LUOGO COMUNE
ADDII
Stefano Giovanardi:
la missione
del critico
del Novecento


      
È morto a soli sessantatre anni lo studioso romano, uno dei nostri migliori italianisti, a lungo collaboratore del quotidiano La Repubblica. I suoi interessi svariavano da Palazzeschi a Debenedetti, da D’Annunzio a Gadda, da Pavese a Bufalino, alla poesia nostrana contemporanea. In coda, un ricordo pure dello storico Marco Galeazzi, deceduto per il medesimo male.
      



      

di Simona Cigliana

 

è morto lo scorso 30 ottobre, all’età di  sessantatre anni  Stefano Giovanardi. L’avevo conosciuto quando, ancora  assistente, mi era stato assegnato come correlatore di tesi.  Un bel ragazzo, moro moro, molto perbene, che aveva appena pubblicato per Cappelli il suo primo libro, La critica e Palazzeschi. Gli portavo i capitoli in Facoltà o nella sua casa vicino piazza Farnese, talvolta insieme con altri colleghi laureandi, come me contenti di quel correlatore con il quale ci si poteva fermare a parlare di letteratura e poesia fino a tarda sera,  che prendeva sul serio i nostri tentativi letterari, discutendone come si trattasse di testi  canonizzati. Aveva grandi mani, un po’ goffe, la figura alta e dinoccolata, e già allora quella vena disincantata e  scettica, quella risata gorgogliante e un po’ chioccia con la quale liquidava vizi e malvezzi del mondo, accademico e non, cercando di scrollarsene di dosso l’amarezza.

Non molto tempo dopo la mia laurea, ci ritrovammo  poi  a lavorare insieme  nel comitato di redazione del “Cavallo di Troia”, per il quale periodicamente ci si riuniva, a casa di Paolo Mauri, il direttore, spesso con gli altri membri della Cooperativa Scrittori: Giampaolo Dossena,  Gaio Fratini, Giuliano Gramigna, Angelo Guglielmi, Alfredo Giuliani, Luigi Malerba, Walter Pedullà, Antonio Porta. Veniva a trovarci, qualche volta, anche  Elio Pagliarani e, sugli argomenti  e gli articoli della rivista da fare, nascevano accesissime discussioni, tenute alte dallo spirito di ricerca del gruppo, ma rese sempre imprevedibili dall’estro ludico e perfino goliardico che sembrava in quelle serate ridestarsi nell’animo dei canuti neoavanguardisti.  A Giovanardi  e soprattutto  a me, che ero un po’ la mascotte della situazione, spettava il lavoro di “cucina”: le telefonate, l’editing dei pezzi, la correzione delle bozze e, man mano che la rivista e noi si cresceva, anche il privilegio di pubblicare qualche pezzo e il compito del brainstorming da cui doveva prendere avvio il lavoro collettivo in tutti quei casi in cui non c’era una sorpresa già pronta nel cappello del nostro inesauribile direttore. “Il Cavallo di Troia” si è fatto così, dal 1981, per quasi dieci anni.

Proprio per il secondo numero del “Cavallo”, Stefano propose lo stralcio di una non ancora pubblicata lezione di Giacomo Debenedetti, intitolandola  Montaigne  o la musica della ragione e corredandola di una breve nota, poche densissime righe nelle quali, nel suo riflettere sulle caratteristiche della “ragionevole” prosa di Debenedetti – e di Montaigne – emerge l’amore profondo che ha sempre mosso il suo lavoro critico, incentrato, se non esclusivamente,  soprattutto sul Novecento: quella ammirazione, quella fiducia nella poesia che gli hanno dettato le sue cose migliori, pur sempre così attente alle peculiarità tecniche del dettato: come le pagine sulla poesia simbolista francese o quelle sul “simbolismo naturale” di Pascoli, solo per ricordarne qualcuna. Perfino quando parla di un romanziere e delle qualità della sua prosa narrativa, Giovanardi  ascolta “la musica delle parole”, indaga sulla loro qualità poetica, teso a cogliere,  nella prosa, la tensione che la fa vibrare, la temperatura intellettuale e sentimentale che eccede la semplice misura referenziale del  pensiero e dei sentimenti da esporre. Convinto che “Non vi è prescrizione che tenga, per quanto riguarda la poesia”, egli era sempre tuttavia alla ricerca di quella “dimensione totale” dalle cui profondità sgorga ogni autentica voce letteraria o poetica, “dimensione in cui l’uomo poeta entri in tutto e per tutto, qualsiasi sia il campo di applicazione” o di ispirazione da cui quella voce è sollecitata. Proprio in forza di questa autenticità integrale, che trascende ogni finzione e che prescinde dai colori delle ideologie e dal pregiudizio sulla dignità della materia, la “grande” poesia  e la “grande”  letteratura entrano di diritto e naturalmente, secondo Giovanardi,  nel circuito della storia e si fanno riconoscere in ogni tempo  e nella specificità di ogni individuale linguaggio.

Di Giovanardi, divenuto nel tempo membro delle giurie dei più importanti premi letterari italiani, tra i quali lo Strega, i necrologi  ricordano oggi, oltre al primo volume della Storia della narrativa italiana del ’900 (Feltrinelli 2004), firmato insieme a Giovanna De Angelis , e al  volume (Im)pure tracce. Caratteri della poesia italiana del ’900, del quale è stato autore insieme a Giorgio Bàrberi Squarotti e a Niva Lorenzini,  i saggi su d’Annunzio, Pirandello, Gadda, Alvaro, Pavese, Bufalino.  Credo tuttavia che una buona parte dei suoi scritti sia rimasto disperso su riviste e quotidiani e spero che qualcuno si dia ora la cura di raccoglierli e pubblicarli, supplendo alla cronica mancanza di tempo di cui ha sofferto l’autore, sempre in viaggio tra Roma e Pavia, tra Roma e il Molise, secondo quanto gli imponevano via via gli obblighi della sua non semplice carriera che forse proprio ora cominciava a riservargli alcuni meritati riconoscimenti. 





Stefano Giovanardi


Stefano, lui,  se n’è andato troppo presto, a causa di un male,  implacabile quanto fulminante, che lo ha stroncato in pochi mesi – e al quale io personalmente, senza tener conto di altri casi di cui ho ultimamente sentito dire, devo imputare la perdita recente di almeno un’altra persona, un intellettuale forse meno noto ma a me ancora più caro, Marco Galeazzi, storico e saggista che fu tra gli animatori attuali della Fondazione Gramsci, tra i collaboratori del “Manifesto”  fin dai primi anni del quotidiano e per molto tempo  militante dell'omonimo gruppo politico. Su di lui  ha scritto un commosso profilo Aldo Garzia, sul “Manifesto”  del 16 novembre 2011. Sarà l’inquinamento radioattivo dell’atmosfera, dopo i numerosi  quanto incresciosi incidenti; sarà la sempre più grave contaminazione del suolo, delle falde acquifere, del cibo; o forse, più di tutto, come credo, la diffusione  del cellulare che, usato senza auricolare e senza discriminazione, sottopone l’organismo ad un intenso bombardamento  elettromagnetico – ma i casi di cancro al cervello mi sembrano essersi diffusi in maniera inquietante. Non sto stabilendo una precisa equazione ma, nel dubbio, invito intanto alla lettura di alcuni siti,  (www.linkiesta.it/elettrosmog-inquinamento-cosa-fare , www.disinformazione.it/paginaelettrosmog.htm,www.corriere.it/salute/sportello_cancro/11_maggio_31/oms-cellulare-wireless-cancerogeni_a5ba3960-8ba2-11e0-93d0-5db6d859c804.shtml), da cui ancora una volta si apprende che milioni di persone usano ordigni ed energie sui cui effetti ancora troppo poco si sa e sui cui possibili (o probabili) effetti nocivi colossali  interessi economici impongono la massima riservatezza. 

Marco Galeazzi, che è stato mio compagno al Virgilio, è morto giusto un anno fa. Studioso del PCI, aveva lavorato fino a pochi mesi  prima della “confusione” che era stata il primo sintomo del male, al suo ultimo libro, Il Pci e il movimento dei paesi non allineati (1955-1975), uscito per i tipi di Franco Angeli. Aveva al suo attivo altri due volumi: Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani (Editori Riuniti 2003), scritto con il giornalista Antonio Gambino, e Togliatti e Tito. Tra identità nazionale e internazionalismo (Carocci  2005). Da vero storico, Galeazzi  aveva scritto i suoi libri indagando su fonti di  prima mano: negli archivi del PCI, del PCF e della ex Jugoslavia per il suo ultimo volume;  nel cosiddetto “Fondo Mosca”  del Partito e nei depositi  del ministero degli Esteri italiano per il libro del 2005, arrivando a rischiarare alcuni scenari  del nostro passato prossimo di una nuova luce, che egli, nel suo indefettibile ottimismo della volontà,  avrebbe  sperato atta ad illuminare, magari anche di sbieco, le scelte del presente.  Alieno ai  compromessi, ancora integro nella sua capacità di entusiasmarsi, di  concepire l’amicizia e l’impegno politico, Marco si era tenuto fuori dai giochi di partito e, se si eccettua una breve esperienza a Bruxelles, come collaboratore del Gruppo del Pci al Parlamento europeo, aveva scelto di restarsene a fare il professore di storia in un liceo romano, dove aveva insegnato a lungo, stimato dai colleghi e amatissimo dai suoi ragazzi. A dargli  l’ultimo saluto, al Cimitero acattolico della Piramide, c’erano perciò tanti studenti, alcuni amici e compagni di vita, qualche compagno di partito e quasi tutti i suoi ex compagni di classe che, coltivando  negli  anni,  singolarmente, l’amicizia con lui, avevano cercato di mantenersi in contatto con la parte migliore della loro giovinezza.




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