta una tabella di marcia, un percorso. Seguirò per filo e per segno le tue istruzioni. E se straparlo non volermene. Pazienta. Lasciami fare.

Vorrei tanto continuare ma me ne manca il tempo: il sarto sta per arrivare e devo ancora rassettare cucina e soggiorno, spinare i pesci, farcire la cacciagione, infornare il pane, preparare gl’impasti di dolci e lasagne, trinciare la carne, finir di cuocere il ragù, limare e smaltare le unghie, mettere in piega i capelli, passare le gambe a fil di rasoio, rassettare la stanza degli ospiti (chi mi porterà stavolta?) e non so quante altre cose. Ho paura che si alteri: lo sconterei a caro prezzo (ma forse è proprio questo che).

Scrivimi. Ricevere le tue lettere è una festa. La postina lo sa e comincia a suonare il campanello dalla curva della chiesa. Una volta si aggrappò alla gamba del fauno per non finire nel fango. Che effetto ti fa fiorire sulla bocca di chi nemmeno ti conosce?

 

 

A proposito di specchi: non ce n’è uno, acqua nastro cristallo o celluloide, che possa restituirci fedelmente, fedelmente dico, la nostra immagine: dunque non mi sono mai vista, né posso vedermi come tu mi vedi, ossia quale realmente sono; ho di me una nozione irrimediabilmente falsa, distorta. Spesso mi punto gli arnesi addosso mentre dormo scrivo parlo con qualcuno sotto casa o faccio l’amore col sarto: ascolto la mia voce stridula, osservo i movimenti goffi da bimbetta malcresciuta e inorridisco, quasi fosse la prima volta che mi vedo.

Non possiamo conoscerci. Anche solo in senso fisico. Dovremo riflettere su questo: chissà che non sia qui, proprio qui, l’origine di tutte le sciagure: il solco incolmabile tra il simulacro che fabbrichiamo di noi e quello dagli altri percepito.

 

 

Domani comincia l’estate, la tua stagione. La sentivi in bocca, ti prudeva il palato, ingrassavi a vista d’occhio, la pelle si faceva di bronzo e d’un tratto sapevi di buono (per me era solo un muro che impediva la vista, qualcosa che doveva passare). Eri tu ad annunciarla: arrivavi con plotoni di ragazzi belli e ottusi come capre (li battezzavi coi numeri: 1, vieni qui; 2, dàmmi da accendere; 3, fàmmi godere e poi lèvati, non voglio vederti per un secolo), sbraitavi finché non m’affacciavo tra i geranî, ti muovi o no? Buttavo i colori, infilavo il bolero e giù a precipizio sulle scale. La prima meta era Cheope: si chiama ancora così quel masso a forma di piramide inversa a picco sull’argine? Balzavamo di schiena in schiena e in un momento eravamo in vetta, a tu per tu con le nuvole, coi gabbiani allibiti e il sagrestano albino che suonava le campane aggrappato alla corda come un pipistrello e si strappava i capelli dalla paura, pazze, via di lì, volete morire? chiamava il prete con la sua voce di struzzo, lui arrivava ansimando e tu farfugliavi padre, mi confessi, ho molto peccato, e tutti a smascellarsi sentendo come 5 t’avesse presa alle spalle, sbatacchiata a terra peggio d’un polipo, mi infilzava, dietro, davanti, senza ritegno, duro, una clava, e più cercavo di svincolarmi più lui affondava nella mia debole carne, un trapano nel burro; ma c’è di peggio, godevo come una scrofa, mi sbrodolavo, mai sguazzato tanto, l’anima gridava vade retro e il corpo prendimi, squartami; che potevo fare per proteggermi da questa forza della natura? lo guardi: anche lei si sarebbe arreso, padre santissimo reverendissimo. E intanto guaivi in preda a un accesso convulso puntando gl’indici su 5, che non sapeva dove buttarsi: secco storto infermiccio, alto mezza spanna, raspi di bubboni sulla fronte, sul collo, un’orecchia sbeccata, l’altra troppo grande per appartenergli, alito da atterrare mandrie, bastava un dito a farlo cadere, e quando cadeva si copriva la testa con le braccia scalciando smitragliando ingiurie contro nemici invisibili. Mi tenevo i fianchi. Non ho più riso tanto da quella volta.

Bisogna che chiuda. Mi hanno chiesto un racconto. Due giorni di tempo. Non ne ho voglia ma pagano. Ho pensato al popolo dei rifiuti, li hai mai visti? Intere famiglie in pellegrinaggio perpetuo da un bidone all’altro: ridono spingendo birocci stracarichi, si girano ogni tanto a contemplare i tesori scambiandosi sguardi increduli: radio sfasciate gomme manici d’ombrello prese elettriche fazzoletti sporchi dischi pugnali sillabarî cofanetti sventrati camicie lampadine esplose registri ventilatori senza pale batterie scariche lettere d’amore piene di ghirigori gabbie ventagli tastiere corde di chitarra scatole di carne mai aperte rubinetti televisori cornici fermacarte accendisigari paralumi pacchi di biscotti senza biscotti. La madre tiene alto il coperchio e i piccoli si tuffano dentro. È il nonno a dire cosa prendere con voce da patriarca.




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