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RILEGGERE
“IL GATTOPARDO”
Il vizio di ‘cambiare per conservare’


      
Una ricognizione su alcuni dei ‘luoghi’ tematici più significativi del romanzo capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Libro cruciale da rimeditare a centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, perché contiene un’assai acuta descrizione delle contraddizioni storiche, sociali e politiche che segnarono la fine del dominio borbonico e, insieme, il nefasto trasformismo che nel Sud caratterizzò il declino dell’aristocrazia terriera e l’ascesa di una nuova borghesia.
      



      


di Sergio Toscano

 

 

1. Il genere del Gattopardo

Sulla definizione del genere romanzo gli studi critici presentano una stratificazione progressiva formata da diversi orientamenti. Infatti, «nonostante i notevoli studi sul romanzo (che conta una bibliografia critica fra le più ragguardevoli) non è stato facile collocare letterariamente un libro che, pur nella sua singolarità, ha creato l’illusione di un ritorno al ‘romanzo storico’».[i]

Romanzo psicologico, storico, autobiografico, Il Gattopardo ha ricevuto dalla critica diverse definizioni. È utile registrare qui la posizione dell’Autore rispetto al testo con le valutazioni personali contenute nelle missive inviate all’amico Guido Lajolo:

 

Esso è composto di cinque lunghi racconti: tre episodi si svolgono nel 1860, anno della spedizione dei Mille in Sicilia, il quarto nel 1883, l’ultimo, l’epilogo, nel 1910, cinquantenario dei Mille, e mostrano il progressivo disfacimento dell’aristocrazia; tutto vi è soltanto accennato e simboleggiato, non vi è nulla di esplicito e potrebbe sembrare che non succede niente […], il protagonista sono in fondo io stesso e il personaggio chiamato Tancredi è mio figlio adottivo [lettera del 7 Giugno 1956].

 

Il carattere di introspezione psicologica che, innegabilmente, l’autore attribuisce al Gattopardo trova conferma nell’analisi delle missive inviate al Lajolo.

Sul punto, Elio Vittorini scriveva: «seguendo passo passo il filo della storia di don Fabrizio Salina, il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto di un’epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca».

Le reazioni del Principe, nel loro nucleo essenziale, alle «modificazioni politiche e sociali di quell’epoca» sono effetto dell’indigesta alleanza tra classi sociali contrapposte, l’aristocrazia e la borghesia, che si realizza con il matrimonio di Angelica Sedara e il nipote del Principe, Tancredi. Il luogo di perfezionamento del contratto matrimoniale è la residenza del Principe.

Calogero Sedara, padre di Angelica, dal basso della sua condizione borghese, proietta la sua traiettoria sociale agli occhi del Principe come la rivoluzione borghese che saliva le sue scale:

 

Don Calogero saliva, impacciato e infagottato. Portava a spasso, e in cerimonia il suo frac sgangherato. Ed era, agli occhi del Principe, «la rivoluzione borghese che saliva le sue scale». È a proposito di una scala, e di qualche soffitto in aggiunta, che si rivela il becerume del neoarricchito.

La sguaiataggine della classe nuova e rapace che impunita si arrischia a gonfiarsi dei nomi e dei fiori d’oro di parole “straniere” alla propria inciviltà. Il Principe descrive a Don Calogero il solo rudere di proprietà rimasto a Tancredi: «Una bella villa: la scala è disegnata da Marvuglia, i saloni sono stati decorati dal Serenario; ma per ora, l’ambiente in miglior stato può appena servire da stalla per le capre».

Il Sedara gonfia il petto e la spara grossa. Angelica ha il suo patrimonio: «E con questo si possono rifare tutte le scale del Marruggia e tutti i soffitti del Sorcionero che esistono al mondo. Angelica deve essere alloggiata bene». Lo smottamento di stile e di classe è rovinoso. Nella faglia sprofondano le architetture di Giuseppe Venanzio Marvuglia («Marruggia» nel controcanto dell’ignobile) che da Roma a metà Settecento aveva importato a Palermo il neoclassicismo del cardinale Albani, e si polverizzano gli affreschi delle volte delle sale rococò, realizzati da Gaspare Serenario (sconciato in «Sorcionero»).[ii]

 

Per il Gattopardo questo matrimonio equivale ad ingoiare un rospo.[iii]

 

 

2. Il nobile e l’ignobile

Nelle numerose incisioni raffiguranti la caccia alla volpe, protagonista della scena è l’uomo nobile. Superamento concreto del cacciatore-raccoglitore, in uno stadio sociale specularmente opposto all’homo-sapiens costretto da esigenze corporali a spigolare, cacciare, piegarsi verso la terra, sporcarsi le pelli con il sangue, a maleodorare, in definitiva a somigliare agli altri animali, il nobile incarna la liberazione dai bisogni elementari.

Nell’incisione The dogs of Sir William Ross[iv] l’azione corale dell’uomo e dei suoi cani è rivolta al procacciamento di un bene simbolico, la volpe, non destinato all’alimentazione umana. La caccia alla volpe è la fine della caccia intesa come pratica utile per soddisfare il bisogno di cibo, e l’inizio di una nuova èra per il nobile nella quale l’attuazione di pratiche distintive produce il profitto simbolico della differenziazione sociale e del dominio. Emancipato dal guadagnarsi il pane col sudore della fronte, la dotazione del suo capitale economico gli consente di allevare cani, cavalli, di possedere abiti, frustini e quant’altro per scopi diversi dalla caccia. Il privilegio del nobile è avere tempo libero dal tempo di lavoro e libero per la conduzione di pratiche distintive compendiate in codici condivisibili e intellegibili dai soli membri della classe dominante.[v]

Il Conte Aloise Palen nello Snob, testo teatrale di Carl Sternheim, dice:

 

io considero la nobiltà come il risultato dell’educazione su valori che hanno le loro radici nella storia, che cioè non si possono acquisire nel giro di una generazione.

Ad un parvenu che lo invidiava per la magnificenza dei prati del suo parco, chiedendogli come facesse a mantenerli così belli, il Duca di Devonshire rispose che bastava spazzolarli all’alba per un paio di secoli.[vi]





2.1. Tempo e corpo

Prato, caccia alla volpe, termini che rimandano a una diversa destinazione del corpo. La terra è coltivata non più solo per produrre generi alimentari, ma per fini diversi. Il tempo dedicato alla cura del corpo e alla sua vestizione consolida l’essenza dell’uomo libero dal lavoro, che trascorre parte del giorno a ripulirsi e a utilizzare cosmetici.

Il Principe di Salina, terminato il lungo viaggio per raggiungere palazzo Salina,

 

salì la scala interna; passò pel salone degli arazzi, per quello azzurro, per quello giallo; le persiane abbassate filtravano la luce; nel suo studio la pendola di Boulle batteva sommessa. «Che pace, mio Dio, che pace!» Entrò nello stanzino del bagno piccolo, imbiancato a calce, col pavimento di ruvidi mattoni, nel cui centro vi era l’orifizio per lo scolo dell’acqua. La vasca era una sorta di truogolo ovale, immenso, in un lamierino verniciato, giallo fuori e grigio dentro, issato su quattro robusti piedi di legno. Appeso a un chiodo del muro un accappatoio; su una delle sedie di corda la biancheria di ricambio; su un’altra un vestito che recava ancora le pieghe prese nel baule. Accanto al bagno un grosso pezzo di sapone rosa, uno spazzolone, un fazzoletto annodato contenente della crusca che bagnata avrebbe emesso un latte odoroso, una enorme spugna, una di quelle che gli inviava l’amministratore di Salina. Dalla finestra senza riparo il sole entrava brutalmente.

Battè le mani: entrarono due servitori recanti ciascuno una coppia di secchi sciabordanti, l’una di acqua fredda, l’altra di acqua bollente; fecero il viavai diverse volte; il truogolo si riempì: ne provò la temperatura con la mano: andava bene. Fece uscire i servi, si svestì, s’immerse […][vii]

 

Risulta evidente, dall’esame del testo, che la manutenzione e la disposizione degli oggetti è affidata a terzi, i quali consentono al Principe di vivere il presente con un futuro già precostituito. Salina è dispensato dal pulire la vasca, i ruvidi mattoni, di appendere a un chiodo l’accappatoio, di riporre accanto alla vasca un grosso pezzo di sapone rosa, di procurarsi l’enorme spugna che gli inviava l’amministratore. Egli batte le mani, e due servitori sono pronti a rovesciare nella vasca acqua calda e fredda. Altri servitori provvedono a racimolare gli alimenti necessari alla sopravvivenza del Principe, a curarne il guardaroba: in breve, a sostituirlo nella lotta quotidiana per l’apprensione dei beni.

Dottamente, è stato osservato che «come per il Nietzsche di Genealogia della morale, così per il Principe di Salina “pathos della nobiltà” e “pathos della distanza” sono un’unica cosa:

 

L’essere un «gran signore» implica una grazia e un’eleganza superiori, nonché l’arte — si legge nel romanzo — di eliminare le «manifestazioni sempre sgradevoli di tanta parte della condizione umana»: tutte qualità che marcano una distinzione e, appunto, una distanza dagli uomini comuni. Nei confronti dei propri simili ‒ osserva Padre Pirrone ‒ il «gran signore» non cercherà solidarietà o conforto attraverso l’«elegia» o la «querimonia», ma manifesterà la propria superiorità con l’«ira» e la «beffa». La nobiltà comporta inoltre un’estraneità al mondo della pratica e a un uso produttivo della vita: la «sprezzante indifferenza» per gli affari o, come rileva ancora Padre Pirrone, la «noncuranza dei beni terreni mediante l’assuefazione» sono in realtà finalizzati a un uso formale del tempo.[viii]

 

 

3. Corbera e Sedara

La lotta dei Sedara e dei Corbera che si svolge nelle pagine del Gattopardo rischiara i loro ruoli sociali manifestando, con tutta evidenza, i confini tra il nobile e l’ignobile.

Calogero Sedara, detentore di un notevole capitale economico,[ix] possiede un capitale culturale estremamente deficitario, di natura abominevole e privo come si esprime il Conte Palen[x] «di quei valori che hanno la loro radice nella storia, che cioè non si possono acquisire nel giro di una generazione». Angelica Sedara rappresenta, invece, lo stadio di guarigione più avanzato dallo stigma di essere socialmente dominato per le sue affinità all’habitus dominante. Prodotto di una travagliata, annosa strategia di riconversione per migliorare la propria posizione nella struttura dei rapporti di classe, Angelica realizza uno spostamento verticale verso l’alto della struttura sociale.

L’accesso alla classe dominante per i Sedara viene ufficializzato nel ballo tenuto dalla famiglia Ponteleone.

Alla famiglia Corbera «era costato un po’ di fatica il far rimettere a loro uno di quei biglietti: nessuno li conosceva, e la Principessa Maria Stella dieci giorni prima, aveva dovuto sobbarcarsi a fare una visita a Margherita Ponteleone».[xi]

Nel rito di cooptazione, Angelica è presentata quale fidanzata di Tancredi Falconeri alla “società”, cioè a dire a quelle «duecento persone che componevano “il mondo”».[xii] Infatti

 

Palermo in quel momento attraversava uno dei suoi intermittenti periodi di mondanità, i balli infuriavano. Dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte, fugati gli spettri di espropri e di violenze, le duecento persone che componevano “il mondo” non si stancavano di incontrarsi, sempre gli stessi, per congratularsi di esistere ancora.[xiii]





Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957)


L’inclusione nella frazione dominante dei Sedara è una fase di un percorso sociale caratterizzato essenzialmente da una metamorfosi del capitale economico, sociale e culturale diversamente distribuiti fra i Sedara. Se, infatti, il volgare Don Calogero portando a spasso il suo frac sgangherato si trova «nella situazione piccolo-borghese della ricerca della distinzione, in una situazione di pretenziosità»,[xiv] Angelica mettendo piede per la prima volta a casa Salina «procedeva lenta, facendo roteare intorno a sé l’ampia gonna e recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza».[xv] Inoltre, la sua voce era «bella, bassa di tono, un po’ troppo sorvegliata forse; ed il collegio fiorentino aveva cancellato lo strascichio dell’accento girgentano».[xvi]

L’hexis di Angelica denuncia l’adesione alle forme dominanti con l’eliminazione dal proprio corpo delle forme dominate. In tal senso, l’accento girgentano, pronunzia dominata, viene cancellato negli studi nel collegio fiorentino da lei frequentato.[xvii]

La «tredicenne poco curata e bruttina»,[xviii] che la futura suocera incontra durante il fidanzamento col nipote Tancredi, non è più una comune figlia della massa ma il soggetto sociale che può «massimizzare i profitti economici e simbolici associati all’instaurazione di una nuova relazione»:[xix]

 

Se si ammette che il matrimonio di ogni figlio rappresenta per una famiglia l’equivalente di una giocata a carte, si vede che il valore di questa giocata (misurato secondo i criteri del sistema) dipende dalla qualità del gioco, in un duplice senso: come insieme delle carte ricevute, la cui forza è definita dalle regole del gioco, e dal modo più o meno abile, di utilizzare quelle carte. In altri termini, poiché le strategie matrimoniali mirano sempre, almeno nelle famiglie più agiate, a fare un “buon matrimonio”, e non solo un matrimonio, cioè a massimizzare i profitti economici e simbolici associati all’instaurazione di una nuova relazione, esse sono determinate in ogni caso dal valore del patrimonio materiale e simbolico che può essere impegnato nella transazione, e dal modo di trasmissione, che definisce i sistemi d’interessi dei pretendenti alla proprietà del patrimonio assegnando loro diritti diversi su di esso secondo il sesso e rango di nascita.[xx]

 

L’affiliazione dei Sedara nel mondo dei 200 è di natura formale e considerata un fatto spiacevole, increscioso: un rospo da ingoiare. Il matrimonio, dunque, è un baratto mal tollerato dai Corbera per il compromesso che Tancredi e il Principe sono costretti ad accettare.

L’inserimento dei Sedara nella parentela nobiliare chiude, poi, i cicli secolari di perpetuazione del lignaggio nobile; infatti, il ritratto dei discendenti di Angelica e Tancredi non potrebbe essere esposto nel salone di palazzo Salina, detto di «Leopoldo», per il senso di disonore che susciterebbe il vedere raffigurato in una tela il discendente bastardo dei Pari del Regno, dei Grandi di Spagna, dei Cavalieri di Santiago, di altri nobili famosi e dei Sedara, nonché di Peppe Merda, a fianco degli smisurati ritratti equestri dei Salina trapassati.

 

 

4. Il gusto dei Gattopardi

Il sentimento socialmente costituito della propria essenza superiore è oggettivato nell’uso degli aggettivi adoperati dai Gattopardi per qualificare persone od oggetti.

 

Tutti i soggetti di una determinata formazione sociale condividono in effetti un insieme di schemi di percezione fondamentali, che ricevono una prima aggettivazione nelle coppie di aggettivi contrapposti, comunemente adoperati per classificare e qualificare le persone o gli oggetti nei più diversi ambiti della prassi.

Poiché la matrice di tutti i luoghi comuni ‒ che si impongono con tanta facilità, solo perché hanno dalla loro parte tutto l’ordine sociale ‒ questa trama di contrapposizioni tra l’alto (o il sublime, l’elevato, il puro) ed il basso (o il volgare il piatto, il modesto) […] ‒ trova la sua radice nella contrapposizione tra l’élite dei dominanti e la “massa” dei dominati.[xxi]

 

In tale contesto, dalle osservazioni di Luperini contenute nella citata relazione[xxii], possono rilevarsi significativi elementi. Infatti,

 

parlando di sé, in Ricordi d’infanzia, Tomasi dichiara che sin da ragazzo gli piaceva «di più stare con le cose che con le persone»: dove le «cose» sono beninteso, gli arredi, le mura, gli ambienti dei palazzi di famiglia. In essi tutto è «maestoso», «grande», «ampio», «armonioso», «autosufficiente» (questi gli aggettivi nella prosa ora citata), mentre le persone provenienti dall’esterno che saltuariamente vi vengono ricevute sono sistematicamente «grosse» (l’aggettivo vi è ripetuto per tre volte per tre diverse persone nella stessa pagina, in accezioni variate, ma comunque in implicita opposizione a «grande»), o «grossolane» o «grasse».





Un'immagine del film di Luchino Visconti Il Gattopardo (1963) con Burt Lancaster


4.1. Il nuovo

È il profilo dell’uomo nuovo quello delineato nella «inavvertibile sostituzione dei ceti»[xxiii] che tanto disgusta il Principe, singolarmente attratto dallo studio degli astri, entità la cui traiettoria non è imprevedibile e che «rigano l’etere con le loro traiettorie esatte».[xxiv]

Lo sviluppo e l’ascesa della nuova borghesia è la «realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare».[xxv] Realtà mobile, ovvero mobilità sociale, emblematicamente rappresentata nel romanzo da «Russo, l’uomo che il Principe trovava più significativo fra i suoi dipendenti».[xxvi]

In un incontro con il Principe, Russo viene percepito come «la perfetta espressione di un ceto in ascesa».[xxvii] Il borghese Russo è il figlio di un cafone di pelo rosso ma «nel campo del potere, concepito come un insieme di campi che competono tra loro per il potere, ossia, più precisamente, per il potere di definire i modi di riproduzione e di funzionamento dello stato»;[xxviii] l’ignobile di pelo rosso, unitamente ai membri di classe borghese, consentirà agli eredi dei nobili di conservare una posizione dominante.

L’indignazione di Paolo, Duca di Querceta, primogenito del Principe, per l’adesione del cugino Tancredi alla «setta dei farabutti che tengono la Sicilia in subbuglio»[xxix] è, infatti, motivo di somma indignazione per il Principe, che argomenta: «Se tu potrai farti fare i biglietti di visita con Duca di Querceta sopra, e se quando me ne andrò erediterai quattro soldi, lo dovrai a Tancredi ed agli altri come lui.»[xxx]

Il futuro della classe di Tancredi Falconeri, racchiuso nella frase «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», è riconducibile al

 

campo delle lotte come sistema di rapporti oggettivi, in cui le posizioni e le prese di posizione si definiscono in modo relazionale, e che presiede anche alle lotte che mirano a trasformarlo: è solo in riferimento allo spazio di gioco che le definisce, e che esse mirano a conservare o a ridefinire più o meno completamente, che si possono capire le strategie individuali collettive, spontanee ed organizzate, miranti a conservare, a trasformare o a trasformare per conservare.

Le strategie di riconversione non sono altro che un aspetto delle azioni e reazioni continue, con cui ogni gruppo cerca di mantenere o di cambiare la propria posizione nella struttura sociale o, più esattamente, ‒ in uno stadio dell’evoluzione delle società divise in classi, in cui si può conservare solo cambiando ‒ a cambiare per conservare.[xxxi]

 

 



[i] Giacinto Spagnoletti, Storia della letteratura italiana del Novecento, Roma, Newton Compton, 1994, p. 769.

                

[ii] Salvatore Silvano Nigro, Sotto la pelle del Gattopardo, in Atti del Convegno «Giuseppe Tomasi di Lampedusa: Cento anni dalla nascita, quaranta dal “Gattopardo”», Palermo-Palazzo Chiaramonte, 12-14 dicembre 1996.

                

[iii] Nel corso dell’incontro con Don Calogero Sedara per la stipula informale del contratto matrimoniale «Don Fabrizio fu sopraffatto da sincera commozione: il rospo era ingoiato; la testa e gli intestini maciullati scendevano giù per la gola, restavano ancora da masticare le zampe, ma era roba da poco in confronto al resto, il più era fatto» (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1961, pp. 152-53).

                

[iv] Picture in possession of Mr. Edward Fairfùl, Eaton.

                

[v] Da un’intervista a Pierre Bourdieu, in http://www.emfs.rai.it/dati/interviste/In388htm: «La cultura è una specie di codice comune a due locutori, che fa sì che i due locutori associno lo stesso senso allo stesso segno, e lo stesso segno allo stesso senso, dunque la cultura è un medium di comunicazione, perché il linguaggio è un medium di comunicazione. Si può dire che a partire da una teoria della cultura o del linguaggio, o di qualsiasi altro strumento simbolico, si può elaborare una filosofia del consenso. Il consenso è il fatto di essere d’accordo sul codice di comunicazione».

                

[vi] Carl Sternheim, Ciclo dell’eroe borghese, Bari, De Donato, 1967, p. 158.

                

[vii] Il Gattopardo, op. cit., pp. 84-85.

 

[viii] Romano Luperini, Il gran signore e il dominio della temporalità, in Atti del convegno «Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Cento anni dalla nascita, quaranta dal “Gattopardo”» cit.

                

[ix] La dote matrimoniale assegnata ad Angelica Sedara era costituita da «il feudo di Settesoli, di salme 664, cioè ettari 1010, come vogliono chiamarli oggi, tutto a frumento, terre di prima fertilità, ventilate e fresche, e 180 salme di vigneto e uliveto a Gibidolce: e il giorno del matrimonio consegnerò allo sposo venti sacchetti di tela con diecimila onze ciascuno» (Il Gattopardo, op. cit., p. 158).

                

[x] Ciclo dell’eroe borghese, op. cit., p. 158.

                

[xi] Il Gattopardo, op. cit., pp. 252-53.

                

[xii] Ivi, p. 252.

                

[xiii] Ibidem.

                

[xiv] «la cosiddetta volgarità consiste spesso nel fatto che uno che non è naturalmente distinto, cioè non plasmato in modo da esserlo spontaneamente, assume gli atteggiamenti di chi è distinto» (Pierre Bourdieu nell’intervista cit.).

                

[xv] Il Gattopardo, op. cit., p. 96.

                

[xvi] Ivi, p. 97.

                

[xvii] «Un sociologo o linguista originario del Ghana ha scritto un articolo pubblicato in una rivista americana, a proposito della traduzione del mio libro Il linguaggio della dominazione simbolica. Qui egli dice che nel Ghana dopo l’indipendenza, dopo l’autonomia, gli africani continuano a sforzarsi di adottare l’inglese standard; egli descrive in maniera abbastanza fine come questi sforzi si segnalino con posture corporee; insomma, ci sono maniere di tenere la testa, di portare il corpo, di tenere la bocca, ecc., che si impongono a chi vuol mimare la pronuncia nasale dell’accento britannico» (Pierre Bourdieu nell’intervista cit.).

                

[xviii] Il Gattopardo, op. cit., p. 97.

                

[xix] Pierre Bourdieu, Il senso pratico, Roma, Armando, 2005, p. 229.

                

[xx] Ibidem.

                

[xxi] Pierre Bourdieu, La distinzione, Bologna, Il Mulino, 2001, p. 469.

                

[xxii] Romano Luperini, in Il gran signore… cit.

                

[xxiii] Il Gattopardo, op. cit., p. 50.

                

[xxiv] Ivi, p. 56.

                

[xxv] Ivi, p. 55.

                

[xxvi] Ivi, p. 48.

                

[xxvii] Ivi, p. 50.

                

[xxviii] Anna Boschetti, La rivoluzione simbolica di Pierre Bourdieu, Venezia, Marsilio, 2003, p. 59.

                

[xxix] Il Gattopardo, op. cit., p. 61.

                

[xxx] Ibidem.

                

[xxxi] Pierre Bourdieu, La distinzione, op. cit., p. 162.




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