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DOPO STEVE JOBS
Il baco nella ‘mela’ e le nuove frontiere dell’informatica


      
Le reazioni alla morte del fondatore di Apple si sono divaricate: da una parte c’è stata una sorta di ‘santificazione’ dell’uomo-simbolo di Silicon Valley, dall’altra parte c’è chi si è augurato la fine della sua influenza maligna sul ‘computing’ o chi si è chiesto sarcasticamente se sia stato un rivoluzionario capitalista, oppure un capitalista rivoluzionario. Ma a noi preme capire, oltre l’inventore di iPhone e iPad, come l’innovazione tecnologica possa oggi andare di pari passo con l’innovazione culturale e implementare le forme della creatività letteraria.
      



      


di Massimo Giannotta

 

 

Quello che non è riuscito neanche a Wojtyla nonostante le acclamazioni di folle di devoti, che, al grido di “Santo subito”, ne chiedevano l’immediata canonizzazione, è avvenuto alla morte di Steve Jobs. Il web è stato sommerso da un diluvio di messaggi, di “fedeli” con proclami, articoli, commenti, giudizi ed opinioni su quello che viene definito «il genio della Apple». E non solo sul web, infatti sono spuntate fuori, come per magia, biografie più o meno commentate, autorizzate, non autorizzate, interventi, foto molto somiglianti a immaginette santificatorie.

Si è avuta l’impressione dell’apertura di un processo di canonizzazione che avrebbe travolto con la sua veemenza, perfino la saggia prudenza della Chiesa di Roma.

Le santificazioni non ci piacciono, e questa, in particolare, ci fa essere ancora più sospettosi al di là dei, peraltro discussi, meriti dell’uomo.

Una valanga di messaggi sul web, lo dipinge come un santo del capitalismo, da mettere nell’olimpo in compagnia degli Henry Ford, Thomas Edison, Alexander Bell, icone del cosiddetto «sogno americano». Tutta gente che incarna il simbolo weberiano di un successo che dimostrerebbe la loro caratura etica, e di cui si tendono a minimizzare ambiguità politiche ed ombre nei comportamenti e nell’azione. Non manca neanche la proclamazione del 16 ottobre a «Steve Jobs day» (!) dichiarata nientemeno che  dal  Governatore della California.

Ci si chiede il perché di questo bisogno di consacrazione di quello che viene ritenuto un  profeta laico, fatto magico-fideistico che dovrebbe indurci ad essere indulgenti su comportamenti e scelte ritenute discutibili (alternativamente da sinistra o da destra) e, grazie alla potenza del «genio», mettere alla fine d’accordo tutti.

 

Ovviamente, quando si cerca di mettere d’accordo tutti, non possiamo che diventare ancora più sospettosi. Segnaliamo un commento a questi fatti nell’articolo di Alberto Piccinini su Il manifesto dal titolo Un borghese rivoluzionario. Piccinini osserva, con ironia che il nome di Jobs ben figurerebbe nella parte del Manifesto di Marx, in cui vengono celebrate le virtù rivoluzionarie della borghesia. L’autore contrappone due ossimori chiedendosi sarcasticamente se Jobs potrebbe essere definito un rivoluzionario capitalista, oppure un capitalista rivoluzionario.

La reciprocità dunque sarebbe così garantita, come si diceva, da destra e da sinistra. Del resto, non è stato forse  perfino domato e ricondotto al mercato a «soli» 99 cents anche il cosiddetto dawnload selvaggio, con l’operazione iTunes? Sublime magia del marketing, strumentale anticonformismo conformista. Questo tentativo di conciliare gli opposti è appunto una delle tecniche del marketing, in cui fu maestro Jobs.  Piccinini, spostando paradossalmente il baricentro del discorso, conclude il suo articolo rischiando di far sobbalzare i web-dipendenti, chiedendosi provocatoriamente, se, alla fine, «spegnere tutto» non sia «più rivoluzionario».





Steve Jobs (1955-2011)


A proposito di altre importanti voci dissonanti, ricordiamo quella di Richard Stallman, teorico dell’open source, che scrive che, se anche nessuno, neppure il peggiore, si merita la morte,  «... tutti ci meritiamo la fine dell’influenza maligna di Jobs sul computing. Purtroppo, quell’influenza continua nonostante la sua assenza. Possiamo solo sperare che i suoi successori, nel proseguirne l’eredità, siano meno efficaci». E ancora: «Non sono felice che sia morto, ma sono felice che se ne sia andato». Una presa di posizione che ha suscitato nel web, un vespaio di reazioni scandalizzate.

A completare il quadro non manca neppure uno show a Broadway, autore Mike Daisey, in cui all’encomio, giudicato dapprima quasi erotico, si mischia la critica del «lato oscuro» del personaggio. «Un amore deluso che si chiude con una condanna, – scrive Federico Rampini a proposito dello spettacolo – Jobs è stato una grande occasione mancata. Se c’era uno che aveva tutte le risorse necessarie – potere e coraggio, denaro e visione, egemonia e libertà – era lui: avrebbe potuto usarle per cambiare non solo il paradigma tecnologico, ma un modello di capitalismo.»  Ci si chiede dunque, dopo aver ammesso che il mondo in pochi anni molto è cambiato anche per opera di Steve Jobs, se un altro mondo sarebbe stato possibile per tutti noi. Purtroppo questa resta una domanda oziosa di fronte alla realtà plumbea in cui ci tocca vivere, tra difficoltà, tensioni e insopportabili ingiustizie. Mentre in America ricompare a sorpresa il fantasma di Karl Marx e il movimento anti-Wall Street (quello del 99 per cento), in questi tempi bui, cresce nonostante i tentativi di repressione e di criminalizzazione. Il culto del successo e della ricchezza come segno della predestinazione divina o che comunque incontrava l’approvazione dei più, viene sempre più messo in discussione.

Obama, per ragioni elettorali, ha mostrato un cauto appoggio a questi movimenti, sia pure troppo timido e strumentale, proponendo una tassa sui milionari (orrore!) che certamente sarà respinta dal Congresso, prendendosi in compenso l’accusa di «fomentare l’odio di classe». Comunque contro i manifestanti hanno tuonato diversi «campioni di progressismo» definendoli «antiamericani» e addirittura «allineati con Lenin».

 

È chiaro a molti ormai,  che il nemico sono le oligarchie capitaliste che hanno costruito una società basata su globalizzazione e sfruttamento, quelle che hanno promosso il consumo selvaggio come dimostrano la crisi dei mutui subprime, basati sul credito facile, ora che sono venuti al pettine i nodi della società delle carte di credito: del compra ora, pagherai dopo, dando inizio alla crisi mondiale.

Paul Krugman, sul New York Times  scrive: «Chi sono dunque gli antiamericani? Non i manifestanti che cercano semplicemente di far sentire la propria voce. No, i veri estremisti, qui, sono gli oligarchi americani, che vogliono soffocare qualsiasi critica sulle fonti della loro ricchezza».

A questo punto si capisce bene l’utilità mediatica (e conservatrice) che può avere un capitalista rivoluzionario e, insieme, un rivoluzionario capitalista.

Il web è attraversato dal messaggio che le «magnifiche sorti e progressive» del nostro vivere siano affidate a un allargamento indefinito della rete anche grazie agli strumenti procurati da quelli che vengono definiti «geni». In realtà l’allargamento porta in sé i germi e spesso già i sintomi di diverse fragilità. Di fronte a una attenzione sempre più invadente dei governi e del capitale non c’è molto da essere ottimisti: il web è diventato il vettore privilegiato dell’informazione, veicolo in cui circolano e si confrontano le opinioni, dunque strumento politico ed economico su cui si concentra sempre di più l’attenzione (e la pressione) dei poteri forti.

Tra le altre cose, si parva licet, per quanto riguarda la letteratura e i suoi problemi, la diffusione della editoria elettronica e il successo degli iPad, promette di trovare nel web nuovi canali di diffusione e di circolazione letteraria, promettendo di dare risposte anche al problema irrisolto della distribuzione.

Certo ci si dovrebbe interrogare sul come si ponga la letteratura nel mare magnum di questo scenario. Anche per questo comparto si conferma l’interesse per blog, chat lines, forum e pagine dedicate nei social network,  strumenti capaci di coinvolgere immediatamente i cybernauti. Anche i siti in cui si pubblicano testi letterari si sono moltiplicati. Ma gli ebooks o le pubblicazioni elettroniche, nella maggior parte dei casi non sono altro che scrittura lineare veicolata dal supporto elettronico.





Monica Pennazzi, Salto quantico, 2011


Questo apre il fondamentale discorso dell’uso del medium. Si pone il problema di un modo diverso di rappresentare la parola scritta o pronunciata nel web, bisogna approfondire le ricerche per trovare diverse sintassi, diversi percorsi che utilizzino le potenzialità espressive presenti e future che esso mette a disposizione.

Il fatto che in alcuni casi, le vendite di ebook abbiano già superato quelle del libro cartaceo, non significa che innovazione e ricerca abbiano fatto, in questa direzione, molti passi avanti. È necessario dunque che gli autori si misurino in questo campo.

Negli Stati Uniti ci si interroga sulle forme della scrittura elettronica, sperimentando il cosiddetto long form narrative una specie di racconto lungo che sembra incontrare di più il gusto del pubblico che utilizza strumenti elettronici per la lettura. In Giappone, abbiamo le novelle da leggere sul telefonino, che riscuotono il gradimento dei ragazzi. Il poeta Yuichi Sato sostiene l’importanza della contaminazione nella scrittura letteraria immaginando un’evoluzione della poesia verso percorsi contaminati e intermodali. Rispetto ai nuovi generi espressivi questo autore sostiene l’importanza dell’intreccio rispetto alla struttura, ritenendo superata un’interpretazione in chiave simbolista della realtà. Sato indica il percorso della light novel (romanzo illustrato giapponese con le caratteristiche dei manga, rivolto per lo più agli adolescenti), del manga, e del cartone animato, considerandoli più confacenti a una nuova rappresentazione dell’esistente.

 

Dunque da più parti vi è chi si pone il problema di adeguare in maniera diversa e più confacente la proposta letteraria allo strumento del web.

Cesare Milanese, in La letteratura nell’era dell’informatica che raccoglie una serie di contributi  e riflessioni sul tema, ci dice che nell’era della civilizzazione informatica, dovrebbe corrispondere una cultura adeguata. Il problema, come si diceva, sta nella difficoltà nell’imboccare percorsi di ricerca che riescano a coinvolgere e sfruttare le enormi potenzialità espressive e interattive dell’elettronica. Milanese scrive: «i mutamenti in corso non riguardano soltanto gli elementi costitutivi e istitutivi del sociale (quelli dell’esterno dell’uomo che possono determinare impropriamente l’interno), riguardano le strutture stesse dell’uomo (sia esterne che interne). I mutamenti che derivano dalle tecnologie dell’informatizzazione pongono un problema d’ordine “ontologico”, quello della traslazione dalla soggettualità in oggettualità e della conversione di questa oggettualità in un nuovo tipo di soggettività».

 

Nel convegno Letteratronica, organizzato da “Le reti di Dedalus” nel marzo scorso, sono state esaminate le prospettive e le possibili sinergie da attivare da parte di quelli che nel web si occupano di scrittura e di argomenti connessi con la teoria e la comunicazione culturale connessi. Si è puntata quindi l’attenzione su web reviews, blog, forum, focus groups, chat lines, con particolare attenzione anche alla diffusione degli ebooks, in una prospettiva di maggior collegamento, per cercare le risposte ai nuovi interrogativi che oggi perentoriamente si pongono.

Resta il fatto che la creazione letteraria fatica a trovare una connotazione coerente col medium elettronico, indice del momento di passaggio che stiamo vivendo.

Insomma, mentre Steve Jobs viene santificato e ogni giorno assistiamo a tumultuosi cambiamenti, mentre ci vengono proposte sempre nuove possibilità, è come se si avesse a disposizione il cilindro del prestigiatore senza saperlo usare, riuscendo, per ora, soltanto a metterlo in testa. O poco più.

 




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