LUOGO COMUNE
ROMANZO INEDITO
Geco (1)



      

di Gualberto Alvino

 

 

I

 

E se fosse così? Se fosse davvero così? La cosa che ho tanto temuto sta per arrivare, questo è certo. Sarà già qui, nascosta sotto un tavolo, fra i libri, dietro la tenda, nelle pieghe del pigiama, in mezzo alle tele, attaccata alla pelle ai capelli alle ciglia, o quaggiù, in fondo alla gola, pronta a bucare il guscio e a schizzar fuori col primo sternuto per sgraffiarmi la faccia e fiondarmi in chissà quali. Mi striscia sul petto, sul collo, allunga i tentacoli, fra un momento stringerà e mi ostino a non vederla, come non vedo la grinza all’angolo della bocca che l’antiquaria mi stira ogni mattina davanti al portone, all’angolo dove? sei cieca? lì, sotto il naso, sembra una freccia spuntata, la guglia di un giavellotto persiano smangiata dalla ruggine.

È successo milioni di volte, tranne il finale conosco il copione a menadito. Sono ancora vigile, non credere, benché tutto cospiri a far supporre il contrario. Lui è l’unico a non volerlo capire: oggi mi ha svegliata per nessun motivo, ha le chiavi da che mi slogai la caviglia l’estate scorsa, barcollavo, non era ancora giorno, la faccia mi cascava a pezzi, ho detto vieni, andiamo di là, ti faccio qualcosa. Aveva uno sbrego sul braccio che tentava di coprire con la manica, non ho fame. L’ennesima rissa, ho pensato. Uno lo guarda per più d’un secondo? gli zompa al collo come una iena. Tamponava il sangue come si schiaccia un moccolo. No, forse si è ferito tagliandomi l’abito, chiudendo il pacco; avrei dovuto chiederglielo, ma odia le domande a bruciapelo. M’ha scoperto i seni con l’unghia del mignolo e ha cominciato a brucarli, convinto di farmi piacere. Ho cercato di non deluderlo strizzandoli, grattandogli la testa, alzandoli con le dita. Poi ha voluto che gli succhiassi la lingua, sapeva di spirito e carne bollita, anche la voglia di fragola sotto la gola sapeva di bollito, solo un po’ acre, il sudore, ma l’ho leccata lo stesso, più forte che ho potuto: tremava, si piegava in due, occhi rossi, bocca schiusa, ho avuto paura. M’ha guardato di traverso e ha infilato la porta senza una parola; no, una l’ha detta, a bassa voce, per farsi sentire meglio: prepàrati; significa che devo tenermi pronta; a niente di preciso, pronta e basta: un forno, una pompa di benzina, un distributore di sigarette; dice che tutto mi aggira come il fiume un macigno, dice che sono io a volerlo perché appartengo alla razza d’Abele, bava della terra; se non altro mi riconosce la capacità di volere qualcosa.

 

Dunque, è così?

Parla liberamente. D’ora in poi lo farò anch’io. Senza remore. E soprattutto senza logica. La logica è la guazza degli stolti, ricordi? Uno: spezzare le sinapsi; due: crearne di nuove; tre: la via della verità è un filo d’aria cui solo ai folli è dato aggrapparsi. Le più antiche, le più salde e luminose delle nostre idiozie, i fari di sempre.

Più nessuna difesa. Il terrore morde, una tenia, crampi allo stomaco, vuoto, non mangio da secoli. Bere sì, tanto, qualsiasi liquido, buono o cattivo, forte o leggero non importa, meglio se limpido e freddo: ho l’impressione che mi lavi, che raschi le ombre insieme alle scorie. Ma il cibo è un corpo estraneo, schegge di granito che si fermano a metà strada; mastico fino a spaccarmi le mascelle, né su né giù, prendo a pugni lo sterno e loro lì, non c’è modo, le fitte mi strappano il fiato e non c’è verso di smuoverle. Ho fatto mille tentativi: ingoiare litri d’acqua tiepida la mattina presto a digiuno; scegliere alimenti puri, mai mescolarli, modiche quantità a orarî precisi; evitare la posizione supina dopo i pasti; nuotare dieci metri sott’acqua senza fermarmi fino a farmi scoppiare i polmoni (vado a caccia di molluschi dietro le Torri quando i pescatori si ritirano: li prendo con le mani, li ficco nella sacca, li porto a casa, li allineo sul tavolo, ci gioco inventando storie di navi e tempeste, ne faccio filetti e li lascio a marcire; poi li do ai gatti del quartiere, che li ricevono trepidi, grati, e mi piazzo in prima fila a godermi lo spettacolo di quella selva di vibrisse tremolanti di piacere); arrivo al punto di sfiancarmi nel parco a gara coi bracchi sotto gli occhi spauriti dei vecchi (uno mi porge la fiasca a ogni giro implorandomi di smettere, ma non perde d’occhio il cronometro e si sfila la giubba per lavorare meglio, mentre sua moglie aizza i cani).

Niente. Restano qua, piantate come querce, sembrano dirmi non si passa, bellezza, strada sbarrata. Sarà perché il fumo mi cuoce il palato e non riesco a distinguere i sapori? Perché mangio per dovere e ogni volta non posso fare a meno di pensare a quel che succede qua dentro, e al momento, ancora più schifoso, in cui dovrò disfarmene accettando d’essere nient’altro che un canale d’escrementi? Perché assumere cibo è ammettere il mondo e legittimarlo con quanto gli brulica sopra? Perché nessun orgasmo uguaglia il gusto che provo vedendo il mio corpo disincarnarsi, farsi neutro diafano aguzzo, abitare una porzione sempre più esigua di spazio, permettermi di contare le vene a una a una, d’intravedere fegato, milza, osso del bacino, il disegno dei femori e delle clavicole, perfino in penombra? Perché così posso vestire di bianco tutto l’anno senza dover dire quella stupida frase con la faccia in fiamme? ho le mie cose, quasi dovessi difendermi, giustificarmi, purgarmi di colpe immonde (spariscono del tutto, lo sapevi? è una liberazione da vertigine; ne parlammo tanto la prima volta, secoli fa, quando credesti d’esserti ferita su un masso e urlavi aiuto tagliando la folla mani sugli occhi per non vedere la gonna zuppa di rosso, e io dicevo buona, prima o poi succede a tutte, anche a me). Sarà per questo? O è il segno della perdita? Emorragia del senso, scrivi in quel saggio, riflusso della ragione. Non faccio che leggerlo. L’avrò letto cento volte, è il mio breviario (anche se so che me lo mandasti per sfregio: guarda di che sono capace, siedi in banco, non sarai mai alla mia altezza. Ma non te ne faccio una colpa: spero soltanto di capire qualcosa prima che tutto mi frani addosso).

Vorrei ci fosse un minuto in cui non debba sentirmi così stordita, dicevano in quel film. Ti sto risucchiando in un vortice che non meriti. Devo fare da me. Ma tu non muoverti di lì: quando ti parlo riesco a riflettere; sola, brancolo da un’idea all’altra e resto a mani vuote (è sempre stata la peggiore delle tue accuse).

Ti scriverò spesso. Forse ogni giorno. Scrivendo mi sembra di sfogliare le cose, guardarle per la prima volta, come accendere una torcia nel buio. Dimmi che posso farlo senza timore. (Ma se non fosse così risparmiami il colpo: ho abbastanza fantasia per imbrogliare le carte.)

 

PS. Diverse le anime, identici i corpi. Opachi, fungibili, banali. Some da trainare. Sdraiarsi in una crepa di scoglio sotto il sole a picco e restare immobile fino a sciogliersi passando dallo stato solido a quello gassoso contro tutte le leggi fisiche. Non sarebbe magnifico? Una nuvola di gas pronta a dissolversi al primo sbuffo di vento. Pluff. Ci riuscirò? Questione di posa mentale. Causa-effetto, sta qui l’inganno: basta convincersi che al fumo non corrisponda il fuoco, al brillio il diamante, alla fame la mancanza di nutrimento. Perché associare vuoto a pieno? perché l’inedia non può essere stato, condizione assoluta, da godere in sé, per sé, placidamente? Nulla è più inebriante che esautorare il corpo, vanificarne gl’influssi, rifiutarsi di imbrattarlo col putridume delle proprie fiacchezze. Del resto, quale religione non si fonda sul disprezzo della carne? Pulvis et in pulverem: non dicono così quei commedianti? La parte della vanità in tutto questo? Nessuna. Da piccola portavo maglioni più grandi di due taglie, mi tosavo a sangue col rasoio di mio padre e strisciavo muro muro per non attirare gli sguardi, tenendo indietro la vita come un duellante orbo. Chi di voi mi chiamava Geco?

 

PS PS. Il falco vola, lo spicchio d’ala è perfettamente saldato, non vedo il segno nemmeno con la lente. Se penso a quando piegava il collo, sbatteva le palpebre e mi sveniva in mano con un lagno frenato, simile a un urto di tosse. Un miracolo. Si spinge fino al ponte della ferrovia, verso i meleti dei Prosdocimi, vira di scatto, torna indietro, mi disegna un cerchio sulla testa, si ferma per vedere se ci sono ancora, saluta incrociando le zampe e frulla di nuovo nel vuoto, ciondolando a tratti, quasi a ritardare il distacco per non soccombere all’emozione (ma la pena si mischia a una certa baldanza: anche lui sa fare benissimo a meno di me). Fra poco prenderà fiducia e sparirà oltre le cime dei poggi, gai comme un oiseau de bois. Se ha un’anima è tutt’uno col corpo. Non è nella natura. È natura.





Gaetano Zampogna, Senza titolo, 2007, inchiostro serigrafico e acrilico su carta, cm 50x35


La casa sarà presto libera, e noi due restiamo in cima alla lista. Il padrone cederà (gli ho riempito le ville di quadri) e chiederà la conversione d’uso del magazzino al pianterreno. Ho disegnato gli ambienti: niente tramezzi, colonne corinzie sostituiranno i muri maestri, tinte neutre, sprazzi di porpora, volte a botte con travi di legno nervato, luci dovunque e ben dissimulate, sedili in cuoio liso lungo le pareti, fratini di noce su stuoie di cocco odoranti di pepe dai bordi laceri.

Scalpiti. Vuoi che arrivi al punto, lo so. Non a caso il tuo pragmatismo diventò proverbiale quasi quanto la mia prontezza di riflessi, la mia capacità di dar ordine alle cose, valutare i fatti e allestire in un baleno, dicevi, il migliore degl’interventi possibili senza darlo a vedere (lo scrivesti anche sulla rivista della scuola, capital letters, sei colonne in prima, tiratura extra, e da quel momento non ebbi pace: mi fermavano per strada, sul tram, mi inseguivano di giorno, di notte, perfino nei cessi per chiedermi qualsiasi cosa, amore futuro denaro, la strega dei poveri, e se provavo a sottrarmi sparivi per mesi). Un altro mondo, un’altra persona, ormai ne ho perduta fin la memoria.

(Non ebbi pace? Fin? Che succede? Come diavolo scrivo? Da dove viene questo tono solenne? Chi mi detta certe parole tronfie e ammuffite? Non più tardi d’un’ora fa ne avrei riso fino alle lacrime, e ora mi sembrano insostituibili. Lo so, nessuno mi vieta di correggere o strappare il foglio e ricominciare; stavo quasi per farlo, poi ho pensato che non devo nasconderti nulla.)

Ti accontento sùbito.

Vedo quel che voglio vedere. Capisco ciò che decido di capire.

Non solo. Per quanto possa parere inverosimile, una metà di me considera tutto ciò naturale, del tutto normale. Il salumiere butta il resto nel piatto, non mi degna di un saluto e si gira dall’altra parte come fossi un topo di fogna? Prendo fiato serrando i pugni per partire in quarta, poi penso colpa mia, sarò entrata con le suole infangate, manderò un cattivo odore, càpita se dormo poco, devo aver spostato un barattolo, avrò le calze smagliate, i capelli in disordine; e chiedo scusa abbassando la fronte senza neanche farmi sfiorare dall’idea di cambiare negozio. Qualcuno mi urta, e per giunta mi copre d’insulti? (ieri un tale m’ha spinto contro un vetro facendo l’indiano, quasi lo sfondavo con la testa): sarò stata io a sbattergli addosso, dovrei essere meno distratta: passeggiando ho il maledetto vizio di osservare le finestre degli ultimi piani, il retro delle botteghe, i campanili delle pievi, i merli delle torri, i panni stesi nei cortili, e non vedo chi mi sta intorno; ne avverto la presenza, potrei contarne i respiri, ma non li vedo. Mia madre non telefona mai, e se la chiamo risponde a monosillabi? Non ho scuse: da ragazza mi imbottivo d’ovatta gli orecchi e recitavo interi canti dell’Iliade per sottrarmi alle sue geremiadi. (Ora è diverso: mi piace starla a sentire mentre la pettino o le massaggio le tempie, anche quando passa da un discorso all’altro e ripete la stessa cosa per la centesima volta pretendendo sempre la massima attenzione, vuoi ascoltarmi o no? Ho perfino pensato che potrei tornare a vivere da lei: la stanza è ancora intatta, i trofei brillano, sulle mensole non un grano di polvere, i poster sembrano freschi di stampa e nei cassetti c’è lo stesso ordine di allora. Dovrei tornare: prendermene cura darebbe un ritmo, un senso alla mia giornata: mi calmerebbe far ginnastica con lei la mattina presto, darle le gocce col vecchio misurino che da piccola chiamavo Mommo e lei conserva come una reliquia nella teca di cristallo boemo ― il suo modo d’amarmi, l’unico, e in fondo mi va bene così ―, ritirare la posta, proibirle il caffè puntandole contro il dito e imitando il suo tono da maestra, riempire la stufa di cherosene, lavarla nella vasca giocando con la schiuma, se non togli il reggiseno come faccio a insaponarti la schiena? Forse ricomincerei a mangiare: nessuno resiste ai suoi sformati, ai pasticci d’agnello che si squagliano in bocca prim’ancora di addentarli, alle meringhe guarnite di crema, al pane che inizia a cuocere alle cinque del mattino senza staccarsi dal forno sfogliando i ricettarî coi polpastrelli impastati di farina e il telefono a portata di mano per interpellare le amiche se qualcosa non va: meno acqua, più sale, sbattila ancora, aggiungi un’ombra di lievito, copri tutto con un panno umido e chiudi le finestre, tropp’aria fa male.)

Eccolo, sale le scale. Dal passo sembra più nervoso del solito. Dice che dobbiamo fare i conti per quella cosa. Quale cosa? È da stanotte che ci penso. Ma se lo dice dev’essere grave.

 

Non era arrabbiato come credevo, anzi non l’ho mai visto così raggiante da quando suo figlio ha vinto un master in California senza aver studiato un’ora: sangue mio, anch’io sono nato con le forbici in mano. Mi ha portato l’abito nuovo: ha stracciato la carta tremando, me l’ha mostrato con un gesto da torero e ha voluto che lo provassi sùbito: scalza, non allacciare la fibbia. Ho spento tutte le luci col telecomando, via le scarpe, l’ho indossato in un lampo, sono saltata sull’organo e le ho riaccese sguainando il più smagliante dei miei sorrisi che allo specchio m’è parsa una smorfia, ma a lui deve aver fatto effetto perché gli è caduto il sigaro di bocca e non l’ha neanche raccolto, lasciando che bucasse il tappeto. Poi s’è alzato dalla poltrona, è venuto piano verso di me senza smettere di guardarmi (sa che quando fa così lo ringrazierei anche se mi strappasse i denti a morsi), mi ha sistemato orlo e cintura pizzicando la stoffa con le unghie (le porta lunghe, lunghissime, fin da ragazzo: uomo senza unghie peggio di libro senza lettori: adoro le sue metafore astruse) e mi ha afferrato le gambe, come per salvarsi da un crepaccio. Un momento dopo ero in macchina stretta a lui e sentivo l’odore del mare mentre sfrecciavamo sulla litoranea deserta. Ha spalancato il tettuccio con un pugno, ha schiacciato l’acceleratore e con un cenno del capo m’ha chiesto di prenderglielo: è buio, nessuno vede. L’avrei fatto anche davanti a una folla. Un suv ci ha sparato contro i fari e s’è accostato, un millimetro, quasi ci buttava giù dal ponte. Lui ha sterzato di colpo puntando lo sguardo sull’abitacolo e ha cacciato il solito urlo serrandomi le dita ad artiglio sulla nuca. Sputando nel kleenex ho visto la riga del mare, le luci rosa che fiorivano dall’acqua, come nella cartolina dove noi, testa a testa, sorridevamo al fotografo negro. Ha detto qualcosa a mezza voce, forse brava, è stato bello, non so, poi ha messo un braccio fuori per rispondere al benvenuto della gente. Un rasta dai capelli di stoppa e una borchia al labbro strabuzza gli occhi, lo benigna di un saluto insipido, accenna scambietti da pugile e sgamba via a tutta forza tenendosi i calzoni mentre un vigilante dice a dopo girando col dito una ruota nell’aria e un ragazzino afferra al volo una bustina. Si ferma a un metro dal bagnasciuga, scendo, pesto una madonna turchina, sett’anni di guai, come gli specchi, recito un meaculpa nel tanfo di gesso; una vecchia dal viso appuntito mi lancia un’occhiata di conforto che basta a mettermi in pace. Conosce tutti, per nome, saprebbe dirmene vite, sventure, conosce ogni angolo di questa città infernale che imbottirei di tritolo. Le vele erano gonfie ma sul nostro scoglio non tirava un alito. Mi ha baciato gli occhi masticando un rimprovero che non ho sentito, s’è seduto a gambe incrociate e mi ha chiuso in mano un serramanico affilato porgendomi il polso: qua, colpo secco. Poi l’ha fatto lui e ha unito le ferite: d’ora in poi siamo colla. Dimmi di tuo padre. Ho cominciato a parlare col tono da litania che gli piace tanto senza badare al sangue che gocciolava sulla roccia e ci schizzava le scarpe. Mamma sullo scranno in cucina, ho detto, qualche prefica, lamenti, cosce strette, palme sui ginocchi: sta di là, è successo dopo mangiato, niente di che, brodo di gallina, un tozzo di pane, una foglietta d’insalata, sarà stato il vino, mi sento così debole ha detto, vado a stendermi, un minuto; l’ho trovato così, lingua nera, pelle gialla, intirizzita, penseranno loro a turare le narici? Chinai la testa ma stavo per morire di gioia; la sentivo montare, afferrarmi, una vittoria, fare punto, girar pagina. Presi il cappotto e uscii. Saltai in macchina e non mi fermai fino al confine. Parcheggiai in riva a un fiume, tolsi il freno, buttai le chiavi e la vidi scivolare adagio nell’acqua. Salii su un battello carico di guardacaccia assonnati respirando la bruma del primo mattino, tordi snervati prillavano su una cisterna ocra dal cui ciglio marcio due bambine seminude stavano per spiccare il volo tenendosi le mani: si mettono in punta di piedi e dicono qualcosa strofinandosi i nasi, non feci in tempo a vederle perché un ramo, ma udii il tonfo mentre il timoniere puntava la laguna; fumai la sigaretta più lunga della mia vita immaginando le loro reni spezzate sulle pietre; chiusi gli occhi e dissi una specie di preghiera quando l’uomo-delfino emerse da una botola, mi tirò sulla tolda sparsa di drappi verdi e mi spinse nella scialuppa appesa all’albero. Spegnimi, disse.

Ha ingoiato la sua razione di favole, poi mi ha fasciato la ferita con la bandana, mi ha stretto le mani intorno al collo e ha premuto i pollici finché non sono svenuta. La punizione. Ho riaperto gli occhi sul sofà di casa. Sola. Sporca di lui. Perfino sulle braccia. Gli piace prendermi a tradimento, specie mentre dormo: non vuole che lo guardi quando ansima e perde saliva.

 

Non è tutto.

Spio.

Non faccio che spiare. È una malattia. E più tempo passa più mi confermo nella certezza che non esiste cura. Ma soprattutto che non ne voglio. Sto bene così, mi sento bene così, non ho bisogno di niente, mai stata meglio di adesso.

No. Forse non riesco a concepire uno stato diverso e mi adatto in questo per disperazione, come il gorilla nella gabbia (l’unica arte in cui eccello). O perché, a scorno dei tuoi insegnamenti, ho smesso di vedere il mondo come dovrebbe essere e lo scopro per quel che è, in tutta la sua matta bestialità, senza più interferire nell’andamento delle cose.

Spio, giorno e notte, anche nei sogni: li governo con una facilità che mi atterrisce, pur interpretandovi ruoli grigi, passivi, cui tento di sfuggire con colpi di mano spettacolosi (fatti crudi, scenarî foschi, sanguinosi: dov’è finita la mia avversione per ogni forma di violenza? perfino la lingua che uso nell’annotarli è quanto di più alieno dai miei modi: stringatezza da codice a barre, armonie mai udite, ritmi da rompere le ossa; sembrano catene di singhiozzi, martelli pneumatici nel silicio). E me ne servo per sceneggiare i video (vanno a ruba, non fosse per loro dormirei sotto i ponti da un pezzo, un gallerista ne ricava il doppio di quanto valgono). Non devo inventarli: appena sveglia corro in salotto, mi stendo sul tappeto davanti al focolare e, prima che svaniscano li annoto col batticuore e la diligenza di un bambino al primo giorno di scuola. Non solo perché li sento più reali del re (per me è sempre stato così, diversamente da te, che ci giocavi come a dadi) ma perché grazie a loro ho capito di me, del mondo e della vita assai più che dai tuoi filosofi, cui mi costringevi ogni sera a versare controvoglia il mio obolo (scrivono da cani, dicevo, non sono poeti né scienziati, perché patirli parola per parola? non basta un manuale, un compendio? diventavi di brace, mi folgoravi e scappavi via; ti correvo dietro per settimane pregando invano che ti voltassi).

Al magistero dei sogni devo il mio pensiero franto, centrifugo, la vista saltuaria, incapace d’inseguire l’unità, o anche solo d’intuirla. Questo soprattutto ci distingueva: tu non avevi pace finché non componevi il mosaico, per poi distruggerlo a calci e ricostruirlo daccapo coll’impeto della prima volta; io me ne stavo seduta guance in mano a godermi ogni tessera reputandola un oggetto autonomo, un mondo compiuto da esplorare in lungo e in largo fino a farmene parte, e ne uscivo ingrandita, trasformata; tu sfogliavi svelta il libro leccandoti le dita senza capirlo per arrivare sùbito al finale della fiaba e correre a raccontarla agli altri al solo fine di rafforzare il tuo dominio (ci riuscivi benissimo: ricordo con quale adorazione ti ascoltavano fissandoti nasi insù; molti ti cedevano i biscotti, le divisioni), mentre io mi lasciavo rapire da un tono, da una frase sospesa (ah, i tre puntini: parevano piste da seguire, orme di mostri preistorici da calcare all’infinito), una venatura del capolettera, un’analogia fra termini lontanissimi (percorrevo mentalmente la distanza che li separava cercando d’immaginare le terre, le piante, gli animali, i soldati che avrei incontrato lungo il viaggio ― vedevo sempre e solo soldati allora: nostalgia dell’ordine?) e restavo con gli occhi avvinti alla pagina, non riuscivo a staccarmene se non dopo averne spremuto il succo ed essermelo spalmato dentro, addosso.





Joel-Peter Witkin, Circe - Mujer sobre una mesa, 2011


Capisci, adesso, perché detesto i romanzi con un costrutto? le storie potenti, parafrasabili, forzate su tragitti unici, diritti? e perché ho sempre preferito la più futile delle divagazioni alla scena madre, il timbro al significato, perfino nelle lettere che ti scrivo? (Perciò non rispondi, vero? Ma come posso cambiare? Devi prendermi così. Del resto io ho voluto forse cambiarti? Mai, benché la tua presenza mi levasse l’aria: ingombravi anche quando non c’eri, e se non c’eri annaspavo; da questo traevi la tua forza.) Perché una narrazione dovrebbe sfrecciare su binarî d’acciaio e non invece deragliare continuamente, sfrangiandosi in mille rigagnoli in cui poter abitare senza bisogno d’altro? Chi c’impone di intruppare ogni cosa nel sistema categorico di un disegno generale unificante, quando è chiaro che un insieme non esiste, e poiché non esiste possiamo simularlo solo attraverso artifici e finzioni? (Ciò vale per i romanzi come per qualsiasi forma d’arte, e soprattutto per la vita.) Non credo che riguardi me sola. Non è un mio difetto, insufficienza o perversione, come stai certamente pensando: è una legge naturale che abbiamo sotto gli occhi da che siamo nati e continuiamo a scordarcene per non dover ammettere lo squallore di un vivere senza bussola. Né stella polare. Percorso. Meta. Premio finale. Un simulacro di vita che è mille vite, dunque nessuna. (Ecco tutta la filosofia che riesco a produrre.)

Tu vedi un nesso tra le cose? Qualcuno può forse scorgere una pur vaga parentela tra il mal di pancia che ho in questo momento, la lucina intermittente dell’insegna, il caldo che mi fa grondare e mi annebbia la vista, il profumo di basilico che sale dal terrazzo del vicino di cui mi arriva a flutti la voce arrochita dal compitar numeri greci col figlio adottivo che l’odia a morte, il sapore del tè che ho appena bevuto e prima o poi mi farà vomitare, il ronzio del frigo che mi ricorda il giorno in cui lo comprai giusto per fare qualcosa (avrei potuto prendere un bullone, una barca, un pesce affumicato, e il risultato sarebbe stato lo stesso), il bisogno di scriverti, gli occhi arrossati, il molare che mi duole, e la nostalgia che mi accende ogni volta il pensiero di te, pur sapendo che mi reputi più leggera d’un ciglio?

Chi sono io, in questa calca? quella che ha caldo? quella che ha mal di pancia? che sta per vomitare? che ricorda un acquisto fatto per non crepare? che ha bisogno di scriverti? che ha gli occhi stanchi? O quella che ti chiede chi sono io, adesso? Quanti nomi daresti al fascio d’entità in cui mi smembro? e che rapporto c’è tra ognuna di esse?

Come non perdersi in questo condominio insensato?

Stamattina mi sono svegliata con una voglia bestia di fumare e sono uscita. Sulle scale ho incrociato la maga e ho risposto alla sua smorfia con un sorriso. Nell’andito il figlio del prefetto lanciava la palla contro il muro dove la postina infilava buste nelle buche (tutte salvo la mia); ho fatto un cenno alla moglie del portiere che spazzava il marciapiede sbirciandomi il bustino attillato, al marito che sfogliava i giornali sulla panca del rosticciere, e proprio in quel momento è passato un mio vecchio alunno, il migliore che abbia avuto, con un marmocchio in braccio e altri due stretti alle brache: mi ha salutato con un inchino, ha abbassato lo sguardo ed è sgusciato via arricciando la fronte per non dovermi dire non ero quel che speravi, non sono mai arrivato al cospetto dell’Angelo. Sono andata al bar, ho comprato le sigarette e sono tornata a casa dopo aver fatto quanti incontri, nove? dieci? E tu credi fossi io, sempre io, sempre la stessa? Ogni volta mi guardavo coi loro occhi e gelavo, perché era come se un intruso mi s’infilasse nella pelle, la foggiasse a piacere e vi si accomodasse senza complimenti.

Quella vista dalla maga. Quella vista dal bambino. Dalla postina. Dalla moglie del portiere. Dall’alunno. Dal barista. Quella vista da sé stessa mentre gli altri la fissano e cuciono la sua immagine mista a giudizî.

Tu chiamami Geco, chiamami solo Geco e sbaglierai. Come sbaglierai se chiamerai cesta questa cesta, che contiene un pettine, due accendini rotti, forcine, un manico di pentola, un calendario, pennelli, l’orologio da tasca di papà (fosti tu a rubarglielo per vedere se se ne accorgeva: non se n’accorse, e da quella volta gli prendesti qualsiasi cosa, con la mia benedizione), lapis, ritagli di stoffa, tagliacarte spuntati, conchiglie a strisce rosa e nere raccolte per me sulla battigia da un ragazzo glabro una sera di novembre che volevo sentire il profumo dei lecci e nient’altro, la carta d’identità che il ladro mi mandò dopo avermi strappato la borsa (devo avergli fatto pena perché traballai e mi tenni a un parapetto: sono anche quella sensazione adesso, ci sto dentro con tutte le scarpe mentre scrivo, benché urli meno del molare, della pancia, della voglia d’averti vicina), una matassa di filo di Scozia, sette lenti d’ingrandimento, la cartolina che mi spedisti ère fa dall’Amazzonia senza affrancatura e con solo la firma, una penna di Clays, dieci venti cento puntine da disegno che non userò mai, e chissà cos’altro.

Cesta? Avresti il coraggio di chiamarla così, soltanto così, con un nome singolare che rinvia a un’unità inesistente?

Dirai: ma sei tu, sempre tu, tutto viene da te e a te ritorna, è il tuo cervello a unificare le cose.

Unificare? O non piuttosto contenere? ospitare galassie fra cui non corre alcun rapporto, nessuna affinità? Per quale motivo, allora, l’arte dovrebbe rispecchiare un mondo che non c’è, né fuori, né tantomeno dentro la nostra testa? L’unità non fa parte di noi. È una morgana. E i sogni stanno lì a ricordarcelo, ogni notte. Se hai un minuto ti racconto l’ultimo, c’entri anche tu (non è una novità: tutti i miei sogni sanno di te da quando sei partita).

Distesa sotto una casa d’abete fradicio. Invischiata nel fango posso muovere solo gli occhi, li ruoto a velocità da capogiro. Tra le assi sconnesse del piancito intravedo una donna dal corpo tozzo e sgraziato, ritta su un piedistallo di porfido, la testa fasciata da una striscia di juta. So di essere io, e decido di cambiare identità: divento lo scultore che le armeggia frenetico attorno con bulino e mazzuolo modellandole fianchi, seni, polpacci, sagomando il ventre, le braccia, i polsi, il dorso delle mani. Schizzano frammenti di carne ma non un fremito mi scuote, non una goccia di sangue stilla dalla pelle ora soda, compatta. Mi animo, srotolo la fascia, sciolgo i capelli di pece con un guizzo da tigre: sono bella come non sono mai stata. Un senso di leggerezza, evaporo, un nibbio spalanca il becco, mi aspira. Vedo sterminate piane dall’alto di vette innevate, inviolate: sono ogni filo d’erba, zolla, piuma, molecola d’aria, cristallo di roccia. Io sono la chiave di rame che brilla nella forra. La tua mano si chiude su di me, ne sento odore calore sudore, m’infila nella toppa d’un portale di bronzo. Entri senza un rumore. Sei ferma, ma slitti a un palmo da terra scossa da leggeri sussulti, come quelle macchine teatrali. La sala è un campo medievale foderato di fondali di fibra che un pittore dal grembiule liso ha appena finito d’istoriare. Si strappa il camice, t’afferra per i capelli e ti mette in ginocchio davanti a sé. Ruzzolo sotto le sue reni che oscillano contro la tua faccia. Il cilindro di carne emerge e sùbito riaffonda nella tua bocca sbarrata. Soffochi. Non morire, non morirmi così. Scordo d’esser chiave e il rame si squaglia. Divento le tue mascelle. Mi serro sul cilindro con uno scatto metallico, repentino. Il suo urlo è una fune che arriva al sole, e tu t’arrampichi con la foga di un furetto ammattito, scortata dal mio fiato allegro; intanto prende a pioggerellare e la gente sfolla verso i navigli brulicanti di folgori. Vedi? è per noi la festa lassù, le luci sono accese, tutti ci aspettano, vieni.

 

Ne ho tanti come questi. Più belli di questi. Un’intera provvista. Ma scoverò un’attrice che ti somigli? Giorni fa, nel pub sotto casa, m’è parso d’averla trovata. Stentavo a crederlo. Dalla felicità ho fatto fuori in meno di mezz’ora due piatti di carne e un quarto di sakè senza avvertire il minimo fastidio. Te sputata a vent’anni: stessi capelli antigravitazionali, stessi fianchi democratici da madre di mestiere, uguali il naso, le orecchie a punta, l’odore di terra umida, finanche lo sguardo, più torbido d’un guazzatoio, assediato da torme di pensieri fragorosi, e il modo di volgerlo: come sotto la sgorbia dell’incisore. Ma quando ha detto la prima parola sono scappata senza girarmi per non restare di sale. Ha urlato ehi, palme sui fianchi, si può sapere che ti prende? gambe larghe piedi in fuori, un fenicottero zoppo avrebbe più grazia. L’ho vista nel riflesso degli occhiali. Li ho tolti per farla sparire. Non voleva starci. Capiva che non avevo scelta ma non voleva starci. Te sputata.




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