LETTERATURE MONDO
JENNIFER EGAN
Un’opera-rock
che rivomita l’umanità nichilista dagli anni ’80 a oggi

      
“Il tempo è un bastardo” è il quarto romanzo della quarantenne scrittrice americana, recente vincitrice del prestigioso Premio Pulitzer. È un libro di caratura narrativa disgregata e filosofica, che setaccia le derive della tardomodernità ‘wasp’ d’oltreoceano. Il ritmo narrativo corre dentro un panorama antropologico affastellato e ipernevrotico. Cicatrici di vite possibili, ondate desideranti e deliranti che danno luogo ad una sorta di caotico ‘ritorno al futuro’.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Una sola moltitudine “di”. Uomini-pausa. Involucri verbali. Pulsazioni wireless. Fisionomie sgrammaticate, postate, cestinate. Prefissi balbettanti, cleptomani, impotenti. Invertebrati striscianti, codardi corrosi raggomitolati nel ricordo fasullo dell’ultimo suono analogicamente incontaminato, sporco, “presente”. Bambini (allibiti) nel tempo. Invecchiati nel rimpianto di gioventù sbriciolate nell’ozio ideologico, di mistiche età dell’oro inspirate nel sapore aspro e rugginoso, ma confortevole e (con)dannato, di innamoramenti insani, relazioni periture, impieghi ripiegati. Sessualità “cresciute” anemiche. Fuochi d’arte stemperati nell’obesità/oblio sociale. Stupori creativi “differiti” e arginati da tecnologie invadenti. Promesse di auto realizzazione mummificate sotto cataste di altre vite possibili, sotto inespugnabili matasse di cianfrusaglie emozionali ed intellettuali che inesorabili hanno pigramente colmato attese, ferite, illusioni. Il fresco premio Pulitzer Jennifer Egan[1] diteggia (anzi “messaggia”) il suo biblico, acido e smaliziato born in the U.S.A. setacciato dalla nostalgia ontologica della modernità wasp.

Il tempo è un bastardo[2], opera-rock che divora rigurgita la glassa del nichilismo anni ’80, la foga mitomane finanziaria dei ’90 e il parossistico net-living odierno, sostanziato di ballardiane protesi da taschino, è una nitida ipotesi antropologica sull’umana ineludibile “distrazione esistenziale”. Una commedia/ballata di perfezionati zombie romeriani che galleggiano, spettri interstiziali, nei distretti periferici di non-vite anestetizzate. Tra scaglie d’oro palliative per rassegnate “erezioni”, campi-ghetto da tennis dedicati a paranoidi èlite da staccionata, suicidi replicati, palchi-discarica a stento calcati, sodalizi invincibili disciolti nei sobborghi dei nerd, ambizioni “loft” compresse in routine “monolocali”, safari narcisistici e involontariamente testamentari, fughe nel Bel Paese e furti napoletani, duetti/duelli adolescenziali e romitaggi (im)maturi, deserti foderati da rimorso eco-logico, capi branco terminali, filiazioni rimandate, “oggetti ritrovati”, sculture di tempo, scoop manageriali, party danteschi, mobilitazioni epocali per star trasandate e immemori. Un esilarante e commosso inferno del ridicolo mappato su carta e “slide”.

Mancano le rane[3]. Ma Jennifer Egan non si lascia sfuggire leoni freddati per ingordigia e impressionati in fotografie scattate come trofei di machismo difensivo e cieco[4]; e pesci abbaglianti sgorgati dal fango dell’East River offerti quale sincero pegno di stima per amicizie improvvisamente (ri)trovate nell’opacità verticale di carriere in scadenza. Intorno alla famiglia disfunzionale di una New York città-mondo sgarbata e glaciale, e ad una disfatta american beauty a “caccia” di invisibili frontiere di rigenerazione (tra California e Africa), orbitano meteore incandescenti. Non fauna di ottusi emarginati momentaneamente illuminati da fortune limitrofe, bensì individui estremamente contraddittori, capaci di farsi epicentro tellurico, di infrangere le norme dell’omologazione restandone inconsapevoli fautori, dunque da questa progressivamente annientati. Sasha, taccheggiatrice incallita ed ex tossica reduce da viaggi planetari e da una sfilza di ex-status, fino al matrimonio modesto, tardiva compensazione di interminabili mancanze affettive. Bennie, produttore discografico con sindrome matrimoniale recidiva. Scotty, bardo incompreso, musicista tratto in piena terza età da un limbo di fagiolini oleosi e di divani sfondati, e catapultato in una dimensione di avvilente rivalsa, lastricata di testi rivisitati per mini utenti sdentati. Lou, attraente icona glam delle grandi etichette rock e patriarca fedifrago spalmato sulla sua piscina piastrellata di sogni prostituiti. Il timido Alex, guru in sordina di campagne pubblicitarie occulte e la sua dittatoriale alleata Lulu, intraprendente stirpe del marketing comunicativo desemantizzato.





Ma sopra tutti Bosco, il re truculento e bolso di un gruppo dimenticato pronto ad esporre/estinguere le sue metastasi cancerose in un giga tour di morte e dollari. E l’impareggiabile Jules, giornalista premiato e osannato fino all’aggressione nevrotica e spossata contro la starletta patinata di turno. Ognuno dei personaggi, stretti in incessanti link, sommerso in un affastellamento millesimale di attributi e di appendici anti faulkneriano, che amplifica brutalmente il vuoto originario e strutturale (di un’intera civiltà) del quale sono estetizzanti rappresentazioni  i ground zero storico/urbani come i micro pc vibranti del neo umanesimo bit. Contro o meglio dentro la propria “vacanza” identitaria, puntellata da ansie da prestazione e da progressi virtuali, combatte l’attitudine rapace dei protagonisti del secolo lisergico breve (dalla prima ecstasy alla messaggistica istantanea per poppanti “puntadita”[5]), guerrieri punk terrorizzati, inermi ed esibizionisti. Propensione innata eppure rifiutata, tara spregevole ed avventizia, che perpetua tuttavia (ancora) salvifica la fame (post)coloniale di una nazione feticcio radicalmente disconnessa e geneticamente incongrua. Egan lascia “sopravvivere” la sua prole in un intreccio-crash che ricorda certo Saramago[6] inanellando macro sequenze disorganiche di uno sbalorditivo affresco pluri-generazionale. Che non innova drasticamente. Ma taglia. Trafigge polsi e sussultanti giudizi, psicanalizzando con humour dilagante uomini semplicemente scavati dal tempo.

Uomini che “non hanno mai capito come vivere”, cugini degli schiavi bon-ton di libertà bianca, stancamente o puerilmente progressista, risolti da/ne l’epopea cannibale del più politicizzato collega J. Franzen. Egan disarticola le storie per forgiare un racconto vortice di racconti, creando sinapsi genealogiche assurde quindi riuscitissime tra brandelli familiari, “erbe” senza terra e splendidi alcolici eroi solitari. Franzen si concentra poderoso su una narrazione unitaria seppur non univoca, dinastica e iperreale. Tanto psicologicamente inquieto Franzen quanto analiticamente sociologa Egan. Entrambi sperimentatori di una caotica ed esponenziale coagulazione molecolare che diventa guida meta-finzionale, metodo compositivo e insieme meccanismo interno dello scontro tra personaggi convessi, inafferrabili, anche se deboli, totalmente mercificati dai propri sovrabbondanti “errori”. Mentre l’Ego si reincarna sfaldandosi in troppi eterei super Io/scorie, inghiottito dall’inutile rinvio dell’assenza, gli approcci interpersonali si tramutano in imprese iperboliche. Unico testimone dell’autismo generalizzato un bambino alle prese con una decisiva e inascoltata teoria dell’intervallo, solo non-luogo di intensa riappropriazione. Spazio bianco. Estasi, battito, orma del sé.

Pausa.

 

 



[1] Chicago 1962. Autrice di altri tre romanzi, The Keep, Look at me e The  invisible circus, Egan si è lentamente rivelata come “la” voce femminile della narrativa americana degli anni zero, esplodendo con l’ultima fatica agli occhi della critica di mezzo mondo e assurta alla pari del “già” mostro sacro Jonathan Franzen.

[2] T.O. A visit from the Goon Squad, Minimum Fax, Roma 2011, traduzione di Matteo Colombo, pp. 391, € 18,00.

[3] Anch’essa sinfonia dell’assurdo, che fa perno sulle derive del sogno americano declinandone tutti i più turpi stereotipi in polpettone tragico tra Edipo e Steinbeck, e che con l’intersezione non lineare dei destini traccia l’illogica via del racconto-vita, Magnolia (USA 1999), opera monstrum e film evento del regista P.T. Anderson, si staglia quale indiretto, forse insuperato esempio (visivo-verbale) della narrativa disgregante e filosofica di Egan.

[4] Smaccato ironico omaggio al malinconico disincanto hemingwayano.

[5] V. il disarmante, poetico capitolo finale, il confronto tra nuovissime generazioni sulla sponda di un fiume cementificato in un non troppo remoto futuro prossimo (pp. 374-391).

[6] L’innesto/incrocio è in Saramago (superbo e ammiccante artefice di un racconto nel racconto dettato da apparenti casualità o da Fati beffardi dall’intento imperscrutabile) istinto manipolatorio e mimetico. Germe di una scrittura sintatticamente labirintica e di divertite impalcature narrative a scatole cinesi (v. La zattera di pietra e Tutti i nomi), dove il personaggio-guscio permane in un limbo inesplorabile, dunque frustrante, nonostante siano sovente fin troppo palesi la sua routine e le proprie stratificate tendenze. Elementi evidenti questi nell’esperimento multi prospettico di Jennifer Egan. Figlia riconoscibile del romanzo occidentale della prima metà del ’900 ma soprattutto abile collezionista di immaginari nord americani; erede critica del boato/collasso post 11/09/01 e osservatrice dell’era facebookiana; appassionata cultrice delle matrici sociali degli umani “linguaggi” e ipercinetica assemblatrice. Egan (ri)disegna la bulimia del romanzo contemporaneo, fa incetta di caratteri vivisezionandone e dunque scarnificandone i ruoli. Ciascun personaggio è ombra affascinante e problematica ma in quanto tale inconsolabile nella propria incompletezza. Gettata in nauseanti meandri socio-affettivi e bersagliata da continue coincidenze, preda di una non storia tanto affollata quanto sgombra e deperibile. Nelle insaziabili intermittenze di un algebrico destino che occhieggia Saramago (v. sopra) sorridendo col migliore Woody Allen.

 




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