SPAZIO LIBERO
STORIE MUSICALI
“Jazz foto
di gruppo”
con nostalgia


      
Nel bel libro di Arrigo Arrigoni la leggendaria immagine di copertina ‘Harlem 1958’ fotografa più generazioni di jazzisti riuniti in un unico magico scatto. Ma il critico, pur innamorato di questa musica afro-americana, non si nasconde che negli ultimi 50 anni essa si è via via involuta, più si è contaminata, ibridata con le influenze dei ‘bianchi’ e più ha smarrito la sua natura in origine sgradevole e aggressiva, in quanto espressione della protesta e della voglia di riscatto dei neri statunitensi. A tal punto che oggi non si sa più bene cosa sia veramente il ‘jazz’ e bisogna sfogliare l’album di famiglia per ricordarselo.
      



      

di Cosimo Ruggieri

 

 

If don’t mean a thing (If it ain’t got that swing) 

(Duke Ellington)

 

“Non mi sono mai chiesto perché scattassi delle foto.

 In realtà la mia è una battaglia disperata contro l’idea

che siamo tutti destinati a scomparire.

Sono deciso ad impedire al tempo di scorrere. È pura follia.”

(Robert Doisneau)

 

Jam session: riunione informale di musicisti Jazz

che suonano per il proprio piacere e nel loro tempo libero,

improvvisando sino all’esaurimento su uno o due temi

(Gunther Schuller)

 

 

A GREAT DAY IN HARLEM o semplicemente “Harlem 1958” è  una delle foto più belle della storia della fotografia e in assoluto una delle più belle foto in bianco e nero della storia della musica jazz. Sono seduto  alla scrivania e fisso la foto e vedo le facce sorridenti dei più grandi musicisti jazz, in una istantanea l’albero genealogico del jazz, uomini e donne tutti insieme davanti ad una casa di Harlem nella 126a strada, tra la Fifth Avenue e la Madison Avenue. La foto fu scattata dall’allora art director  della famosa rivista Esquire, Art Kane, reduce di guerra della Ghost Army (il cui compito era quello di confondere il nemico servendosi di mezzi audio, video e fotografici): il fotografo che successivamente ha anche fotografato star del rock come i Rolling Stones, Bob Dylan e i Who, ottenendo stima anche da Andy Warhol.

L’idea grandiosa di questa foto è che racchiude dentro di sé le generazioni degli anni Venti, Trenta e Quaranta: dai musicisti che sono alle origini del jazz, da Louis Armstrong ai grandi direttori d’orchestra, come Duke Ellington, fino ai giganti del calibro di Sonny Rollins, Monk, Charlie Mingus e molti altri ancora. Basta andare sul sito web http://www.harlem.org/ e si può trovare la lista completa dei musicisti che compongono la foto. L’idea di far ritrovare tutti questi artisti  davanti ad una casa di pietra marrone, di quelle chiamate “brownstone”, fu di Art Kane che all’epoca, non avendo uno studio fotografico tutto suo, decise di usare la strada come set. La realizzazione di questa magnifica foto è visibile anche nel documentario dal titolo A great day in Harlem, regia di Jean Bach, vincitore dell'Oscar per il miglior documentario del 1995 (rintracciabile anche su Youtube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=SvvjIuAdGqw, suddiviso in 10 parti circa; c’è anche una versione fatta da musicisti hip hop che si chiama Great day in Hip Hop).






Questa bellissima foto è stampata anche sulla copertina del libro di Arrigo Arrigoni (uno dei maggiori esperti di jazz in Italia, collaboratore di “Musica jazz” e “Jazzland”) dal titolo: Jazz foto di gruppo – mito, e storia, spettacolo nella società americana (Il Saggiatore, 2010, pp. 524, € 22,00). Il libro, a sua volta, che vuole essere una “istantanea” sulla musica jazz, rivolge al suo oggetto uno sguardo amorevole, ma anche carico di critica. Arrigoni mette subito in chiaro che il mondo è pieno di bibliografie e di enciclopedie musicali che magnificano la musica jazz, ma che poche, forse nessuna, ammettono che il jazz ha subito nel tempo una fatale  involuzione.

Egli sostiene che si continua a suonarlo come fosse ancora vivo e vitale, mentre in  realtà il genere non conosce più evoluzione né sperimentazioni di nuovi stili e nuovi modi di suonare, come avveniva negli anni caldi: oggi si continuano a riproporre gli stili del passato (be bop-free jazz-swing etc etc)  senza inventare nulla di nuovo. D’altronde ciò che oggi si chiama “jazz” non è più autentica musica nera. L’evoluzione della musica jazz, infatti, non è stata determinata solo da musicisti neri, ma anche da musicisti bianchi che si sono ispirati o che hanno suonato o amato  introdurre nelle loro composizioni elementi che non appartenevano alla tradizione della musica nera ma che si rifacevano, per esempio, anche alla musica classica. Charlie Parker era un amante e uno studioso di Satie. Dave Brubeck ha scritto un brano intitolato Blue Rondo’ a la turk,  ispirato ai temi dello ‘zeybeği della tradizione turca. Il brano si intitola così perché quando la sentì suonata da musicisti turchi per strada, Brubeck chiese da dove avessero preso il ritmo e uno di loro gli rispose: “questo è per noi quello che per te è il blues”. La musica di George Gershwin, considerato un compositore  americano e non soltanto un compositore di jazz, è fortemente influenzata da  Scott Joplin, ma  anche da compositori come Claude Debussy e Maurice Ravel. Si ricorda, a titolo di aneddoto, che Gershwin, che adorava Maurice Ravel, andò un giorno dal Maestro per chiedergli delle lezioni. Ma si sentì rispondere: «Perché volete diventare un Ravel di seconda mano, quando siete già un Gershwin di prim’ordine?».

Il gusto dei bianchi, il loro classico senso dell’armonia, il loro desiderio di rendere “popolare” la musica nera, cioè di utilizzarla e commercializzarla a fini di intrattenimento, hanno finito anche per «addomesticare» il jazz, cercando di renderlo armonico e gradevole e snaturandone in definitiva l’ispirazione. Perché il jazz, dice Arrigoni, non può che essere sgradevole e aggressivo – in quanro nasce come grido di protesta per i molti torti subiti, dalla condizione di irrimediabile e profondo disagio con la quale la comunità afroamericana ha dovuto a lungo fare i conti.

Nel lungo processo di suggestioni reciproche, il jazz ha cessato dunque da tempo di essere un genere “puro”: avendo subito molte influenze – tanto da non poter essere oggi concepito se non come commistione di tanti generi – ha, a sua volta, influenzato positivamente e profondamente gran parte della musica popolare dell’America “bianca”.






Così, leggere questo libro oggi è  come sfogliare un glorioso e vecchio album di foto in cui spesso capita di trovare affetti sicuri, la foto di un parente lontano a cui si vuole bene, ma che non si vede spesso. Si parte  dai primi cuttin’ contest, del 1834, vere e proprie battaglie tra musicisti, passando per  le serate stropicciate e piene di vizio di Storyville, alle luci della cinquantaduesima strada del Birdland e dei piccoli club. «New York ha cinicamente sepolto per sempre quei ricordi, scomparsi nomi magici capaci da soli di evocare universi interni di Jazz, vanno nominati come giaculatorie salvifiche, come mantra: Famous Door, The Clique, Bop City, Kelly’s Stables, Birdland, Royal Roost, Hickory House, The Embers, Down Beat, The Plantation, Ross Tavern, Onyx, Three Deuce, con la buona pace degli esclusi. In questi luoghi la tensione delle esistenze illuminava microcosmi brulicanti come culture batteriche, vertiginosi scambi di esperienze», scrive Arrigoni.

In questo viaggio nel jazz si attraversa l’epoca in cui il jazz fu una musica per ballare – fatta dai neri per i bianchi e dai bianchi per i bianchi –, e si arriva al jazz da “degustazione” e da battaglia, fatto per essere ascoltato e concepito come arma da assalto per fare valere i propri  diritti: proprio grazie al jazz i neri arrivarono infatti ad assumere un ruolo di rilievo nel mondo dello spettacolo, costringendo i bianchi a rivedere le regole della segregazione razziale e a riconoscere ai neri lo statuto di grandi entertainer.

Il libro di Arrigoni è  un omaggio a tutti quelli che hanno reso grande la musica jazz – sia per quelli che occupano i posti in alto nella foto, che per i più piccoli, che sono seduti in basso, sia per quelli che sorridono nell’immagine del 1958  sia per quelli che vennero dopo: per i ritardatari e anche  per i non presenti… Un libro che si può leggere tutto di un fiato oppure che si può centellinare con calma, soffermandosi sulle pagine e interrompendosi per prendere appunti sulle biografie dei musicisti o sui luoghi da visitare in un futuro ipotetico viaggio, come fosse una guida turistica che ci conduce attraverso le strade di Harlem e dell’America “nera”.

“Jazz is four-letter world… you know what I mean...”

 

 

COLONNA SONORA

 

Emma Tricca -  Minor White

Madness - One Step Beyond

Madness - Absolutely

Mavis Staples - You Are Not Alone

Otis Redding - Complete & Unbelievable: The Otis Redding Dictionary of Soul

Led Zeppelin - BBC Sessions

 

 

 

 




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