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“Biutiful”: la vita storpia dei dannati della terra


      
Il nuovo film del messicano Alejandro Gonzàles Iñàrritu (il regista di “21 grammi” e “Babel”) è una sorta di discesa nei gironi infernali dell’esistenza, attraverso l’ambigua figura di Uxbal, un personaggio che ‘parla con i morti’, ma insieme è implicato nella città di Barcellona in un losco giro di sfruttamento degli immigrati cinesi e africani. La pellicola, che si avvale della superlativa interpretazione di Javier Bardem, si nutre della potenza visiva del racconto e riesce a far convivere pietà e miseria morale, amore infinito e corruzione, disperazione e pentimento, abiezione e redenzione.
      



      

di Enzo Natta

 

 

“Ti aspetta un cammino lungo” dice una donna a Uxbal, il protagonista al quale Javier Bardem offre un volto teso e contratto. Un cammino che si proietta oltre la vita e sconfina nella morte.

La morte è il motivo che attraversa Biutiful da cima a fondo. Per Uxbal l’incontro con il padre mai conosciuto si realizza anni e anni dopo la scomparsa del genitore; Uxbal parla con i morti, ma teme che la grande falciatrice possa ghermire i suoi figli; la morte miete venticinque cinesi che, pigiati come sardine, trascorrono giorno e notte in un laboratorio clandestino. La morte e sempre la morte a storpiare l’esistenza di un mondo diventato globale, ma non uguale per tutti.

Tutto è storpiato nella vita dei personaggi di Biutiful, a cominciare dalla grafia della parola inglese che sta  per “bello”. Bello come i sogni impossibili, a cominciare da quelli dei bambini e degli immigrati clandestini venuti a cercare il sollievo di una vita migliore. Sogni che nessuno può proibire e che si possono comunque inseguire al di là della speranza stessa, l’unica che non si arrende alla morte e si rinnova di continuo, come traspare dall’innocenza dei figli di Uxbal e dalla donna senegalese che nel finale rifiuta di partire e ritorna sui suoi passi, a significare che la speranza viene da lontano, cullata da chi meno avrebbe motivi di coltivarla. 

L’episodio della donna senegalese è soltanto uno dei tanti esempi di come Biutiful si apra e si chiuda nel segno della circolarità, cifra stilistica cara al messicano Alejandro Gonzàles Iñàrritu (il regista di Amores perros, 21 grammi, Babel) che trova i suoi momenti più significativi nell’anello passato dal protagonista alla figlia (anche questo elemento distintivo di un continuo andare e venire) e nell’incontro di Uxbal con il padre in mezzo alla neve. Anticamera del Paradiso al quale hanno accesso gli ultimi e i poveri di spirito?  

L’anello passato alla figlia (lo stesso che suo padre aveva regalato alla madre come pegno d’amore) e poi l’incontro con il padre mai conosciuto (era fuggito dalla Spagna ai tempi del generalissimo Franco) e che gli appare in una foresta innevata, giovane, come nelle ultime foto che lo ritraggono sono le prime, straordinarie scene di Biutiful. Le due scene dimostrano quanto Uxbal (nome catalano per eccellenza) sia attaccato alla famiglia e come la sua dote di evocare la presenza dei defunti (proprio come il Matt Damon di Hereafter di Clint Eastwood) gli consenta di rimediare qualche soldarello rivelando ai parenti di persone decedute lo stato d’animo dei loro congiunti che hanno appena oltrepassato la soglia della morte.






Dura vita per Uxbal. Un brutto male lo sta divorando, la moglie è uscita da poco da una dipendenza alcolica, ancora in bilico tra il pieno recupero e la ricaduta, il fratello è un losco figuro senza scrupolo alcuno, ma lo stesso Uxbal non è senza peccato, implicato com’è in un giro di sfruttamento del lavoro che vede da una parte la comunità cinese, ammassata in seminterrati fatiscenti a confezionare prodotti contraffatti, e dall’altra quella africana, impegnata a venderli nelle affollate strade di Barcellona. Ma in Uxbal alberga un forte senso morale che, si trasforma in rimorso, e il rimorso in invocazione di perdono e questo in senso di solidarietà per gente derelitta e sofferente che sta peggio di lui.

Struggente per la  profonda amarezza che lo trasforma in uno sguardo doloroso sui dannati della terra, traboccante di umanità, Biutiful è costruito con robusto senso del racconto e con la potenza visiva di un neonaturalismo alimentato da un caldo respiro di umanità che gli consente di svelare un sordido scenario di povertà e degrado più vero del vero, dove in un unico abbraccio sanno convivere pietà e miseria morale, amore infinito e corruzione, disperazione e pentimento, abiezione e redenzione.

Con impresso in ogni scena il marchio distintivo del cinema di Iñarritu, dalla struttura circolare a una scrittura torrentizia, che si abbandona a un linguaggio estremo e barocco, mistico e carnale nello stesso tempo, Biutiful si avvale della superlativa interpretazione di Javier Bardem, premiato al Festival di Cannes e candidato all’Oscar quale miglior attore, colto nella bassa realtà di una Barcellona infernale, segreta e dimenticata, tenuta in disparte dal rifiuto di una collettività che preferisce ignorarla. E che sembra emergere prepotentemente dalle pagine di Emile Zola.   

 

 

 

Biutiful (Spagna – Messico, 2010).

Regia di Alejandro Gonzàles Iñàrritu.

Con Javier Bardem, Maricel Alvarez.

 




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