PRIMO PIANO
GIANCARLO DE CATALDO
“I traditori”: nobiltà e ignobiltà del mito
di fondazione
della patria italica


      
Nel suo ultimo, assai notevole romanzo, lo scrittore-magistrato indaga con passo sarcastico e plurilinguistico sulle radici contraddittorie e piene di lati oscuri e nodi irresoluti del nostro Risorgimento. Articolato in quindici tasselli narrativi che descrivono la variopinta e divaricata fauna umana e politica che partecipò ai moti unitari, il libro si può leggere anche come pendant complementare del recente film “Noi credevamo” di Mario Martone, a cui l’autore tarantino ha collaborato in veste di sceneggiatore.
      



      


di Sarah Panatta

 

 

E la chiamano “Italia”. Latrina dell’Europa, “stracciopoli” fetusa che splende di meraviglie archeologiche e perisce di monumentali paradossi. Lingua morbida di terra ardente e di odio stantio. I suoi abitanti sono femmine moraliste, versatili opportuniste “sguaiate”, inclini, per interesse pecuniario, a qualsiasi trasgressione di sé. Ottusa eppur scaltra “landa di primitivi” ove maffia, monarchia e democratico buon governo sono sinonimi della stesa ipocrita e violenta imposizione di ciclici status quo. Bel Paese degli slogan urlati, dei “Noi” avidamente sognati, delle flash-mobilitation fuori tempo massimo, delle rivolte a metà, di anarchie condannate e di socialismi abortiti. Riserva di cani sciolti, di belve non ancora estinte e guardia caccia ubriachi. Bordello incantevole e irresistibile, mercato di carni senza età e a basso prezzo. Tana di Narcisi, di gangsters, di politici mediatici fatti di sangue e cartone (inanimato), di profeti e Re Mida fraudolenti sempiterni, di masse sonnacchiose e cervelli che migrano in auto esilio. L’oggi è assurdo e schiumante quanto quei fondanti 150 anni di Ieri – ora strombazzati e reclamati dall’oblio – che hanno (ri)composto l’Italia assediata dalla foschia e dalla burla.

 

Cantore del presente, che dalla modernità tardiva dell’italica società ha tratto la propria materia creativa, Giancarlo De Cataldo “ci” ha spiattellato con il suo ultimo romanzo, I traditori[1], la nostra in-credibile Italia e il suo frastagliato passato. Operando scempio meticoloso e riassemblaggio pungente di una tradizione narrativa e culturale ingombrante e inarrivabile, De Cataldo evita il memoir sterile, come pure il documentario esaltante sul filo del neo patriottismo detestabilmente vuoto o del contro pensiero revisionista che al momento stipano scaffali e (video) messe in scena. Ibridando e addomesticando la scrittura nervosa e galoppante tipica dei lavori precedenti[2], con l’ironia corrosiva e silente del De Roberto maturo, e insieme il gusto grottesco degli anfratti putrescenti della disumanità da ghetto di molto Dickens, l’autore escogita un traboccante canovaccio storico. Ricco, persino irto di dettagli cronachistici, di descrizioni che tracciano i minimi tic e ris-volti di ogni personaggio, reale o di fantasia, il romanzo seduce senza affanno – caso apprezzabile in tanta narrativa contemporanea nostrana dal fiato cortissimo – mostrando già dopo il prologo la propria vera natura, pulp e simbolica, debitrice o forse ancella dell’iperrealismo cinematografico di Paolo Sorrentino[3].





De Cataldo narra in quindici tasselli consecutivi, che affettano la Storia e si stratificano in essa, gli eventi che agguantano serpeggianti spie, Messia, baroni e camorristi, lady suffragette e tiranni molli, combattenti fulgidi e ingenui e statisti ecumenici ma spietati, contadini che diventano “Uomini” della “Società” che diventano patrioti e poi/nel mentre imprenditori. Protagonisti emergenti nel gorgo delle vicende e della fauna umana traditrice e tradita, sono il picciotto fedele Salvo, che fa letteralmente la storia della Mafia, alimentandone per vent’anni i principi; il nobile veneziano Lorenzo di Vallelaura, spergiuro dolente e spia prima asburgica poi piemontese; l’affabile Michele di Villagrazia, commerciante di pregiati e insanguinati marsala; l’estrema Violet Cosgrave, lady meticcia nello sguardo e nello spirito di sovversiva proto femminista; il tetro Giuseppe Mazzini, intabarrato nelle sue vesti di prete socialista, al contempo eroe e rinnegato, geniale e instancabile mago dei complotti e capo pietoso, piagato dai suoi stessi misteri; il bolso rubacuori Cavour, firmatario di capolavori diplomatici tra Piemonte, Francia e Austria, stratega privo di onore e di scrupoli, divorato dalla sfida per la sua Italia, come in parte lo smanioso Vittorio Emanuele, ultimo venuto. Ma nerbo vibrante della cavalleria (di)sciolta di creature che avanzano scalpitanti nel romanzo sono il focoso Terra di Nessuno e la Striga. Il sardo Terra, con Mazzini nei tentativi di sedizione dall’estero, con Pisacane nel suicidio militare di Sapri, con Garibaldi in ogni occasione, deputato al parlamento ed esule volontario in Inghilterra, ha nel nome di battaglia il segreto e la tragedia dell’Italia prima e dopo l’unità; ne rappresenta quale tableau-vivant la parabola leggendaria e funesta, alter ego di Lorenzo, traditore suo malgrado, invischiato e infine perso tra l’affetto confuso per il Maestro-Mazzini e lerci, continui voltafaccia al progetto di unità. La Striga è in fondo l’Italia, figlia con troppi padri, posseduta e abbandonata da tutti, talentuosa ma muta spettatrice. Folletto dei boschi dell’Aspromonte, brutalizzata da ogni genere di brigante, condotta miracolosamente a Londra, tra amici colti, nei salotti bene di nobili oppiomani e giramondo, Striga sperimenta e quindi fallisce l’armonia dei numeri in algoritmi matematici al fianco di grandi scienziati, musa di demoni e di santi.

 

De Cataldo stringe tutti loro in brevi capitoli, opprimenti e sfrontati, costellati da dialoghi fitti di dialetti e di sentenze frullati in destabilizzanti epifanie. Dentro la Storia, dai raffinati bordelli londinesi agli scantinati di Palermo, dai vicoli di Torino alle stanze dell’impero, dagli orfanotrofi alla fabbriche, dalle celle pulciose alle ville borboniche, dagli assalti frontali della fanteria garibaldina agli agguati di sicari inattesi, si inarca sbuffa si riaddormenta il popolo che tutti comprende e omologa, essere-mostro inafferrabile, che desidera stabilità ma teme e aborrisce l’unione, che si lascia trascinare da inetti, bande e filosofi. I traditori pennella e rapisce le ombre e le attitudini di un’Italia drammaticamente frazionare, lacerata da indifferenza, divisioni, calunnie e contese intestine. Un’Italia che nacque in ere arcaiche, unita nelle sue medesime idiosincrasie e millenarie incomprensioni, ma che si riconobbe tale solo dopo la breccia-spettacolo del 1871. Una nazione bizzarra che inneggiò alle sfavillanti gesta di Garibaldi, ma fu vittima talvolta indolente di manovre nascoste che la edificarono quanto e più delle giubbe rosse.




Noi credevamo (2010), regia di Mario Martone

De Cataldo sembra demolire il mito polveroso della fondazione, tuttavia ne testimonia i fasti e la bellezza parossistica. Un mito nato da un disegno liberale controverso e perito sotto i colpi e gli sbadigli degli italiani liberati; un passato di ammazzatine e pregiudizi, costruito in sordina, in cui vite e nomi non furono altro che “transito”. Un coacervo di “staterelli” che ha lungamente penato per dirsi “Italia”, schiacciato dalla legge del cuteddu e della carni. De Cataldo l’ha consegnato non soltanto alle onde dense e tempestose del letterario I traditori, ma anche alle plaghe avvolgenti del mai commemorativo Noi credevamo, ottima prova del regista Mario Martone alla cui sceneggiatura De Cataldo stesso ha collaborato (partendo dall’omonimo libro di Anna Banti del ’67). Motivi e bagliori delle due creazioni si intrecciano a formare un dittico visivo e visionario complementare. Dove il romanzo affonda sarcastico e plurilinguistico i suoi gangli tanto in menage familiari quanto in intrighi di potere ad ogni livello, la pellicola aggira la storia maiuscola, rivolgendosi con piglio critico ma anche con commozione sorda ad una schiera di antieroi problematici, smarriti nella folla, ma colmi tutti di uno straziante amor di patria, intesa quale ideale-precipizio affiorato da passioni e aspirazioni comuni. La narrazione di De Cataldo sgretola invece la coralità di Martone in quadri e personaggi singoli, affastellandoli progressivamente l’uno sull’altro/ nell’altro, dando egual peso e spazio a notabili e miseri. Obiettivo “unitario” delle opere resta l’analisi e lo svelamento di un brodo primordiale ancora ribollente, “regno di numeri dispari”.

 

 

 



[1] Giulio Einaudi Editore, Torino 2010, pp. 582, € 21,00.

[2] Sia delle prose che delle sceneggiature, emblematico Romanzo Criminale, libro e sceneggiatura per il film di Michele Placido.

[3] Inevitabile non pensare alle ramificazioni possibili tra I traditori e la fluviale e fortunata pellicola Il Divo di Sorrentino. Il regista, che si appresta a sbarcare (anche lui) nel Nuovo Mondo, ne Il Divo scarnifica le maschere della commedia politica umana, radicandosi nei fanghi di quella italiana dagli ’80 in poi, detronizzando ai limiti della caricatura i re diabolici della nostra repubblica, tra cui il mellifluo-mefistofelico per eccellenza, ritraendoli con originalità, più concettuale che estetica, a tratti inaudita.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006