LE VIE DEL RACCONTO
CESARE MILANESE
 


Oltre il ponte

 

 

Considerata in sé, la vicenda del bombardamento aereo del Ponte della Delizia sul Tagliamento (un susseguirsi di bombardamenti si può dire giorno per giorno) divenne una forma da leggenda di ogni consueta e irrazionale bizzarria di ogni guerra: il fatalistico tran tran della guerra stessa. E in questo caso, sia come spettacolo di esibizione di potenza e sia come dimostrazione di un’inspiegabile inefficienza.

Le poderose formazioni dei bombardieri americani scaricavano i loro ordigni dall’alto, ma sempre troppo dall’alto. Si può anche dire che non facessero niente di più che limitarsi a “buttar giù le bombe” con noncuranza e con trasandatezza, alla “va là che vai bene”, pur non andando bene, cioè a segno, per niente: o quasi.

E ciò era a tal punto vero che il ponte, pur essendo stato colpito più volte (dai e dai, chi sta qui a contare il nugolo degli spezzoni che gli furono fatti esplodere intorno e addosso?), sia pure per accidente probabilistico, e se non altro perfino per sbaglio, resisteva intero e imperterrito.

Certo, i tedeschi, si davano da fare con la loro sparuta contraerea, per quello che potevano, ma più di tanto non potevano. E quando succedeva che succedesse, il cielo si andava punteggiando dei fiocchi bianchi degli shrapnel, ma i loro effetti, efficaci dal punto di vista dei rimbombi, sul piano degli effetti concreti, brillavano sì come fuochi da vedersi, ma nella loro dispersione di sé del tutto evanescenti.

Sembrava così che anche i solerti tedeschi non fossero più, come per loro tradizione, tanto solerti. Sembrava anzi, che a somiglianza dei loro nemici americani, in quel punto di guerra, facessero la guerra così colà, tanto per farla, ma non proprio per riluttanza, quanto, nel caso loro, per parsimonia, dovuta alla penuria di mezzi. Mentre gli americani, al contrario, sembravano condurla in quella maniera da distrazione dispersiva per la sovrabbondanza degli stessi: pigri perché pasciuti.

Evidentemente gli americani, un tale lusso da spreco, se lo potevano permettere: stupivano e impressionavano non poco, infatti, la loro disinvoltura da sperpero ed anche l’evidenza da noncuranza nell’ottenimento dei risultati stessi.  Un’illogicità, questa, in una prassi di guerra.

Sicché questa battaglia del ponte e sul ponte, aerea e contraerea, che si era andata prolungando per mesi e mesi, appunto con l’andare dei mesi aveva preso l’aspetto di una faccenda da sine cura.

Ci si poteva formulare sopra l’idea che ci fosse di mezzo quasi una specie di “contratto di convenzione”, riferito a quel ponte, tra le due parti contraenti, che consisteva, da parte degli americani, nell’obbligo di buttarvi sopra le bombe, e da parte dei tedeschi nell’impegno di reagire a ciò a colpi di contraerea: era la burocrazia da manuale della gestione normale che lo prevedeva. Niente di più.

In realtà la contraerea tedesca sparava per quello che le era consentito di poter sparare, con evidente parsimonia, e di tanto in tanto, per quel tanto che poteva bastare, forse, per dare dimostrazione a se stessa (e al mondo) della consueta ottemperanza teutonica all’esplicazione del compito dovuto e per atavismo da spirito di disciplina. Un riflesso storico condizionato che persisteva.

Gli americani, peraltro, non agitavano più di tanto le ali nel perseguire lo scopo, come sarebbe stato nel loro interesse, di farla finita una buona volta con la persistenza del ponte a continuare a svolgere la sua funzione di ponte: in sintesi a esistere come ponte. 

Stando così le cose, era pertanto dato di pensare che i due contendenti, accomunati dalla mutua gestione della vicenda del ponte, cooperassero, in effetti, per la preservazione della sua persistenza. Ne risultava che il compito principale non consistesse, da parte degli americani, nell’intento di demolirlo, e da parte dei tedeschi nel cercare di difenderlo, bensì, da parte di entrambi, nella mutua intesa di scambiarsi segnali per il riconoscimento di una comproprietà da “compromesso” reciproco.

Il loro mettere in comune la panoplia delle esplosioni, degli scoppi e dei fragori da dirompenza finiva con il dare l’idea che si trattasse, in sostanza, di uno scambievole saluto “alla voce’ tra potentati, contrapposti sì, però come potrebbero esserlo dei disputanti che discutono le regole di una tregua.

L’azione c’era, ma era un’azione che rimaneva sospesa. Ciò non vuol dire che l’aura del luogo non fosse pregna della tragicità diffusa in ogni luogo di allora dall’incombere della Stimmung della guerra di allora: il ponte, in particolare, magnifico manufatto, vero capo d’opera d’ingegneria, stava rivelando di avere in sé tutte le doti dell’eroicità, perché si stava dimostrando capace di tener testa agli elementi infurianti della natura, ma anche, e quasi di più, a quelli non naturali e ben più micidiali della guerra.

Fu durante questo suo stato d’eroicità che un giorno a qualcuno di noi, noi dell’”armata in bicicletta”, capitò il turno di doverlo affrontare, per attraversarlo, “alla nostra maniera”. 

 

Era con metodicità da mentalità altamente industriale (e non poteva essere altrimenti) che le formazioni, “a squadroni”, delle “fortezze volanti”, sempre sulla stessa rotta e sempre alla stessa quota di sicurezza, salendo su dal sud, ponendosi a perpendicolo sul Monte Cavallo, che faceva per loro da stele di riferimento, verso le undici del mattino (su per giù lo stesso orario del postino che faceva il giro del paese per la consegna della posta), si avvicendavano a ondate come falangi di erpici sospesi per fendere il suolo azzurro del cielo e riempiendo il mondo del loro nondimeno “tellurico” frastuono: varcavano così la linea del sottostante Tagliamento per procedere verso le lontane Germanie, dove avrebbero riversato il ciò che la loro disponibilità di potenza distruttiva poteva loro consentire. Il senso di tutto ciò stava del tutto in quello.

Terrificante a pensarsi, impressionante a vedersi e a considerarsi. A rafforzarne spettacolarmente l’idea c’era la visione che gli stormi dei bombardieri “inquadrati” lasciavano dietro di sé con quelle lunghe strisce bianche di condensa, come se volessero con ciò dare anche dimostrazione di come la realtà della modernità, con il miglioramento tecnico della geometria delle nuvole artificiali si stesse indicando l’aspetto che avrebbero potuto e dovuto assumere le nuvole naturali.

Poteva allora succedere, per tutta la durata di tempo occorrente a un simile sorvolo dell’area tutta intera (una parentesi di tempo cronometricamente ben delimitata, ma non del tutto breve, data la “quantità” dei passaggi in quota degli “squadroni” schierati) (sulla base di ciò che tale forma d’evento, occasionalisticamente ma altresì vantaggiosamente, offriva) che quel qualcuno di noi dell’”armata in bicicletta” (perciò anche noi, pertanto, truppa modernamente meccanizzata) che fosse stato comandato di una missione che comportava l’attraversamento del ponte (e precisamente di quel ponte), ne approfittasse con il massimo di celerità e di prontezza: ovviamente se moralmente equipaggiato dell’opportuno spirito di spregiudicatezza e di fidatezza nella benevolenza della fortuna.

Infatti, c’era una procedura sperimentata come criterio d’impiego per le staffette da inviare in missione dall’al di qua all’al di là di quel fiume e viceversa: un tipo di manovra da manuale di “tattica del compito” del posto, escogitata espressamente per quel posto, e sul posto, che consisteva, prima di tutto, nel venirsi a trovare per tempo nei pressi del lunghissimo Ponte della Delizia, prima della comparsa in cielo delle formazioni dei bombardieri e nel saper starsene occultati, in attesa della loro apparizione, ai bordi di una scarpata, in una strada secondaria, nei pressi della strada principale che immetteva all’accesso di quella principale. E da lì direttamente sul ponte. 

Allora, se occorreva che le cose si svolgessero così, era così che la cosa si svolgeva: all’apparire del primo rombo in cielo, le norme d’allarme prescrivevano ai militi fascisti (i cosiddetti repubblichini), preposti al controllo dei transiti sul ponte, di ritirarsi nei Bunker da rifugio. Da quel momento la guardia da sbarramento ai passaggi sul ponte, con un rovesciamento totale nell’ordine delle cose, passava per competenza ai bombardieri americani: chi, infatti, può mai pensare di avventurarsi sui ponti nel momento stesso in cui trasvolatori di tal fatta vi si fossero posti sopra a perpendicolo?

Ebbene sì, per noi dell’“armata in bicicletta”, quello era il momento giusto per farlo, essendo quello per noi l’indizio, alla comparsa del quale, si doveva passare del tutto allo scoperto e dare inizio alla corsa pigiando sui pedali “a più non posso”, per tutta la lunghezza del ponte: un chilometro esatto, sportivamente da noi denominato come “il chilometro lanciato”, da doversi pertanto percorrere, sportivamente, in una sola volata.

Una sola “tirata” concentrata sulla necessità da velocità da cronometro e anche sull’attenzione esasperata in direzione di due direzioni opposte: l’avanti e il dietro in simultanea. Verso l’avanti, e in basso, con lo sguardo rivolto alla saldezza diritta della strada e da augurarsi che rimanesse sgombra; e al tempo stesso verso l’indietro, in alto, contro tutto il cielo che sovrastava il dietro, se mai gli aerei, che ormai si stavano avvicinando con il loro rombo in crescendo, o ormai in vista, si stessero abbassando in direzione del ponte.

Essendo proprio questa l’eventualità da scongiuro, se si fosse trattato dei “doppia coda”, essendo così denominati i Liberator, perché erano soltanto questi che si degnavano di prendere di mira il ponte, per cui era, in effetti, il loro probabile inclinarsi verso il basso che denotava la situazione di pericolo per chi, su quel ponte, in quel frangente, vi si fosse fatto trovare in crisi di trasferimento.

Pertanto noi. Noi, proprio noi che eravamo dei loro, anche se loro, quelli lassù dei Liberator, certo, questo particolare lo ignoravano. Certo, lo ignoravano loro, però lo sapevamo noi e questo dato di fatto in controversia di senso poteva essere occasione, in stato di straniamento, dimettersi a riflettere sulla contraddittoria complessità delle cose stesse nel loro esserne così assurdamente in balia.

Qui viene senz’altro da dire: questioni astratte da filosofia. È vero, ma lì sul posto e sul tempo, e al centro della cosa, non era per oziosità contemplativa che la questione del groviglio di senso s’imponeva: esse, queste “questioni da filosofia”, sorgevano da sé sul ceppo dell’evidenza della cosa stessa. Il ceppo, su cui, in date circostanze (e quella circostanza era una di quelle), su cui si abbatte la scure scura di ciò che i non eroi definirebbero paura: la paura pericolosamente dubitativa di dover essere esposti all’assurdità.

Quindi, niente paura da paura della normalità; ed era quasi normalità l’evenienza che i Liberator preferissero non abbassarsi, mentre non davano pensiero più di tanto (quindi non la evocavano nemmeno l’ala invisibile della paura) le formazioni geometriche delle “fortezze volanti”, le quali, anzi, erano a tal riguardo quasi del tutto rassicuranti, per via dell’essere esse attestate sul principio, obbligatorio per chi ricopre una funzione di evidente superiorità e alterità, del de minimis non curat.

Esse, le “fortezze volanti” non si curavano del ponte. Passavano alte e rimanevano alte, procedendo, nella maestà delle loro formazioni di volo, in tutta calma e in tutta indifferenza, verso le loro mete, del tutto altrove. Ed esse stesse portavano in sé l’immagine e l’idea di una realtà dell’altrove.

 

Ci stiamo avviando alla conclusione, ma prima ci sia concessa una parentesi d’attenzione da rivolgere al ponte come elogio alla sua ben dimostrata eroicità. Per tutto il ciclo di un’intera annata, stagione per stagione, mese per mese, e si può dire giorno per giorno, sottoposto ad attacchi, sempre potenzialmente mortali, e anche se continuamente colpito, tanto da risultare diroccato, sbrecciato e invalidato, il ponte aveva saputo rimanere imperterritamente diritto e sempre saldo sulle proprie arcate: comunque sempre transitabile, pertanto sempre fermo nella sua essenza di ponte.

Un suo postumo urrà senz’altro se lo merita. E già che ci siamo, diciamo che, forse, una piccola parte di questo saluto d’onore, rivolto al ponte, potrebbe essere estesa a quel ciclista isolato, che in un giorno indeterminato fu comandato riattraversarlo con un dispaccio occultato nel tubo del telaio sotto la sella della bicicletta.

Dispaccio evidentemente d’istanza di decisione superiore presso il comando partigiano centrale di Udine, sul cui contenuto da dispaccio, era bene che il latore dello stesso non ne sapesse nulla. Soprattutto per ragioni di sicurezza, perché in caso di cattura è meglio non saperne nulla.

Certo, ai fini del preservarsi del tutto, non sapere nulla potrebbe non servire gran che (probabilmente a nulla), ma per lo meno, non sapendo nulla dello specifico del fatto in atto, se si fosse costretti a dover parlare, non se ne parla semplicemente perché non si dispone di che dover parlare: sullo specifico, ma resta il fatto che si dispone di che poter parlare sul generale. E questo, il nemico, un vero professionista di queste cose, questa cosa la sa. Egli sa che chi è in stato di essere interrogato è in stato di essere interrogato perché sa sempre anche dell'altro di ciò per cui sarebbe interrogato. Ed è soprattutto quest’altro che, in genere, interessa.

Questo, a pensarlo, come aggiunta all’incubo che viene dalla cosa, l’incubo d’aggiunta di tale prospettiva si manifesta da sé, solo al pensarla.

Certo, a ben pensare all’invenzione di un combattente del genere (un armato che agisce disarmato, di modo che, se catturato, per lo meno è preservato dall’imputazione da fucilazione, per lo meno sull’immediato, e per di più solo), bisogna ammetterlo, concettualmente è un’invenzione che rasenta il capolavoro.

Un combattente concepito per questo assetto, e proprio perché, anche come combattente, l’ultimo per importanza e rilevanza sul campo, viene a costituire, nella sua anomalia, un’acme della specie: forse un genere a sé.

Intanto, è solo. Uno che è solo, si pensa, è uno che può andare senza pericolo, perché uno che è solo non rappresenta un pericolo per nessuno: nemmeno per un altro che sia a sua volta solo. Ed è, questo suo essere solo, si pensa, il suo lasciapassare più sicuro. Ne fanno la miglior malleveria, la sua innocuità e la sua vulnerabilità, ma al tempo stesso (e questo è il paradosso), la sua innocuità e la sua vulnerabilità sono il dito puntato su di lui quale sicuro indiziato.

In guerra, un individuo solo, in realtà, ha una sola certezza: che la sua stessa nudità d’identità (l’essere solo è sempre una nudità d’identità), lo mette del tutto allo scoperto di chi intendesse scoprirlo. Ciò fa di lui una corporeità del tutto esposta a essere il naturale bersaglio di tiro a disposizione di tutti: un “personaggio” res nullius e perciò un individuo senza scampo.

Se ne capisce facilmente il perché: un individuo solo, un res nullius in “terra di nessuno”, è l’“individuo ignoto” per eccellenza, il non avente diritto di essere sul posto. È vero che ciò gli serve a essere il nemico ignoto verso il nemico noto, ma al tempo stesso egli è anche ignoto come amico all’amico noto.

Infatti, nel corso dell’attraversamento del ponte, oltre che essere atleticamente impegnato a dar di piglio nel suo “chilometro lanciato”, il ciclista latore del dispaccio (a lui noto e ignoto al tempo stesso), da una parte deve darsi pensiero di non essere colto dai colpi eventuali del nemico noto e dall’altra parte, in simultanea, deve darsi pensiero di non essere colto anche dai colpi eventuali dell’amico noto (il mitragliere di prua del Liberator), al quale lui, l’“individuo ignoto”, non può essere noto come amico.

Egli, pertanto, è un “ignoto” in tutto, sia come nemico e sia come amico. Una faccenda molto complessa, quindi, se esaminata sotto il profilo della definizione di un destino. Indubbiamente quesito non proprio da risolversi in quel momento, durante il quale, questo combattente isolato, tecnicamente è soltanto un ciclista nel bel mezzo della sua impresa da pura forza da pedalamento e con un solo pensiero in testa.

Un pensiero assai semplice: che gli uomini del Liberator (l’eventuale diabolus ex machina della sua possibile sorte), pertanto, anche giuridicamente, i suoi commilitoni, la stessero pensando su di lui, così come lui la pensava. Il pensiero era questo: che non valesse proprio la pena di abbassarsi in direzione del ponte col rischio di rendere efficace i colpi della contraerea nemica, per occuparsi di quel ciclista isolato, minuscolo come un punto, che lo stava varcando alla disperata.

In quel momento, il punto della cosa, almeno nella mente del combattente come “individuo ignoto”, era costituito dal paradossale divisamento e dalla blasfema speranza che la residua capacità di minaccia della contraerea tedesca facesse aggio, in quel preciso momento almeno, sulla potenza dell’armata volante alleata. Lo dice anche il proverbio: non sempre il nemico agisce per nuocere.

In quel frangente, allora, non ci fu che la corsa: la sola e pura corsa. Il tratto di un chilometro di pista, sia pure accidentata, come percorso di guerra, non è costituito soltanto dai mille metri da dover percorrere a pulsazioni con il cuore in gola.

Insieme a esse c’era da annoverare anche un formarsi da sé di un vorticare di pensieri intorno al pensiero centrale, teso del tutto allo scopo del doversi trovare oltre il ponte prima che i bombardieri, amici tuoi ma nemici del ponte, ti fossero sopra sulla verticale.

E ancora insieme, c’era da annoverare anche l’apparizione tumultuosa, sempre mentale (e chissà perché) di sensazioni che si rendevano evidenti e potenti che si facevano percepire come tali nella loro pura percettività da sensitività addirittura entusiasmante, come poteva essere il roteare, intorno, di tre colori vividamente intensi: l’azzurro vertiginoso del cielo, il bianco abbagliante delle ghiaie del Tagliamento e il verde vivo degli alberi proprio davanti a te, in area da salvezza.

Durò lo spazio di una sezione di tempo quanto mai breve e ovviamente del tutto fugace, che tuttavia, nella sezione del “per sempre” della memoria, si ritagliò uno spazio che rimase. In realtà quel giorno non ci fu altro che successe.

Quel giorno, infatti, fu un giorno fortunato per chi era di turno nell’incombenza dell’attraversamento del ponte. Non ci furono “doppia coda” che si abbassarono sul ponte stesso. Né ci furono sulle due rive sentinelle pronte a fermare il suo attraversatore.  

Niente fu d’impedimento a che l’abbrivo della pedalata veloce continuasse a essere veloce, come doveva e come poteva, anche dopo aver lasciato alle spalle il “traguardo” superato del “chilometro lanciato”, trionfalmente varcato.

   Sì, trionfalmente varcato per chi personalmente l’ha varcato, anche se c’è da rilevare che gli eventuali bollettini di guerra, diramabili dai “signori della guerra” delle due parti, tra di loro in lotta, per quel giorno non avrebbero potuto esprimersi che nei seguenti termini: “Niente di nuovo sul fronte nord-occidentale dell’alta Italia”. 

Infatti.

 

Post Scriptum

Quel giorno chi era di turno nell’incombenza dell’attraversamento di quel ponte con la tattica del “chilometro lanciato”, non poteva sapere che millenovecentonovantanove anni prima, circa, il grande Marco Porcio Catone il Censore aveva detto che l’arte della guerra consiste tutta nel saper calcolare la larghezza del fiume prima che il nemico faccia la sua comparsa sull’altra riva.

A primo giudizio si potrebbe pensare che la dichiarazione di questo principio non abbia molto a che fare con un combattente isolato che millenovecentonovantanove anni dopo, circa, aveva affrontato l’impresa dell’attraversamento del Tagliamento sul Ponte della Delizia in Friuli, soprattutto tenendo conto che costui aveva compiuto la sua impresa quando il nemico si trovava già saldamente assestato sulle due rive di quel fiume.

Pertanto la teorizzazione di Catone il Censore, per quanto grande conoscitore dell’arte della guerra egli fosse, in questo caso enunciava un principio che sembra non avere elementi di attinenza e di coincidenza con l’episodio in questione.

Invece no. L’attinenza e la coincidenza c’erano, e come. Quel combattente isolato, e per di più disarmato, che tuttavia è riuscito ad ottenere la sua personale vittoria nella battaglia del ponte sul Tagliamento, di secoli e secoli dopo, questa vittoria aveva potuto ottenerla perché egli conosceva, in anticipo, la larghezza del fiume che gli è toccato di dover attraversare: un chilometro esatto. Pertanto “prima che” su quel fiume vi si fosse installato il nemico. Ancora una volta, come sempre, il grande Catone il Censore, cioè l’antico uomo romano, su una questione del genere, l’arte della guerra in sé, aveva avuto ragione.

 

 

(“Oltre il ponte”è una canzone partigiana, scritta da Italo Calvino e musicata da Sergio Liberovici nel 1958. La presente rammemorazione valga anche come un omaggio a loro.)




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